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carusi delle solfare nel resoconto di viaggio di Gaston Vuillier
Gaston
Vuillier (Ginclé 1846, Gimel 1915) fu in Sicilia nella primavera del 1893.
Amico di Napoleone Colajanni e pure lui di idee repubblicane, a Palermo entrò
casualmente a contatto con Giuseppe Pitrè, che divenne di fatto la sua
guida. Con l'opera La Sicile. Impressions du présent et du passé,
corredata da 255 incisioni proprie, propose una sintesi della natura, della
storia e dei monumenti siciliani, seguendo di massima il canovaccio del Grand
Tour. Fu nondimeno attento all'attualità sociale. Conoscitore delle
inchieste che si erano succedute sullo stato dell'isola, diede conto delle sopravvivenze
feudali, da cui vedeva scaturire la povertà dei contadini. S'interessò
dei Fasci. Come altri visitatori della sua epoca, s'avventurò nelle solfare
dell'interno, annotando il dramma dei carusi. Si interessò del brigantaggio:
di Antonino Leone, del Testalonga, della banda Maurina. Nel descrivere la mafia
tenne conto dei suggerimenti del Pitrè, ma nel chiosare le componenti tragiche
del fenomeno attinse pure ad altri autori, in particolare all'Alongi. Il brano,
sulla condizione dei solfatari, è tratto dalla traduzione italiana: La
Sicilia. Impressioni del presente e del passato. Treves, Milano, 1897.
Carlo
Ruta
"E
quindi uscimmo a riveder le stelle"
Lasciando Termini Imerese per andar verso il paese delle miniere di zolfo, la
via si scosta dal mare e s'insinua in una stretta vallata. L'incantesimo della
spiaggia sparisce: non più giardini, non più uliveti; da ogni parte
coste brulle che scendono fino al fiume Torto, chiamato così dal suo corso
tortuoso; siamo alla fine di maggio e il letto ne è già secco. In
diversi punti i funebri eucalitti, dalle foglie piangenti, indicano la presenza
della malaria; questi alberi ombreggiano tutte le stazioni e sono fittissimi intorno
alle rare case che si trovano per via. Verso Roccapalumba la gola del sentiero
si strozza improvvisamente; a momenti non si scorge altro che mucchi di massi
calcinati, dall'aspetto veramente strano. E si continua a camminare per una
strada deserta, dove non si vede che qualche castello rovinato; di quando in quando,
qualche casa solitaria e un grosso villaggio, Montemaggiore, celebre negli annali
del brigantaggio; esso è sospeso sopra una vetta, dove verdeggiano radi
avanzi di una foresta. Il sole si vela a poco a poco; sul cielo color di piombo
s'addensano nuvoloni forieri di un temporale, e ogni tanto giungono dal mare di
Libia buffi di scirocco. Io mi sento nuovamente afferrare dal singolare malessere
che mi assalì a Castelvetrano e a Selinunte, un giorno che spirava questo
maledetto vento. In gran lontananza apparisce, sul declivio d'una collina,
Aragona, come un ammasso di pietre grigie; il suo forte castello, color d'ocra,
erge un pauroso profilo sull'orizzonte. Ora entriamo nella montuosa regione delle
solfatare; la terra vi è grigia, gialla, sanguigna o d'un colore sbiadito.
A punti fuma ed è piena di fitti monticelli con un'apertura oscura e piccola.
Come sono lontano da Palermo, dai boschi d'aranci e dall'azzurro mare che accarezza
così dolcemente quelle coste radiose e quei templi che fanno fantasticare!
Ora mi trovo nella Sicilia infernale; su quel calvario ove uomini, abbandonati
da Dio, gemono e penano tutti i giorni come dannati sotto un lavoro inumano.
Dal fianco d'un monte crivellato di fessure, solcato da burroni e macchiato da
protuberanze sulfuree, mi vedo dinanzi, a perdita d'occhio, un grande spazio morto
le cui prominenze vanno a smarrirsi nel raccapricciante crepuscolo sanguigno.
È Comittini, la più importante miniera di zolfo della Sicilia.
Passiamo vicino al grosso borgo di Grotte, e qui pure grandi solfatare. Gli abitanti
di questo luogo hanno una pessima reputazione: "Sono gente cattiva, gente
di mafia," mormora un viaggiatore che è entrato nello scompartimento.
Si dice che il curato del borgo, Stefano Dimino, vent'anni fa buttasse il collare
sopra un fico, che si facesse protestante e fondasse una chiesa evangelica, convertendovi
poi tutta la popolazione! .
. . . . . . . . . .
A Canicattì la fermata è lunga e la città, vista a quest'ora
della sera, pare una fortezza di pietra, forata da una gran quantità di
feritoie. Essa è dominata da un castello forte rovinato e da una specie
di Calvario, dal quale si ergono tre croci nere che sembrano chieder pietà
per la città abbandonata, tendendo le braccia verso il cielo minaccioso.
Una vasta pianura ne circonda le mura con i soliti campi di grano, epidermite
viva d'una terra morta, ove fa correr fremiti un soffio caldo e solforoso.
La pianura devia in lontananza e lo spazio si prolunga in profili sfumanti.
È calata la notte, e il temporale s'è dissipato, senza prorompere,
ma l'atmosfera è ancora pesante e solo delle nubi immobili segnano una
lunga riga all'orizzonte sul pallido cielo. Allo zenit fa capolino la luna falcata;
da tutte le parti si scorgono dorsi di monti; il suolo è nero e i poggi
vicini immersi nel mistero appariscono fulvi. Si accendono dei lumi qua e
là nelle ombre della terra, e qualche stella scintilla in cielo. Arriviamo
a Caltanisetta, oggi scopo del mio viaggio.
La notte è soffocante
e non posso prender sonno; lo scirocco soffia disperatamente e urla in modo lugubre
nelle viuzze deserte ove le finestre della mia camera corrispondono all'albergo
Concordia; questo scellerato vento fa sbattere gli usci e le imposte; il suo potente
gemito riempie la notte. Stamattina vien giù un'acquolina minuta che
rende lubrico il lastricato; par d'essere in una città del settentrione,
e quel rovinato maniero dei Bauffremont che si erge ancora nel centro della città,
colle sue mura diroccate, ne rende più perfetta la somiglianza. Non
potete immaginarvi, senza averlo provato, il senso d'isolamento che mi stringeva
il cuore in questa città d'una terra tanto lontana dalla mia e in sì
triste mattinata. E per di più, a Caltanissetta non c'è nulla che
possa rallegrarci o almeno distrarci; tranne una piazza, niente di particolare,
una quantità di viuzze aperte ai quattro venti. Pure essendo la città
situata sopra un'altura, in mezzo ai monti, l'orizzonte è in diversi punti
largo e grandioso, ma da quella grandiosità stessa sorge più che
mai il sentimento della solitudine e dell'abbandono. Mi detti premura, per
ingannare il tempo, d'andare a far visita a un ingegnere delle solfatare, per
il quale avevo portata una lettera da Palermo. Egli mi fece un'accoglienza veramente
cordiale, e poco dopo giravamo per le vie insieme, come vecchie conoscenze.
Visitammo Pietra Rossa, antico maniero pieno di leggende, con le torrette crollanti
che si drizzano sopra un'altra rupe sovrastante al cimitero, davanti allo spazio
infinito. Mentre tornavamo indietro, vedemmo sotto l'architrave d'una porta
un pentolaio, un pezzo di giovanotto sano e robusto, abile nel suo mestiere; egli
dalla mattina alla sera sta lì occupato a modellare, con argilla grassa
d'un bigio tendente al turchino; vasi di più forme, i cui modelli i Siciliani
hanno ereditati dai greci. Quel bravo giovanotto parve molto soddisfatto della
nostra visita e dell'attenzione con la quale guardavamo il suo lavoro. Quando
lo lasciammo feci all'ingegnere l'elogio della cortesia dei Siciliani verso i
forestieri, ed egli allora mi raccontò che quel garbato giovane pentolaio
era né più né meno, figlio d'un brigante che per tanto tempo
aveva fatto parte della banda del troppo famigerato Leone. "O non fu
Leone che sequestrò un ingegnere delle solfatare?" domandai. -
Proprio lui, ed è un caso raro, perché, in generale, i briganti
rispettano i forestieri; ma Leone, che fu un brigante ricattatore, un tipo speciale,
non ebbe tanti scrupoli. Il signor John Rose, l'ingegnere inglese di cui parlate,
fu da lui sequestrato a Lercara Friddi, un paese di solfatare nel 1876. E sentite
come andò: il 13 novembre di quell'anno, il signor Rose scriveva alla sua
gente a Lercara che il giorno dopo, nella mattinata, sarebbe stato là.
"Fu avvisato il palafreniere Lo savio di sellare i cavalli di buon'ora per
andare alla stazione a prendere il padrone; questi sparì, stette fuori
tutta la notte e la mattina appresso non era ancora tornato. A un certo punto
della strada peraltro, esso passò innanzi agli altri servi del signor Rose,
che s'erano avviati, ma passò come un fulmine, al galoppo serrato del suo
cavallo. Tornò poi indietro e si scusò dicendo che l'animale gli
aveva guadagnato la mano trascinandolo fra le rocce. Il signor Rose arrivò
all'ora stabilita e prese co' suoi la via di Lercara. "Giunti in prossimità
delle rupi dove il palafreniere era per un momento scomparso, videro, all'improvviso,
sbucar fuori il brigante Leone con i suoi due luogotenenti Salpietro e Randazzo
i quali s'impadronirono dell'ingegnere. Il traditore era stato di certo il palafreniere
"Quella mattina il capo della banda s'era vestito con gran cura, s'era fatto
la barba e ravviato i capelli con un garbo speciale; anche per un brigante come
lui, il sequestrare un gentleman era un'avventura straordinaria. Infatti compì
quella faccenda molto correttamente e con garbo, raccomandando a' suoi selvaggi
compagni d'usar buone maniere, d'esser educati e cortesi. Arrivò fino a
sgridare seriamente il feroce Randazzo, il quale s'era fatto lecito d'inviare
una palla ad uno del seguito del signor Rose che fuggiva. "Un certo signor
Nicolosi, compagno di cattività al signor John, volle profittare delle
buone disposizioni del brigante per fargli capire che la somma di L. 100.000 che
chiedeva come prezzo di riscatto per il signor Rose, era troppo forte per la famiglia
di lui. "Come si fa? rispose Leone, sono costretto per far riuscire le mie
operazioni, a tenere sotto di me più impiegati del governo italiano".
"Nicolosi non andava a nozze davvero; il terribile Salpietro se lo mandava
innanzi standogli alle calcagna. Il disgraziato spiritava dalla paura, pur troppo
giustificata, di ricevere sulla schiena, da un momento all'altro, una pugnalata
o una palla di schioppo; perciò si voltò e disse, sforzandosi d'abbozzare
un grazioso sorriso "Se lo permetteste, galantuomo, camminerei volentieri
accanto all'ingegnere, così parleremmo un poco e il viaggio ci sembrerebbe
meno lungo." "Ma il brigante gli dette un'occhiata così feroce,
accennandogli col gesto di filar dritto, che a quello non venne voglia di ripeter
la domanda. Erano un pezzo avanti quando Leone mise in libertà il Nicolosi,
il quale non se lo fece dire due volte. "L'ingegnere e i briganti seguitarono
a camminare attraverso i monti solitari di Caltavutura e Santa Maria, fermandosi
poi verso Commisini, in un ammasso di rocce, in mezzo ad una foresta. Là
si parlò del riscatto; dopo aver contrattato e tirato un prezzo, Leone
accettò finalmente 4000 lire, e, dopo lunghi giorni di schiavitù,
il signor Rose potè tornare a rivedere i suoi; egli sta ancora a Lercara
"Quelli furono tempi di cuccagna per il brigantaggio. Con le tasche piene
d'oro, essi passavano con la massima indifferenza da un'imboscata, seguita da
un accanito combattimento, ad un convegno amoroso; qualche volta si riunivano
perfino tre bande insieme per compiere operazioni importanti! "I capi
però si odiavano ferocemente; la rivalità e la gelosia tra il famoso
Leone e il non meno famigerato Pasquale giunsero al punto che si spiavano continuamente
dandosi la caccia con mille insidie e mille tranelli. Quindi un bel giorno Leone
ricevè dal suo nemico una fucilata quasi a bruciapelo, e quello credendolo
morto, non si prese neppure l'incomodo di dargli il colpo di grazia. Ma il brigante
aveva la pelle dura e benché gli volessero dei mesi per rimettersi in gambe,
guarì perfettamente; ma allora quante imboscate, quante astuzie, quanti
stratagemmi per sorprendere il nemico e che duello spietato fu quello! Leone l'ebbe
vinta alla fine; si vendicò in modo orribile e Pasquale cadde ferito a
morte
" Nelle ore pomeridiane l'ingegnere mi condusse a vedere la
chiesa dei cappuccini, sull'orlo della spianata su cui è situata Caltanisetta.
Quantunque non piovesse più dalle prime ore del mattino, il cielo era oscuro
e l'aria pesante. Incontrammo per via molta gente che andava a far visita a San
Michele, messo in castigo in quella chiesa per aver lasciato troppo correre senza
far piovere. La pioggia della notte e il tempo ancora minaccioso avevano rabbonito
gli animi della popolazione che, per incoraggiare meglio il Santo in quelle buone
disposizioni, si proponeva di riportarlo solennemente nella cattedrale al suo
posto consueto. Vedemmo pochissimi preti per la strada, ma in compenso una
gran quantità di donne vestite tutte di nero, e di frati cappuccini. Uno
di questi si avanzava solo solo ed aveva un aspetto selvaggio. Allorché
ci fu vicino, un raggio di sole morente l'illuminò all'improvviso d'una
luce sanguigna, mentre la sua ombra prendeva grandi proporzioni e formava in terra
una specie di croce! Dietro a quella figura strana si prolungava misterioso, come
una tenebrosa decorazione, lo spazio dalle grandi linee montuose. La visione sparve
tosto, evocando in me il ricordo di quei monaci guerrieri che attraversarono il
medio evo. Quando arrivammo alla chiesa dei Cappuccini, un uomo, ritto sulla
gradinata, davanti alla porta maggiore, suonava il tamburo per chiamare i fedeli
a pregare ancora San Michele, sebbene fosse in castigo. Il Santo era sopra
l'altare, ma al buio; generalmente in questa stagione esso è in villeggiatura
in una cappella della campagna circostante. Gli avevano tolto dalle spalle il
bel mantello di velluto rosso e le ali d'oro, non impugnava più la spada
sfolgorante; ma se ne stava lassù, mogio mogio, con le ali di cartone,
un vecchio tabarro scozzese sul dorso e una semplice lancia in mano. Nonostante
ciò, San Michele è tenuto in grande venerazione a Caltanissetta,
poiché il popolo gli è riconoscente d'aver scacciata, un tempo,
una pestilenza che minacciava d'entrare nella città per distruggerla. Secondo
la credenza popolare siciliana l'epidemie sono state mandate dall'estero, o sparse
nelle città e nei villaggi da gente di mal'animo. Fino a Palermo ci sono
state delle sommosse in tempo d'epidemia, perché il municipio faceva gettare
del cloruro di calce agli angoli delle vie per disinfettarle. Dicevano che il
governo, considerato sempre come un nemico, seminava in quel modo la malattia.
Verso il 1837, quello stesso San Michele scacciò il colera da Caltanissetta
e in segno di riconoscenza gli venne eretta una cappella; ma allorché questa
fu terminata, s'accorsero che non avevano una statua del santo per collocarla
entro la nicchia che gli avevano preparata. La città fu sottosopra; come
fare? Alcune persone, le più furbe del paese, seppero che in una casa,
la casa Moncada, c'era un angelo custode, disoccupato, e che cosa fanno? Lo prendono,
zitte e chete, lo ridipingono, gli appiccicano sulle spalle un par d'ali dorate,
lo coprono con un bel mantello, gli pongono in mano una spada sfolgorante, ed
ecco un perfetto San Michele. Siccome col tempo s'era un po' sciupato, fu
nuovamente dipinto e in questa occasione fu osservato, sul dorso del Santo, uno
scritto nel quale si faceva il racconto della sua trasformazione, da angelo custode
in San Michele Arcangelo, scritto debitamente, dato e firmato, dal signor X
.
assessore!
Oltre San Michele vi è una Madonna molto venerata
a Caltanisetta, la Madonna degli Angeli, protettrice speciale delle fave. In certi
tempi dell'anno, la portano in processione per le strade e per i campi attaccandole
al collo e alle mani delle fave e delle spine, perché la sua protezione
si estende, un poco, anche a tutte le altre messi. L'ombra era scesa su tutte
le cose, quando tornammo dalla chiesa dei Cappuccini; salutai l'ingegnere che
doveva accompagnarmi il giorno dopo alle vicine solfatare.
È
piovuto tutta la notte e quando ci mettiamo in cammino il cielo minaccia ancora
pioggia. Ci troviamo presto in aperta campagna, sul fianco d'un monte crivellato
d'aperture fatte dalla povera gente che ebbe il permesso di scavarsi delle abitazioni
sotterranee pagando al municipio un fitto di 15 lire l'anno. Era pagato caro
davvero il diritto di scavarsi una tana! Ed anche tane poco sicure, perché
ben presto vi restarono seppellite, sotto le frane, famiglie intere. Nonostante
il pericolo, alcune di queste grotte sono ancora abitate e noi udimmo passando
una specie di ronzio infantile uscire da quell'alveare umano. Le erbe che abbiamo
intorno sono selvose, ma in lontananza si vede una gran fila di montagne brulle,
solcate da burroni. Su due vette gemelle s'intravedono come due immani fortezze,
Castrogiovanni, l'antica Enna, e Calascibetta. Cambiamo un momento strada per
visitare dei vulcani di fango, del genere di quelli di Girgenti, ma molto meno
importanti. Torniamo presto indietro e poco dopo sbocchiamo in un immenso circuito
intorno al quale levano la calva testa dei monti aridi che si allungano o si ammucchiano
a vista d'occhio fino all'orizzonte, sotto un cielo basso dove strisciano continuamente
nuvoloni pesanti. Le coste fumano qua e là, e giù nello smisurato
imbuto che abbiamo sotto gli occhi, è tutto un accavallarsi di monticelli
lividi, marmorizzati da efflorescenze gialle, biancastre o rosse; come a Comitini,
essi sono forati e fumano sempre. Dalla singolare vallata vien su un acre vapore
solfureo che stringe la gola, e la nudità delle coste brulle si estende
a perdita di vista. Il proprietario d'una miniera di zolfo, che ci riceve,
e l'ingegnere che era con me, avvezzi da tanti anni a vedere delle solfatare,
restavano indifferenti; essi le considerano ognuno sotto un proprio punto di vista:
per l'ingegnere sono un caso geologico, importante, per l'altro una sorgente di
ricchezza; ma per me era un'altra cosa. Benché conoscessi la miniera nera
del nord, pure quel lugubre deserto dalle tinte smorte che mi appariva per la
prima volta, mi faceva spavento. Il proprietario ci fece gli onori della sua
miniera pregandoci di fermarci dinanzi una macchina che dalle profondità
della terra porta alla superficie del suolo i grandi pezzi di zolfo. A me peraltro
premeva poco di vedere una macchina, che qui è una cosa eccezionale; io
volevo vedere la vera solfatara, nella quale ci si penetra per una scala ripida
e scabrosa, ove dei disgraziati, carichi di enormi pesi, salgono e scendono continuamente.
Adagio adagio eravamo giunti, nella profondità dell'immensa cerchia, davanti
all'entrata d'una miniera riparata da un piccolo fabbricato. La galleria principiava
a discendere, fin dalla soglia per iscomparire nelle tenebre. Mi chinai su
quella nera gola spalancata e l'ingegnere mi disse: "Ascoltate, non sentite?
"
Prestai bene l'orecchio e mi parve che da quell'abisso venissero fuori confusi
lamenti; poi vidi vacillare in fondo qualche luccicore, che metteva in quelle
ombre delle punteggiature di un chiarore pallido assai; poi quei luccicori si
spensero. Poi mi si disse d'osservare ancora, e quella volta mi vidi a piedi,
a gran distanza però, dei lumi mobili che rischiaravano con una luce incerta
profili umani. Di quanto in quando salivano, uniti all'atmosfera malsana e soffocante,
gemiti spezzati da singhiozzi, e a volta a volta, sparendo i lumi, per quella
via ascendente i lamenti riempivano le tenebre. State a sentire che cosa dicono
quei poveri carusi, salendo il loro eterno Calvario, poiché essi scendono
venti volte in fondo alla miniera e salgono carichi di immensi pezzi di zolfo;
erano arrivati al penultimo viaggio ed essendo domenica, il lavoro finiva a mezzogiorno: E
stu viaggiu cci lu vaju a'ppizu: a la vinuta, li robbi ed un tozzu!
"Faccio questo viaggio, quando risalgo riprenderò le mie vesti e un
boccon di pane!" Intanto i gemiti e i singhiozzi continuavano
Se fossi sceso in quell'ipogeo, se mi fossi internato, in fondo alla miniera,
nelle viscere del suolo maledetto, avrei udito il picconiere che stacca i pezzi
di zolfo col piccone, esclamare con indicibile disperazione: "Sia maledetta
la madre che mi partorì!
Maledetto il prete che mi battezzò!
Sarebbe stato meglio che Cristo mi avesse fatto nascere maiale; almeno, alla fine
dell'anno, mi avrebbero scannato!
" Quel disgraziato lavora continuamente
nudo, con 40 gradi di calore, in una atmosfera satura di esalazioni malsane; esso
smette ogni tanto il faticoso lavoro e con una rasiera di legno, si leva il sudore
che gli gocciola dalle braccia, dal petto e dalle gambe. Spesso s'insinua e si
perde in gallerie tortuose e basse, nelle quali non può entrare e uscirne
che strisciando carponi per terra. Là, nel silenzio di quell'atmosfera
ardente, non si odono che i colpi accaniti del suo piccone contro le pareti, il
suo respiro affannoso, o meglio il suo rantolo e poi
imprecazioni e bestemmie.
A un tratto si ferma ed offre al Signore il penoso lavoro in isconto dei propri
peccati; poco dopo è preso da una tetra disperazione e lo maledice
Quando il picconiere grondante di sudore beve, dice: "Bevo la morte."
Quando ha mangiato aggiunge: "Eccomi avvelenato." Espressioni di profondo
dolore, perché col mangiare e col bere egli si tiene in vita, e la vita
è per lui un veleno mortale!
Quanti dolorosi pensieri m'assalivano
su quella terra livida, davanti la fosca apertura in fondo a cui s'agitava tutto
un mondo di disgraziati. Sotto quello stesso suolo era avvenuta poco tempo prima
un'esplosione di grisù e un gran numero di minatori vi erano morti. Quell'aria
carica di vapori solforosi, la quale, con la sua azione corrosiva distrugge ogni
vegetazione nei monti circostanti, e la desolazione della natura su cui pesava
quel giorno un cielo minaccioso, contribuivano assai ad aggravare la mia tristezza.
Se l'azione dei vapori solforosi è deleteria per i vegetali, per gli uomini
dev'essere micidiale! Ed infatti i minatori delle solfatare offrono i sintomi
d'una decadenza precoce; perdono presto i denti e i capelli, diventano asmatici
e restano indeboliti dai continui e abbondanti sudori. L'epidemie ne fanno strage
e i cambiamenti di temperatura sono funesti per loro; la mortalità in questo
luogo è spaventevole. E dire che questi dannati sono nostri simili, nostri
fratelli!
Che cosa sono diventate laggiù, in quella terra della fede
primitiva, le belle massime di Cristo che i preti insegnano continuamente? "Tutti
gli uomini sono fratelli, amatevi scambievolmente." In Sicilia sono sorti
degli uomini generosi con quelle ammirabili massime sulle labbra, col pensiero
d'aiutare i contadini oppressi, morenti e morti di fame e i minatori condannati
a morire
.
. . . . . . . . . .
Intanto i carusi uscirono finalmente dalle viscere della terra; venivano fuori
ad uno ad uno dall'antro tenebroso, insieme con delle zaffate puzzolenti. Essi
dicevano: "Torniamo a riveder le stelle." Così esclamava anche
Dante all'uscio dell'inferno: "E
quindi uscimmo a riveder le stelle."
Si avanzavano un dopo l'altro, barcollando sotto gli enormi pesi, seminudi, grondanti
di sudore, ansimanti e sparuti; erano ragazzi e giovanotti, ma io non avrei potuto
indovinare la loro età, perché tutti parevano giovani e vecchi al
tempo stesso. In quei visi si leggeva un'espressione di malinconia selvaggia,
da me non mai scorta prima in nessuna faccia umana, e i loro occhi smarriti parevano
uscir dalle orbite. Alla fine, si riposavano, appoggiavano il carico al muro,
sbuffavano rumorosamente e poi andavano a gettare i pezzi di zolfo in un dato
luogo. I più piccini, i ragazzi, sbarazzati dei loro fardelli, tutti
contenti di riveder la luce, incuranti de' propri mali e dimentichi delle lagrime
sparse, sgambettavano, o intingevano un boccon di pane duro nell'olio della lampada
e lo rosicchiavano avidamente; poi andavano a cavarsi la sete sotto i ginesi,
resti di zolfo in fusione. La maggior parte di loro erano pallidi e magri
con le palpebre rosse per l'azione corrosiva dei vapori solforosi e per il piangere;
alcuni avevano il collo torto. Il loro corpo deforme riposava su esili gambe dai
ginocchi smisuratamente grossi; avevano le carni flosce e l'andatura incerta,
a molti, cià curvi, si vedeva una piccola gobba sulla spalla sinistra,
marchio indelebile del triste mestiere. Quella vita in un'atmosfera corrotta,
la mancanza di nutrimento, lo sforzo continuo sotto carichi pesanti, producono
presto alterazioni profonde nella salute di quei poveri ragazzi. Venendo su,
in quella scuola del dolore, diventano d'animo cupo, e l'intelligenza, le buone
disposizioni e il cuore si spengono presto in loro. Crescono cattivi, perché
considerano la vita come un ingiusto castigo, e con ciò non possiamo meravigliarci
se i minatori delle solfatare aumentano sempre in Sicilia il contingente di malfattori!
Soccombono giovani, e già vecchi decrepiti, rifiniti non solo dall'eccessivo
lavoro, ma anche avvelenati da gas deleterii, stupisce il non vedere neppure un
vecchio in quelle miniere, e le donne vi sono tutte sterili.
Allorché
ci avviammo verso Caltanisetta era già tardi, e mentre si faceva la salita
io rivolsi un ultimo sguardo a quel luogo maledetto dove avevo vissuto un giorno.
Gl'innumerevoli calcaroni, coni di zolfo preparati per fondere, fumavano lievemente,
spandendo per l'aria il vapore pestilenziale che uccide uomini e vegetali.
La giornata era finita e il doloroso branco dei carusi se ne veniva su dalle profondità
per ridursi a casa. I poveri piccini, venduti dalle famiglie indigenti, non potevano
sperar nessuna amorevolezza, nessuna gioia nel domestico focolare. Nella catapecchia
dove andavano, non avrebbero trovato altro che una scodella di minestra di fave
o di paste, ed un canile per riposare le ossa fiaccate dal gran lavoro. E domani?
La morte improvvisa per causa dell'idrogeno sulfureo o per un'esplosione di grisu
li libererebbe forse
o pure la vita seguiterà ad esser per loro una
lenta agonia!
I nuvoloni enormi, minacciosi correvano ancora in silenzio
nelle solitudini dello spazio; i dorsi oscuri dei monti lontani si inerpicavano
verso il fosco orizzonte e la maledetta terra delle solfatare mostrava la sua
lividura di piaga morbosa sotto il cielo di piombo.
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