La mafia

Dai La Sicilia. Impressioni del presente e del passato

di Gaston Vuillier

 

Il disegnatore francese Gaston Vuillier (Ginclé 1846, Gimel 1915) è in Sicilia nella primavera del 1893. Prossimo a Napoleone Colajanni e pure lui di idee repubblicane, a Palermo entra a contatto casualmente con Giuseppe Pitrè, che diviene di fatto il suo mentore. Con l'opera La Sicile. Impressions du présent et du passé, corredata da 255 incisioni proprie, vuol dare una sintesi della natura, della storia e dei monumenti siciliani, seguendo di massima il canovaccio del Grand Tour. È nondimeno considerevole lo sguardo sull'attualità. Conoscitore delle inchieste che si sono succedute sullo stato dell'isola, dà conto delle sopravvivenze feudali, da cui vede scaturire la povertà dei contadini. S'interessa dei fasci. Come altri visitatori della sua epoca, s'avventura nelle solfare dell'interno, annotando il dramma dei carusi. Si occupa del brigantaggio: di Antonino Leone, del Testalonga, della banda Maurina. Nel descrivere la mafia tiene conto dei suggerimenti del Pitrè, che vuole ricondurla, almeno sotto il profilo terminologico, ai modi d'essere di chi ha coraggio, intraprendenza, la facoltà di rispondere ai soprusi. Nel chiosare le componenti tragiche e proterve del fenomeno si avvale tuttavia di altri autori, come l'Alongi, da cui riprende i proverbi e i modi di dire, e l'autore anonimo di Profili e fotografie per collezione. Il brano è tratto dalla traduzione italiana: La Sicilia. Impressioni del presente e del passato. Treves, Milano, 1897.

 

Trovandomi in via Maqueda, dove si svolge tutta la vita moderna, mi faceva piacere di svoltare improvvisamente in una di quelle viuzze laterali, dove ci si trova in mezzo al popolo minuto. La folla formicolava là in pieno mercato popolare, nella Vucciria che deriva, dicono, dalla parola francese boucherie - ricordo de' tempi angioini. - Là, come in un cadeiloscopio, io ammiravo mille strani effetti di luce, e il pittoresco dei cenci. Eppure non si vedeva altro che cavolfiori, carote, pomidoro, cetrioli, zucche dalle forme bizzarre. I macellaj e i venditori di maccheroni vi erano anch'essi, ma nascosti in oscure botteghe. E fra questo ammasso di cose un vociare di uomini e di bimbi, in gran parte all'aria aperta, o sotto tende. Curiosa, specialmente, la mimica con cui tutta questa gente accompagna le parole. Mi pareva di rivedere la vita araba, alla quale mi ero mischiato non molto prima. I fanciulli venditori pullulavano; e bisognava vedere come si affannavano a spacciare la propria merce; forse il desiderio di andare a passar la serata al teatro dei Paladini, li stimolava. Uno portava intorno una cesta di carciofi lessati, pasto dei poveri; un altro non aveva che cipolle e alcuni capi d'aglio. All'angolo di una via, una vecchia con cinque o sei ova in grembo rimaneva accoccolata fino a sera, attendendo un compratore che non sempre giungeva.

Non potevo fare a meno d'interessarmi ai ragazzi; mi attiravano quei visetti arditi, quegli occhi neri, scintillanti, pieni d'intelligenza e di vivacità. Osservavo certi conciliaboli nei quali si parlava poco a parole, e assai a gesti furtivi. Ma io ritornerò su questo linguaggio mimico particolare de' Siciliani.

Un giovane palermitano m'accompagnava qualche volta al mercato. Io gli toccavo il gomito quando vedevo dei tipi che mi colpivano. "Questo non è un Napoletano," mi disse egli un giorno. Difatti non aveva nulla del Siciliano. "Questo è il vero mafioso."

Era un tipo di uomo arzillo, magro, baldanzoso, il mento raso, i capelli arricciati sulle tempie e una berretta rossa a righe turchine posata sulle ventitrè. Un fazzoletto a vari colori era negligentemente annotato attorno al suo collo; una sciarpa rossa gli serrava la vita sopra il gilè. La giacchetta, era corta e stretta; i calzoni, inverosimili; serrati ai fianchi, aderenti fino ai ginocchi, andavano poi allargandosi e scendevano a campana sul piede che rimaneva quasi tutto nascosto.

"Il vostro mafioso, - dissi, - mi ha tutta l'aria di un sacripante; non vorrei incontrarlo in un posto solitario". "Ebbene, v'ingannate. Il vero mafioso - e questo ne è uno - non è un traditore, né un assassino, tutt'altro; provocherà un avversario, ma non si batterà con un uomo disarmato. Egli è imbevuto degli strani sentimenti cavallereschi della sua classe; non ucciderà mai un nemico a tradimento e tanto meno lo deruberà. È un essere assai curioso: ama vincere le difficoltà, sormontare gli ostacoli, e cerca gli amori violenti e tragici. Allorché, stanco di avventure, questo don Giovanni si decide a prender moglie, bisogna che la rapisca: il matrimonio tranquillo gli sembra insipido. Una bella sera, al rumore delle fucilate, che spaventano tutto il paese, una casta fanciulla viene portata via entro una carrozza che parte al galoppo. Egli è insomma un avventuriere di cappa e spada; un eroe da romanzo, che continua in pieno secolo XIX le gesta dei moschettieri di Alessandro Dumas. Le galere lo aspettano, ma non possono guarirlo, poiché egli ha la passione delle avventure cavalleresche, in disaccordo con le leggi".

Ascoltando queste spiegazioni pensavo che le tradizioni cavalleresche celebrate dalle carrette, dai teatri popolari e dai cantastorie, mantengono e fortificano simili stati d'animo. Questa brava gente vive come nel medio evo, si comporta alla guisa dei paladini, mestiere pericoloso in una società che livella tutti i temperamenti e distrugge ogni individualità, ogni iniziativa.

- Il mafioso di cattiva lega, o malandrino, non porta un vestiario speciale, - continuò il mio interlocutore, - ed è tanto più pericoloso, perché nulla lo distingue dal comune. Questo è un uomo di buone maniere e la sua fedina criminale è nettissima. Non dorme fuori di casa sua, non è mai sorpreso insieme a una banda di malfattori notturni e si guarderà bene dal dare la scalata a un muro di giardino. Non porta armi visibili e non si batte neppure in duello. Può sfidare tutta la Sicilia a provargli che si sia mischiato in qualsiasi rissa. Se qualche volta lo arrestano, ciò che è assai raro, sarà per complicità o per avere pagato qualche assassino. Ma egli specula su tutte le imprese altrui, su gli amori, sui battesimi, sulla cresima, sulle feste religiose e perfino sulla messa.

Esiste dunque il mafioso per industria che noi chiamiamo malandrino, e il mafioso per passione. Vi sono tuttavia delle eccezioni: vi sono dei mafiosi ladri e briganti, e dei briganti mafiosi. Del resto, il senso di questa parola Mafia è degenerato: significava una volta bellezza, eccellenza e perfezione, mentre ora significa brigantaggio.

Molto si è scritto sulla Mafia siciliana. Abbiamo sentito dire che era una società segreta, mirabilmente organizzata, con numerosi affigliati e statuti misteriosi: forza occulta e terribile, che sfidava la giustizia, si rideva delle leggi e serrava la Sicilia come in una rete di ferro. Può darsi che nel medio evo una istituzione di tal genere si sia formata. In un paese continuamente oppresso, esposto a tutte le vessazioni e a tutte le tirannidi, una cospirazione segreta, organizzata e forte avrà certo potuto tener testa ai governi. Lo spirito della Mafia regna ancora in Sicilia, ma soltanto lo spirito: è un atavismo, un risultato della oppressione passata, e si può dire, in questo senso, che ogni Siciliano, s'intende certamente del popolo, fa parte della Mafia. È una solidarietà interessata che unisce, per istinto di difesa, tutta una classe sociale contro le leggi e i poteri costituiti. Il vincolo non è né apparente, né regolare. Ma una vera Mafia costruita con adepti, iniziati, statuti, capi e intelligenze segrete con tutto il paese, non esiste affatto.

Questa sopravvivenza del medio evo, questo spirito particolare durerà lungamente ancora. La cosa è nel sangue, e, si può dire, nei costumi. La Mafia continuerà sotto governi, che, se non sono interamente benefici, non sono neppure oppressori.

Si tratta, presentemente, di un sentimento di solidarietà, per cui ciascuno crede utile di farsi giustizia da sé, fuori della legge; utile d'imporsi ai deboli e attaccarsi ai più forti; utile di osteggiare il potere costituito sfuggendo alle repressioni legali. Questa solidarietà è subita e accettata anche dalla gente onesta di tutte le classi, interrorita ancora dal ricordo di tradizionali vendette eseguite dalla Mafia.

In alcune regioni però i mafiosi si sono organizzati in società di malfattori. Queste società si compongono alle volte di gruppi nemici tra loro, ma sempre d'accordo nel celare le imprese dei loro propri avversari.

Ecco, secondo Giuseppe Alongi, come si sviluppa il malandrino o mafioso di cattiva lega. Ch'egli sia campagnuolo o guardiano particolare, gabelliere o operaio nelle solfatare, quando un individuo mostra disprezzo per le leggi, quando ha la mano pronta e brutale, quando commettendo qualche delitto riesce ad assicurarsene l'impunità, egli acquista sopra i suoi eguali un certo ascendente e un titolo di rispetto. Presto egli diventa un compagno pieno di attrattive per i neofiti del delitto. Eccolo divenuto in breve tempo un'autorità, un uomo che giudica, senza appello, le vertenze tra i suoi eguali, e talvolta anche tra padroni e servitori. I ricchi proprietari, per farselo amico, gli affidano la scelta dei loro guardiani di poderi.

Da quel momento l'uomo si circonda di creature che gli sono necessarie ad assicurare e ad allargare il suo sistema d'azione; e la società malandrina è bell'e formata. Capirete che il delitto ne è la fatale conseguenza. Supponete una persona sospetta di spionaggio verso l'associazione; una persona capace di fare una denunzia o di cagionare altri imbarazzi: l'unica salvezza sarà di liberarsene. E questa strana società agirà non solamente per proprio conto, ma venderà anche il suo braccio per liberare qualcuno d'un suo nemico. Il prezzo del delitto varierà da 50 a 500 lire.

Ecco ora il procedimento consueto per commettere l'assassinio. La vittima essendo disegnata, si tira a sorte l'incarico dell'esecuzione; oppure se ne incarica un neofito per mettere alla prova il suo coraggio. Questi prende l'arma, sempre un fucile, dalle mani di un compagno e tira contro la vittima, che egli, di solito, non conosce. Il fucile passa subito con grande rapidità da una mano all'altra, poiché i soci sono appostati di distanza in distanza per riceverlo, intanto che l'assassino fa un giro e arriva come semplice curioso sul luogo del delitto.

La Mafia della montagna non somiglia a quella del litorale. Lassù il delitto è più primitivo, più brutale: è il brigantaggio, la grassazione, il sequestro di persone, il furto di animali, ecc. Sul litorale prevalgono i delitti di sangue e il furto abile.

Il carattere dominante del mafioso è la diffidenza e la dissimulazione. Egli affetta un fare bonario; sopporta pazientemente le offese; ma, guardatevene bene, una sera o l'altra egli può uccidervi. Le massime dei mafiosi indicano chiaramente il loro stato d'animo: - A cu ti leva lu pani levacci la vita. "A chi ti toglie il pane, togli la vita." - Scupetta e mugghieri non si 'mprestano. "Fucile e moglie non si prestano." - Vali cchiù n'amicu 'n chiazza, ca cent'unzi 'n sacca. "Vale meglio un amico in piazza che cent'once in tasca." - La furca è pri lu poviru, la giustizia pri lu fissa. "La forca è per il povero, la giustizia per gl'imbecilli." - Cu' havi dinari e amicizia ten 'inculu la giustizia. "Chi ha denaro e amicizie… se la ride della giustizia." - Zoccu nun ti apparteni né mali, né beni. "Non dire né male né bene di ciò che non ti riguarda." - Quannu cc'è lu muortu, bisogna pinsari a lu vivu. "Quando c'è un morto bisogna pensare a aiutare il vivo." - La tistimunanza è bona sinu a quannu non fa mali a lu prossimu. "La testimonianza è buona fino a tanto che non danneggia il prossimo." - Carzari, malatii e nicissità provanu lu cori di l'amici. "Prigione, malattie e povertà provano il cuore degli amici."

Non essendo più una associazione generale quale fu probabilmente in altri tempi, la Mafia si suddivide in una infinità di associazioni indipendenti le une dalle altre. Essa prende diversi aspetti e si mischia a tutti i rapporti sociali. Da ciò viene la impossibilità di giudicarla sommariamente, di dare una definizione che abbracci tutte le sue manifestazioni; poiché, se si è constatato il suo potere sull'amministrazione municipale; se è penetrata nell'organizzazione dell'esercito; se ha preso parte alle elezioni politiche, ciò non vuol dire che sdegnerà le operazioni di minore importanza; la Mafia può anche servire gl'interessi e le passioni delle persone che non le appartengono: essa vendicherà un assassinio; castigherà, per conto di una donna abbandonata, un amante infedele. Accade perfino che la Mafia imponga i servi ed i fornitori ad una famiglia nuova.

Allorché uno de' suoi cade in mano alla giustizia, la Mafia mette ogni cosa in opera per salvarlo. L'istruzione è resa difficile, forviata con false testimonianze, lettere anonime, articoli di giornali. Se l'amico è mandato alle Assise, si procura subito di conoscere i nomi dei giurati; gli si fa sapere che l'accusato è innocente, che è padre di famiglia, che il carcere preventivo lo riduce in miseria, che è vittima delle manovre de' suoi nemici. A ciò si aggiunge che egli ha molti e possenti amici pronti ad aiutarlo col loro denaro, e a vendicarlo se sarà il caso, amici vicini e lontani, e, insomma, disposti a tutto. È evidente che i giurati si lasciano facilmente convincere da quest'ultimo argomento. La Mafia ha dato esempi terribili a questo proposito: dei giudici sono stati uccisi, l'indomani di un verdetto, di giorno, in mezzo alla città.

 

 

Prima pagina ------------------------- I viaggiatori e la mafia