Viaggiatori in Sicilia nel primo Ottocento

di Carlo Ruta


Con i viaggi degli anni settanta e ottanta, il secolo dei lumi ha mutato di fatto l'immagine dell'isola. Senza nulla togliere agli scambi delle culture e alla varietà dei transiti civili. Viene perciò difficile ai visitatori dell'Ottocento fuoriuscire dagli alvei indicati. Quei rapporti, esito di una congiuntura provvida nei corsi del Grand Tour, vengono assunti invero come modelli negli ambienti colti di tutto il continente. A Brydone ricorre Stendhal nell'apprendere i caratteri dei siciliani, mentre prorompe dopo le uscite a spizzichi la Reise goethiana. E a suggellare la stima sono certo le consonanze nodali fra quei voyageurs, che hanno dovuto fare i conti invece con una varietà di fonti: dai classici dell'antichità ai Fazello, Massa e Mongitore; dalle note di Cluverio e D'Ourville alle cartografie di Braun e Honenberg; dalle immagini seicentesche di una Sicilia adombrata dalle insidie ai passa parola delle capitali.

Da quei resoconti, corroborati dalle immagini dei vedutisti, viene l'idea di un paese multiplo, essenzialmente trino, destinato a superare di netto le tappe neoclassiche e romantiche, dopo avervi convissuto. Si pone da un lato la Sicilia delle eredità antiche, dall'altro l'isola-laboratorio geologico, infine la terra pittoresca dei vulcani, dei paesaggi immensi, della natura abbacinata. E da quella cesura, prende le mosse il contatto ottocentesco, nel segno duplice della continuità e del nuovo. Mentre si affinano i metodi dell'archeologia e si completa la divisione delle scienze. Nella consacrazione di quel lascito, all'imbocco conclusivo del moderno, decisiva rimane comunque l'autorità di Goethe, che diviene peraltro la prima fonte dei germanici in Sicilia. Già si avverte in realtà quel che dirà agli inizi del Novecento lo scrittore Hugo von Hofmannsthal: "Non v'è tedesco che, nel toccare il suolo di quest'isola, non trovi nel genio di Goethe un inseparabile compagno".

Nel tour siciliano di inizio secolo non sono comunque indifferenti le tensioni in Europa. Con lo scoppio delle guerre napoleoniche l'isola finisce come è noto sotto la tutela degli inglesi, con evidenti beneficî per i Borbone di Napoli, che nel 1806 riparano a Palermo. Nei resoconti dell'epoca è perciò significativa la presenza dei comandi d'Oltremanica, volta per lo più allo scientifico e con esiti talora di rilievo. Come nel caso del capitano William Henry Smith, autore di una indagine idro-geografica da cui trae spunto l'ufficio topografico di Napoli, nel 1826, per la compilazione della carta generale dell'isola. La presenza militare e diplomatica degli inglesi, oltre ai comuni scambi mercantili, agevola nondimeno il turismo degli studi: come quello praticato dal geologo Bellas Greenoug, dall'esperto di statistica Wright Vaughan, dall'economista Blaquiere, dagli architetti Gally Knight e Goldicutt. Mentre riceve slancio il viaggio d'evasione, che vede partecipi, con altri elementi dell'aristocrazia britannica, il duca di Buckingham, il marchese Ormonde e il teologo Newmann.

I visitatori del primo Ottocento, recanti alle spalle l'epica della "scoperta" siciliana, giocano in definitiva una parte precipua: quella di indicare l'uso possibile delle eredità, che evocano templi e latomie, catacombe e anfiteatri, alberi mitici e vulcani. È con loro che si definisce invero il carattere binario del viaggio al sud, vissuto e letterario, aperto al confronto con la terra in sé e, non importa quanto avvertito e dichiarato, con la parola dei Voyages. Mentre si gode degli incentivi e dei punti di veduta dell'epoca romantica. A loro spettano la promozione del dettaglio, le scremature eventuali, la ricerca del riscontro. Il canovaccio siciliano, che nel tardo Settecento appariva fatalmente mosso, è in definitiva pronto a servire l'industria del turismo già alle porte.

L'isola delle grecità rimane in particolare tema di un pressante riepilogo, e il contatto con le città si rinsalda sulle radici classiche, in un andirivieni fra topografia e storia. Mentre si concede un certo riguardo ai lasciti medievali, come è nello spirito dell'epoca. Gli esiti restano varî beninteso: dall'enfasi che scivola nel falso alla delusione del presente. Se nella temperie napoleonica Paul-Louis Courier, chiuso nel sogno dell'antico, si accende per Siracusa, preferendola a Parigi, pure risolti nella grecità sono i luoghi visitati nel '41 dal visconte de Marcellus. Agira evoca infatti lo storico Diodoro. Adernò richiama la leggenda dei cento cani di Adranus, che attirò già Brydone e Houel. La città aretusea rimane ovviamente la Pentapoli. In altri diari risalta invece la visione del contrasto, che reca un punto fermo nelle note goethiane. A onta delle memorie classiche, che nel '29 lo portano in Sicilia, l'assiano Friedrich Hessemer non tace il suo sconcerto per Selinunte e Siracusa. E impressioni simili riceve il francese Denis-Dominique Farjasse, che raffigura come una tomba l'isola di Ortigia. Mentre il filosofo americano Emerson, ugualmente sedotto dall'antica capitale, rende una cifra emblematica al degrado del presente.

Nodale nella scelta degli itinerari e in larga misura consonante rimane poi il contatto con la natura, che pure presenta una varietà di toni: dalle ombrosità romantiche di Didier e del marchese di Foresta, alle tinte esotiche di Marcellus e Dumas. Anche qui si aggiorna peraltro la vocazione al mito, bene assunta da Hessemer che, quasi a ricomporre un noto aforisma goethiano, pensa all'Italia come a un gambo da cui si leva la pianta siciliana. Si ravvivano infine i motivi di coesione fra il paese fisico e la storia, come in Didier, fermo nell'accordare alle signorie del suolo il dramma delle rovine e le coralità dell'isola. Nel vaglio della natura, l'Etna resta comunque il motivo chiave, con i rilanci propri dell'epoca romantica. E a darne spunto, dalle pagine del Réné, è lo stesso Chateaubriand, che lascia un segno su quella generazione di "turisti". Con l'aiuto della geologia, le tre regioni vengono ripassate a iosa e ricondotte a una misura, sotto la guida di Mario Gemmellaro, vulcanologo di fama, divenuto intanto l'erede di Recupero. Mentre si consolida il tema mitologico, giocato ancora fra il Mediterraneo e il nord, fra la Torre del filosofo e il Castagno dei cento cavalieri.

Prende a slargarsi nondimeno la nozione del passato, con il graduale recupero del medioevo arabo e normanno. Monumenti che venivano prima omessi, o menzionati solo perché parti di un insieme, e motivo al più di una vaga meraviglia, possono godere adesso di una indagine minuta, che li ricolloca di fatto nella topografia del senso. Senza nulla togliere al movente originario delle grecità. Il richiamo della Sicilia classica non impedisce al Marcellus di vagliare a fondo, riguardo a Palermo, la cattedrale e il Cassaro, la Martorana e la cappella Palatina, o di posare lo sguardo sulla Vicaria, che cala già come una ipoteca sulla città "felice". E similmente, a fascinare Didier non sono solo le rovine dell'antichità, ma pure il gotico dei chiostri e ancora più i castelli: l'Ursino di Catania, il normanno di Cefalù, quello dei conti modicani. È chiaro peraltro il ginevrino nel rendere il passato greco e medievale in un tempo indivisibile di eroismi e civiltà. Si tratta beninteso di un cammino impervio, quando a soverchiare sono le ragioni del ripetere, che recano un emblema nelle note di Dumas. Quelle aggiunte animano però il quadro siciliano, dando conto di un iter possibile. E in tal senso, come un lascito rilevante in sé ma laterale per destino, si fissano nel Tour.

Seppure con tonalità diverse, reggono invece le censure sul barocco, non importa quanto denso e misurato. L'epoca ribocca invero di motivi classici, da visuali che sempre più saldano alla filologia il sentire: come testimoniano gli inni alle rovine dei romantici. E gl'inserimenti gotici aiutano in fondo a comporre il circolo, nel segno dell'austerità e alla volta della storia. Nessun favore può essere accordato allora a un'arte che evoca l'insolenza e lo sberleffo. Ma, come già nel Settecento, è nelle cose un recupero "minore" quando lo sguardo cade sull'insieme. Continua a piacere il disegno di Palermo e l'Ottangolo anzitutto, da cui si stendono la via Maqueda e il Cassaro, cardini della città barocca. Si rinnova la stima per il centro catanese, che all'inglese William Light ispira in Australia la pianta di Adelaide. Si aggiorna il richiamo del festino: reso con enfasi da non pochi viaggiatori, a partire da Marcellus e Dumas. E il senso resta quello di una nemesi, se si considera che è in quei canoni "ribelli" il fine di sorprendere, con un uso adeguato della scena.

In definitiva, mentre aumentano via via i motivi in campo, restano aperti i dissidi del secolo dei lumi: che risaltano in quei visitatori quando, vòlti al capolinea dell'iperbole, calcano la villa dei Gravina Alliata. Assunta come luogo dell'insania, la dimora bagherese diviene dopo Reidesel un tema d'obbligo del viaggio siciliano, in un misto di rigetto e seduzioni. Brydone la fugge con orrore. Houel ne accusa l'incantesimo. Goethe ne ricerca con malanimo le chiavi. Per tutti è comunque un balzo oltre confine, in cui domina il movente della sfida. E con toni simili la villa dei mostri giunge all'imbocco dell'epoca romantica. Marcellus ne conferma in fondo l'attrattiva, notando beninteso che nessuno l'ha mai lasciata senza maledirla. Farjasse vi indugia, marcandone l'osceno. Ma come testimonia la rinunzia di Dumas e altri, la prova palagoniana è destinata a declinare. Il secolo, positivo e decadente, finirà con lo sfumare il gioco: accordando un ruolo pure ai demonî che popolavano lo sfondo. Dopo Hoffmann e Goya verranno i maledetti e gli esteti dell'assenzio, i misteri alla Sue, il sottosuolo dei russi, le ombre di Odilon. La villa bagherese perderà allora ogni aura di emblema. Mentre meglio s'intonerà alle curiosità del tempo la cripta dei cappuccini di Palermo, di cui nel volgere del secolo verrà da Maupassant forse l'immagine più densa, nei modi di una metafora noir.

Fatti salvi i ritocchi necessari, in quei decenni si consolida comunque la mappa siciliana, che con le dovute marcature viene ripresa dagli autori delle guide. Nel computo delle grecità, restano nodali le tappe di Segesta e Selinunte, come la sosta ad Agrigento e Taormina: di là delle valutazioni sul presente. E a onta della deviazione goethiana, che ritorna peraltro in Tocqueville, si aggiornano i temi dell'antica Siracusa, che per volontà di Gabriele Iudica e Saverio Landolina reca adesso la sponda di un museo. Scoperta dal secondo nel 1804, la Venere esercita invero un suo richiamo, corroborato via via dal fervore dei diaristi: dal conte di Forbin che la trova superiore alla Venere dei Medici, al Gourbillon che pensa sia l'espressione massima del bello. È irrinunziabile poi la sosta nelle città maggiori, dove i regî custodi non possono rimuovere l'eredità di Torremuzza e del principe di Biscari. In crescita per abitanti e base naturale delle ascese etnee, Catania conferma le sue attrattive, che recano un cardine nel museo di Paternò Castello nel palazzo alla Marina. Mentre Messina, sanate le lesioni del 1783, si ripone in gioco coi lussi della via Ferdinandea e gli alberghi di tipo europeo: come il Russia e il Gran Bretagna, che a uso dei visitatori dispongono pure di corrieri. Palermo conserva infine una sorta di primato, meglio adattandosi alle mire dei "turisti", che alloggiano di norma all'Albion e all'Hòtel de France. Il festino non gode beninteso dei fasti del passato, quando aiutava a comporre le contese fra baroni e viceré, ma si rinnovano le curiosità: per villa Giulia e la Marina, l'orto botanico e lo Steri, le collezioni di Gabriele Lancillotto e dei Trabia. Benché sia sempre più evidente ai visitatori lo sconcio delle povertà, che nel 1837 erompono in colera.

Resta per lo più evitato invece l'interno siciliano, e quello degli Erei in particolare, per le ragioni che hanno dissuaso i viaggiatori illuministi: sebbene vadano ad affievolirsi le voci che lo vogliono tenuto dai banditi. Sia il Nisseno sia l'entroterra di Girgenti risultano carenti invero di motivi classici, oltre che di locande e rotabili moderne. A onta delle loro varietà, non sono assimilati poi all'idea del pittoresco, evocando di più lo zolfo e le miniere. Coloro che sulla scia di Goethe li percorrono, come Tocqueville, insistono infine a segnalarne le resistenze feudali. Solo dalla metà del secolo qualcosa muterà, quando, con l'avallo dei baedeker, si guarderà a essi come a un ineludibile risvolto. Ne sarà irretita allora una vittoriana esigente come Emily Lowe, mentre la conterranea Francis Elliot si stupirà dell'indole civile dei nisseni. E l'avvento della ferrovia sarà risolutivo. Dopo le denunzie di Norman Douglas sul carusato, verrà comunque Maupassant a ribadire il sinistro di quel "reame", con note che rasentano suo malgrado la poesia.

In tale quadro Castrogiovanni, la Enna di oggi, potrebbe aprire una variante, in virtù della sua storia e di scenari garantiti da cronisti di ogni epoca. Diversamente da Agrigento e Siracusa resta nondimeno ai margini del Tour. E l'inespresso delle grecità ne è certo una ragione: fatti salvi alcuni ruderi di bagni e pochi ritrovamenti qui e là. Come ha già documentato Houel, non lascia tracce il tempio di Cerere, vantato da Diodoro e Cicerone, né quello di Persefone: serviti per le fortificazioni medievali. Il lago di Pergusa insiste invece a richiamare il mito, benché il suo fascino resti nominale per le nocività del luogo. Chi traversa quegli Erei è indotto comunque a rallentare e meditare, come Marcellus, che vuol sostare ad Agira, città natale di Diodoro. Mentre si rivaluta la tappa di Centuripe, e si è già alle falde etnee, dove ha scavato a lungo Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari. In definitiva, a quella frontiera si guarda con rispetto: come vogliono gli autori delle guide, e in particolare Jeanne Power, che alla città di Euno e alla natura di Piazza dedica pagine decise. Nell'attesa che riappaiano Morgantina e la villa romana del casale, vivida si mostra in ogni modo la Enna medievale, coi vicoli lombardi, il duomo, la rocca di Manfredi che soverchia l'antico perimetro murario. E da tali evidenze è mosso Charles Didier quando, diretto a Palermo, rompe a Santo Stefano di Camastra il transito costiero per rientrare poi a Cefalù.

Il Val di Noto, infine. Malgrado gl'inviti di Saverio Landolina e Paternò Castello, nell'arco lungo della "scoperta" siciliana lo si è evitato con intenzione, traversato di fretta, in definitiva poco valutato. Con l'eccezione beninteso del centro aretuseo. Sebbene non sia mancato un corso laterale, pure indotto dalla lettura del Cluverio e del Fazello, che con zelo hanno rimarcato i caratteri dei luoghi e la densità dei siti greci lungo il tratto da Agrigento a Siracusa. E a darne conto sono in particolare i Voyages di Houel, Denon e Dolomieu. Con le dovute correzioni, il deficit si aggiorna comunque nel secolo che segue. Sull'onda delle citazioni di Torremuzza e del Biscari, Camarina acquista sì valore negli studi ma i suoi residui di tempio, le tracce di mura e le tombe rupestri non giungono a sedurre: mentre è usuale recarsi al museo catanese per vagliare le terrecotte e le monete di quel sito. Né bastano una colonna corinzia e qualche avanzo a rendere attraente Terranova, che rivendica allora con Licata l'origine gelese. La minore evidenza delle grecità è un problema invero, come lo è già, favorita dai silenzi, la predazione dell'antico. Benché non manchino in quei decenni le scoperte che richiamano agli stranieri le virtualità dell'area. E la maggiore, firmata da Gabriele
Iudica, è quella di Akrai, accanto a Palazzolo.

Seppure con difficoltà, si sta componendo il bozzolo da cui verranno le indagini del secolo maturo, come quelle di Schübring e di Holm. Ma in altri versanti si avverte il fermento che porterà a un ricalcolo dell'area. Con scrupolo si comincia a guardare alla fisionomia dei siti e in particolare alle fertilità del suolo, marcate già nel secolo passato da annali di studio e dal ragguaglio topografico di Amico. Sono le risorse della terra ad attirare nel Vallo, per conto di Napoli, l'economista Balsamo e il consigliere del re Donati. E le medesime ispirano nel 1812 un rapporto alla società dei Georgofili di Domenico Sestini, che al seguito del Biscari ha dimorato a lungo nel sud-est, diviso fra i vitigni vittoriesi e Camarina. Si tratta certo di opinioni sparse, che finiranno però col soverchiare l'immagine buia che i viaggiatori illuministi hanno ereditato dai pellegrini seicenteschi: complici pure le angustie feudali. Non mancano peraltro gli agganci produttivi, come testimonia l'impiego degli Ingham nelle vigne dell'Ippari, su una via che presto si aprirà ai Florio. Restando ai bordi delle curiosità, tutto questo non muta comunque l'ordine del tour.

Nelle logiche del moderno, altri fattori intanto muovono la scena. Prima ancora che si accenda l'età positiva, la conoscenza dell'isola viene avocata da ricercatori di ogni provenienza, sospinti pure loro dalle fonti di fine secolo, ma più motivati a ritoccarne gli esiti. Senza nulla togliere alle facoltà dei siciliani: fra cui spiccano agli snodi dell'archeologia Serradifalco e Cavallari. In definitiva, fra le scienze e i viaggi si riapre il gioco, mentre si anima lo specialismo e con più fatica gli uomini di studi si distolgono dal ruolo. Harris e Angell legano il loro nome a Selinunte. Cockerell e von Klenze ad Agrigento. Letronne, Göller e Boettinger a Siracusa. La storia antica richiama Ebert, Nougaret, Raoul-Rochette, Brunet de Presle. La numismatica, Mionnet. Sui monumenti scrivono Wilkins e Gärtner. Sulle architetture Hittorff e Zanth, cui si deve il recupero del teatro di Segesta. Si tratta beninteso dei nomi di spicco, dinanzi ai quali, come avverte Adolf Holm nella seconda metà del secolo, i notisti di viaggio aggiungono ormai poco. E il medesimo rilievo vale per la geologia, che occupa a più livelli Daubeny e Brunner, e sul versante etneo Waltershausen e Beaumont. Tali apporti finiscono allora con il rilanciare e disporre meglio alla durata i temi del Grand Tour: di là dei fini, consoni a un'epoca che tiene ai confini dei saperi.

Quando sulla scia di Scrofani e altri si ravviva la "scoperta" della Grecia, che impegna letterati come Twain, Melville e con decisione Marcellus, "padre" della Venere di Milo, cede comunque il senso epico della conoscenza siciliana. Senza nulla togliere al lascito degli illuministi, che resta un vincolo nodale. Sono vari beninteso i modi di spendere le eredità: con inventiva o noia, rimarcando la fisicità o il mito. Ma di là dal tono letterario e dalle ragioni è inevitabile la perdita di ruolo. Le cesure della storia, risolutive in ultimo, non consentono peraltro che valga la normalità di prima, quando la conoscenza dell'isola era divisa fra pellegrini e militari, diplomatici e mercanti, eruditi e cartografi, banchieri e marinai. In realtà, altre fonti "autentiche" si preparano a imprimere l'abbrivo: le inchieste ufficiali, i rapporti di polizia, la stampa, l'indagine sociale. E il viaggio siciliano, che nel secolo dei lumi ha debordato in forma di racconto, deve riadeguarsi agli incomodi di un conoscere discreto.

 

Tratto da Viaggiatori in Sicilia nel primo Ottocento di Carlo Ruta, Edi.bi.si., Messina 1999.

 

Prima pagina