Viaggiatori in Sicilia nel primo Ottocento di Carlo Ruta
Da
quei resoconti, corroborati dalle immagini dei vedutisti, viene l'idea di un paese
multiplo, essenzialmente trino, destinato a superare di netto le tappe neoclassiche
e romantiche, dopo avervi convissuto. Si pone da un lato la Sicilia delle eredità
antiche, dall'altro l'isola-laboratorio geologico, infine la terra pittoresca
dei vulcani, dei paesaggi immensi, della natura abbacinata. E da quella cesura,
prende le mosse il contatto ottocentesco, nel segno duplice della continuità
e del nuovo. Mentre si affinano i metodi dell'archeologia e si completa la divisione
delle scienze. Nella consacrazione di quel lascito, all'imbocco conclusivo del
moderno, decisiva rimane comunque l'autorità di Goethe, che diviene peraltro
la prima fonte dei germanici in Sicilia. Già si avverte in realtà
quel che dirà agli inizi del Novecento lo scrittore Hugo von Hofmannsthal:
"Non v'è tedesco che, nel toccare il suolo di quest'isola, non trovi
nel genio di Goethe un inseparabile compagno". Nel
tour siciliano di inizio secolo non sono comunque indifferenti le tensioni in
Europa. Con lo scoppio delle guerre napoleoniche l'isola finisce come è
noto sotto la tutela degli inglesi, con evidenti beneficî per i Borbone
di Napoli, che nel 1806 riparano a Palermo. Nei resoconti dell'epoca è
perciò significativa la presenza dei comandi d'Oltremanica, volta per lo
più allo scientifico e con esiti talora di rilievo. Come nel caso del capitano
William Henry Smith, autore di una indagine idro-geografica da cui trae spunto
l'ufficio topografico di Napoli, nel 1826, per la compilazione della carta generale
dell'isola. La presenza militare e diplomatica degli inglesi, oltre ai comuni
scambi mercantili, agevola nondimeno il turismo degli studi: come quello praticato
dal geologo Bellas Greenoug, dall'esperto di statistica Wright Vaughan, dall'economista
Blaquiere, dagli architetti Gally Knight e Goldicutt. Mentre riceve slancio il
viaggio d'evasione, che vede partecipi, con altri elementi dell'aristocrazia britannica,
il duca di Buckingham, il marchese Ormonde e il teologo Newmann. I
visitatori del primo Ottocento, recanti alle spalle l'epica della "scoperta"
siciliana, giocano in definitiva una parte precipua: quella di indicare l'uso
possibile delle eredità, che evocano templi e latomie, catacombe e anfiteatri,
alberi mitici e vulcani. È con loro che si definisce invero il carattere
binario del viaggio al sud, vissuto e letterario, aperto al confronto con la terra
in sé e, non importa quanto avvertito e dichiarato, con la parola dei Voyages.
Mentre si gode degli incentivi e dei punti di veduta dell'epoca romantica. A loro
spettano la promozione del dettaglio, le scremature eventuali, la ricerca del
riscontro. Il canovaccio siciliano, che nel tardo Settecento appariva fatalmente
mosso, è in definitiva pronto a servire l'industria del turismo già
alle porte. L'isola
delle grecità rimane in particolare tema di un pressante riepilogo, e il
contatto con le città si rinsalda sulle radici classiche, in un andirivieni
fra topografia e storia. Mentre si concede un certo riguardo ai lasciti medievali,
come è nello spirito dell'epoca. Gli esiti restano varî beninteso:
dall'enfasi che scivola nel falso alla delusione del presente. Se nella temperie
napoleonica Paul-Louis Courier, chiuso nel sogno dell'antico, si accende per Siracusa,
preferendola a Parigi, pure risolti nella grecità sono i luoghi visitati
nel '41 dal visconte de Marcellus. Agira evoca infatti lo storico Diodoro. Adernò
richiama la leggenda dei cento cani di Adranus, che attirò già Brydone
e Houel. La città aretusea rimane ovviamente la Pentapoli. In altri diari
risalta invece la visione del contrasto, che reca un punto fermo nelle note goethiane.
A onta delle memorie classiche, che nel '29 lo portano in Sicilia, l'assiano Friedrich
Hessemer non tace il suo sconcerto per Selinunte e Siracusa. E impressioni simili
riceve il francese Denis-Dominique Farjasse, che raffigura come una tomba l'isola
di Ortigia. Mentre il filosofo americano Emerson, ugualmente sedotto dall'antica
capitale, rende una cifra emblematica al degrado del presente. Nodale
nella scelta degli itinerari e in larga misura consonante rimane poi il contatto
con la natura, che pure presenta una varietà di toni: dalle ombrosità
romantiche di Didier e del marchese di Foresta, alle tinte esotiche di Marcellus
e Dumas. Anche qui si aggiorna peraltro la vocazione al mito, bene assunta da
Hessemer che, quasi a ricomporre un noto aforisma goethiano, pensa all'Italia
come a un gambo da cui si leva la pianta siciliana. Si ravvivano infine i motivi
di coesione fra il paese fisico e la storia, come in Didier, fermo nell'accordare
alle signorie del suolo il dramma delle rovine e le coralità dell'isola.
Nel vaglio della natura, l'Etna resta comunque il motivo chiave, con i rilanci
propri dell'epoca romantica. E a darne spunto, dalle pagine del Réné,
è lo stesso Chateaubriand, che lascia un segno su quella generazione di
"turisti". Con l'aiuto della geologia, le tre regioni vengono ripassate
a iosa e ricondotte a una misura, sotto la guida di Mario Gemmellaro, vulcanologo
di fama, divenuto intanto l'erede di Recupero. Mentre si consolida il tema mitologico,
giocato ancora fra il Mediterraneo e il nord, fra la Torre del filosofo e il Castagno
dei cento cavalieri. Prende
a slargarsi nondimeno la nozione del passato, con il graduale recupero del medioevo
arabo e normanno. Monumenti che venivano prima omessi, o menzionati solo perché
parti di un insieme, e motivo al più di una vaga meraviglia, possono godere
adesso di una indagine minuta, che li ricolloca di fatto nella topografia del
senso. Senza nulla togliere al movente originario delle grecità. Il richiamo
della Sicilia classica non impedisce al Marcellus di vagliare a fondo, riguardo
a Palermo, la cattedrale e il Cassaro, la Martorana e la cappella Palatina, o
di posare lo sguardo sulla Vicaria, che cala già come una ipoteca sulla
città "felice". E similmente, a fascinare Didier non sono solo
le rovine dell'antichità, ma pure il gotico dei chiostri e ancora più
i castelli: l'Ursino di Catania, il normanno di Cefalù, quello dei conti
modicani. È chiaro peraltro il ginevrino nel rendere il passato greco e
medievale in un tempo indivisibile di eroismi e civiltà. Si tratta beninteso
di un cammino impervio, quando a soverchiare sono le ragioni del ripetere, che
recano un emblema nelle note di Dumas. Quelle aggiunte animano però il
quadro siciliano, dando conto di un iter possibile. E in tal senso, come un lascito
rilevante in sé ma laterale per destino, si fissano nel Tour. Seppure
con tonalità diverse, reggono invece le censure sul barocco, non importa
quanto denso e misurato. L'epoca ribocca invero di motivi classici, da visuali
che sempre più saldano alla filologia il sentire: come testimoniano gli
inni alle rovine dei romantici. E gl'inserimenti gotici aiutano in fondo a comporre
il circolo, nel segno dell'austerità e alla volta della storia. Nessun
favore può essere accordato allora a un'arte che evoca l'insolenza e lo
sberleffo. Ma, come già nel Settecento, è nelle cose un recupero
"minore" quando lo sguardo cade sull'insieme. Continua a piacere il
disegno di Palermo e l'Ottangolo anzitutto, da cui si stendono la via Maqueda
e il Cassaro, cardini della città barocca. Si rinnova la stima per il centro
catanese, che all'inglese William Light ispira in Australia la pianta di Adelaide.
Si aggiorna il richiamo del festino: reso con enfasi da non pochi viaggiatori,
a partire da Marcellus e Dumas. E il senso resta quello di una nemesi, se si considera
che è in quei canoni "ribelli" il fine di sorprendere, con un
uso adeguato della scena. In
definitiva, mentre aumentano via via i motivi in campo, restano aperti i dissidi
del secolo dei lumi: che risaltano in quei visitatori quando, vòlti al
capolinea dell'iperbole, calcano la villa dei Gravina Alliata. Assunta come luogo
dell'insania, la dimora bagherese diviene dopo Reidesel un tema d'obbligo del
viaggio siciliano, in un misto di rigetto e seduzioni. Brydone la fugge con orrore.
Houel ne accusa l'incantesimo. Goethe ne ricerca con malanimo le chiavi. Per tutti
è comunque un balzo oltre confine, in cui domina il movente della sfida.
E con toni simili la villa dei mostri giunge all'imbocco dell'epoca romantica.
Marcellus ne conferma in fondo l'attrattiva, notando beninteso che nessuno l'ha
mai lasciata senza maledirla. Farjasse vi indugia, marcandone l'osceno. Ma come
testimonia la rinunzia di Dumas e altri, la prova palagoniana è destinata
a declinare. Il secolo, positivo e decadente, finirà con lo sfumare il
gioco: accordando un ruolo pure ai demonî che popolavano lo sfondo. Dopo
Hoffmann e Goya verranno i maledetti e gli esteti dell'assenzio, i misteri alla
Sue, il sottosuolo dei russi, le ombre di Odilon. La villa bagherese perderà
allora ogni aura di emblema. Mentre meglio s'intonerà alle curiosità
del tempo la cripta dei cappuccini di Palermo, di cui nel volgere del secolo verrà
da Maupassant forse l'immagine più densa, nei modi di una metafora noir. Fatti salvi i
ritocchi necessari, in quei decenni si consolida comunque la mappa siciliana,
che con le dovute marcature viene ripresa dagli autori delle guide. Nel computo
delle grecità, restano nodali le tappe di Segesta e Selinunte, come la
sosta ad Agrigento e Taormina: di là delle valutazioni sul presente. E
a onta della deviazione goethiana, che ritorna peraltro in Tocqueville, si aggiornano
i temi dell'antica Siracusa, che per volontà di Gabriele Iudica e Saverio
Landolina reca adesso la sponda di un museo. Scoperta dal secondo nel 1804, la
Venere esercita invero un suo richiamo, corroborato via via dal fervore dei diaristi:
dal conte di Forbin che la trova superiore alla Venere dei Medici, al Gourbillon
che pensa sia l'espressione massima del bello. È irrinunziabile poi la
sosta nelle città maggiori, dove i regî custodi non possono rimuovere
l'eredità di Torremuzza e del principe di Biscari. In crescita per abitanti
e base naturale delle ascese etnee, Catania conferma le sue attrattive, che recano
un cardine nel museo di Paternò Castello nel palazzo alla Marina. Mentre
Messina, sanate le lesioni del 1783, si ripone in gioco coi lussi della via Ferdinandea
e gli alberghi di tipo europeo: come il Russia e il Gran Bretagna, che a uso dei
visitatori dispongono pure di corrieri. Palermo conserva infine una sorta di primato,
meglio adattandosi alle mire dei "turisti", che alloggiano di norma
all'Albion e all'Hòtel de France. Il festino non gode beninteso dei fasti
del passato, quando aiutava a comporre le contese fra baroni e viceré,
ma si rinnovano le curiosità: per villa Giulia e la Marina, l'orto botanico
e lo Steri, le collezioni di Gabriele Lancillotto e dei Trabia. Benché
sia sempre più evidente ai visitatori lo sconcio delle povertà,
che nel 1837 erompono in colera. Resta
per lo più evitato invece l'interno siciliano, e quello degli Erei in particolare,
per le ragioni che hanno dissuaso i viaggiatori illuministi: sebbene vadano ad
affievolirsi le voci che lo vogliono tenuto dai banditi. Sia il Nisseno sia l'entroterra
di Girgenti risultano carenti invero di motivi classici, oltre che di locande
e rotabili moderne. A onta delle loro varietà, non sono assimilati poi
all'idea del pittoresco, evocando di più lo zolfo e le miniere. Coloro
che sulla scia di Goethe li percorrono, come Tocqueville, insistono infine a segnalarne
le resistenze feudali. Solo dalla metà del secolo qualcosa muterà,
quando, con l'avallo dei baedeker, si guarderà a essi come a un ineludibile
risvolto. Ne sarà irretita allora una vittoriana esigente come Emily Lowe,
mentre la conterranea Francis Elliot si stupirà dell'indole civile dei
nisseni. E l'avvento della ferrovia sarà risolutivo. Dopo le denunzie di
Norman Douglas sul carusato, verrà comunque Maupassant a ribadire il sinistro
di quel "reame", con note che rasentano suo malgrado la poesia. In tale quadro
Castrogiovanni, la Enna di oggi, potrebbe aprire una variante, in virtù
della sua storia e di scenari garantiti da cronisti di ogni epoca. Diversamente
da Agrigento e Siracusa resta nondimeno ai margini del Tour. E l'inespresso delle
grecità ne è certo una ragione: fatti salvi alcuni ruderi di bagni
e pochi ritrovamenti qui e là. Come ha già documentato Houel, non
lascia tracce il tempio di Cerere, vantato da Diodoro e Cicerone, né quello
di Persefone: serviti per le fortificazioni medievali. Il lago di Pergusa insiste
invece a richiamare il mito, benché il suo fascino resti nominale per le
nocività del luogo. Chi traversa quegli Erei è indotto comunque
a rallentare e meditare, come Marcellus, che vuol sostare ad Agira, città
natale di Diodoro. Mentre si rivaluta la tappa di Centuripe, e si è già
alle falde etnee, dove ha scavato a lungo Ignazio Paternò Castello, principe
di Biscari. In definitiva, a quella frontiera si guarda con rispetto: come vogliono
gli autori delle guide, e in particolare Jeanne Power, che alla città di
Euno e alla natura di Piazza dedica pagine decise. Nell'attesa che riappaiano
Morgantina e la villa romana del casale, vivida si mostra in ogni modo la Enna
medievale, coi vicoli lombardi, il duomo, la rocca di Manfredi che soverchia l'antico
perimetro murario. E da tali evidenze è mosso Charles Didier quando, diretto
a Palermo, rompe a Santo Stefano di Camastra il transito costiero per rientrare
poi a Cefalù. Il
Val di Noto, infine. Malgrado gl'inviti di Saverio Landolina e Paternò
Castello, nell'arco lungo della "scoperta" siciliana lo si è
evitato con intenzione, traversato di fretta, in definitiva poco valutato. Con
l'eccezione beninteso del centro aretuseo. Sebbene non sia mancato un corso laterale,
pure indotto dalla lettura del Cluverio e del Fazello, che con zelo hanno rimarcato
i caratteri dei luoghi e la densità dei siti greci lungo il tratto da Agrigento
a Siracusa. E a darne conto sono in particolare i Voyages di Houel, Denon e Dolomieu.
Con le dovute correzioni, il deficit si aggiorna comunque nel secolo che segue.
Sull'onda delle citazioni di Torremuzza e del Biscari, Camarina acquista sì
valore negli studi ma i suoi residui di tempio, le tracce di mura e le tombe rupestri
non giungono a sedurre: mentre è usuale recarsi al museo catanese per vagliare
le terrecotte e le monete di quel sito. Né bastano una colonna corinzia
e qualche avanzo a rendere attraente Terranova, che rivendica allora con Licata
l'origine gelese. La minore evidenza delle grecità è un problema
invero, come lo è già, favorita dai silenzi, la predazione dell'antico.
Benché non manchino in quei decenni le scoperte che richiamano agli stranieri
le virtualità dell'area. E la maggiore, firmata da Gabriele Seppure
con difficoltà, si sta componendo il bozzolo da cui verranno le indagini
del secolo maturo, come quelle di Schübring e di Holm. Ma in altri versanti
si avverte il fermento che porterà a un ricalcolo dell'area. Con scrupolo
si comincia a guardare alla fisionomia dei siti e in particolare alle fertilità
del suolo, marcate già nel secolo passato da annali di studio e dal ragguaglio
topografico di Amico. Sono le risorse della terra ad attirare nel Vallo, per conto
di Napoli, l'economista Balsamo e il consigliere del re Donati. E le medesime
ispirano nel 1812 un rapporto alla società dei Georgofili di Domenico Sestini,
che al seguito del Biscari ha dimorato a lungo nel sud-est, diviso fra i vitigni
vittoriesi e Camarina. Si tratta certo di opinioni sparse, che finiranno però
col soverchiare l'immagine buia che i viaggiatori illuministi hanno ereditato
dai pellegrini seicenteschi: complici pure le angustie feudali. Non mancano peraltro
gli agganci produttivi, come testimonia l'impiego degli Ingham nelle vigne dell'Ippari,
su una via che presto si aprirà ai Florio. Restando ai bordi delle curiosità,
tutto questo non muta comunque l'ordine del tour. Nelle
logiche del moderno, altri fattori intanto muovono la scena. Prima ancora che
si accenda l'età positiva, la conoscenza dell'isola viene avocata da ricercatori
di ogni provenienza, sospinti pure loro dalle fonti di fine secolo, ma più
motivati a ritoccarne gli esiti. Senza nulla togliere alle facoltà dei
siciliani: fra cui spiccano agli snodi dell'archeologia Serradifalco e Cavallari.
In definitiva, fra le scienze e i viaggi si riapre il gioco, mentre si anima lo
specialismo e con più fatica gli uomini di studi si distolgono dal ruolo.
Harris e Angell legano il loro nome a Selinunte. Cockerell e von Klenze ad Agrigento.
Letronne, Göller e Boettinger a Siracusa. La storia antica richiama Ebert,
Nougaret, Raoul-Rochette, Brunet de Presle. La numismatica, Mionnet. Sui monumenti
scrivono Wilkins e Gärtner. Sulle architetture Hittorff e Zanth, cui si deve
il recupero del teatro di Segesta. Si tratta beninteso dei nomi di spicco, dinanzi
ai quali, come avverte Adolf Holm nella seconda metà del secolo, i notisti
di viaggio aggiungono ormai poco. E il medesimo rilievo vale per la geologia,
che occupa a più livelli Daubeny e Brunner, e sul versante etneo Waltershausen
e Beaumont. Tali apporti finiscono allora con il rilanciare e disporre meglio
alla durata i temi del Grand Tour: di là dei fini, consoni a un'epoca che
tiene ai confini dei saperi. Quando
sulla scia di Scrofani e altri si ravviva la "scoperta" della Grecia,
che impegna letterati come Twain, Melville e con decisione Marcellus, "padre"
della Venere di Milo, cede comunque il senso epico della conoscenza siciliana.
Senza nulla togliere al lascito degli illuministi, che resta un vincolo nodale.
Sono vari beninteso i modi di spendere le eredità: con inventiva o noia,
rimarcando la fisicità o il mito. Ma di là dal tono letterario e
dalle ragioni è inevitabile la perdita di ruolo. Le cesure della storia,
risolutive in ultimo, non consentono peraltro che valga la normalità di
prima, quando la conoscenza dell'isola era divisa fra pellegrini e militari, diplomatici
e mercanti, eruditi e cartografi, banchieri e marinai. In realtà, altre
fonti "autentiche" si preparano a imprimere l'abbrivo: le inchieste
ufficiali, i rapporti di polizia, la stampa, l'indagine sociale. E il viaggio
siciliano, che nel secolo dei lumi ha debordato in forma di racconto, deve riadeguarsi
agli incomodi di un conoscere discreto.
Tratto da Viaggiatori in Sicilia nel primo Ottocento di Carlo Ruta, Edi.bi.si., Messina 1999.
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