| | Storia
de "l'Ora" di
Antonio Vesco 1.
Breve storia del giornale dai Florio alla seconda guerra mondiale
1.1.
Perché venne fondato l'Ora Negli
ultimi anni dell'800, e nei primi del regno d'Italia, la borghesia produttiva
italiana si sviluppava per lo più al centro-nord, ma alcune famiglie di
grandi imprenditori fiorivano anche nel meridione, in particolare a Napoli. A
Palermo c'erano i Florio ormai da quasi un secolo. Le attività della famiglia
di imprenditori palermitani si estendevano a tutti i campi del commercio. Vincenzo
Florio, il capostipite, fondò nel 1840 l'omonima azienda produttrice di
vini, e fu il primo a commercializzare la produzione del marsala. Nel 1845 nacque
la compagnia di navigazione Florio. Alla fine dell'800 i Florio erano capitani
d'industria ben rappresentati in Parlamento, con un forte legame commerciale con
Inghilterra e Belgio e un'egemonia mondiale nel commercio marittimo. La vocazione
per l'arte e la cultura in generale faceva dei Florio una famiglia sì radicatissima
nel proprio territorio d'origine, ma tuttavia attenta alle correnti che attraversavano
l'Europa, da Parigi a Montecarlo all'Inghilterra del Liberty. Tutte le attività
che la famiglia intraprese vennero condotte al massimo delle dimensioni di mercato.
Tutte eccetto una, le banche. Una legge non scritta dei Savoia vietava ai Florio
di entrare nell'attività bancaria. Così si servirono sempre di banche
e banchieri del nord, pagando somme elevatissime per ogni servizio e ricevendo
un trattamento non sempre encomiabile sul piano etico. La vicinanza fra certe
banche e i circoli politici vicini ai Savoia fu alla base di quella che gli storici
chiamano "operazione strangolamento" a danno dei Florio. La costante
pressione dei banchieri del nord, l'ostilità delle leggi del governo, la
scomparsa dei vecchi quadri del gruppo dirigente degli azionisti, repubblicani
e socialisti, vicini ai Florio dai tempi delle camicie rosse: tutti fattori che
mettevano in pericolo le attività degli imprenditori palermitani. Del resto
la stessa politica interna del nuovo Stato unitario si fondava da un lato sulla
promozione del decollo industriale del nord del paese, e dall'altro sull'utilizzo
del meridione come serbatoio da cui trarre proventi fiscali e prodotti agroalimentari
a bassi costi [Francesco Saverio Nitti e Antonio Gramsci]. Gli interessi dei
Florio sembravano coincidere -con i dovuti distinguo- con quelli dell'intero meridione.
L'entrata in politica della famiglia avvenne in nome di un'ambizioso progetto,
il "Progetto Sicilia": una agricoltura moderna, attenta alla conservazione
dei prodoti locali; la risoluzione del problema sociale delle campagne (nuovi
patti agrari e colonia al posto della "metateria", costituzione di un
sistema di consorzio agrario, sviluppo delle affittanze collettive e delle cooperative
agricole); la creazione di un'industria mineraria basata sull'estrazione e sulla
trasformazione dello zolfo; e infine l'armamento navale. Per sostenere il progetto,
occorreva dar vita a una formazione che raccogliesse le componenti della proprietà
terriera siciliana sotto le bandiere della difesa degli interessi dell'isola.
E siccome la Sicilia era una regione prevalentemente agricola, il "partito"
dei Florio assunse le caratteristiche di una formazione agraria moderata, ma moderna
e in qualche modo riformatrice. Dall'altra parte si schierava un'altra borghesia,
quella mafiosa: una mafia rurale, caratterizzata in senso antisociale, contro
le affittanze collettive e in difesa del latifondo. Unico punto in comune fra
le due fazioni, il sicilianismo. Che per la mafia del feudo era però un
sicilianismo baronale, mai riformatore, né democratico. E'
in quest'ottica che va letta la fondazione del quotidiano l'Ora. Attenti alla
modernità, i Florio tentarono una rivolta "mediale", culturale,
dando vita ad un giornale che fosse al tempo stesso espressione delle esigenze
di tutto il meridione e punto di riferimento per gli intellettuali del mezzogiorno.
Il giornale fu la voce del "Progetto Sicilia". Si pose in difesa
degli interessi dell'isola, ma al servizio di personaggi ambigui. Il "mito"
dei Florio va infatti preso con le pinze. L'ascesa e il declino della famiglia
furono determinanti per la (infelice) storia economica dell'isola, e l'Ora non
era altro che uno strumento in questa direzione. "Quando nel '900 Ignazio
Florio fonda l'Ora ha scelto di avere voce nell'Italia che si avvia al giolittismo.
Non a caso il giornale di Florio, al contrario di altri giornali che esistevano
in Sicilia, era un giornale nazionale. L'Ora doveva rappresentarlo ed essere portavoce
di interessi finanziari e imprenditoriali precisi, in particolare quelli legati
agli interventi nel mondo della navigazione, alle sovvenzioni marittime. In un
certo senso era un giocattolo che permetteva ai Florio di pesare su Roma"(1).
E infatti il giornale seguì tutte le vicende della famiglia, l'opposizione
a Giolitti, la battaglia per le sovvenzioni marittime, la crisi dei Florio. 1.2.
22 aprile 1900 Il
primo numero dell'Ora venne stampato il 22 aprile 1900, con il sottotitolo di
"Corriere politico quotidiano della Sicilia". Ufficialmente ne era proprietario
il marchese Carlo di Rudinì, figlio dell'ex Presidente del Consiglio, ma
la maggior parte delle azioni erano state acquistate da Ignazio Florio, che ne
era anche finanziatore. Il nuovo giornale raccolse un immediato successo nei circoli
culturali liberali e radicali dell'allora "opposizione costituzionale"
di Roma e Napoli. Dai massimi esponenti del governo, l'Ora fu invece accolto con
preoccupazione. Il 6 aprile del 1900, prima che il giornale facesse la sua comparsa,
il Generale Pelloux, Presidente del Consiglio e Ministro dell'Interno, scrisse
al marchese Francesco De Seta Prefetto di Palermo, chiedendo informazioni sul
fatto che "fra pochi giorni uscirà a Palermo il nuovo giornale l'Ora.
Affermasi che sta fatto dai rudiniani con denari dei Florio. Il nuovo giornale
avrebbe carattere regionalista e di opposizione". Il primo numero presentava
un giornale dalla grafica moderna. Quattro fogli così strutturati: una
pagina di notizie dall'estero (per telegrafo, sfruttando i contatti che Ignazio
Florio aveva voluto con il resto d'Europa, e poi perfino con il Giappone), una
pagina di cronache dalla Sicilia e una di cronache italiane. In ultima pagina
un romanzo a puntate e la pubblicità locale. La direzione venne affidata
a Vincenzo Morello, fra i più autorevoli giornalisti politici italiani.
Prima di dirigere l'Ora, Morello aveva scritto sulla Tribuna di Roma, al tempo
il più diffuso giornale del centro-sud. Accanto a Morello, sulle colonne
dell'Ora scrissero Napoleone Colajanni, Francesco Saverio Nitti, Luigi Capuana,
Antonio Borgese e Rosso di San Secondo. Con lo pseudonimo di Rastignac, Morello
firmò il primo editoriale, definendo la linea politica del giornale: "Noi
chiamiamo a collaborare tutti i nostri lettori, tutto il pubblico del mezzogiorno
[
] in Italia vi sono alcune questioni sociali da risolvere. Le principali
sono soprattutto quelle regionali. Risolverle significa ristabilire l'equilibrio
delle funzioni politiche ed economiche, ristabilire l'ordine e l'armonia fra il
sentimento nazionale e gli interessi materiali, significa fare opera di equità
e di giustizia per mezza Italia che ormai sente troppo dolente il fianco piegato
e troppo ardente il desiderio di guarire"(2) . Un esempio concreto della
linea del nuovo giornale venne il primo marzo del 1901, quando a Palermo gli operai
dei Cantieri navali e della Fonderia Orotea scesero in piazza per uno sciopero
generale. Su ordine di Giolitti, i militari li affrontarono con una certa decisione.
Furono due giorni di scontri, sparatorie e arresti. Giolitti comunicò al
mondo politico nazionale che dietro i disordini di Palermo si celavano gli interessi
del più grande imprenditore meridionale. In un editoriale del giorno dopo
Rastignac prese le difese del suo editore: "Se Ignazio Florio avesse voluto
fare opera di semplice speculatore, avrebbe creato con mezzo milione un Cantiere
Navale a Siracusa, utilizzando quattro pali e quattro mura, avrebbe fatto meglio
così i suoi interessi, certamente meglio di come abbia fatto a Palermo,
buttando oltre tre milioni di lire nella realizzazione del Cantiere Navale [
]
Egli fu incoraggiato dal governo con la legge del 1896 a favore della Marina.
Ed invece, un anno dopo, comincia alla camera dei deputati, il movimento contro
la legge del 1896 cosicchè con quattro decreti reali i lavori per il Cantiere
navale di Palermo vennero rallentati [
] Ora in queste condizioni, se gli
operai restano sul lastrico e tumultuano nelle piazze, è di Florio la colpa?"(3)
. Nel febbraio del 1902 Morello tornò a scrivere sulla Tribuna, e a
dirigere l'Ora venne chiamato Medardo Riccio, giornalista politico di origine
sarda. 1.3. La
direzione Scarfoglio e il declino dei Florio Nel
1904 la società venne acquistata anche formalmente da Ignazio Florio, e
la quota di Rudinì venne sostituita con quella di un partner più
vicino alle posizioni dei Florio, ricchissimo imprenditore del settore dei mulini
e dei pastifici: Filippo Pecoraino. Il nuovo direttore del giornale fu Edoardo
Scarfoglio (fondatore e direttore de Il Mattino di Napoli). L'Ora divenne un giornale
di respiro europeo. In linea con gli interessi dei Florio vennero stipulati patti
di scambio di informazioni con Le Matin di Parigi, il Times di Londra e The Sun
di New York. Un corrispondente fisso venne inviato a Tokio e vennero creati uffici
di corrispondenza a Vienna e Berlino. In quegli anni, la pagina di cultura del
giornale si arrichì delle firme di Matilde Serao, moglie di Scarfoglio,
di Salvatore Di Giacomo e di Giovanni Verga. Nel 1907, Scarfoglio lasciò
l'Ora e la direzione passò al caporedattore Giuseppe Bellezza. Il giornale
mantenne però saldi rapporti con Il Mattino, e Matilde Serao divenne la
corrispondente dai grandi centri mondani europei, Parigi Nizza e Montecarlo. Sotto
la direzione di Tullio Giordana (1910) si giunse alla guerra di Libia. L'Ora si
schierò apertamente in favore dell'intervento militare. Il conflitto fu
un'occasione per il giornale (e per i suoi editori) per consolidare il proprio
prestigio europeo. I servizi del direttore e le foto del professor Urbani, primo
fotoreporter del giornalismo siciliano, furono sempre tempestivi e autorevoli,
e divennero la principale fonte di informazione degli altri giornali nazionali. Nel
1912 Florio cambiò ancora una volta il direttore, nominando Bonaretto Bonaretti.
Nel 1914, tuttavia, l'aumentare delle difficoltà economiche del gruppo
costrinsero Florio a cedere a Pecoraino la maggioranza delle azioni del giornale.
Un patto tra i due lasciò però al vecchio proprietario la prerogativa
di nominare i direttori. Si succedettero così alla direzione dell'Ora Francesco
Paolo Mulè, Alberto Cianca e Salvatore Tessitore (antifascista, arrivava
da Torino, dove insegnava Diritto Canonico ed ecclesiastico). Tessitore fu l'ultimo
direttore designato personalmente da Ignazio Florio, e rimase in carica fino al
1926. Durante la sua direzione il giornale fu soggetto alle intimidazioni delle
squadre del Regime. Tessitore mantenne ferma la posizione antifascista del giornale
e passò alla storia per aver pubblicato, primo giornale in Italia, il "memoriale
Rossi" (le confessioni dell'esponente fascista sulle responsabilità
di Mussolini nell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti). La posizione
antifascista di Tessitore si univa alle ragioni dell'antifascismo di Florio, in
totale dissenso con la politica economica del Regime: statalista, nemica del libero
mercato e poco aperta all'import-export. Dopo
la direzione Tessitore, la storia dell'Ora si separa definitivamente da quella
della dinastia Florio. L'editoria fu il primo settore dal quale essi uscirono. Il
giudizio storico sull'avventura dei Florio nell'editoria ricalca quello sul declino
della famiglia in tutti gli altri settori. Il disegno editoriale di Ignazio Florio
non ebbe successo così come il suo progetto politico. "Il giornale
non riuscì mai a decollare veramente, e il lento declino dell'impero Florio
fece il resto"(4) . 1.4.
Il fascismo La
famiglia Pecoraino aveva nel frattempo fondato a Roma la redazione de Il Mondo,
affidandone la direzione a Giovanni Amendola. In seguito all'attentato a Mussolini
di Bologna del 31 ottobre del 1926 sia l'Ora che Il Mondo vennero fatti chiudere
d'autorità dal Regime e l'intero patrimonio della famiglia Pecoraino venne
sequestrato. Nel gennaio del 1927, l'Ora riprese le pubblicazioni con il sottotitolo
di "Quotidiano fascista del Mediterraneo", sotto la direzione di Nicola
Pascazio, già redattore del mussoliniano Popolo d'Italia. Sotto il regime
il giornale di respiro europeo e mondiale voluto dai Florio venne "declassato"
a semplice quotidiano siciliano. Questa perdita di prestigio permise già
nel 1928 ai Pecoraino di riprendere le redini del giornale, che questa volta venne
affidato al direttore Nino Sofia (uno dei più anziani redattori) e al vicedirettore
Giovanni Filippone. Intorno a Sofia si raccolsero gli ultimi esponenti dell'antifascismo
isolano e per ben otto anni all'Ora venne concesso di fare un giornalismo di velata
opposizione. Ma il regime non poteva tollerare oltre. Nel 1936 il direttore del
"giornale per la purezza della razza" Ottobre denunciò l'intera
redazione dell'Ora, accusandola di essere "un pericoloso covo di antifascisti".
La replica del giornale fu immediata. In un lungo corsivo di prima pagina Sofia
e Filippone paragonarono Granelli a "una immensa piramide di sterco maleodorante".
La politica economica fascista di quegli anni non giovava ai Pecoraino, poichè
tendeva ad abbassare il valore di mercato del grano siciliano. Dopo quell'editoriale,
gli editori decisero per prudenza di licenziare direttore e vicedirettore. Ma
non fu sufficiente: il gruppo Pecoraino fallì lo stesso. Tutte le imprese
del gruppo vennero rilevate dall'industriale Virga, che immediatamente affidò
la gestione del quotidiano alla Federazione fascista di Palermo. Nel 1938
l'Ora venne assorbito dalla società editrice del Giornale d'Italia di Roma.
Nel 1940, alla vigilia della seconda guerra mondiale, l'avvocato Sebastiano Lo
Verde, genero di Filippo Pecoraino e già amministratore dell'Ora e de Il
Mondo, riuscì a riportare in Sicilia la proprietà della testata.
Ma nel 1943, con lo sbarco degli Alleati, l'Ora fu costretto, come tutti gli altri
quotidiani nazionali, a cessare le pubblicazioni. In Sicilia, alla fine della
guerra, i quotidiani in attività erano appena tre: il Giornale di Sicilia
e l'Ora di Palermo e Il Popolo di Sicilia di Catania. 2.
L'Ora del popolo e le lotte contadine
Le
pubblicazioni vennero riprese nel 1946, sotto il nome de L'Ora del Popolo, "Quotidiano
del pomeriggio". In un primo momento a dirigere il nuovo giornale venne chiamato
ancora un volta Nino Sofia. Ma la svolta storica, che pose nuovamente l'Ora come
referente delle lotte di quegli anni, le lotte contadine, fu la direzione di Pier
Luigi Ingrassia, giornalista proveniente dalle file socialiste. L'editore
Lo Verde restituì al giornale autorevolezza politica, schierandolo nella
battaglia referendaria del 2 giugno 1946 per la Repubblica. E fu una scelta coraggiosa,
in una città che si pronunciò a stragrande maggioranza per la monarchia.
Con altrettanta fermezza, il giornale di Ingrassia fu parte attiva, in favore
dell'Autonomia, nella vittoria del Blocco del Popolo (comunisti, socialisti e
indipendenti) nelle elezioni del 20 aprile 1947 per la prima Assemblea regionale.
La causa dell'Autonomia venne sposata in quegli anni anche da larghi settori del
partito comunista siciliano, ma soprattutto dalla dirigenza nazionale. L'Ora,
dal canto suo, "gridava" ai sostenitori della centralizzazione come
si dovesse invece tener conto di tutto ciò che di sano e di popolare vi
era nella stessa esplosione separatista, e come l'autonomia fosse la sola soluzione
nello stesso tempo siciliana e unitaria del problema siciliano. Nel frattempo
l'informazione siciliana si arricchiva di un nuovo giornale, La Voce della Sicilia,
fondato dal Partito Comunista e sotto la direzione del leader comunista Girolamo
li Causi. Il giornale veniva stampato di notte e ai suoi redattori venne consigliato
di munirsi di licenza per il porto d'armi. In quegli anni di contrapposizione
fra monarchia e repubblica, la maggiore minaccia era rappresentata dagli scontri
fra monarchici e comunisti. La Voce si schierò da subito in favore della
repubblica e diede spazio alla causa dei contadini. Il giornale comunista
non fu il solo a tentare di attecchire negli anni dell'immediato dopoguerra, furono
numerosissime le testate fondate e presto chiuse, e la stessa Voce durò
poco più di un anno. Il 1947 fu anche l'anno della prima seria intimidazione
contro la redazione dell'Ora. Con una lettera, la banda Giuliano minacciava i
redattori di far loro "rimettere la pelle" se avessero continuato a
riferire fatti "da non pubblicizzare". L'episodio mise in evidenza
la profonda differenza fra l'indipendentismo dell'Ora e quello di Salvatore Giuliano
(e di chi manovrava le sue azioni). Ingrassia rispose sul giornale che "la
pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i
quali il cervello e il cuore e quindi un'idea e una passione. Se per paura dovessimo
rinunciare all'idea a che ci servirebbe la pelle?". Quello
della direzione Ingrassia non fu comunque un periodo di splendore per il giornale.
La tipografia e buona parte dell'arredamento erano del periodo dei Florio, gli
stessi che avevano dato vita al primo numero. La povertà riguardava però
soprattutto i mezzi, che i pochi redattori cercavano di sfruttare al meglio. Morto
Ingrassia venne meno il pezzo forte del giornale: gli editoriali del direttore.
Al suo successore, Francesco Crispi, nipote dello statista, toccò riempire
le pagine non siciliane, in particolare quelle culturali, con ritagli del Paese
o del Nuovo Corriere. Morto anche Lo Verde, nel 1955 la moglie Delia affidò
il giornale all'editore del Partito comunista, Amerigo Terenzi. 3.
Gli anni "ruggenti"
L'acquisto
della proprietà da parte del Pci segnò una svolta per il giornale.
Dalla metà degli anni Cinquanta fino a tutti i Settanta l'Ora trovò
una ribalta nazionale grazie alle inchieste portate avanti e alla decisione con
cui sostenne la propria linea politica. Il giornale non si limitò a riferire
gli eventi: in più di un'occasione ne fu protagonista diretto. La redazione
si arricchì di giornalisti e intellettuali che le diedero un fortissimo
slancio. La nuova linea era fondata sull'inchiesta e sull'impegno politico incondizionato,
che si tradusse spesso in battaglie giuridiche con gli esponenti politici della
Dc regionale. Furono gli anni dell'inchiesta "a puntate" sulla mafia,
firmata da giornalisti come Felice Chilanti e Mario Farinella; dell'indipendentismo:
l'Ora partecipò attivamente all'avventura del primo governo autonomista
siciliano, quello di Silvio Milazzo; gli anni degli omicidi di tre corrispondenti
del giornale; ma furono anche gli anni in cui la pagina di cultura dell'Ora divenne
un caso unico in Italia. Il progetto dell'Ora, per quanto estremo e unico in
Sicilia, si andava a inserire in un contesto giornalistico di cambiamento e rottura
con il passato, causato anche e soprattutto dal cambiamento delle strutture politiche
e sociali dell'isola (si era sull'onda delle lotte contadine) e in sintonia con
una trasformazione del giornalismo che stava attraversando l'Italia intera. L'informazione
siciliana visse una primavera che non si è più ripetuta. 3.1.
L'Ora di Terenzi e del Pci Il
Pci rilevava un giornale stanco, che andava rilanciato. E il rilancio ebbe luogo
nei primi giorni di dicembre del 1954: la testata venne ridisegnata, l'impostazione
grafica resa più moderna, le pagine e i servizi aumentati, e soprattutto
venne presentato il nome del nuovo direttore. Vittorio Nisticò. A palermo
era un perfetto sconosciuto. Proveniva dalla redazione di Roma del Paese (altro
giornale del polo editoriale del Pci, che comprendeva anche la testata di Paese
Sera). I dirigenti del Pci avevano mantenuto un certo riserbo sull'acquisto
della proprietà dell'Ora, informando solo i massimi esponenti siciliani
del partito, Girolamo Li Causi e Paolo Bufalini. Tuttavia, ricorda Nisticò,
"già all'indomani del mio arrivo più di un dirigente locale
si presentava al giornale con l'aria del padroncino di casa. [
] Non ebbi
altra scelta che stabilire il divieto di cellule all'interno del giornale e, per
i redattori, di assumere incarichi di pubblica miltanza politica"(5) . Furono
i primi paletti posti a un editore che appariva ingombrante. In città
furono in pochi ad accorgersi del rilancio dell'Ora. Il Giornale di Sicilia, l'altro
giornale di Palermo, semplicamente lo ignorò. E così fecero i maggiori
rappresentanti politici. L'isolamento dell'Ora coincideva in buona parte con l'isolamento
in città dello stesso partito comunista. 3.2.
Alla scuola di Nisticò A
Nisticò toccò un giornale che aveva perduto più o meno tutte
le sfide in cui si era lanciato: dai Florio, travolti dall'assetto politico nazionale
che con l'Ora avevano voluto contrastare, alle "giovani" famiglie di
industriali come i Pecoraino e i Lo Verde, costrette prima dal fascismo e poi
dalle ristrettezze economiche a declinare inesorabilmente. Il primo editoriale
della nuova "era" fu lo stesso con cui Morello (Rastignac) aveva presentato
il giornale ai lettori nel 1900. Nisticò lo titolò "Come ieri".
Lo accompagnava una nota: "E' ai propositi e allo spirito profondo delle
origini che oggi si intende restare quanto mai fedeli". Ci si appellò
allo spirito indipendentista del giornale dei Florio. Forse la strategia migliore
per ridare prestigio e autorevolezza a un giornale in declino. E tutto andò
per il meglio. "Quel giornale aveva una straordinaria vitalità
e una sua notevole autonomia. Contava molto nell'opinione nazionale. Nisticò,
che allora stava dando il meglio di sé come direttore, ne aveva fatto un
giornale di attacco, di denuncia, ma anche di fantasia, di prontezza, di amore
per la novità e per l'intelligenza. Pretendeva spesso un lavoro massacrante,
ma quel giornale non era pensabile senza l'entusiasmo di chi lo faceva. Nell'atmosfera
di quel giornale c'era qualcosa che mi ricordava le emozioni della resistenza,
della lotta per le terre, dell'esperienza milazziana. E tutto era impostato però
con grande senso della modernità, senza mai accettare ordini da nessuno,
sempre in nome della scoperta, dell'indagine, dell'informazione"(6) . Nisticò
divenne una figura quasi leggendaria. Dirigeva il giornale con autorevolezza e
autorità, non senza una pretesa pedagogica, soprattutto verso i redattori
più giovani. "Vittorio Nisticò, che dirigeva l'Ora destreggiandosi
tra gli scogli e le secche del merdaio palermitano, che aggrediva la città,
frugava nelle sue pieghe, denunciava o blandiva, dando voce al lettore inerme
e indifeso contro i potenti, coagulando attorno a sé tensioni e buona volontà,
e a un tratto lanciando quella che chiamava "operazione sorriso" per
non segare i nervi ai lettori a furia di morti e feriti. Di lui si continua a
dire che è stato tra i migliori politici -non tra quindici nomi, tra due
o tre- che la sinistra abbia mai avuto in Sicilia"(7) . La
scuola di Nisticò rivoluzionò la notizia di cronaca, eliminando
i pezzi lunghi e didascalici del giornalismo tradizionale e sostituendoli con
pezzi brevi e diretti. Il giornale fu una scuola per almeno due generazioni di
giornalisti. I primi erano giornalisti affermati come Felice Chilanti, Mario Farinella,
Marcello Cimino e Aldo Costa. L'ultima generazione fu invece quella dei cronisti
che entrarono al giornale come "biondini" (così venivano chiamati
i cronisti alle prime armi) e vi collaborarono fino alla metà degli anni
Settanta, per poi portare la loro esperienza nei più importanti quotidiani
italiani. E' il caso di Marcello Sorgi, Vincenzo Vasile, Franco Nicastro, Francesco
La Licata e molti altri. La cronaca aveva una grande rilevanza anche perché
l'idea della direzione fu quella di fare innanzitutto un giornale radicato nella
propria città: l'Ora era un giornale della sera, e non avrebbe mai potuto
contare molti lettori fuori dalla provincia di Palermo, dove spesso veniva distribuito
solo il giorno dopo. Prevalse fin da subito una linea locale, regionalista,
ma non provinciale. La prima pagina veniva dedicata per metà ai fatti nazionali
ed esteri (quasi sempre da una prospettiva che rispecchiava la linea politica
del Pci) e per metà agli eventi siciliani. Ad interessare i redattori furono
subito i grandi temi legati alla Sicilia e al capoluogo in particolare, in continuità
con la storia del giornale. In quest'ottica, si considerò importantissimo
il rapporto con la città. Nisticò aveva ideato uno spazio per dare
voce ai lettori, "Città parla". Più che una normale rubrica
era uno scambio utile fra giornale e pubblico: i lettori denunciavano un bisogno
o lamentavano un dissevizio e i cronisti più giovani seguivano le loro
indicazioni per il giro di cronaca. L'elemento
più interessante dell'Ora di quegli anni fu la redazione culturale. La
cultura assunse una grande importanza, affiancata all'inchiesta e all'impegno
politico: i tre ingredienti principali dell'Ora di Nisticò. La redazione
fu un luogo di riunione per intellettuali e artisti siciliani. Danilo Dolci, Vincenzo
Consolo (che cominciò come corrispondente da Sant'Agata di Militello),
Renato Guttuso, Francesco Renda, Gioacchino Lanza Tomasi e Denis Mack Smith erano
i "pezzi" pregiati del giornale. Firme che comparivano nelle grandi
pagine tematiche o in quelle dell'inserto dei libri, che arrivavano da Roma con
i flani di Paese Sera. Più tardi entrò in redazione come "biondino"
anche Michele Perriera, scrittore e autore teatrale che sarebbe diventato capo
della redazione culturale. Perriera fu ideatore di rubriche come "Palermo
scuola" e "Palermo idee". Quest'ultima, nata per occuparsi di informazione
e cultura nell'ambito palermitano, allargò presto la sua frontiera, raccogliendo
esponenti dell'intellettualità siciliana, soprattutto in ambito letterario.
Alla fine degli anni cinquanta sulle pagine del giornale venne avviato un
dibattito sul "Gattopardo", cui parteciparono i più importanti
intellettuali del periodo. Le posizioni del giornale anticipavano le critiche
che nei giorni nostri vengono mosse al conservatorismo del romanzo di Tomasi di
Lampedusa. L'ineluttabilità e l'immobilismo della Sicilia erano sentimenti
impossibili per un giornale che si proponeva di dare un contributo determinante
al processo già avviato di cancellazione di un sistema sociale di stampo
feudale. Sempre all'insegna del "Gattopardo", si era rafforzato il rapporto
fra il giornale e il pittore Bruno Caruso, che più tardi, sulle pagine
di cultura, illustrò un racconto inedito di Tomasi di Lampedusa, "Il
professore e la sirena". Il più assiduo collaboratore e la firma
più prestigiosa della pagina culturale (ma non solo) fu però Leonardo
Sciascia. La sua collaborazione con il giornale cominciò nel 1955 e proseguì
altalenante per trentacinque anni. Il legame fra Sciascia e l'Ora era una scelta
naturale. Lo spiegò lo stesso scrittore in un numero di Quaderno, una rubrica
che tenne sul giornale fra il '64 e il '68: "
l'Ora sarà magari
un giornale comunista: ma è certo che mi dà modo di esprimere quello
che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali
italiani". L'Ora
ebbe un successo fatto per lo più di prestigio e di peso politico, meno
di vendite e diffusione (il mercato della stampa siciliana, bloccato fin dal secondo
dopoguerra, era diviso fra due grandi testate e tale rimarrà fino ai giorni
nostri). Il segreto di giornali come l'Ora e Paese Sera, negli anni Sessanta e
Settanta, fu la loro capacità di schierarsi. I contenuti erano ritenuti
più importanti del contenitore. La forma di un giornale dipendeva in primo
luogo dalla sua posizione politica. Così mai un direttore de l'Unità
avrebbe sostituito il rosso della prima pagina con un blu perché più
moderno. Il lettore politicizzato si identificava con un giornale perché
era diverso dagli altri. Schierarsi era un ingrediente essenziale per il successo
di un quotidiano. Negli anni a seguire prevalse il pensiero delle idee e dei
mercati unici, e la stampa ne fu travolta. Con la rivoluzione cominciata da Repubblica
"ogni partigianeria venne bandita e ogni simbolo rimosso". Il
nuovo corso dell'Ora cominciava in un periodo storico che non poteva essere più
propizio. A ottobre del 1953 venne scoperto il petrolio a Ragusa. Si faceva strada
la rivendicazione di uno sviluppo industriale dell'isola che ponesse al centro
l'iniziativa locale, che troverà un riscontro nelle politiche intraprese
dall'Eni di Enrico Mattei. Inoltre, la Sicilia occidentale era reduce da due esperienze
rivoluzionarie, che avevano lasciato un segno in un territorio comunque governato
dalla destra e "indirizzato" dall'autorità del cardinale Ruffini
(due realtà con cui l'Ora avrà non pochi scontri). La prima era
stata l'epopea contadina, le occupazioni dei feudi incolti, l'approvazione della
legge Gullo sulla spartizione del grano del '49 e la lotta per la conquista della
riforma agraria. In quegli anni, si legge in una testimonianza diretta di Giuliana
Saladino, "anche la mafia tremò e quattro campieri lividi a cavallo,
lupara a tracolla, guardavano impotenti i mille braccianti che piantavano le bandiere
rosse e poi procedevano alla ripartizione e al dissodamento delle terre incolte".
L'altro fatto rivoluzionario era stato la conquista dell'autogoverno e la scrittura
dello Statuto regionale. L'Ora affrontò queste battaglie da giornale
schierato. Non si limitò a riferire i fatti, partecipando al dibattito
politico e sociale. I dirigenti politici che avevano guidato le lotte contadine
e la battaglia per la concessione dello Statuto autonomo vennero presto emarginati
dalla vita politica quando il testimone passò, a metà degli anni
Cinquanta, alla Democrazia Cristiana. Quando con Nisticò l'Ora ricominciò
le pubblicazioni, quegli stessi dirigenti trovarono un punto di riferimento autorevole,
e alcuni di loro divennero articolisti del giornale: è il caso di Ausiello
Orlando e Antonio Ramirez, ma anche di giornalisti affermati come Mario Farinella
e Aldo Costa, sottratti alla redazione siciliana de l'Unità; e poi di Marcello
Cimino, conoscitore e interprete della storia siciliana, studioso del separatismo
delle lotte contadine e del "milazzismo". La
prima grande campagna del nuovo giornale fu quella in favore della legge sull'industrializzazione
(dal sottotitolo "provvedimenti straordinari per uno sviluppo dell'isola"),
approvata dall'Assemblea regionale il 27 luglio 1957. Il giorno dopo, un editoriale
del direttore salutò così l'approvazione della nuova legge: "è
un nuovo capitolo nella storia dell'Isola. Per la prima volta infatti -e in questo
si realizza una delle rivendicazioni di fondo dell'Autonomia Siciliana- la nostra
Isola dispone di uno strumento decisivo per liberarsi del suo antico complesso
di inferiorità economica ed affrontare i suoi problemi di benessere e di
progresso [
] Le manifestazioni di simpatia e di fiducia, con cui i nostri
lettori hanno seguito da anni la campagna con la quale l'Ora ha cercato sempre
di contribuire all'approvazione della legge, sono per noi una testimonianza diretta
delle rivendicazioni e delle speranze che il popolo siciliano consegna a questo
giornale". L'entusiasmo con cui venne accolta la legge si ripresentò
quando, nel 1962, Mattei avviò l'impegno dell'Eni in Sicilia. La linea
regionalista cominciava a diventare realtà sulle pagine dell'Ora. Di lì
a un anno, il giornale avrebbe preso parte alla più significativa esperienza
autonomista che mai abbia attraversato la Sicilia, il governo Milazzo. 3.3.
Il "milazzismo" Un
quadro della situazione politica siciliana è necessario se si vuole comprendere
il significato delle posizioni dell'Ora e il ruolo che il giornale interpretò
nella formazione del primo e unico governo indipendentista della storia siciliana.
Le elezioni del 5-6 giugno del 1955 per il rinnovo dell'Assemblea regionale
videro un panorama politico profondamente modificato. Ne uscì sconfitta
la coalizione conservatrice dell'onorevole Franco Restivo, che governava l'isola
da sette anni. La conseguenza più importante di questa sconfitta fu la
scomparsa della destra agraria, che dal 1943 in poi aveva continuato a occupare
numerose cariche, soprattutto nelle amministrazioni locali. La Dc guadagnò
qualche seggio a scapito degli ex alleati di destra, ma rimase al di sotto delle
previsioni del suo leader nazionale Amintore Fanfani. Il Blocco del popolo non
esisteva più: comunisti e socialisti si presentarono in liste separate.
Si tentò in ogni modo di rimettere alla guida della regione il Presidente
uscente Restivo, ma le votazioni dell'Assemblea confluirono inaspettatamente verso
Silvio Milazzo, autonomista intransigente e democristiano avverso al "fanfanismo".
Motivo per cui i vertci del partito gli vietarono di accettare l'incarico di Presidente.
Al suo posto venne nominato Giuseppe Alessi (già primo Presidente della
regione nel 1946). L'Ora salutò con entusiasmo l'elezione alla presidenza
"di un autonomista fervente e provato come l'on. Alessi", e con entusiasmo
ancora maggiore prese atto del declino della formazione agraria. I governi
cambiavano in fretta. Nel 1958 la presidenza della regione era affidata al democristiano
Giuseppe La Loggia, uomo forte di Fanfani. La Loggia, per la verità, era
molto discusso in Assemblea, anche da esponenti del suo partito. A ottobre, la
crisi democristiana in Parlamento toccò il suo culmine. Sei deputati Dc
presero le distanze dall'esecutivo del proprio partito, e in particolare dal segretario
Fanfani: il partito passò in minoranza e venne estromesso dal governo dell'isola.
L'operazione prese il nome di "operazione Milazzo", dal nome di
colui che ne era stato il principale artefice. Il 23 ottobre, in tarda serata,
una notizia si diffuse in tutta Italia: l'elezione dell'on. Silvio Milazzo a Presidente
della regione Sicilia con 54 voti contro i 27 riportati dal candidato democristiano.
Questa volta Milazzo non ebbe esitazioni, e raggiunto il microfono prese atto
del risultato dell'elezione: "Questa profonda e ininterrotta fiducia da voi
dimostrata indica vera fede, quella fede che è necessaria per muovere le
montagne. E noi abbiamo bisogno di fare scomparire le montagne di miseria e di
ingiustizia che il popolo siciliano ha subito e subisce". Il giorno dopo,
nel corso di una riunione a Roma con i vertici del partito, Milazzo verrà
espulso. Il suo caso diverrà emblematico della fronda che andava sorgendo
all'interno della Dc italiana. Nei giorni seguenti arrivarono le reazioni
dei giornali nazionali alla crisi democristiana in Sicilia. Il Corriere della
Sera del 2 novembre non nascose le proprie posizioni: "la Dc non deve e non
può fermarsi all'espulsione dei ribelli, ma occorre rivedere la Costituzione
per porre fine all'ordinamento autonomistico". La reazione dell'Ora del 3
novembre spiega in cosa consistesse la linea autonomista del giornale ed ha tutti
i tratti dell'atteggiamento che esso riserverà anche in futuro ai "giudici
esterni" della realtà politica siciliana: "Ci risiamo. Il Corriere
della Sera, brutalmente, e l'organo romano della Dc fra le righe, nei rispettivi
editoriali di ieri sugli avvenimenti siciliani, riprendono la solita minaccia
contro la nostra Autonomia. [
] Cerchino di documentarsi sui cento e cento
episodi di azione antidemocratica perseguita in Sicilia dai proconsoli fanfaniani,
o sui metodi e i soprusi con cui si sono insediati al potere, sulle offese continue
fatte al costume e alla coscienza del nostro popolo. Si documentino soprattutto
sugli atti di incomprensione e di ingiustizia venuti in questi anni da Roma, sui
numerosi casi di sopraffazione e di violazione dei nostri diritti, e potranno
meglio valutare la sostanza e il valore di quanto sta accadendo in quest'isola.
[
] la Sicilia ha reagito rovesciando tutti gli artificiosi schemi della
politica romana, dando forza al suo Parlamento e rilancio di iniziativa e calore
alla sua Autonomia. [
] Guai se l'Autonomia dovesse andare in crisi, per
mancanza di fiducia da parte delle nostre popolazioni o per un attentato mortale
da parte della classe dirigente romana. Si convincano bene quanti si preoccupano
sinceramente dell'unità nazionale che l'Autonomia è il solo strumento
che non indebolisce ma mantiene e rafforza il rapporto unitario fra la Sicilia
e la Patria"(8) . Anche
la stampa estera si occupò della vicenda. The Economist del 15 novembre
salutò la "coalizione ibrida appoggiata da comunisti, socialisti,
monarchici e neo-fascisti". "Gli italiani di continente sembrano non
capire il significato di questa rivolta isolana. A prima vista sembrano essere
tentati di attribuirla al congenito separatismo dell'isola e accusano i siciliani
di ingratitudine per tutti gli aiuti economici concessi da Roma. L'innaturale
alleanza -dicono- è una prova di immaturità politica. Ma in Sicilia
le cose sembrano diverse [
] Dietro l'alterco politico è profondo
e largamente diffuso il risentimento per il modo in cui l'economia isolana è
stata ostacolata da certi interessi del Nord che tendono a monopolizzare il credito
industriale in Sicilia, neutralizzando così gli effetti delle leggi speciali
e delle facilitazioni creditizie progettate per aiutare a tenere in piedi l'industria
locale. Gli industriali siciliani dicono che i loro sforzi di costruire un'industria
locale distinta dalle locali filiali della grande industria del Nord vengono deliberatamente
frustrati dai grandi monopoli con la complicità di certi politici locali
e nazionali"(9) . E' l'ottica con cui una parte autorevole della stampa internazionale
si rapportava alla questione meridionale italiana. La stessa ottica con cui l'Ora
guardava al Nord e alle politiche dei governi di Roma ormai da più di cinquant'anni. Il
nuovo governo regionale si insediò il 31 ottobre, e vedeva alleati socialisti,
democristiani dissidenti, autonomisti, monarchici e neo-fascisti. I comunisti
appoggiavano la coalizione, ma non avevano propri assessori in giunta. E' significativo
come la segreteria del Pci, editore dell'Ora, appoggiasse con il proprio organo
di stampa un governo di questo genere. Ma del resto già nel '57, durante
un comizio a Palermo, Palmiro Togliatti aveva espresso le posizioni del partito
sostenendo la legittimità dell'Autonomia e il rispetto della singolarità
del caso siciliano. In una prima fase il giornale fornì al governo Milazzo
un appoggio incondizionato. Continuarono gli attacchi al Corriere e l'antusiasmo
per un mandato ritenuto espressione delle esigenze dei siciliani. L'Ora era parte
del nuovo governo e con esso condivise il successo e le vittorie iniziali: "Un
po' di quell'euforia si visse in qualche momento anche nel nostro palazzetto,
grazie alle visite e ai riconoscimenti di cui giornale e redazione furono destinatari.
Il nostro editore Terenzi, che di ogni successo del giornale si sentiva diretto
partecipe, anche in quell'occasione abbondò in lodi per il nostro lavoro"(10)
. Ma non vi furono soltanto elogi per il nuovo governo. Seguendo passo passo
tutte le vicende ad esso legate il giornale si trovò costretto a registrare
le lentezze e le mancanze che stavano caratterizzando il mandato di Milazzo. Denunciò
in primo luogo il rischio di immobilismo, invitando il governo a non perdere di
vista il bagaglio di problemi lasciati insoluti. "Ci rendiamo conto che la
situazione obiettiva ereditata dall'attuale maggioranza e dall'attuale governo
sia oltremodo pesante per tutte le deficienze accumulatesi in tanti anni di fazione.
Ma oggi quello che deve essere fatto va fatto, quali che siano le difficoltà
da superare e gli sforzi da compiere. Le possibilità ci sono, ci sono anche
gli strumenti, c'è l'appoggio di un consenso popolare senza precedenti.
[
] Si tratta di precisare e mettere in movimento un indirizzo generale che
per la verità finora non riesce ad emergere chiaramente [
] Per quanto
ci riguarda, noi cercheremo di fare come per in passato il nostro dovere. Profondamente
interessati al successo del governo e della maggioranza autonomista, sappiamo
che la nostra funzione è principalmente una: collaborare con essi al servizio
della Sicilia, difendendo quando occorrerà la loro attività, ma
rilevandone con solidale franchezza, disfunzioni o colpevoli carenze, se disfunzioni
e carenze ci saranno. L'opinione pubblica siciliana ci sostenga: alla sua causa
e ai suoi interessi resteremo fedeli" . Ancora una dichiarazione di intenti,
peculiarità degli editoriali di Nisticò. Ma il "sogno autonomista"
durò solo cinquecento giorni: l'immobilismo prevalse e all'inizio del '60
il governo Milazzo si avviava al declino, travolto da uno scandalo parlamentare
che vide protagonisti l'assessore ai Lavori Pubblici (delfino di Milazzo) Ludovico
Corrao e il parlamentare regionale democristiano Carmelo Santalco. Provocato,
Corrao avrebbe accettato di pagare a Santalco una somma di denaro in cambio del
suo passaggio allo schieramento milazziano, in vista di una votazione in Assemblea
regionale per la conferma del governo che si sarebbe decisa all'ultimo voto. Il
fatto fu denunciato, Milazzo presentò le dimissioni e l'Ora incassò
il colpo: il governo cadde lasciando insoluti grossi punti programmatici che il
giornale aveva sostenuto riponendo nel governo la massima fiducia. Li elencherà
lo stesso Milazzo a Marcello Cimino nel '69, nel corso di un'inchiesta retrospettiva
dell'Ora sugli anni del suo governo: "Il milazzismo cadde un po' per mio
errore [
] credetti di cogliere l'occasione buona per mettermi a riposo,
spiacente soltanto di non aver potuto varare i grandi progetti di legge per la
riforma elettorale, per la indennità di attesa ai giovani diplomati e laureati
inoccupati, per il patto ammodernato della mezzadrìa e per la realizzazione
di una vera cooperazione per il collocamento dei prodotti agricoli ecc. Ed ora
piangiamo le tristi conseguenze". Il governo siciliano tornava in mano
alla Dc, con i cui esponenti l'Ora avrà non pochi scontri, sulle pagine
del giornale e in tribunale. Il giudizio storico sulla linea politica del
giornale viene sintetizzato in maniera lapidaria da Francesco Renda: "Nei
due anni scarsi in cui funzionò l'operazione Milazzo, Nisticò ne
fu sostenitore tenace e formidabile portavoce. Tramontata, però, l'ipotesi
Milazzo, il giornale l'Ora si trovò privo di un proprio progetto politico
autonomo"(11) . 3.4.
Un secolo di continuità indipendentista Molte
rivisitazioni della storia dell'Ora a cura di ex redattori e cronisti del giornale
concordano nel ritenere che lo spirito indipendentista e la tendenza a porsi all'opposizione
che animarono il giornale negli anni della direzione Nisticò è comprensibile
solo se si tiene conto delle radici del giornale, nato indipendentista sotto la
bandiera dei Florio e distintosi per una opposizione, seppure velata, perfino
nei confronti del fascismo. Nei decenni sono cambiati gli editori -il progetto
dei Pecoraino non era quello dei Florio, ad esempio- e sono cambiati i direttori
e i redattori. Tuttavia si riscontra una effettiva continuità nella linea
editoriale dell'Ora, che nelle diverse fasi storiche, in contesti diversi, ha
perseguito lo stesso obiettivo. L'obiettivo è quello sicilianista espresso
da un giornale "senza padroni". Anche quando l'editore comunista portò
all'Ora giornalisti con una fede politica e il giornale si distinse per una forte
componente ideologica, non venne meno la vena indipendentista, che nei diversi
periodi storici ha assunto i tratti ora della rivendicazione di pari condizioni
economiche fra nord e sud (i Florio), ora della richiesta di uno statuto autonomo
(la vittoria del Blocco del Popolo nel secondo dopoguerra), ora di politiche per
il meridione che non si limitassero alla Cassa del Mezzogiorno. Ma la continuità
di una linea editoriale nell'arco di un secolo non è un fatto ovvio. Essa
deve avere un fondamento storico. L'evoluzione delle posizioni politiche del
giornale (più precisamente: il suo atteggiamento di fronte ai governi nazionali)
non è altro che lo specchio della lentezza del processo di integrazione
economica e sociale del meridione, e della Sicilia in particolare (un processo
ancora oggi inconcluso). In altri termini potremmo dire che l'atteggiamento dell'informazione
indipendente siciliana dal '900 ai giorni nostri (interessata all'evoluzione economica
e sociale dell'isola e sostenitrice dell'autonomia perché la considerava
uno strumento in questa direzione) è sempre rimasto uguale a sé
stesso perché non è mai stato sciolto il nodo principale della questione:
non è stato definito il ruolo economico delle regioni del mezzogiorno nello
Stato Italia. 3.5.
L'inchiesta sulla mafia del 1958 Gli
anni del milazzismo furono anche gli anni di una profonda spaccatura all'interno
della giovane mafia corleonese, capeggiata fin dal dopoguerra dal dott. Michele
Navarra. Nel '58 un membro della cosca, Luciano Liggio, decise di farsi spazio
e prendere il posto del vecchio capo. Navarra venne crivellato di colpi insieme
a uno sfortunato collega medico. La guerra fra le due fazioni culminò in
una sparatoria che coinvolse una quarantina di mafiosi da una parte e dall'altra,
senza nessun intervento da parte delle forze dell'ordine. Morirono in cinque,
quattro erano della fazione navarriana. Liggio prevalse e ottenne il potere mafioso
sul territorio. Fu un esito inaspettato: Navarra aveva potere sociale e contatti
politici, ma aveva perso. "Se veramente la mafia fosse soltanto un club di
notabili, di affaristi, e di scherani obbedienti, la vicenda sarebbe incomprensibile.
Se le gerarchie riflettessero semplicemente quelle naturali (cioè sociali),
Leggio sarebbe rimasto il nulla che era. Invece la capacità di erogare
violenza rappresenta un capitale essenziale. Bisogna vedere dove lo si spende.
Giuliano gioca sul tavolo della grande politica, e su esso cade; Leggio investe
nei circuiti mafiosi"(12) . Nel
'58 l'Ora si trovava nel pieno dell'esperienza milazziana. L'impegno dedicato
alla crisi parlamentare era notevole, ma non distolse i suoi giornalisti dalle
vicende mafiose, riferite giorno per giorno sulle pagine del giornale. La guerra
all'interno della mafia corleonese trovò sempre spazio in prima pagina.
Ad un certo punto però i redattori dell'Ora cominciarono a ritenere che
questo lavoro, per quanto martellante e accanito, non fosse sufficiente. "Occorreva
procedere a un esame organico e approfondito dell'organizzazione della mafia,
entrando nel labirinto dei suoi affari e dei suoi rapporti con la politica e le
istituzioni. E' nata così la decisione di un'inchiesta mai affrontata dalla
stampa siciliana, con indagini a tutto campo affidate a un vero e proprio staff
composto di redattori e scrittori di collaudata professionalità"(13)
. L'inchiesta venne pubblicata a partire dal 15 ottobre del '58, firmata da Felice
Chilanti, Mario Farinella, Enzo Lucchi, Michele Pantaleone, Castrense Dadò
ed Enzo Perrone (Chilanti e Farinella saranno gli autori del "Rapporto sulla
mafia"). Il 15 dicembre dello stesso anno l'Ora terminò l'inchiesta
e inviò un promemoria in dieci punti a Fanfani. "Per la prima volta
su un giornale italiano si parla di personaggi viventi e in piena attività
di servizio, si mettono in luce gli interessi economici e politici della mafia"(14)
. Il nocciolo dell'inchiesta era infatti quello dei rapporti fra mafia e politica,
e lo si comprende fin dall'attacco: "Qualche settimna fa, mentre l'Assemblea
regionale discuteva il bilancio della Regione e già si dava per sicura
la caduta del governo La Loggia, sono stati notati alcuni strani personaggi lungo
i corridoi di Palazzo dei Normanni. Erano capimafia venuti a Palermo da Caltanissetta
e da Agrigento a fare sentire le loro ragioni. Genco Russo, l'uomo che viene indicato
come il successore del defunto commendator Calogero Vizzini, capo o primo consigliere
di tutte le mafie isolane, entrava ed usciva dagli uffici, si intratteneva con
deputati ed assessori. Questo Genco Russo è un 'agricoltore' di Mussomeli.
E tuttavia la sua presenza nella sede dell'Assemlea regionale in un momento decisivo
di una crisi governativa assumeva significati oscuri, tenebrosi, in un certo senso
suggestivi. Nessuno ha neppure supposto che egli fosse venuto a Palermo per questioni
private, estranee alla grossa questione del governo La Loggia"(15) . E' la
prima puntata. 3.6.
Una bomba in tipografia. L'inchiesta continua La
seconda puntata dell'inchiesta tocca da vicino le vicende corleonesi di quei mesi.
In prima pagina una foto grande di Luciano Liggio, e un titolo a tutta pagina,
"Pericoloso!.": "Cerchiamo di seguire la sanguinosa carriera di
Luciano Liggio, capo riconosciuto della giovane mafia di Corleone: cerchiamo cioè
di conoscere questo giovane malfattore oggi latitante, campione dell'ultima fase
della storia della mafia: 33 anni d'età, ricco, temuto e temibile, uomo
da grande albergo e locale notturno, con la pistola sotto la giacca americana
e capace allo stesso tempo di cavalcare su per i monti con la doppietta mozza
sotto l'impermeabile"(16) . Appena due mesi prima Liggio si era liberato
di Michele Navarra, che l'Ora definisce così: "Figura ben nota in
tutta la zona per la sua attività, Navarra godeva di un certo rispetto
ed esercitava anche una certa autorità. Conoscitore profondo di varie situazioni,
egli vantava numerosissime aderenze e spesso interveniva in favore di questo o
quel compaesano per dirimere controversie o per il disbrigo di una pratica".
E' il 16 ottobre. Il linguaggio degli articoli è quello che da questo momento
in poi l'Ora riserverà a mafiosi e politici "in odor di mafia":
una denuncia ironica e coraggiosa. Il 18 ottobre un altro titolo di prima pagina
dell'Ora: "Luciano Liggio sarebbe a Palermo". La reazione di Liggio
non si fece attendere: alle 4.52 del 19 ottobre una bomba di cinque chili di trirolo
esplose davanti la sede del giornale facendo saltare in aria mezza rotativa. In
due giorni la redazione venne resa di nuovo agibile e il 20 ottobre l'Ora ricominciò
le pubblicazioni. In prima pagina un titolo chiarissimo: "La mafia ci minaccia,
l'inchiesta continua". Nell'editoriale di Nisticò si legge: "Nella
piena consapevolezza dei nostri doveri e delle tradizioni di questo vecchio giornale
democratico, porteremo fino in fondo la nostra azione giornalistica diretta a
smascherare le organizzazioni mafiose del delitto e le complicità di cui
esse si alimentano". In chiusura, Nisticò si rivolge al Parlamento
nazionale, sottolineando "l'indispensabilità e l'urgenza di quell'inchiesta
parlamentare sulla mafia che deve essere ormai nei voti di tutti gli uomini onesti
e responsabili del nostro paese". L'attentato non aveva fatto altro che
richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica nazionale verso la singolarità
del lavoro di inchiesta che il giornale portava avanti: "Quando il quotidiano
palermitano di sinistra "L'Ora", nel 1958, sovvertendo tutte le consuetudini,
pubblicò i nomi e le fotografie dei più pericolosi mafiosi, immediatamente
la sede del giornale fu danneggiata da un'esplosione; ma questo gesto disperato
non fece che dare ai fatti una notorietà internazionale, il che era proprio
l'ultima cosa che la mafia voleva"(17) . I messaggi di solidarietà
all'Ora giunsero da tutti gli organi di stampa nazionali e dalle sedi di partito.
Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat in Parlamento ammetterà:
"ci voleva l'attentato all'Ora per scoprire che in Sicilia c'è la
mafia". Gli anni '60 erano alle porte, ma le disattenzioni nei confronti
del fenomeno mafioso erano ancora notevoli. Distrazioni quasi ostentate, se in
quegli anni un vecchio nemico dell'Ora, il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini
negò perfino l'esistenza della mafia, definendola uno strumento di propaganda
dei comunisti per denigrare la Sicilia, il mondo cattolico e la Dc. Le disattenzioni
non sfuggono all'Ora, soprattutto quelle dei colleghi delle altre testate regionali.
Sempre il 20 ottobre, Nisticò scrive: "Un particolare significato
assumono naturalmente per noi le espressioni di calda solidarietà della
famiglia giornalistica siciliana. Gliene siamo grati, ma riteniamo di muoverci
nel giusto se ai nostri colleghi e alle altre testate della stampa isolana esprimiamo
l'auspicio che non ci si lasci soli nella lotta ingaggiata [
] E' ora di
finirla con certe carenze e con certi silenzi che sono in ogni caso colpevoli
anche quando sono dettati dalla comprensibile preoccupazione di non alimentare
le montature a carattere giallo con cui a Roma e Milano si finisce con lo screditare
il prestigio della nostra gente". Sono due elementi che torneranno innumerevoli
volte sulle pagine del giornale: la denuncia delle colpevoli mancanze degli altri
quotidiani regionali e l'accurata interpretazione del fenomeno mafioso. L'inchiesta,
come Nisticò pazientemente aveva spiegato, continuò ad essere pubblicata.
Fino all'ultima puntata. La terza venne dedicata a quello che fino a qualche anno
prima era stato il capo indiscusso di Cosa Nostra, esponente di quella mafia agraria
che stando alle indicazioni politiche sembrava ormai inesorabilmente tramontata,
sostituita da un'idea "moderna" di criminalità. Vennero svelati
i retroscena di Don Calò, Calogero Vizzini, un uomo con un'influenza su
un feudo grande quanto le province interne dell'isola, e responsabilità
politiche fin dallo sbarco alleato. Le puntate successive si soffermarono sulla
realtà del carcere di Palermo, l'Ucciardone, "centrale del potere
mafioso"; sul mercato della frutta, controllato dalla mafia nella fase del
passaggio di frutta e verdura dai campi alla città; sul controllo dell'acqua,
perché "la mafia si muove attorno alla roba, s'impadronisce della
roba: l'acqua è la roba più importante, perché da essa dipendono
la irrigazione dei campi e lo sviluppo delle industrie"(18) . Una
puntata venne infine dedicata al caso di Pasquale Almerico, sindaco di Camporeale
(in provincia di Palermo), segretario della sezione democristiana del paese. La
storia venne raccontata qualche anno dopo su I Siciliani da Pippo Fava, prima
che un sicario della mafia lo uccidesse, il 5 gennaio del 1984. A condannarlo
fu probabilmente un lungo articolo scritto qualche mese prima, intitolato "I
quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", nel quale Fava schematizzava
i diversi livelli della mafia, non mancando di fare nomi, neppure nel raccontare
la storia di Pasquale Almerico, avvenuta nel lontano 1954: "Nel paese
di Camporeale, provincia di Palermo, nel cuore della Sicilia, assediato da tutta
la mafia della provincia palermitana, c'era un sindaco democristiano, un democristiano
onesto, di nome Pasquale Almerico, il quale essendo anche segretario comunale
della DC, rifiutò la tessera di iscrizione al partito ad un patriarca mafioso,
chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi amici, clienti, alleati e complici. Quattrocento
persone. Quattrocento tessere. Sarebbe stato un trionfo politico del partito,
in una zona fino allora feudo di liberali e monarchici, ma il sindaco Almerico
sapeva che quei quattrocento nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza
ed avrebbero saccheggiato il Comune. Con un gesto di temeraria dignità,
rifiutò le tessere. "Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono
allora la domanda alla segreteria provinciale della DC, retta in quel tempo dall'ancora
giovane Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle
quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era medico di
paese, un galantuomo che credeva nella DC come ideale di governo politico, ed
era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no. Allora i postulanti
gli fecero semplicemente sapere che, se non avesse ceduto, lo avrebbero ucciso,
e il sindaco Almerico, medico galantuomo, sempre convinto che la Dc fosse soprattutto
un ideale, rifiutò ancora. La segreteria provinciale s'incazzò,
sospese dal partito il sindaco Almerico e concesse quelle quattrocento tessere.
Il sindaco Pasquale Almerico cominciò a vivere in attesa della morte. Scrisse
un memoriale indirizzato alla segreteria provinciale e nazionale del partito denunciando
quello che accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili assassini. E
continuò a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti.
Nessuno gli dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva continuare
a comandare da solo la città emarginando forze politiche nuove e moderne. Una
sera di ottobre mentre Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte
le luci di Camporeale e da tre punti opposti della piazza si cominciò a
sparare contro quella povera ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra,
due scariche di lupara. Il sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato,
ucciso e i mafiosi divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico, per anni,
anche negli ambienti ufficiali del partito venne considerato un pazzo alla memoria". Con
l'inchiesta sulla mafia, l'Ora denunciò le responsabilità di Giovanni
Gioia e dei vertici della Dc locale per la morte di Pasquale Almerico, e immediatamente
giunsero al giornale le prime querele del segretario democristiano. In seguito
Gioia denuncerà tutti coloro che si occuperanno della vicenda Almerico.
Le vicende giudiziarie cominciate con le querele di Gioia, perseguiteranno
l'Ora per diversi anni, terminando comunque in maniera favorevole per il giornale
con il processo di Genova del 1975. Vanno segnalati in proposito i processi in
cui l'Ora fu trascinato dal sindaco di Palermo Salvo Lima e dall'allora assessore
all'edilizia Vito Ciancimino. Lima e Ciancimino avevano costituito una società
edilizia insieme al costruttore Vassallo, la VALIGIO (Vassallo, Lima, Gioia).
I tre erano accusati dal giornale di essere i principali responsabili del "sacco
edilizio" di Palermo. Responsabilità che verranno più tardi
accertate dalla magistratura. A difendere il giornale in tribunale, fin dall'arrivo
di Nisticò, fu l'avvocato Nino Sorgi, già difensore gratuito -insieme
a molti altri- di molti contadini nel periodo delle lotte per l'applicazione della
legge Gullo. Sorgi rimarrà al giornale per molti anni ancora, divenendone
uno dei redattori più anziani. L'inchiesta
dell'Ora sulla mafia fu la prima mai realizzata. "In sede di ricostruzione
storica non possiamo dimenticarci che la Commissione Antimafia non sarebbe mai
nata senza il contributo determinante del giornale l'Ora e questa resterà
per sempre la medaglia più grande sulla sua bandiera"(19) . 3.7.
L'Ora e il "Sicilia" Non
si può dire che l'Ora fosse il giornale di Palermo. Nel capoluogo il mercato
era nelle mani del Giornale di Sicilia. Fino alla direzione di Girolamo Ardizzone,
pronipote del suo fondatore, "l'altro" quotidiano palermitano assolveva
all'onesto compito di giornale d'ordine schierato con i partiti moderati. Nella
sua storia centenaria era sempre stato diretto da un giornalista della famiglia
Ardizzone, e ad uno di loro, Giuseppe, nel dopoguerra era stato riconosciuto dal
Cln "un antico e costante spirito democratico". Così dopo il
'43 al "Sicilia" -come lo chiamano i palermitani- non venne neppure
imposto, come venne fatto per numerosi altri giornali, di aggiungere l'aggettivo
"nuovo" davanti al nome della testata. E in effetti il giornale era
rimasto coerente col suo tradizionale moderatismo democratico. Solo con il
milazzismo il Giornale di Sicilia aveva tirato fuori una certa grinta: ma dopo
un'attenzione iniziale per il nuovo governo, si era presto indirizzato verso la
linea della critica aperta e spesso della polemica. Fino agli anni Sessanta
l'Ora rimase un giornale d'opposizione fra altri inseriti in un mercato chiuso
di lettori fedeli. Ma il rilancio del quotidiano del Pci creò, almeno nella
Sicilia occidentale, una concorrenza che se non altro fu utile a muovere il mercato
della stampa. Un editoriale di Nisticò dal titolo "Noi e il Sicilia",
riassume il rapporto fra i due giornali del capoluogo: "Né noi ci
meravigliamo che esso -il Giornale di Sicilia, nda- si faccia portavoce pedissequo
e colpevole di tutto ciò che proviene dall'autorità costituita,
anche se si tratta di malefatte [
] Non ce ne meravigliamo: è la storia
del Giornale di Sicilia da alcuni anni a questa parte, in particolare da quando
è in mano ai suoi attuali dirigenti. Degasperiano finchè De Gasperi
non cadde, pelliano per la pelle fino a che Scelba non silurò Pella, antifanfaniano
e milazziano fino a quando Fanfani non precipitò per sempre dall'arcione,
e così via, e probabilmente così sarà; sicchè nessuno
potrà sorprendersi domani se, tambroniano a tutto gas oggi, dovesse svegliarsi
filosocialista o filocomunista nel caso che le sinistre tornassero al governo
del Paese. Nessuna sorpresa dal Giornale di Sicilia: neppure se in futuro dovessimo
occasionalmente fare i conti con qualche piccolo Beria di casa nostra. Sarà
senz'altro il Giornale di Sicilia ad accusarci per la semplice ragione che pure
allora lui sarà per Beria, e noi, se Dio ci darà vita, per i diritti
del popolo, per le libertà"(20) . A metà degli anni Sessanta,
l'Ora cominciava a diventare un concorrente temibile. Con le sue inchieste coraggiose,
il taglio agile e brillante dei suoi servizi, i titoli dedicati ai grandi temi
della Sicilia, il giornale di Nisticò non godeva più solo di un
successo dovuto al suo prestigio e al suo peso politico: anche i lettori cominciavano
a crescere. Così, nel '64 arrivò la svolta anche per il "Sicilia".
La proprietà decise di farsi da parte e affidare la direzione del giornale
a Delio Mariotti, con il quale partì un progetto di rilancio, che si fondava
su una linea aggressiva e su un rinnovamento ben visibile, nella formula nei contenuti
e nella grafica. "Fu chiaro sin dal primo minuto che il Giornale di Sicilia
avrebbe abbandonato le posizioni moderate per assumere un ruolo più moderno,
più vicino al centro-sinistra e addirittura indipendente sui temi amministrativi
locali. Le prime prese di posizione del giornale suscitarono parecchie preoccupazioni.
Intanto, argomenti come la mafia e il divorzio, un tempo completamente ignorati,
cominciarono ad essere affrontati apertamente e su posizioni di sinistra. Sul
piano locale furono lanciate alcune campagne sulla sporcizia, sullo stato delle
strade, sul cattivo funzionamento degli uffici comunali, sul clientelismo che
domina la vita locale, anche questi temi del tutto inediti per il giornale degli
Ardizzone. Il giornale inoltre rifiutò di difendere gli uomini di governo
ogni volta che venivano attaccati dai giornali di opposizione (come aveva sempre
fatto in passato)"(21) . Le innovazioni del Giornale di Sicilia erano in
buona parte frutto delle esperienze portate in redazione dal redattore capo Silvano
Rizza, proveniente dal Giorno, il giornale dell'Eni che aveva letteralmente spazzato
via il conformismo della stampa italiana del dopoguerra. I nuovi tratti del giornale
non erano affatto estranei neppure al modello dell'Ora: impaginazione svelta,
titolazione sintetica, fondi brevi e commenti brucianti. Vennero eliminati gli
articoli lunghi e pedanti, per fare spazio alla concretezza dei cronisti della
nuova generazione. La presenza dell'Ora nel quadro dell'informazione isolana non
può essere colta a pieno se non si tiene conto delle rivoluzioni innescate
dal suo giornalismo. "Negli anni della discontinuità non è
certo l'Ora a incalzare il Giornale di Sicilia. Le critiche vengono semmai dal
fronte opposto, dalla destra, dalla Confindustria, dai settori della Dc legati
al cardinale Ruffini, dai ceti medi moderati impauriti dalla contestazione giovanile,
dal blocco di potere che domina il Comune di Palermo"(22) . Tutti settori
che il giornale degli Ardizzone aveva rappresentato pienamente. Il
Giornale di Sicilia di quegli anni fu il quotidiano che diede spazio a un cronista
come Mario Francese, ucciso dalla mafia nel gennaio del 1979. Francese aveva introdotto
un'impostazione innovatrice nella cronaca giudiziaria di quegli anni. Prima di
lui i cronisti -fatta eccezione per l'Ora- avevano sempre riempito pagine intere,
senza però andare oltre il dibattimento processuale. Nino Sorgi, testimone
diretto dei processi di quegli anni, ricorda: "Francese fu credo il primo
cronista a Palermo che cominciò a privilegiare la notizia del reato sul
nascere, cioè prima di quella fase, diciamo così, protetta che è
il dibattimento". Ma finiti gli esperimenti e tramontata la solidarietà
autonomista, il giornale degli Ardizzone tornò sulla linea moderata filo-governativa.
Mentre l'Ora si distingueva per il coraggio della denuncia politica e sociale,
traendone prestigio, il Giornale di Sicilia era rimasto vicino alla parte borghese
della città, pur cedendo talvolta alle sue ansie di modernità. I
due giornali palermitani interpretarono negli anni Sessanta e Settanta, le lotte
sociali e la coscienza progressista dell'isola, pur rimanendo due esperienze profondamente
diverse. "Poi arrivarono gli anni Ottanta e l'onda emotiva scatenata dalla
barbarie mafiosa, a partire dal delitto Francese, trasferì ad altri soggetti
sociali la legittimazione a dare voce alla coscienza civile della Sicilia"(23)
. 3.8. Il 1960.
Una cronaca dell'Ora Terminata
l'esperienza del governo Milazzo, il giornale continuò sulla linea dell'inchiesta
coraggiosa, affidata ai giornalisti esperti per quanto riguarda i grandi movimenti
che avvenivano a Palermo, e ai cronisti più coraggiosi per le cronache
dalla provincia. Non venne abbandonata l'antimafia, né la critica ai governi
clientelari locali, né gli attacchi ai grossi centri di potere. Il
1960 fu per l'Ora un anno costellato da esperienze spiacevoli. Il 5 maggio venne
ritrovato il cadavere di Cosimo Cristina, corrispondente dell'Ora da Termini Imerese,
impegnato in inchieste sulla mafia locale. L'omicidio del cronista fu il primo
in Sicilia a spese di un giornalista (una ricostruzione dettagliata dell'omicidio
Cristina e del contesto in cui è avvenuto viene fatta da Luciano Mirone,
nel suo Gli Insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall'Indifferenza,
vedi bibliografia). Nei
primi giorni di luglio, le piazze delle maggiori città d'Italia vennero
invase dalla protesta dei cittadini, in seguito alle concessioni fatte dal governo
Tambroni al Msi. La prima protesta era avvenuta spontaneamente a Genova, dove
era stato indetto un comizio dell'Msi. Poi ebbero luogo le manifestazioni indette
dalla Cgil a Roma e Milano. Anche Palermo e Catania scesero in piazza, ma qui
sulle ragioni politiche prevalse la rabbia sociale. La protesta fu un'occasione
per i giovani disoccupati per far sentire la propria voce. La polizia rispose
alle proteste caricando i manifestanti in tutte le città d'Italia. I morti
furono dieci. Sei in Sicilia. Quattro a Palermo. Era l'8 luglio. Due giorni prima
a Licata (in provincia di Ragusa), un uomo era stato ucciso dalle forze dell'ordine
durante una protesta, cui avevano partecipato operai, disoccupati e studenti.
Su uno striscione si leggeva: "I popoli di Africa, i popoli di Asia vanno
verso il progresso, noi scendiamo sempre più nel fango verso la miseria,
verso il regresso. Il cinquanta per cento dei cittadini è analfabeta, migliaia
i tubercolotici, i tracomotosi, migliaia i tuguri perché le case sono tutte
cadenti, l'agricoltura è in grande crisi, il porto fermo, la pesca poco
redditizia, e nessuna fonte di lavoro né per uomini né per donne.
Questa è la realtà dopo 15 anni di progresso. Vergognatevi, voi
cosiddetti onorevoli, voi uomini del governo, uomini dei governi passati, che
avete strombazzato miliardi e avete dato pidocchi". Con queste ragioni, la
popolazione siciliana invadeva le piazze alla vigilia del boom industriale. L'8
luglio di Palermo fu per l'Ora l'inizio di una serie di contrasti, in tribunale
e fuori, con i dirigenti politici e con gli altri organi di stampa. Il giorno
dopo l'Ora dava notizia di tre morti (uno era ancora in gravi condizioni in ospedale)
e di disordini per le strade del centro, denunciando le responsabilità
delle forze dell'ordine per una tragedia che "poteva essere evitata".
Venne individuata la "pesantezza sproporzionata e quindi colpevole"
dell'azione repressiva di governo e forze dell'ordine. Sempre il giorno dopo,
il Giornale di Sicilia diede notizia dei disordini, diede notizia delle aiuole
"divelte", dei vetri infranti e delle "segnalazioni stradali contorte",
ma non diede notizia dei morti, né dei feriti. Con una linea chiaramente
diversa da quella dell'Ora, il Sicilia rimproverava al rivale la commozione per
quei morti. "Palermo non si difende così" scrisse il giornale
degli Ardizzone, affermando che quelli usati dall'Ora "sono argomenti su
cui fa leva il comunismo per spingere il popolo alla rivolta". Per
l'Ora le ripercussioni dell'8 luglio non finiranno con le polemiche del Giornale
di Sicilia. Nel gennaio del 1961 il giornale fu il primo quotidiano italiano a
venire processato su iniziativa di un Procuratore della Repubblica: dovette rispondere
in Corte d'Assise delle imputazioni di vilipendio del governo (il governo Tambroni)
e delle forze di polizia per alcune dichiarazioni sui fatti di Palermo. La
cronaca di quella giornata palermitana venne raccontata qualche anno dopo da Marcello
Cimino in un articolo per il giornale. "La piazza era sbarrata e presidiata
da tutti i lati. Le cariche si susseguivano. Manganellate, gas lagrimogeni e ad
un certo punto anche gli idranti. A Palermo le giornate di luglio sono lunghe
e calde e così fu che quando il caos di piazza Politeama sembrò
acquietarsi, quanti erano scesi in piazza ed i molti altri che ad essi si andavano
unendo anziché tornarsene a casa, rimasero a protestare contro le violenze
poliziesche della mattinata. Non che fossero state lanciate parole d'ordine nuove
e tantomeno incitamenti eppure le cose presero proprio l'andamento di una sommossa.
I più attivi cominciarono ad essere i giovani e giovanissimi abitanti dei
quartieri popolari. Si era diffusa la moda delle magliette colorate orizzontali,
e questo motivo geometrico dominò le strade e le piazze. A gruppi facevano
sortite dai vicoli e dilagavano nel centro. Ci furono episodi, come poi si disse,
di vandalismo: aiuole calpestate e panchine divelte in via Libertà e lampioni
frantumati in via Ruggero Settimo, automobili ammaccate. Non solo la polizia,
ma anche i dirigenti politici della sinistra e i sindacalisti furono colpiti di
sorpresa dall'inaspettato sviluppo dello sciopero. [
] L'azione di forza
ci fu infatti col tragico bilancio di quattro morti. La prima a cadere fu una
signora abitante in via Rosolino Pilo la quale, impaurita da quel che stava succedendo
in piazza Massimo, fece per chiudere le imposte della sua casa e fu trapassata
nell'addome da un colpo d'arma da fuoco sparato da un reparto dei carabinieri
attestato davanti alla scalinata del teatro. Si chiama Rosa La Barbera ed aveva
53 anni. Quello stesso reparto continuò a lungo a sparare e poco dopo uccise
all'imbocco di via Maqueda Francesco Vella di 44 anni, un operaio, amatissimo
dirigente della sezione comunista dell'Albergheria il quale stava chiamando dei
giovani che si erano spinti avanti. Fu colpito da una pallottola nel mezzo della
fronte, morì sul colpo. Vicino a lui cadde poco dopo il ragazzo Andrea
Gangitano di 19 anni. Ferito alle gambe fu portato all'ospedale dove morì
dissanguato. "Più indietro verso la città vecchia, all'angolo
di via Celso, fu colpito alle spalle un altro ragazzo ancora più giovane,
Giuseppe Malleo di 16 anni, il quale morì alla fine dell'anno, dopo una
lunga agonia di sofferenze. "Tutto ciò accadde alle cinque del
pomeriggio, dopo di che i reparti mossero alla riconquista del centro più
povero e vecchio della città. Sferragliarono per molte ore le autocolonne
dei carabinieri, e si susseguirono le sparatorie, gli arresti indiscriminati,
le bastonature. Alla fine della giornata risultarono ricoverati negli ospedali
cittadini, oltre 30 feriti da arma da fuoco, quasi tutti giovani, oltre a numerosi
contusi per manganellate. Nelle camere di sicurezza furono ammassati un numero
imprecisato di fermati, ciascuno dei quali, appena varcato il portone di Piazza
Vittoria, era stato accolto con calci, pugni, bastonate, spintoni, 37 di essi
furono poi denunciati, processati e condannati a un totale di 62 anni e sette
mesi di carcere". La cronaca di Cimino viene riportata quasi per intero
perché rappresentativa del linguaggio delle cronache dell'Ora di quegli
anni. Un esempio che mette in evidenza l'approccio da controinformazione, schierato,
partigiano, con l'obiettivo di fornire un'alternativa all'informazione istituzionale
rappresentata dalle altre testate locali. Se gli editoriali di Nisticò
erano opinione e determinavano la linea politica del giornale, nei pezzi di cronaca
si coglie il progetto giornalistico dell'Ora, l'idea che dell'informazione avevano
i suoi redattori. Un'idea di giornalismo che può essere considerata un'anticipazione
della stampa che sorgerà in Italia alla fine degli anni Sessanta, precaria
e fuori dai circuiti istituzionali. All'Ora mancava però un tratto caratteristico
di quella informazione: la povertà di mezzi. Il giornale, almeno in un
primo periodo, fu forte di un editore disposto a investire nel progetto, lasciando
ai redattori una certa libertà nel dettare la linea del giornale: si affidava
del resto a giornalisti comunque schierati, che conoscevano a fondo la realtà
in cui operavano. 3.9.
La strage di Ciaculli e la Commissione Antimafia voluta dall'Ora Gli
anni Sessanta furono segnati dalle stragi mafiose che si susseguirono l'una dopo
l'altra. Preludio degli eventi tragici che toccheranno direttamente il giornale,
a partire dal rapimento di Mauro De Mauro, nel '70. Le stragi cominciarono
con una vera mattanza di boss di primo piano, come Salvatore La Barbera, Cesare
Manzella, Salvatore Gambino, fino all'attentato di Villabate, quando l'esplosione
di un'auto imbottita di tritolo uccise Giuseppe Cannizzaro e Giuseppe Tesauro,
un fornaio passato di lì per caso. La serie di omicidi culminò,
qualche ora dopo l'esplosione di Villabate, con la strage di Ciaculli, il 30 giugno
del 1963. Nella borgata palermitana un'altra auto imbottita di tritolo esplose
e uccise sette militari. La strage provocò una forte reazione dell'opinione
pubblica e in particolare delle forze dell'ordine: le vittime erano tutti servitori
dello Stato. Il governo procedette a centinaia di denunce e arresti, in Parlamento
vennero varate alcune misure urgenti. Ma soprattutto si mise al lavoro la Commissione
Antimafia. Costituita a febbraio dello stesso anno (grazie soprattutto agli
sforzi dell'Ora, in occasione dell'inchiesta sulla mafia e dell'attentato contro
la redazione), la commissione era rimasta inoperante. Ma sull'onda delle reazioni
popolari e politiche alla strage di Ciaculli, il 6 luglio del '63 era già
insediata. Le audizioni della commissione si tennero dal 15 al 18 gennaio del
'64 al Palazzo dei Normanni di Palermo, sede dell'Assemblea regionale. Davanti
ai membri della commissione furono convocati i maggiori esponenti della magistratura,
della polizia, dei carabinieri, rappresentanti della stampa e delle istituzioni
siciliane. L'ultimo giorno ebbe luogo il colloquio con il direttore dell'Ora,
Nisticò, che si soffermò sulle difficoltà incontrate dal
giornale nel portare avanti il proprio lavoro, soprattutto all'interno di ambienti
istituzionali come le questure e la magistratura. Con particolare riferimento
ai giudici, il direttore riferì il "rigore con cui si è dato
corso ad alcuni procedimenti giudiziari connessi con la nostra campagna antimafia
e promossi dagli interessati, come presumo, a evidente scopo intimidatorio. Un
rigore, può darsi, anche ineccepibile sul piano formale, ma che comunque
nella sostanza abbiamo ritenuto di valutare come il segno di un clima tendente
a non tener nella dovuta considerazione il contributo che proprio con la lotta
alla mafia abbiamo sempre inteso di dare alla causa della Giustizia. Un rigore,
debbo aggiungere, tanto più per noi motivo di rammarico non essendo mai
risultato che da parte dell'autorità giudiziaria si fosse ritenuto di procedere
su certi gravi casi denunciati dal giornale". (Il verbale delle dichiarazioni
rese da Nisticò ai commissari è riprodotto nei volumi di documentazione
sui lavori della Commissione). Fu l'inizio di una doppia battaglia: il giornale
dovette contrastare da una parte la mafia e dalla parte opposta gli attacchi della
magistratura. Una battaglia che su entrambi i fronti raggiungerà il suo
culmine con il rapimento di De Mauro e l'omicidio di Giovanni Spampinato, e con
le inchieste che ne seguirono. Prima dell'intervento di Nisticò, l'Ora
aveva consegnato alla Commissione una voluminosa documentazione che conteneva
tutto il lavoro del giornale sul fenomeno mafioso. Un anno dopo la strage
di Ciaculli l'Ora pubblicherà per intero un rapporto riservato del tenente
Malausa, una delle vittime dell'esplosione. Il rapporto, scritto nell'aprile del
'63, riportava i nomi di 24 mafiosi di borgata, specificando lo stato di arricchimento
di ciascuno e i loro legami politici. 3.10.
Il '68 e la fine dell'era Nisticò Il
'68 siciliano ebbe poco a che fare con le contestazioni e le manifestazioni di
piazza. Vi furono, e l'Ora le registrò con entusiasmo, ma ovviamente furono
fatti meno rilevanti che altrove. La fine degli anni Sessanta rappresentò
semmai per l'Ora e per la Sicilia un periodo denso di eventi tragici. Primo
fra tutti il terremoto che colpì la valle del Belice -nelle province di
Trapani e Agrigento- a gennaio, provocando diverse centinaia di morti. Il disastro
era stato preceduto, alcuni giorni prima, dalla frana di Agrigento, che non fu
dovuta a scosse sismiche ma ad errori nella costruzione di ampie aree urbane.
L'Ora denunciò i ritardi nei soccorsi ai terremotati e raccolse i fondi
dei propri lettori per la costruzione di una scuola per i bambini di Montevago,
dove le vittime erano state centinaia. In quanto alla frana, il giornale denunciò
le responsabilità amministrative della speculazione edilizia che l'aveva
provocata: oltre a documentare tutti i fatti con servizi e inchieste dei propri
corrispondenti, l'Ora lanciò alcune iniziative, come l'invio di un gruppo
di docenti universitari e specialisti per un sopralluogo scientifico e tecnico
delle località colpite dalla frana. Se
il terremoto non ebbe responsabili e la frana ne ebbe di indiretti, l'altro evento
della fine del decennio ebbe invece degli autori ben identificabili. La sera del
10 dicembre del 1969 in viale Lazio, fra i palazzoni della nuova Palermo, un commando
di mafiosi fece irruzione in un appartamento dove erano nascosti quattro membri
della cosca di Michele Cavataio, e li uccise tutti, sparando oltre duecento colpi.
Secondo l'Ora il massacro di viale Lazio cancellava gli esili sforzi fatti
dall'antimafia fino a quel momento. Viale Lazio era già stato teatro di
numerosi agguati mafiosi. Mauro De Mauro, studioso attento della mafia palermitana,
dedicò al massacro un articolo che spiegava le ragioni "simboliche"
del luogo in cui era avvenuta la sparatoria: "viale Lazio ha rappresentato
in questa Palermo cresciuta e moltiplicatasi nel caos amministrativo, edilizio,
ed anche morale, l'aspirazione massima del paesano venuto in città col
posto alla Regione, è divenuta il simbolo della nuova Palermo controllata,
condizionata e sfruttata dalla mafia"(24) . Con
questi eventi sullo sfondo, si concludevano gli anni Sessanta dell'Ora. La redazione
si arricchiva di nuovi cronisti e potenziava i suoi servizi. All'inizio del 1972
venne aperta e resa sempre più attiva la redazione di Catania, dove fin
da subito lavorarono giovani cronisti come Francesco Merlo e Sebastiano Messina.
Con la redazione catanese, l'Ora provò a fare breccia nella roccaforte
editoriale di Mario Ciancio, editore de La Sicilia. E da Catania l'Ora provò
in tutti i modi a portare via Giuseppe Fava, ritenuto da Nisticò "uno
dei massimi giornalisti dell'isola", ma non vi riuscì. Approdare a
Catania significò per il giornale un tentativo di stabilire un filo di
comunicazione fra le due parti dell'isola, fino a quel momento profondamente lontane.
In quegli anni il giornale era impegnato sul fronte nazionale con la battaglia
del referendum sul divorzio, e su quello regionale con quella per il "buon
governo" della Sicilia. Ma a trovare sempre più spazio furono i fatti
internazionali. Venne potenziata la redazione degli esteri. Marcello Cimino e
Kris Mancuso seguivano le vicende del Mediterraneo facendo il giro degli stati
più "caldi" e inviando servizi di prima mano. Giuliana Saladino
e Salvo Licata si alternavano in viaggi di ricognizione fra le comunità
di siciliani all'estero. Prima di allora, gli esteri dell'Ora non erano mai stati
curati in maniera diretta. Ma il merito delle innovazioni non si poteva attribuire
all'editore. Quando nel '74 si concluse in Portogallo la dittatura di Salazar,
il giornale inviò Salvo Licata e Mario Genco, che partirono a proprie spese.
Un simbolo della condizione economica che l'editore riservava al giornale. La
redazione si allargava e il giornale contava su un numero sempre maggiore di cronisti
esperti, ma due fatti gravissimi segnarono quel periodo: il rapimento, nel settembre
del '70, di Mauro De Mauro, uno dei redattori più noti del giornale; e
l'omicidio di Giovanni Spampinato, corrispondente per l'Ora da Ragusa (il caso
Spampanato viene affrontato nei dettagli da "le inchieste"). Il giornale
non ebbe il tempo di registrare le piccole vittorie redazionali, travolto dalla
perdita di due fra i suoi più bravi cronisti. "Passata" l'amarezza,
a metà del decennio, la direzione Nisticò volgeva al termine. Si
concluse all'inizio del '75 in coincidenza con un periodo relativamente felice
per il giornale. Innanzitutto il successo della sinistra alle elezioni amministrative
del giugno del '75: a Palermo veniva eletto un consigliere d'eccezione nelle file
del Pci, Leonardo Sciascia, che era stato in prima fila sulle pagine dell'Ora
nella campagna elettorale per le sinistre (si realizzava -o almeno questa era
l'impressione dell'Ora- l'idea di "buon governo" che aveva assillato
Sciascia, e di cui per anni aveva scritto sul giornale). A Genova, nel frattempo,
si concludeva l'ultimo atto dei processi che inseguirono l'Ora fin dai primi anni
della direzione Nisticò. Da un po' di tempo se ne faceva carico come direttore
responsabile Etrio Fidora. 4.
Stampa siciliana e diffusione alla fine degli anni ruggenti
A
metà degli anni Settanta l'Ora concludeva una prolifica esperienza di giornalismo
politico e d'inchiesta, e per l'informazione siciliana tutta finiva una primavera
che non si sarebbe ripetuta. Il caso del Giornale di Sicilia è significativo
delle aperture che la stampa dell'isola si era concessa, innovazioni in linea
con quelle che avevano attraversato tutta la stampa italiana a partire dall'esperienza
del Giorno di Mattei -stile rinnovato, nuovo linguaggio. Ma fu anche la presenza
di un giornale come l'Ora del Pci a stimolare una innovazione, se non altro in
nome delle vendite in calo (è il caso del concorrente Giornale di Sicilia).
Finita la "primavera", però, la stampa siciliana rimaneva
ingessata da vecchi equilibri, soprattutto in merito alla diffusione. Il Giornale
di Sicilia contava su un proprio bacino di lettori a Palermo e nelle province
occidentali. La Sicilia era nel frattempo passata alla proprietà dell'editore
Mario Ciancio Sanfilippo, che con un attrezzato polo editoriale riuscì
letteralmente a monopolizzare l'informazione della parte orientale dell'isola,
roccaforte del suo giornale. Caltanissetta tracciava una linea di confine. Un
tacito accordo tra gli editori li obbligava a non andare oltre la propria area
di influenza, per evitare di scatenare una concorrenza che avrebbe comportato
investimenti su un mercato bloccato. La prospettiva di conquistare nuovi lettori
non veniva presa in considerazione, si puntava piuttosto a mantenere i propri.
Delle grandi testate era entrata a far parte anche la Gazzetta del Sud, fondata
da Uberto Bonino e vicina agli ambienti della destra. Il mercato del giornale
si limitava alla provincia di Messina, senza l'intenzione di oltrepassarla, perché
la sua vera area di diffusione era oltre lo stretto, in Calabria. Un tentativo
di superare i limiti imposti dal mercato siciliano venne fatto da Giancarlo Parretti,
proveniente dal settore alberghiero e di idee socialiste. Nel 1976 Parretti cominciò
a pubblicare il Diario di Siracusa, primo esperimento di quotidiano locale che
puntava sulle nuove tecnologie, con l'obiettivo di creare una catena di piccoli
quotidiani in provincia. Da Siracusa infatti il Diario approdò a Palermo,
in Campania e in Veneto. I risultati non furono eccellenti: una discutibile gestione
imprenditoriale e le vicende giudiziarie dell'editore travolsero il giornale.
Fino a quel momento, il tentativo contribuì comunque a rendere più
dinamico il panorama della stampa siciliana. In questo contesto, l'Ora manteneva
i propri lettori (più di ventimila) e godeva ancora di prestigio e di un
significativo peso politico. Quando, nel '92, il giornale verrà chiuso
il panorama della stampa siciliana rimarrà alle tre grandi testate, che
manterranno un perfetto equilibrio fino ai giorni nostri, divenendo le uniche
grosse realtà di informazione sull'isola. Ad affiancarle saranno un gran
numero di piccole testate e siti Internet, impegnati a tappare i buchi di un'informazione
istituzionale. 5.
L'abbandono del Pci e la cooperativa di giornalisti
A
questo punto la storia del giornale subisce un drastico cambiamento di rotta:
le inchieste e le campagne politiche di successo verranno sostituite da sfortunate
vicende editoriali, che porteranno progressivamente alla chiusura del giornale. Fino
alla metà degli anni Settanta la redazione era riuscita a sopportare la
mancanza di strumenti tecnologici e di impianti, ma gli investimenti per un rilancio
del giornale non potevano essere rimandati a lungo. A parte la campagna iniziale
per il rilancio del giornale negli anni Cinquanta, il Pci investì sempre
poco e male nell'Ora. Così nel 1978 l'Ora era ancora un giornale del pomeriggio.
E come tutti i giornali del pomeriggio si trovò sempre più schiacciato
dalla televisione, e dal tramonto di un modello che negli anni Cinquanta si era
addirittura imposto come un simbolo del giornalismo moderno. Così, nel
1979 il partito decise di dar vita a una costosa edizione del mattino, ma dovette
affrontare costi maggiori di quelli previsti. Determinato a non sostenere ulteriori
spese per mantenere in vita l'Ora, il Pci decise di chiudere il giornale. Ma il
giornale non si chiuse. Una cooperativa di giornalisti e amministratori ottenne
in comodato gratuito la testata e l'immobile. Gli stessi giornalisti costituirono
un'altra cooperativa, che ottenne, alle stesse condizioni, di gestire gli impianti.
La presidenza della cooperativa dei giornalisti venne assunta da Vittorio Nisticò,
che nel frattempo aveva lasciato la condirezione -con Arrigo Benedetti- di Paese
Sera, mentre la direzione amministrativa e l'incarico di amministratore delegato
andarono ad Etrio Fidora. Da questo punto in poi i direttori si susseguirono con
una certa frequenza, alle prese con un giornale sempre più precario. Il
primo direttore chiamato dalla cooperativa fu Alfonso Madeo, che rilanciò
il giornale in formato tabloid. Dal 1979 al 1984 la direzione fu assunta da Nicola
Cattedra. Con lui il giornale affrontò gli anni del terrore mafioso. Ma
le vendite cominciavano a calare e il giornale necessitava di maggiori mezzi.
Infine, l'ultimo direttore scelto dalla cooperativa fu Bruno Carbone. Alla
fine degli anni Ottanta subentrò una nuova gestione editoriale, quella
della NEM (Nuova Editrice Meridionale). A proporla furono gli stessi dirigenti
della cooperativa, d'accordo con la Segreteria nazionale del Pci, ancora proprietario
della testata e degli impianti. Con il nuovo editore si procedette subito all'acquisto
di nuovi sistemi elettronici per la redazione: la sede venne ristrutturata e dotata
di servizi più moderni. Quanto all'indirizzo editoriale sorsero invece
non poche complicazioni. I rappresentanti della cooperativa cominciarono ad avere
frequenti scontri con i fiduciari del Pci. Il partito decise allora di sostituire
il gruppo dirigente del giornale, compreso il nucleo storico redazionale, ma la
decisione in favore della discontinuità ebbe un suo costo: le assunzioni
avvennero in nome dell'appartenenza al partito più che della competenza,
il tutto spesso all'insegna dell'improvvisazione, anche nella ricerca di partners
per la gestione. Nel 1990 le copie vendute erano poco più di duemila (contro
le circa venticinquemila dei primi anni '70). La redazione venne coinvolta
nella crisi, e nel giro di tre anni il giornale cambiò tre direzioni: prima
Tito Cortese, proveniente dalla Rai, poi Alfonso Calaciura del Giornale di Sicilia,
e infine Vincenzo Vasile, redattore de l'Unità, affiancato dal vicedirettore
Franco Nicastro. Con Vasile e Nicastro il giornale si dedicò alla campagna
per l'approvazione di una legge antiracket, e riprese a dedicarsi all'inchiesta,
rivelando importanti retroscena sul disastro aereo di Ustica e sugli intrecci
fra mafia, affari e potere politico. La nuova direzione dovette comunque arrendersi
alle ristrettezze imposte dalla proprietà. 6.
Le ragioni di una fine
L'8
maggio del 1992 l'Ora cessò le pubblicazioni. Salutò i lettori con
un "Arrivederci" in prima pagina. L'ultimo numero ripercorreva un secolo
di storia del giornale, con articoli firmati da vecchi redattori e interviste
a storici e studiosi. La speranza dei redattori e del direttore Vasile era di
ricominciare le pubblicazioni appena possibile, ma il giornale aveva bisogno di
un cambiamento. Un articolo di quell'ultimo numero, firmato da Michele Perriera,
metteva a confronto le caratteristiche dell'Ora degli anni "ruggenti"
con quelle del giornale che veniva chiuso, e tirava le somme. Secondo Perriera
il giornale di Nisticò era stato forte di tre fattori: "il sentimento
della propria necessità politica e culturale; il sentimento della propria
missione sociale; il sentimento della unicità dell'esperienza siciliana,
intesa non come fenomeno marginale e provinciale, ma come frontiera di un vastissimo
orizzonte di trasformazione e di riscatto". Questi tre sentimenti poggiano
su alcuni principi, che definiscono la peculiarità del giornalismo di quell'Ora
e dei suoi cronisti. Innanzitutto, il giornalismo è un mestiere di responsabilità,
specialmente in un territorio "di frontiera" come la Sicilia, martoriato
dalla presenza ingombrante della mafia e delle clientele. L'Ora chiedeva ai propri
giornalisti un'ostinazione che altrove non sarebbe stata necessaria per informare.
E i numerosi cronisti che approdavano al giornale, sposandone le cause, accettavano
in partenza le conseguenze che questo avrebbe comportato. Tre di loro sono stati
uccisi perché, pur essendo consapevoli della peculiarità del territorio
in cui operavano e dei rischi che correvano, prima di tutto avevano voluto informare.
La selezione fa giornalisti più coraggiosi, o più indipendenti:
chi informa lo fa anche in nome della libertà negata. In altri termini:
i giornalisti che decidono di informare prima di tutto, accettano i rischi, caricati
da una tensione morale che nel loro caso è rafforzata e non indebolita
dalla mancanza di libertà di espressione. E' quasi una naturale reazione
a una condizione di semilibertà, una resistenza degli oppressi. Inoltre
l'Ora di Nisticò era ancora un giornale in buona misura indipendente: tutti
i giornali hanno un padrone e l'Ora aveva il suo, ma è essenziale chiedersi
se la piattaforma offerta dall'editore è accettabile o meno. Nisticò
aveva avuto la possibilità (e il merito) di scegliere, e non di subire,
il punto di vista da cui informare. Tornando all'Ora del 1992, Perriera individuava
in altri tre sentimenti, agli antipodi rispetto ai primi tre, l'essenza del giornale
che veniva chiuso: "il sentimento della propria precarietà e della
propria non necessità; il sentimento della inattualità della propria
missione, anzi della sua progressiva sparizione; il sentimento di un progressivo,
inarrestabile restringersi del proprio orizzonte ideale e geografico e della propria
incidenza nella società siciliana". Il Partito comunista aveva permesso
all'Ora di sopravvivere, concedendo al giornale sempre meno risorse. I limiti
di questa politica erano dimostrati dall'enorme calo di vendite e di prestigio
degli ultimi vent'anni di attività. Ma questa politica era motivata da
un più grande errore di valutazione da parte della proprietà. Per
individuarlo dobbiamo tornare ancora su una considerazione generalissima di Michele
Perriera, che allarga il campo alle responsabilità di tutte le forze politiche
democratiche di ogni tempo nel loro rapporto con le regioni meridionali (e il
cerchio si chiude: l'Ora nasceva dai Florio con un impegno preciso, contribuire
al riscatto economico e sociale della Sicilia. Quasi cento anni dopo il giornale
non era ancora riuscito a portarlo a termine). Il principale errore fu quello
"di credere che sarebbe stato il Nord a salvare il Sud, e che quindi non
convenisse investire troppo nel Sud caotico e corrotto. Forse alla proprietà
è sempre sfuggito -e temo le sfugga ancora- che il destino della democrazia
italiana si può riqualificare solo a partire dal riscatto delle sue zone
più martoriate e più malsane"(25) . L'Ora
cessava le pubblicazioni due settimane prima della strage di Capaci e due mesi
prima di quella di via D'Amelio. Il '92 sarà per Palermo e per la Sicilia
l'anno del movimento politico della Rete e della "rivolta dei lenzuoli":
la "primavera siciliana". All'Ora venne tolta la possibilità
di fare per la prima volta il proprio lavoro con al fianco una popolazione attiva.
Dall'altra parte, la primavera siciliana venne privata dell'appoggio di un giornale
indipendente che ne rappresentasse la voce. Sarebbe forse stato uno strumento
indispensabile, un collante per il movimento, che invece si spense in pochi mesi.
Fu un'occasione mancata. Note
(1)
F. Renda, "L'Ora", 8 maggio 1992
(2)
V. Morello, "L'Ora", 22 aprile 1900
(3)
V. Morello, "L'Ora", 2 marzo 1901 (4)
F. Renda, "L'Ora", 30 maggio 1999 (5)
Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell' "Ora" di
Palermo, Palermo, Sellerio, 2001, vol. I, p. 42 (6)
M. Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Palermo, Sellerio,
1990, p. 175 (7)
G. Saladino, Romanzo Civile, Palermo, Sellerio, 2000, pp. 85-86 (8)
V. Nisticò, "L'Ora", 3 novembre 1958 (9)
V. Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell' "Ora"
di Palermo, op. cit., vol. I, pp. 60-61 (10)
V. Nisticò, "L'Ora", 13 ottobre 1959 (11)
F. Renda, "L'Ora", 30 maggio 1999 (12)
S. Lupo, Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle
origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004, p. 235
(13)
V. Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell' "Ora"
di Palermo, op. cit., vol. II, p. 95
(14)
O. Barresi, I complici. Gli anni dell'antimafia, Milano, 1973
(15)
F. Chilanti, L'Ora, 15 ottobre 1958
(16)
F. Chilanti, L'Ora, 16 ottobre 1958
(17)
D. Mack Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, Bari, Editori Laterza,
1970
(18)
"L'Ora", 22 ottobre 1958
(19)
F. Renda, "L'Ora", 30 maggio 1999
(20)
V. Nisticò, "Noi e il Sicilia", "L'Ora", 12 luglio
1960
(21)
S. Berti, Giornale di Sicilia e dintorni, "Nord e sud", 1966
(22)
F. Nicastro, "La sfida al cambiamento. La stampa palermitana negli anni di
Francese", in Mario Francese. Una vita in cronaca, G. Fiume e S. Lo Nardo
(a cura di), Palermo, Gelka, 2000, p. 50
(23)
Ibidem, p. 54
(24)
M. De Mauro, "L'Ora", 11 dicembre 1969
(25)
M. Perriera, "Non muoia l'idea di un'antica libertà", "L'Ora",
8 maggio 1992 Bibliografia BARRESI,
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