1972. Magistrati di Ragusa sotto accusa I documenti

 

Dopo l'assassinio di Giovanni Spampinato, giornalisti, uomini di cultura, parlamentari, partiti politici, non ebbero indugi nel denunziare all'opinione pubblica i magistrati ragusani responsabili delle fasi istruttorie del caso Tumino, che erano tre: il procuratore Francesco Puglisi, il sostituto Agostino Fera, il giudice istruttore Angelo Ventura. Contro questi magistrati vennero lanciate accuse terribili: viltà, omissioni, fascismo, omertà, connivenze. A tali accuse non seguì alcuna risposta pubblica. Nessuno venne condotto in tribunale per diffamazione. Si propongono alcuni brani fra gli interventi più significativi e una "risposta", inedita, inoltrata dal giudice istruttore Angelo Ventura al procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Catania.

 

Dall'articolo Ragusa e le sue vittime di Mario Genco. L'Ora, 28 ottobre 1972

 

Mettiamo anche lui, quest'altro morto nostro, sul conto della Sicilia dell'indifferenza, della collusione e dell'intrigo, dell'agguato e del ricatto: per la parte che in tutte queste cose le compete lo mettiamo sul conto di una parte di questa città, Ragusa, quella dei suoi galantuomini abituati al consenso, al silenzio. Giovanni Spampinato per tenace coscienza e serena tradizione di famiglia si era scelto l'altra parte: coraggio brava gente, adesso almeno lui non parlerà più.

... Questo è un omicidio in nome collettivo, e si è andato compiendo per le strade e le piazze, tutte le strade e le piazze di questa città, nelle cancellerie di tribunale, negli uffici della gente che conta, nella città che conta, nei rapporti di polizia, nella trama dei silenzi e delle omissioni.

 

 

Dichiarazione di Alfredo Bisignani, deputato del Pci. L'Ora, 28 ottobre 1972

 

La notizia dell'assassinio del giornalista Giovanni Spampinato impone una seria riflessione perché è emblematica dei frutti amari che possono produrre atteggiamenti permissivi, se non compiacenti nella gestione dei pubblici poteri. La via della verità - la trincea su cui è caduto Spampinato - in queste condizioni può essere percorsa solo se animati da un alrissimo impegno civile, morale e politico. Le responsabilità dunque sono gravissime. E' giunto forse il momento di riguardare con particolare attenzione situazioni sconcertanti, verificatesi in alcune zone della Sicilia, che hanno determinato turbamento nell'opinione pubblica, non soltanto attorno ai problemi della garanzia della difesa dell'ordine democratico, ma più in generale per la crisi che ha ingenerato circa la certezza del diritto per tutti i cittadini. Penso che a questo compito debba attendere con assoluta urgenza il Consiglio superiore della magistratura.

 

Dichiarazioni del deputato Giorgio Chessari nei giorni successivi all'uccisione di Giovanni Spampinato. L'Ora, 28 ottobre 1972

 

Il deputato regionale del PCI all'Ars Giorgio Chessari ha detto che l'uccisione di Giovanni Spampinato avrebbe potuta essere evitata, "se non si fosse giunti all'assurdo di lasciare nelle mani di un indiziato di reato quattro pistole". "Il giornalista - ha aggiunto Chessari - aveva auspicato, durante le indagini per l'omicidio dell'ing. Tumino, che l'inchiesta venisse avocata dalla Procura generale, dato che il maggiore indiziato era figlio del presidente del tribunale di Ragusa; ora che i sospetti sulla responsabilità di Campria assumono la certezza della verità, il procuratore della Repubblica ed i responsabili delle forze di polizia e dei carabinieri debbono rassegnare le dimissioni dal loro ufficio".

"Dell'omicidio del nostro compagno - ha concluso Chessari - debbono rendere conto adesso tutti coloro - magistrati, polizia, carabinieri - che con il silenzio, l'inazione, l'incapacità e l'omertà hanno coperto le azioni criminali di Campria".

 

Comunicato della federazione del PCI di Ragusa. L'Ora, 28 ottobre 1972

 

Il figlio del presidente del tribunale di Ragusa, maggiore indiziato nella vicenda del delitto dell'ing. Tumino, ha assassinato il compagno Giovanni Spampinato, corrispondente de "L'Unità" e de "L'Ora".

Il compagno Spampinato aveva condotto una accurata inchiesta giornalistica in cui erano state denunziate precise responsabilità dietro il delitto Tumino, sia sul lento, reticente e omertoso funzionamento della macchina della giustizia. Gravi e pesanti sono, infatti, le responsabilità di chi ha fornito alibi e coperture che hanno reso impossibile assicurare alla giustizia, a distanza di otto mesi, il responsabile o i responsabili di un delitto che ha turbato tutta l'opinione pubblica della provincia.

I comunisti inchinano reverenti le loro bandiere davanti alla salma del compagno Giovanni Spampinato; indicano alla esecrazione e allo sdegno di tutti i cittadini onesti il clima torbido in cui è maturato questo nuovo delitto; chiedono che sia fatta piena luce non soltanto sul delitto Tumino, ma anche sui tanti episodi di corruzione e di scandalo nella gestione del pubblico potere su cui si tace e su cui si inceppa la macchina della giustizia.

 

Dall'articolo Perché il presidente del tribunale deve essere allontanato di Salvo Riela, deputato a Roma del PCI. L'Ora, 31 0ttobre 1972

 

Il miglior modo per onorare la memoria di Giovanni Spampinato - credo lo abbiano chiaro parenti, amici e compagni del giovane pubblicista - è adesso quello di esigere con fermezza che la macchina della giustizia si muova con speditezza e senza incepparsi, come è avvenuto sino ad ora, di fronte ad alcun ostacolo.

L'opinione espressa da più parti, sin dalle prime ore successive all'assassinio, è che forse Giovanni Spampinato sarebbe ancora in vita se la persona sospettata dell'uccisione dell'ingegnere Tumino non fosse stato il figlio del presidente del tribunale di Ragusa.

E' innegabile, infatti, che gli inquirenti, nello svolgimento delle indagini, non si imbatterono in un qualsiasi cittadino, ma direttamente nel dott. Saverio Campria, presidente del tribunale, che ha fatto valere la sua autorità ed il suo prestigio sino ad apparire insieme al figlio in una conferenza stampa sull'omicidio Tumino.

Non ci stupiremmo, perciò, se venendo a conoscenza degli atti relativi alla morte dell'ingegnere Tumino, ci accadesse di riscontrare delle circostanze non sufficientemente valorizzate, delle indicazioni non adeguatamente approfondite o degli indizi non tenuti nella dovuta considerazione.

In ogni caso è molto difficile e non solo per noi ritenere obiettiva un'indagine destinata ad essere condotta e conclusa da un giudice istruttore che è alle dirette dipendenze del padre del maggiore sospettato del reato.

Eppure, questa situazione che dopo la morte di Giovanni Spampinato appare incredibile o addirittura paradossale, sino a qualche giorno fa era considerata normale dal procuratore della Repubblica di Ragusa, dal procuratore generale e dal presidente della Corte d'Appello di Catania.

Qualunque cittadino, al quale si fosse attribuito quel che si è detto e si è scritto a carico del Campria, si sarebbe visto notificare un avviso di procedimento con l'invito a nominare un difensore, se non proprio un ordine di cattura e questo avrebbe imposta una diversa direzione del corso delle indagini; come mai, nonostante siano passati circa otto mesi dalla uccisione dell'ingegnere Angelo Tumino, nessuna iniziativa giudiziaria è stata presa nei confronti di Roberto Campria e nessun intervento sia stato fatto dal Consiglio Superiore della Magistratura, dal procuratore generale e dal presidente della Corte d'Appello di Catania per invitare il dott. Saverio Campria a lasciare la presidenza del tribunale di Ragusa, essendo la sua presenza di intralcio alle indagini?

La realtà è che anche quest'episodio rientra nella regola di un comportamento assai diffuso nel nostro paese ed in base al quale chi ha prestigio ed autorità non esita a farli valere, nel proprio interesse, anche a discapito della verità e della giustizia, approfittando della debolezza di chia avrebbe il potere ed il dovere di impedirlo. ...

Dall'articolo Giovanni Spampinato e il fascismo a Ragusa di Miriam Mafai. Rinascita, 17 novembre 1972.

 

Giovanni Spampinato si interessa a questo giallo provinciale, non per velleità di aspirante detective, ma convinto che dietro questo omicidio ci sia qualcosa di più di quanto appare. Questo qualcosa di più attiene alla politica: "nei traffici di oggetti d'arte e materiale archeologico - scrive fin dalla prima corrispondenza a L'Ora - sembra sia coinvolto, sia pure indirettamente, un deputato del MSI". Dopo la breve emozione, la città si richiude sul suo scandalo segreto, secondo un antico costume di silenzio e di omertà. Spampinato invece continua a parlare, a mettere in collegamento quel delitto con altri fatti: la comparsa in provincia di Stefano Delle Chiaie e di una altro personaggio tristemente famoso, certo Quintavalle, ex marò al servizio di Borghese durante la repubblica sociale, e anch'egli implicato in traffici "d'arte".

Indizi, sospetti, intuizioni, di cui si trova traccia nei suoi appunti, nelle note della sua agenda, in un promemoria consegnato, nel corso della campagna elettorale, ai dirigenti del partito, nelle lettere e nei colloqui con la fidanzata, nei suoi articoli. Ma ciò che egli scrive sembra restare senza eco, o per lo meno senza l'eco che sarebbe ragionevole attendersi. Per le autorità ufficiali: procura, questura, carabinieri, il caso è da chiudere più rapidamente possibile con una archiviazione.

Anche questa incapacità, questa viltà, questo rifiuto a fare il proprio dovere è fascismo. E' il fascismo che si serve della carta bollata, anziché delle mazze ferrate, che utilizza gli articoli del codice anziché maneggiare l'esplosivo, che opera all'interno stesso dei gangli dello Stato anziché negli equivoci circoli del teppismo squadrista. Non è che altrove ciò non esista; ma qui, nella lontanissima Ragusa, questo nesso tra apparato dello Stato e fascismo è più tecane che altrove, così come più scoperta e priva di mediazioni è, da parte dei pubblici poteri, la difesa degli interessi dei ceti possidenti.

Il pretore di Ispica, che convoca nel suo ufficio la giunta comunale della cittadina per obbligarla a deliberare un parcheggio riservato per la sua macchina, è lo stesso pretore - il primo in Italia - che rinvierà alla Corte costituzionale la legge sui fitti agrari. Forse, a Milano o Torino, un presidente di tribunale il cui figlio fosse stato implicato in un delitto, avrebbe sentito il dovere di dare le dimissioni o di chiedere il trasferimento. Qui a Ragusa invece chiede di assistere all'interrogatorio. E poco dopo gli procura un posto - ben remunerato - in un ufficio della Provincia che paga già i dipendenti ma non risulta ancora funzionante.

L'uso e l'abuso dei propri poteri, a difesa di meschini privilegi individuali e di più cospicui interessi di classe, la sicurezza della impunità, lo spregiudicato uso del sottogoverno, un disprezzo di stampo feudale per i lavoratori ("non capisco - dice il pretore di Ispica - come un operaio possa pretendere di amministrare la cosa pubblica") caratterizzano qui la gestione della cosa pubblica.

Giovanni Spampinato, un giovane giornalista comunista, nato ed educato in una famiglia di lavoratori comunisti, pensava che fosse suo dovere combattere contro questo stato di cose. Qualcuno ha deciso che era un personaggio pericoloso. Per questo lo hanno ammazzato, non a colpi di lupara - come sono stati ammazzati nel corso di questi anni in Sicilia tanti nostri dirigenti contadini - ma con una Smith Wesson calibro 38. Roberto Campria si è presentato alle carceri ancora sporco di sangue, con la pistola in mano e nell'altra un tubetto di ipnotici, esecutore materiale di un delitto che si era andato compiendo altrove, negli uffici della gente che conta, nella città che conta, nei rapporti di polizia, nella trama dei silenzi delle omissioni e delle complicità. Anche lì dovrebbe indagare una giustizia che fosse veramente tale.

 

Dal discorso del dirigente del PCI Achille Occhetto a Ragusa il 28 gennaio 1973

 

Spampinato ha fatto qualcosa di più. Non si è limitato, di fronte a due notizie, una vera e una falsa, a dire la verità. Egli è andato a cercarla la verità, con tenacia, con testardaggine, con coerenza. E si è mosso là dove gli organismi dello stato borghese si erano dimostrati complici. La morte di Spampinato è, infatti, un atto di accusa contro certi settori della Magistratura di Ragusa. Ed è la dimostrazione nello stesso tempo che laddove muore il vecchio Stato, un nuovo Stato è pronto a funzionare al servizio del popolo, dei cittadini e della verità.

Spampinato è uno degli alti funzionari dello Stato del popolo che si vuole sostituire al vecchio Stato marcio e corrotto. Il vecchio Stato che egli ha smascherato, lo conoscete tutti, è lo Stato autoritario, Stato che nel corso degli anni della storia dell'unità del nostro paese si è presentato sempre alle masse popolari con il volto ostile.

E anche questo Stato è responsabile della morte di Spampinato. Non è la mano sola di un uomo che l'ha ucciso, ma il sistema. Perché se qui funzionasse, avesse funzionato lo Stato uscito dalla Resistenza, questo sacrificio non sarebbe stato necessario. Invece lo Stato che vuole Andreotti, che è arrivato a proporre il fermo di polizia per chi è sospettato non già di aver commesso un reato, ma di essere sul punto di commetterlo. Per cui chi si sofferma davanti a una vetrina può essere sospettato di rubare. E quindi l'operaio, il bracciante, il contadino possono essere sospettati dei delitti più turpi, solo per il fatto di esistere come operaio, come bracciante, come contadino. Lo Stato, quindi, che lascia che si apra il regno dell'arbitrio, in cui contano i potenti.

Perché il figlio del Presidente del Tribunale di Ragusa, sospettato dall'intera città non di voler commettere un delitto, ma di averlo già commesso, può circolare con due pistole in tasca e ammazzare il nostro compagno che ricercava, da comunista, la verità. Un bracciante viene arrestato solo perché chiede qualche lira in più: viene giustiziato e assassinato sul campo.

Ecco la giustizia di classe, che è riaffiorata in tutta questa vicenda che Spampinato ha avuto il coraggio di andare a sommuovere dietro la cortina fumogena delle ipocrisie ufficiali sulla indipendenza della magistratura, la giustizia che sta dalla parte dei potenti e che voi in tutti questi anni avete sperimentato.

Il merito di Spampinato è quello di non essere stato mosso da una visione di classe ristretta, che rimane al puro momento economico-corporativo, al puro momento sindacale; ma di avere voluto affrontare i problemi della città, delle istituzioni, della giustizia, del Tribunale di questa città.

 

A seguito delle accuse asprissime provenienti dall'informazione democratica e dalla società civile, da parte della magistratura ragusana non vennero come detto querele, ma per ragioni di autotutela venne vergato dal giudice istruttore Angelo Ventura un documento a discolpa, indirizzato il 13 dicembre 1972 al procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Catania. Eccone il testo, fino a oggi inedito.

 

Il sottoscritto, dott. Angelo Ventura, giudice istruttore penale del tribunale di Ragusa, in relazione alla recente campagna di stampa, condotto con acrimonia, specialmente dal quotidiano "L'Ora" di Palermo, contro tutti i magistrati inquirenti di questo Tribunale, interessati all'istruttoria dell'omicidio di Tumoni Angelo, sente il dovere di respingere, nel modo più categorico, le infamanti e calunniose accuse lanciate a tutti i magistrati, e coglie l'occasione per chiarire - se mai ve ne fosse bisogno - che tutti i magistrati di questo Tribunale adempiamo quotidianamente ai nostri doveri professionali con la massima obiettività, serenità ed il più attento scrupolo, riscuotendo stima e fiducia sia presso l'ambiente forense che presso la popolazione di tutto il Circondario.

A riprova che calunniose sono le accuse mosseci dalla stampa vale sottolineare che nessun giornalista, pur scrivendo di "corruzioni, ritardi e coperture" è stato in grado di citare alcun fatto specifico, ad eccezione della circostanza che il sostituto procuratore avrebbe emesso un provvedimento di fermo nei confronti di Campria Roberto, provvedimento che, poi, avrebbe revocato per un "riguardo" al padre di questi, dott. Saverio Campria, Presidente del Tribunale.

Tale notizia, oltre che infondata, è grottesca, perché, come è noto, non compete alla magistratura emanare provvedimenti del genere, che sono, invece, di cimpetenza della polizia giudiziaria, spettando al magistrato soltanto il potere di convalidarli o meno.

Si è scritto, inoltre, di "insabbiamento di un rapporto dei carabinieri" - non si capisce se ad opera della Procura o di questo ufficio istruzione.

Anche tale notizia è destituita di fondamento, qualunque è stata l'omissione di atti di ufficio che ci si è voluta addebitare con detta locuzione.

Ad ogni buon conto, poiché il nostro operato non può, allo stato, essere giudicato perché coperto dal segreto istruttorio, non resta al sottoscritto che auspicare la più imminente definizione dell'istruttoria affinché i relativi atti siano resi di pubblica ragione e si possa constatare se i magistrati che ci siamo occupati del caso Tumino abbiamo fatto o no il nostro dovere.

Con Osservanza

(Dott. Angelo Ventura)


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