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Delitti
Tumino-Spampinato. La svolta
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23 marzo 2005 Svolta clamorosa. Marco Tumino, figlio dell'ingegnere ucciso a Ragusa nel febbraio 1972, esce dal decennale riserbo e accusa. Reclama adesso che sulla morte del padre venga fatta giustizia. Esistono per intero le condizioni per la riapertura del caso giudiziario, che determinò l'uccisione del giornalista de L'Ora Giovanni Spampinato. Gli uffici superiori della magistratura, a Catania e a Roma, creino adesso le condizioni, a Ragusa, perché vengano gli atti dovuti.
Nel primo momento
non ho rilevato nulla. Mi sembrava che avessero fatto delle indagini accuratissime,
che avessero sentito numerose persone, e che non avessero trovato individui
sospettabili. Tant'è che avevo deciso di lasciar perdere. Ma leggendo
Morte a Ragusa mi sono reso conto che c'era qualcosa che non andava. Riesaminando
quindi gli atti alla luce di quanto riportato in tale dossier, ho capito
che avevi ragione. Ho capito che esistevano indizi gravissimi di cui non
si tenne assolutamente conto. Indizi che, in ottemperanza alle norme della
procedura penale, avrebbero certo giustificato, in pochissimi giorni,
l'emissione di ordini di custodia cautelare. Nei riguardi di
chi? Nei riguardi delle
persone che erano oggettivamente sospettabili, sulla scorta delle testimonianze
e delle descrizioni concordanti di diverse persone. Perché,
secondo te, non si provvide ad emettere alcun provvedimento restrittivo?
Probabilmente, non
si volle perché la persona su cui si accentravano obiettivamente
i maggiori sospetti era il figlio del presidente del tribunale. Parlando
con gente di Ragusa, ho d'altronde capito che tale retroscena era conosciuto
da numerose persone. L'uccisione di
tuo padre, secondo te, fu premeditata? Se Roberto Campria,
il figlio dell'alto magistrato, prese effettivamente parte alla trama,
come suggeriscono diverse testimonianze forti, non credo vi fosse in lui
premeditazione. Avrebbe evitato di farsi vedere con mio padre in via Matteotti
nel pomeriggio del 25 febbraio, qualche ora prima del delitto. Lo avrebbe
attirato in qualche modo nella trappola, senza esporsi troppo. E' tuttavia
probabile che il delitto venne compiuto da più persone. Mio padre
era di statura imponente. Un solo individuo, per giunta di corporatura
esile, difficilmente avrebbe potuto soverchiarlo, né fare tutte
le operazioni che risultarono compiute dopo l'uccisione. Trattandosi allora
di un delitto a più mani, non si può escludere che almeno
a certi livelli potette essere premeditato. Dopo la morte del
padre, gli inquirenti ti sottoposero a vari interrogatori. La lettura
degli atti ti suggerisce in merito qualcosa? Tutto venne fatto in maniera
regolare? Leggendo i verbali
di tali interrogatori ho scoperto che i conti non quadrano per niente.
La prima volta fui interrogato tre giorni dopo il delitto, avevo nove
anni, ed emerge che non dissi nulla. In un altro interrogatorio, avvenuto
a quasi un anno di distanza dai fatti, dissi invece di tutto e di più.
Evidentemente una cosa del genere non è assolutamente credibile:
tanto più se si considera che, dopo il trauma della morte di mio
padre, avevo subìto al collegio di Acireale, dove ero stato rinchiuso
da mia madre, una continuata violenza fisica da parte di un "educatore",
in seguito alla quale ero stato colpito da una profonda amnesia. Non ricordavo
più di mio padre, di parenti, di amici, quindi è semplicemente
assurdo che potessi ricordare tutte le cose che furono verbalizzate. In
effetti, mio nonno, nel corso di un interrogatorio, di cui ho letto il
verbale, fu chiaro nel dire che tutte le volte che mi domandava di mio
padre e di Roberto Campria io non dicevo nulla e mi mettevo a piangere.
Come spieghi allora
tali incongruenze? Delle spiegazioni
debbono pur esserci. Nel primo interrogatorio non dissi nulla perché
molto probabilmente fui minacciato da qualcuno che poco prima del delitto
era stato visto da me in compagnia di mio padre. E i conti in tal senso
cominciano a tornare. Riguardo all'interrogatorio dell'anno successivo,
dal quale venne verbalizzato un vero e proprio romanzo, debbo dedurre
che qualcuno si prese la briga di di suggerirmi cose che non ero in condizione
di dire. Aggiungo che in tale interrogatorio, come risulta agli atti,
ero accompagnato da mio zio Giovanni, persona del tutto inadatta alla
situazione, trattandosi di un semi-analfabeta, per giunta completamente
ignaro delle vicende di mio padre, perché viveva lontano da Ragusa,
in contrada Puntarazzi. Sarebbe stato più logico che mi avesse
accompagnato lo zio Mario, che abitava in una via vicina e c'invitava
spesso a casa sua, o, meglio ancora, il figlio di tale mio parente, che
ben conosceva l'attività e tutti gli amici di mio padre, in quanto
appassionato pure lui di antiquariato. Tu venisti ascoltato
altre volte dagli inquirenti? Venni ascoltato alcuni
giorni dopo il primo interrogatorio. E, come si evince dal verbale, anche
in quella occasione accaddero cose strane. Rispetto alla volta precedente
dissi sicuramente di più, perché mi vennero fatte molte
domande, sugli oggetti che avevano trovato dentro l'auto e su altre cose,
ma curiosamente nulla mi venne chiesto su chi fosse uscito con mio padre
nel pomeriggio del 25 febbraio. Me l'hanno chiesto invece dopo undici
mesi, e a quel punto, secondo i verbali, io, malgrado fossi preda di una
terribile amnesia, avrei fatto nomi, cognomi ... mancavano soltanto le
date di nascita. Dagli atti istruttori
emergono quattro importanti testimoni: la bergamasca Elisa Ilea, che abitava
accanto a voi, in via Matteotti, e tre contadini di contrada Ciarberi,
dove venne ritrovato il cadavere. Tutti e quattro dissero di aver visto
fra la mattina e il pomeriggio di venerdì 25 febbraio, giorno del
delitto, tuo padre con uno sconosciuto che recava le seguenti caratteristiche:
bassa statura, corporatura esile, volto scarno ed affilato, occhiali da
vista, età intorno ai trent'anni. E tali dati corrispondevano al
dettaglio con l'aspetto del Campria, che invece negava perentoriamente
di essersi visto quel giorno con tuo padre. Perché, secondo te,
non vennero fatti i dovuti confronti fra tali testimoni e il figlio del
magistrato? Se le cose non si
vogliono fare non si fanno. Gli inquirenti, come emerge dagli atti, evitarono
di fare degli adempimenti che sin dai primi giorni sarebbero potuti rivelarsi
risolutivi e incastranti. Il 10 marzo misero a confronto la Ilea con le
persone sbagliate, e lì si fermarono, malgrado in quella sede la
signora bergamasca fosse arrivata addirittura a fare il nome di battesimo
del Campria. In sostanza, c'era una pista perfettamente praticabile, che
non fu tuttavia seguita, sin dall'inizio. E ho spiegato le ragioni possibili
di tale condotta. Fra agosto e ottobre
1972, come risulta agli atti, furono interrogati Emilia Cavalieri, che
era stata fidanzata del Campria, e i componenti della sua famiglia, cioè
il padre, noto avvocato di Ragusa, la madre e la sorella Clara. E in tali
interrogatori, malgrado la rottura del fidanzamento ad aprile, dichiararono
che il figlio del magistrato la sera del 25 febbraio era con loro. Tale
alibi venne confermato inoltre da una ragazza, Linda Frasca, che in quella
sera era stata a casa dei Cavalieri. La lettura dei verbali ti ha suggerito
qualcosa? Hai riscontrato delle anomalie? Sì, ho riscontrato
diverse anomalie. Tali interrogatori non avvennero subito dopo il delitto,
ma dopo parecchi mesi. E già questo lascia perplessi. Il più
sprovveduto degli investigatori sa che il controllo degli alibi, per ritornare
utile, va operato con assoluta tempestivita. E in effetti così
venne fatto a carico di diverse persone, cui sulla scorta di elementi
irrilevanti vennero perquisiti addirittura le abitazioni. Perché
nel caso di Campria non venne fatto nulla, e i riscontri sull'alibi vennero
operati con tanto ritardo? Nel merito degli interrogatori, ho notato che
esistono vistose discordanze, di orari e di altro, ma c'è di più.
Ho rilevato che alcune cose essenziali non vennero fatte. Nel palazzo
in cui abitavano i Cavalieri c'era il portiere, che in maniera disinteressata
e attendibile avrebbe potuto fornire agli inquirenti elementi circa l'ora
in cui era arrivato Campria la sera del 25 febbraio. Ma stranamente non
fu interrogato. Né furono interrogati i responsabili del Magistero
di assistenza sociale, dove il figlio del magistrato diceva di essersi
recato con la fidanzata nel pomeriggio del giorno del delitto intorno
alle 18. E' così che si fanno le inchieste su un assassinio? Da quanto è
emerso negli ultimi tempi, si può dire senza indugio che esistono
le condizioni oggettive perché venga aperta l'istruttoria sul caso
Tumino. Caso che, è opportuno sottolinearlo, ebbe come diretta
conseguenza, nel giro di pochi mesi, l'omicidio di Giovanni Spampinato
a opera del Campria. Tu ritieni che nelle sedi competenti ci sia la volontà
di fare finalmente giustizia? Io ritengo che l'istruttoria
sul delitto non meritava assolutamente di essere chiusa, se non dopo l'individuazione
dei possibili responsabili e il loro rinvio a giudizio in corte d'assise.
Ma le cose andarono diversamente purtroppo. E da quello che riesco a vedere
e a capire, non mi pare che oggi possa esserci da parte dell'istituzione
giudiziaria di Ragusa la volontà di riaprire il caso. Tu Marco, figlio
di un ucciso cui non è stata resa giustizia, quale messaggio vuoi
mandare a coloro che sanno come andarono le cose e non hanno mai parlato?
Sono certo che a Ragusa
tante persone sanno. Invito quindi queste persone a fare un esame di coscienza,
e a comportarsi di conseguenza. E
al Campria, che vive nel Messinese, quale messaggio vorresti rivolgere
in questo momento, alla luce di quanto hai acquisito? Voglio essere chiaro.
Roberto Campria godette di un trattamento particolare. Se invece di essere
figlio del presidente del tribunale fosse stato figlio di un muratore,
sicuramente avrebbe avuto tutt'altro trattamento; sarebbe stato arrestato
subito. Diversamente da altri protagonisti della vicenda, finì
tuttavia con il pagare un prezzo. Dopo l'uccisione di Giovanni Spampinato,
che con grande scrupolo civile lo tallonava per conoscere la verità
sull'uccisione di mio padre, si costituì e venne condannato. So
che subì parecchi anni di carcere. Quindi il problema non è,
a mio parere, quello di accanirsi contro di lui per rispedirlo in galera.
Non avrebbe senso. Esistono delle leggi che premiano chi collabora per
fini di giustizia. L'invito che gli rivolgo allora è quello di
dire a testa alta, nelle sedi opportune, come andarono effettivamente
le cose. Questo vorrei dire al Campria. Hai appena accennato
al sacrificio di Giovanni Spampinato. Vuoi aggiungere qualcosa in proposito?
Posso dire che Spampinato
fu un vero giornalista, uno dei più grandi che la Sicilia abbia
avuto. Fece di tutto per scoprire i responsabili del delitto, e possibilmente,
se non fosse stato ucciso dal Campria, sarebbe arrivato alla verità.
Della sua figura e della sua memoria serbo quindi rispetto, diversamente
da tanti suoi concittadini che invece, a quanto mi risulta, ne vanno facendo
scempio. Intervista a cura di Carlo Ruta
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