Delitti Tumino-Spampinato. La svolta

23 marzo 2005

Svolta clamorosa. Marco Tumino, figlio dell'ingegnere ucciso a Ragusa nel febbraio 1972, esce dal decennale riserbo e accusa. Reclama adesso che sulla morte del padre venga fatta giustizia.

Esistono per intero le condizioni per la riapertura del caso giudiziario, che determinò l'uccisione del giornalista de L'Ora Giovanni Spampinato. Gli uffici superiori della magistratura, a Catania e a Roma, creino adesso le condizioni, a Ragusa, perché vengano gli atti dovuti.


Marco Tumino ha quarantadue anni, abita in una contrada di Modica, a ridosso della valle dell'Irminio. Dal mondo ha subìto ogni sorta d'ingiuria. Nato da una unione temporanea, visse i primi cinque anni di vita con una pessima madre, poi, fino a nove anni, con il padre. Dopo l'uccisione dell'ingegnere, il 25 febbraio 1972, venne ripreso dalla madre, che tuttavia, sposata con un avventuriero palermitano, tale Piscitello, di lì a poco ucciso in circostanze misteriose, decise di rinchiuderlo in un collegio ad Acireale, dove subì offese inenarrabili. Un "educatore" abusò di lui per un anno, notte dopo notte, imponendogli il silenzio. E lui fece silenzio. Ne uscì qualche tempo dopo con la perdita della memoria. Testimone delle ore che precedettero il delitto del padre, venne minacciato da qualcuno che temeva. Lo deduce lui stesso dai verbali degli interrogatori, ma non ricorda nulla. Sicuramente venne coartato da chi non avrebbe dovuto. Ritornato con la madre, visse anni di profondo disamore, che lo portarono ancora giovanissimo alla scelta di vivere solo. Diplomato geometra e appassionato di matematica, ha costruito da sé la casa in cui vive: una sorta di fortilizio a strutture cilindriche in cemento armato, che racconta in qualche modo i suoi drammi. Gli anni più recenti sono stati ugualmente travagliati. Ha subìto un gravissimo incidente con la moto. E' stato arrestato due volte, con modalità che lasciano riflettere, e di cui si dirà prossimamente in questo sito. Intervistato circa un anno fa, Marco appariva riluttante e rassegnato. Adesso accusa e reclama la giustizia che per decenni è stata negata.


Marco, tu hai letto gli atti dell'istruttoria sull'uccisione di tuo padre. Tale istruttoria non si chiuse con un rinvio a giudizio dei probabili assassini ma con l'archiviazione. Dalla lettura di tali atti, puoi dire cosa hai rilevato?

Nel primo momento non ho rilevato nulla. Mi sembrava che avessero fatto delle indagini accuratissime, che avessero sentito numerose persone, e che non avessero trovato individui sospettabili. Tant'è che avevo deciso di lasciar perdere. Ma leggendo Morte a Ragusa mi sono reso conto che c'era qualcosa che non andava. Riesaminando quindi gli atti alla luce di quanto riportato in tale dossier, ho capito che avevi ragione. Ho capito che esistevano indizi gravissimi di cui non si tenne assolutamente conto. Indizi che, in ottemperanza alle norme della procedura penale, avrebbero certo giustificato, in pochissimi giorni, l'emissione di ordini di custodia cautelare.

Nei riguardi di chi?

Nei riguardi delle persone che erano oggettivamente sospettabili, sulla scorta delle testimonianze e delle descrizioni concordanti di diverse persone.

Perché, secondo te, non si provvide ad emettere alcun provvedimento restrittivo?

Probabilmente, non si volle perché la persona su cui si accentravano obiettivamente i maggiori sospetti era il figlio del presidente del tribunale. Parlando con gente di Ragusa, ho d'altronde capito che tale retroscena era conosciuto da numerose persone.

L'uccisione di tuo padre, secondo te, fu premeditata?

Se Roberto Campria, il figlio dell'alto magistrato, prese effettivamente parte alla trama, come suggeriscono diverse testimonianze forti, non credo vi fosse in lui premeditazione. Avrebbe evitato di farsi vedere con mio padre in via Matteotti nel pomeriggio del 25 febbraio, qualche ora prima del delitto. Lo avrebbe attirato in qualche modo nella trappola, senza esporsi troppo. E' tuttavia probabile che il delitto venne compiuto da più persone. Mio padre era di statura imponente. Un solo individuo, per giunta di corporatura esile, difficilmente avrebbe potuto soverchiarlo, né fare tutte le operazioni che risultarono compiute dopo l'uccisione. Trattandosi allora di un delitto a più mani, non si può escludere che almeno a certi livelli potette essere premeditato.

Dopo la morte del padre, gli inquirenti ti sottoposero a vari interrogatori. La lettura degli atti ti suggerisce in merito qualcosa? Tutto venne fatto in maniera regolare?

Leggendo i verbali di tali interrogatori ho scoperto che i conti non quadrano per niente. La prima volta fui interrogato tre giorni dopo il delitto, avevo nove anni, ed emerge che non dissi nulla. In un altro interrogatorio, avvenuto a quasi un anno di distanza dai fatti, dissi invece di tutto e di più. Evidentemente una cosa del genere non è assolutamente credibile: tanto più se si considera che, dopo il trauma della morte di mio padre, avevo subìto al collegio di Acireale, dove ero stato rinchiuso da mia madre, una continuata violenza fisica da parte di un "educatore", in seguito alla quale ero stato colpito da una profonda amnesia. Non ricordavo più di mio padre, di parenti, di amici, quindi è semplicemente assurdo che potessi ricordare tutte le cose che furono verbalizzate. In effetti, mio nonno, nel corso di un interrogatorio, di cui ho letto il verbale, fu chiaro nel dire che tutte le volte che mi domandava di mio padre e di Roberto Campria io non dicevo nulla e mi mettevo a piangere.

Come spieghi allora tali incongruenze?

Delle spiegazioni debbono pur esserci. Nel primo interrogatorio non dissi nulla perché molto probabilmente fui minacciato da qualcuno che poco prima del delitto era stato visto da me in compagnia di mio padre. E i conti in tal senso cominciano a tornare. Riguardo all'interrogatorio dell'anno successivo, dal quale venne verbalizzato un vero e proprio romanzo, debbo dedurre che qualcuno si prese la briga di di suggerirmi cose che non ero in condizione di dire. Aggiungo che in tale interrogatorio, come risulta agli atti, ero accompagnato da mio zio Giovanni, persona del tutto inadatta alla situazione, trattandosi di un semi-analfabeta, per giunta completamente ignaro delle vicende di mio padre, perché viveva lontano da Ragusa, in contrada Puntarazzi. Sarebbe stato più logico che mi avesse accompagnato lo zio Mario, che abitava in una via vicina e c'invitava spesso a casa sua, o, meglio ancora, il figlio di tale mio parente, che ben conosceva l'attività e tutti gli amici di mio padre, in quanto appassionato pure lui di antiquariato.

Tu venisti ascoltato altre volte dagli inquirenti?

Venni ascoltato alcuni giorni dopo il primo interrogatorio. E, come si evince dal verbale, anche in quella occasione accaddero cose strane. Rispetto alla volta precedente dissi sicuramente di più, perché mi vennero fatte molte domande, sugli oggetti che avevano trovato dentro l'auto e su altre cose, ma curiosamente nulla mi venne chiesto su chi fosse uscito con mio padre nel pomeriggio del 25 febbraio. Me l'hanno chiesto invece dopo undici mesi, e a quel punto, secondo i verbali, io, malgrado fossi preda di una terribile amnesia, avrei fatto nomi, cognomi ... mancavano soltanto le date di nascita.

Dagli atti istruttori emergono quattro importanti testimoni: la bergamasca Elisa Ilea, che abitava accanto a voi, in via Matteotti, e tre contadini di contrada Ciarberi, dove venne ritrovato il cadavere. Tutti e quattro dissero di aver visto fra la mattina e il pomeriggio di venerdì 25 febbraio, giorno del delitto, tuo padre con uno sconosciuto che recava le seguenti caratteristiche: bassa statura, corporatura esile, volto scarno ed affilato, occhiali da vista, età intorno ai trent'anni. E tali dati corrispondevano al dettaglio con l'aspetto del Campria, che invece negava perentoriamente di essersi visto quel giorno con tuo padre. Perché, secondo te, non vennero fatti i dovuti confronti fra tali testimoni e il figlio del magistrato?

Se le cose non si vogliono fare non si fanno. Gli inquirenti, come emerge dagli atti, evitarono di fare degli adempimenti che sin dai primi giorni sarebbero potuti rivelarsi risolutivi e incastranti. Il 10 marzo misero a confronto la Ilea con le persone sbagliate, e lì si fermarono, malgrado in quella sede la signora bergamasca fosse arrivata addirittura a fare il nome di battesimo del Campria. In sostanza, c'era una pista perfettamente praticabile, che non fu tuttavia seguita, sin dall'inizio. E ho spiegato le ragioni possibili di tale condotta.

Fra agosto e ottobre 1972, come risulta agli atti, furono interrogati Emilia Cavalieri, che era stata fidanzata del Campria, e i componenti della sua famiglia, cioè il padre, noto avvocato di Ragusa, la madre e la sorella Clara. E in tali interrogatori, malgrado la rottura del fidanzamento ad aprile, dichiararono che il figlio del magistrato la sera del 25 febbraio era con loro. Tale alibi venne confermato inoltre da una ragazza, Linda Frasca, che in quella sera era stata a casa dei Cavalieri. La lettura dei verbali ti ha suggerito qualcosa? Hai riscontrato delle anomalie?

Sì, ho riscontrato diverse anomalie. Tali interrogatori non avvennero subito dopo il delitto, ma dopo parecchi mesi. E già questo lascia perplessi. Il più sprovveduto degli investigatori sa che il controllo degli alibi, per ritornare utile, va operato con assoluta tempestivita. E in effetti così venne fatto a carico di diverse persone, cui sulla scorta di elementi irrilevanti vennero perquisiti addirittura le abitazioni. Perché nel caso di Campria non venne fatto nulla, e i riscontri sull'alibi vennero operati con tanto ritardo? Nel merito degli interrogatori, ho notato che esistono vistose discordanze, di orari e di altro, ma c'è di più. Ho rilevato che alcune cose essenziali non vennero fatte. Nel palazzo in cui abitavano i Cavalieri c'era il portiere, che in maniera disinteressata e attendibile avrebbe potuto fornire agli inquirenti elementi circa l'ora in cui era arrivato Campria la sera del 25 febbraio. Ma stranamente non fu interrogato. Né furono interrogati i responsabili del Magistero di assistenza sociale, dove il figlio del magistrato diceva di essersi recato con la fidanzata nel pomeriggio del giorno del delitto intorno alle 18. E' così che si fanno le inchieste su un assassinio?

Da quanto è emerso negli ultimi tempi, si può dire senza indugio che esistono le condizioni oggettive perché venga aperta l'istruttoria sul caso Tumino. Caso che, è opportuno sottolinearlo, ebbe come diretta conseguenza, nel giro di pochi mesi, l'omicidio di Giovanni Spampinato a opera del Campria. Tu ritieni che nelle sedi competenti ci sia la volontà di fare finalmente giustizia?

Io ritengo che l'istruttoria sul delitto non meritava assolutamente di essere chiusa, se non dopo l'individuazione dei possibili responsabili e il loro rinvio a giudizio in corte d'assise. Ma le cose andarono diversamente purtroppo. E da quello che riesco a vedere e a capire, non mi pare che oggi possa esserci da parte dell'istituzione giudiziaria di Ragusa la volontà di riaprire il caso.

Tu Marco, figlio di un ucciso cui non è stata resa giustizia, quale messaggio vuoi mandare a coloro che sanno come andarono le cose e non hanno mai parlato?

Sono certo che a Ragusa tante persone sanno. Invito quindi queste persone a fare un esame di coscienza, e a comportarsi di conseguenza.

E al Campria, che vive nel Messinese, quale messaggio vorresti rivolgere in questo momento, alla luce di quanto hai acquisito?

Voglio essere chiaro. Roberto Campria godette di un trattamento particolare. Se invece di essere figlio del presidente del tribunale fosse stato figlio di un muratore, sicuramente avrebbe avuto tutt'altro trattamento; sarebbe stato arrestato subito. Diversamente da altri protagonisti della vicenda, finì tuttavia con il pagare un prezzo. Dopo l'uccisione di Giovanni Spampinato, che con grande scrupolo civile lo tallonava per conoscere la verità sull'uccisione di mio padre, si costituì e venne condannato. So che subì parecchi anni di carcere. Quindi il problema non è, a mio parere, quello di accanirsi contro di lui per rispedirlo in galera. Non avrebbe senso. Esistono delle leggi che premiano chi collabora per fini di giustizia. L'invito che gli rivolgo allora è quello di dire a testa alta, nelle sedi opportune, come andarono effettivamente le cose. Questo vorrei dire al Campria.

Hai appena accennato al sacrificio di Giovanni Spampinato. Vuoi aggiungere qualcosa in proposito?

Posso dire che Spampinato fu un vero giornalista, uno dei più grandi che la Sicilia abbia avuto. Fece di tutto per scoprire i responsabili del delitto, e possibilmente, se non fosse stato ucciso dal Campria, sarebbe arrivato alla verità. Della sua figura e della sua memoria serbo quindi rispetto, diversamente da tanti suoi concittadini che invece, a quanto mi risulta, ne vanno facendo scempio.

Intervista a cura di Carlo Ruta

 

prima pagina