Testimonianze di: Etrio Fidora, docente universitario e già direttore de L'Ora; Antonio Giaimo, redattore del GdS e già cronista de L'Ora; Giovanni Meli, segretario della federazione ragusana del SUNIA; Giuseppe Casarrubea, storico e dirigente scolastico; Pippo Gurrieri, direttore di Sicilia Libertaria; Franco Tandin, operatore economico e opinionista di Venezia; Gino Scasso di Legambiente; Francesco Crescimone, regista.

30 ottobre 2004

Oltraggio alla memoria. Il procuratore di Ragusa è inadatto al suo lavoro istituzionale.

La testimonianza di Etrio Fidora, direttore de L'Ora negli ultimi anni settanta.



Una sera un giornalista viene ucciso a colpi di pistola si sa da chi, e anche perché, e dopo trent'anni spunta un magistrato di quella stessa città (Ragusa) a dichiarare che alla fin fine, di fatto, colpevole dell'evento sarebbe stato il giornale per cui quel cronista lavorava - il quotidiano «L'Ora» di Palermo - il quale si desume lo avrebbe... come si dice, in questi casi? istigato potrebbe essere il termine giusto? forse nella mente di quegli sì perché il codice a "istigazione a..." attribuisce valenza di reato. Ma io in modo convintamente corretto preferisco dire "sostenuto", come participio verbale più esatto, in un'inchiesta che egli conduceva su quel territorio lungo piste dove s'intrecciavano mafia e traffico d'armi. E anche le circostanze di un delitto precedente, sulla cui paternità stava facendo luce. Come se fosse stata futile avventatezza l'affrontare, lui e la sua testata, un tema come questo, gestito invece col massimo rigore professionale possibile. Così come molte altre inchieste di quel giornale - a ragion civile veduta - proprio su quel tipo di argomenti mirate.

Ma insomma, cosa stava facendo quel giornalista se non il mestiere che ai giornalisti appartiene? Cercare cioè di documentare e raccontare quel che la gente non sa e invece dovrebbe sapere su quanto di losco e delinquenziale accade fra le pieghe di una parte connivente di società. Non si tratta forse di indagini che costituiscono parallela ed anzi primaria competenza anche appunto delle Procure della Repubblica? Sarebbe come dire che è colpa dell'Antimafia se Falcone e Borsellino sono saltati in aria. Quel giornale ne ha avuto altri due, di cronisti uccisi, in quegli anni, e una bomba sopra la sua tipografia, e direttori che camminavano con la scorta di polizia. Avrebbe per questo dovuto fare inchieste solo sui prezzi delle melanzane al minuto o sugli amorazzi dei giocatori di calcio, sì che nessuno dei suoi redattori potesse trovarsi minacciato per quel che veniva scoprendo e annotando sul proprio taccuino? Ci sono, gli "inviati di guerra" anche oggi in vari posti del mondo, purtroppo, e anche noi de «L'Ora» inviati di guerra allora eravamo.

Devo dire che ho letto con sgomento quella incomprensibile e marziana, o peggio, dichiarazione profferita qualche giorno fa da un togato il quale dovrebbe saper meglio guidare la propria lingua. E che mi ha fatto ricordare quello dal cielo scuro in cui avevo pronunciato a nome de «L'Ora» il discorso funebre davanti alla bara del giornalista Giovanni Spampinato, onore a lui, il giorno del suo funerale. Non ricordo neanche con esattezza le parole che usai, parlando a braccio e con le lagrime agli occhi in quel cimitero, ma certo dissi quella volta anch'io qualcosa che era testimonianza di verità. E che il futuro prossimo poi avrebbe in vari modi confermato: che un professionista era stato assassinato sul campo perché qualcuno riteneva troppo inquietante il suo rimuovere di veli, e che il suo assassino s'avvantaggiava di coperture che non avrebbero né dovute esserci né essere tollerate.
Come appare ma proprio concettualmente inadatta al suo lavoro, una figura istituzionale di servitore dello Stato che sia capace di espressioni così.

Etrio Fidora

 

30 ottobre 2004

Caso Fera. "Accusare i giornali di avere causato la morte di Spampinato significa giustificare i suoi assassini".

La testimonianza di Antonio Giaimo, cronista de L'Ora fra gli anni sessanta e settanta.

 

Quando venne ucciso Giovanni Spampinato ero un collaboratore della redazione centrale de l'Ora a Palermo. Una redazione che in quegli anni ospitava tanti altri "ragazzi"volontari che vissero una stagione della loro vita indimenticabile: Vincenzo Vasile (oggi redattore capo all'Unità), Franco Nicastro (oggi presidente dell'Ordine dei Giornalisti di Sicilia), Alberto Stabile ( oggi inviato di Repubblica), Francesco La Licata ( oggi inviato de La Stampa), Antonio Calabrò ( oggi direttore di Apcom), Giuseppe Sottile (oggi condirettore del Foglio), Daniele Billitteri (oggi caposervizio del Giornale di Sicilia).Per parlare della generazione del '68-74. C'erano soprattutto il direttore Vittorio Nisticò, "demiurgo" del giornalismo, ed i redattori, capi servizio, capiredattori e capicronista (la vecchia guardia operativa) Etrio Fidora, Bruno Carbone, Gianni Pietrosanti, Mario Genco, Salvo Licata, Sergio Buonadonna, Gianni Lo Monaco, Aldo Costa, Mario Farinella, Kris Mancuso, Roberto Baudo, Dante Angelini, Marcello Cimino e tanti altri intellettuali impegnati a contrastare con l'informazione il potere politico-mafioso ed a lavorare per un riscatto etico-culturale dell'Isola. Giovanni Spampinato era un giornalista e un militante antifascista che aveva seguito con corrispondenze precise e coraggiosissime fatti e vicende del Ragusano. Non lo conobbi personalmente, ma lo leggevo con ammirazione. L'idea che mi ero fatto era che Giovanni avesse scoperto qualche losco traffico tra i fascisti locali ed i colonnelli greci. Comunque che seguisse un filone; che avesse già scoperto degli intrecci che andavano al di là degli interessi provinciali.

Dopo oltre trent'anni da quell'assassinio, leggendo le dichiarazioni del procuratore Agostino Fera ( "I giornali potevano scrivere quello che volevano. I giornali purtroppo hanno causato poi il secondo omicidio (quello di Spampinato ndr). Scusi avvocato se lo dico, ma è così"), non posso che esprimere amarezza. I giornali L'Ora e L'Unità non potevano scrivere quello che volevano. Cercavano la verità, facevano il loro dovere di controllo e di critica democratica. Cosa che oggi nessun giornale italiano fa più. Eppoi se i giornali toccavano temi scottanti che riguardavano corruzione, intrallazzi, sicurezza dello Stato democratico o altri reati quali misure vennero prese, quante inchieste vennero aperte dalla Procura per appurare le presunte denunce giornalistiche? Quanta luce venne fatta? Quanto buio squarciato?

Al procuratore Fera evidentemente non piace la "dietrologia". Una "memoria" proibita nell'era Berlusconiana che Carlo Ruta, nemico dell'oblio, cerca di non fare scomparire.

Accusare i giornali di avere causato la morte di Spampinato significa giustificare i suoi assassini. Da qui un'altra riflessione. Alcune province siciliane assomigliano (con le dovute differenze ) a certe lontane regioni del Brasile dove i rappresentanti dello Stato ed i latifondisti locali, d'accordo, amministrano potere e giustizia a loro discrezione. E chi rivendica un pezzo di terra, migliori condizioni di vita e lotta per un po' di dignità viene eliminato.


Antonio Giaimo
ex cronista
del giornale L'Ora di Palermo

 

28 ottobre 2004

Le dichiarazioni di Fera su Spampinato sono intollerabili

La testimonianza del veneziano Franco Tandin, operatore economico e opinionista

 

Anche se materialmente distante dalla vostra regione, ho letto con turbamento quanto scritto sulla prima pagina di "Accade in Sicilia" circa le dichiarazioni del magistrato Fera, procuratore a Ragusa, sul delitto del giornalista Giovanni Spampinato. Ritengo che le "esternazioni" di questa persona riguardo ai giornali - ovviamente quelli che accoglievano le denunzie civili di Spampinato, quindi "L'Ora", "L'Unità" e altri locali - siano di una gravità inaudita. Non si era mai detto che gli organi d'informazione sono moralmente i responsabili della morte dei loro stessi cronisti. Adesso, per voce di un esponente istituzionale, che dovrebbe garantire la giustizia, si è arrivati a sostenere cose del genere. Che in un'aula di tribunale un procuratore lanci poi simili accuse, sia pure obliquamente, a un giornale come "L'Ora" di Palermo, che per decenni è stato un baluardo della libertà di stampa, e che ha pagato tale scelta con tre giornalisti uccisi, lo trovo davvero intollerabile. Tali dichiarazioni dimostrano solo che questo procuratore Fera manca di ogni senso della democrazia. E che tutto questo avvenga in Sicilia, è ancora più allarmante. Ribadisce infatti che la giustizia, là dove ce n'è più di bisogno, insiste a ritrovarsi largamente in pessime mani.

Franco Tandin

cell. 348-2300483

 

3 novembre 2004

Giovanni Spampinato contro la scelta di un Tribunale di non vedere, non sentire, non parlare.

La testimonianza di Pippo Gurrieri, direttore di Sicilia Libertaria

 

Ragusa negli anni a cavallo tra i '60 e i '70 era al centro di affari sporchi che coinvolgevano aree della destra con settori della criminalità; la sua tranquillità di superficie ne faceva il luogo adatto per operazioni di supporto alle trame che andavano sviluppandosi in Italia e forse nel mediterraneo. Tutto questo è venuto fuori grazie alle inchieste di Giovanni Spampinato, che, tra l'altro riprendevano voci e indicazioni circolanti nell'ambito della sinistra e non solo. A conferma di questo si verificano alcuni episodi: tentativi di infiltrazione, presenza di personaggi famosi
dell'area eversiva, in città.
Il delitto Tumino, per le sue caratteristiche, non può certo considerarsi estraneo a tale contesto.
Le indagini sul delitto Tumino sicuramente non andarono a fondo in questa direzione, troppe le cose che sarebbero venute fuori, troppi i personaggi da scomodare, troppo il coraggio necessario a mettere in discussione assetti di
potere consolidati. Lo fece Giovanni, contro la scelta di un Tribunale di non vedere, non sentire, non parlare, e di buona parte della città che preferiva bisbigliare e non alzare la voce. Solo in tutti i sensi, Giovanni era condannato.

Pippo Gurrieri

 

6 novembre 2004

L’uccisione di Giovanni Spampinato è stato l'atto estremo di chi aveva interesse a nascondere verità sicuramente molto scomode.

La testimonianza di Giovanni Meli segretario della federazione ragusana del SUNIA

Con riferimento al comunicato su “un Procuratore della Repubblica siciliano che offende la memoria dei giornalisti uccisi e la dignità dell’informazione”, intendo testimoniarLe la mia condivisione per la denuncia e per il suo contenuto.

L’uccisione di un giornalista, che tentava di fare luce su un delitto misterioso e sui fatti torbidi che vi ruotavano attorno, è stato il gravissimo atto estremo di chi aveva interesse a nascondere verità sicuramente molto scomode. E’ stata, inoltre, una grave perdita per la stampa libera, di cui Giovanni era certamente uno dei principali protagonisti, e poi anche per l’intera collettività, che all’epoca rischiava una grave deriva autoritaria.

Mi perdoni se faccio riferimento anche alla mia sfera emotiva, perché a Giovanni mi legava anche una grande amicizia personale particolare e familiare, che continua ancora con i fratelli Alberto e Salvatore.

(...) Anch’io, nel mio ambito e nella qualità di segretario del SUNIA e attuale consigliere dell’IACP di Ragusa, conduco le mie battaglie, che sono politiche, ma che in fondo vogliono avere una forte connotazione di civiltà.

Giovanni Meli

 

10 novembre 2004

Di magistrati come Fera, con la loro cultura e i loro modelli di comportamento, ne possiamo fare volentieri a meno.

La testimonianza di Gino Scasso di Legambiente

 

Trovo incredibile l'affermazione del dottor Fera a proposito dell'assassinio di Giovanni Spampinato, tanto più in quanto è stata pronunciata da uno che dovrebbe garantire la giustizia nelle aule di un tribunale. Mi richiama subito, per associazione di idee, la prima cosa che in genere, nelle nostre zone, in cui è molto diffusa la subcultura mafiosa, si dice a livello popolare, quando qualcuno viene ammazzato: "ma sa chi fici", quasi a giustificare gli assassini o l'assassino. Ma se a esprimersi con la stessa logica è un rappresentante delle istituzioni, la cosa diventa ancora più grave. Segno dei tempi in cui viviamo, in cui un ministro come Lunardi è arrivato a dire che bisogna convivere con la mafia e un magistrato afferma che la colpa dell'assassinio di Spampinato è da addebitare ai giornali in generale e al suo giornale. Si vorrebbe una stampa velinara, che non faccia inchieste, allineata e appiattita con il potere. E invece L'Ora era una fucina di battaglie civili e di libertà, in un periodo in cui era difficile farlo, e di giornalisti come Spampinato che in queste battaglie si spendevano, pagando un prezzo non indifferente. Oggi in cui il giornalismo è molto cambiato, non si fanno più inchieste, o se ne fanno meno e la rappresentazione della realtà nelle televisioni è diventata quasi esclusivamente reality show, ci sarebbe molto bisogno di giornali come L'Ora e di giornalisti come Giovanni Spampinato. Di magistrati come Fera, con la loro cultura e i loro modelli di comportamento, ne possiamo fare volentieri a meno.

Gino Scasso
presidente circolo Legambiente di Partinico

 

17 novembre 2004

Il procuratore che istruì il caso Tumino non può permettersi di infangare L'Ora, L'Unità e la figura di Giovanni Spampinato.

La testimonianza del regista Francesco Crescimone.

 

Su tutto trovo davvero grave il fatto che il Procuratore che allora istruì il noto caso Tumino si permetta oggi di lanciare accuse infamanti a testate giornalistche quali "L'Ora" e "L'Unità", che nella memoria dei più restano modelli di impegno politico e civile, solo per infangare la figura e il lavoro di Giovanni Spampinato, il cui impegno professionale gli è costato la vita. Di più! L'abusata figura letteraria, poi anche cinematografica (alla Renzo Tramaglino di manzoniana memoria) de "l'ingenuo" cronista di provincia imbeccato, eterodiretto e mandato allo sbaraglio da "maestri" irresponsabili e lontani, stravolge la realtà a tal punto che un assassinio per tale "ingenua" astuzia retorica viene inteso suicidio. "Se l'è cercata e dunque ... ben gli sta!".

Ma ciascuno di noi ha una memoria. Nella mia torna a vivere la viva voce del non dimenticato Feliciano Rossitto di Corso Italia a Roma, generoso consulente e mancato prefatore del mio "saggio" su I fasci dei lavoratori e probabile, si dice oggi, tv movie. E fu dalla sua viva voce che seppi di Giovanni Spampinato di Ragusa, che poteva, consglia Feliciano Rossitto, fungere da consulente in loro del capitolo relativo ai Fasci dei lavoratori d'area ragusana. E sarà dalla viva voce di una tra le penne più prestigiose di Ragusa che per caso, mentre si parla d'altro, ascolto di un, a me del tutto sconosciuto, signor Tumino antiquario e di una notturna pantomima alla Andrea Camilleri, che si conclude col suo assassinio. Ebbi chiara allora l'impressione che l'antiquariato a Ragusa confinava o sconfinava in traffici forse più esplosivi.

"Dicerie", si dirà. Ed io ripeto "dicerie di untore!". Ma chi erano i figuri che riempirono la notte della morte del signor Tumino antiquario? Da dove arrivavano e dove andavano? E' inutile perché ovvio ricordare che allora era in essere in Italia quella che nella storia viene detta strategia della tensione, che infine sul "Corriere della Sera" si espliciterà con l'indimenticato "Piano di Rinascita", a firma dell'amministratore delegato della loggia P2 e "poeta pluridecorato" dottor Licio Gelli.

"Dicerie" dunque. Come "dicerie" restano le stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia a Brescia, di Bologna etc, se è vero, come è vero, che ancora non hanno autori. E infatti ne leggete ancora a volte solo ne "L'Unità". Ne "L'Ora" non più, perche defunse, ahinoi.

Francesco Crescimone

 

 

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