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I delitti Tumino e Spampinato Note tratte da Missili e mafia. La Sicilia dopo Comiso, di Paolo Gentiloni, Alberto Spampinato, Agostino Spadaro. Editori Riuniti, Roma, 1985 |
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(...) Il 25 febbraio 1972, a Ragusa, fu assassinato l'ingegnere Angelo Tumino, un ex play-boy che aveva avuto il suo momento di maggior notorietà nel 1961, quando aveva fatto la comparsa nel film di Pietro Germi Divorzio all'italiana, girato a Ragusa. Tumino in passato s'era occupato di politica. Era stato eletto anche consigliere comunale delle liste del Msi, ma si era dovuto dimettere perché era in causa con il comune per un impianto di termosifoni che egli aveva installato in municipio. Anche la successiva attività edilizia, prevalentemente nella vicina Modica, gli era costata denunce, rancori e multe salate. Non si capisce con quale competenza, ma soprattutto con quali capitali, negli ultimi anni avesse intrapreso il mestiere di antiquario, comprando tutto ciò che trovava, senza andare per il sottile, riempendo magazzini a Ragusa Centro, Ragusa Ibla e a Modica, quasi avesse molti soldi da investire. Il suo corpo fu trovato all'alba da un contadino, in un viottolo di campagna. Giaceva riverso sul sedile della sua vecchia auto, sulla fronte il foro di un grosso proiettile. Dai primi anni cinquanta non si verificava nella tranquillissima Ragusa un fatto di sangue così grave. Le indagini rischiavano di mettere alla berlina tutto il discreto mondo e il perbenismo provinciale della buona borghesia cittadina, di cui l'ingegnere e i suoi amici erano esponenti di rilievo. Bisogna dire che queste aspettative andarono deluse. Ma l'omicidio destò molto allarme anche per altri motivi. Tumino era un professionista conosciuto da tutti; le circostanze della sua morte apparvero subito misteriose e lo sono tuttora; nelle prime indagini fu coinvolto il figlio del presidente del tribunale di Ragusa, che era stato amico-cliente della vittima. Proprio in quei giorni a Ragusa si registrarono allarmanti episodi: una intensificazione dell'attività della malavita locale attorno a oscuri traffici illeciti, strane manovre di agenti del regime fascista greco dei colonnelli e di estremisti di desta. A Ragusa furono visti circolare spavaldamente il bombardiere nero Stefano delle Chiaie, all'epoca già ricercato per la "strage di Stato" di piazza Fontana, esponenti di Ordine Nuovo e personaggi legati al "principe nero" Junio Valerio Borghese e coinvolti nel golpe che egli aveva tentato nel dicembre 1970. Cronista brillante e scrupoloso di queste oscure vicende fu il giornalista Giovanni Spampinato, 26 anni, corrispondente da Ragusa del quotidiano L'Ora di Palermo. Giovanni era uno studente di filosofia che aveva vissuto tutte le passioni del '68 attraverso l'eco che ne giungeva per mezzo della carta stampata in quella provincia periferica, aveva partecipato all'esperienza dei gruppi spontanei, aveva letto Marcuse e i testi marxisti. Era approdato da poco all'impegno politico nel Pci, nello stesso modo problematico in cui lo fece una intera generazione di reduci del movimento studentesco. Nel 1971 aveva condotto per il suo giornale una inchiesta a Ragusa, Siracusa e Catania, descrivendo le sospette attività dei fascisti locali imbaldanziti dal successo elettorale di quell'anno. Aveva descritto come le formazioni neofasciste fossero foraggiate generosamente dagli stessi agrari che nel '69 avevano inneggiato alla polizia quando ad Avola i celerini avevano sparato sui braccianti in sciopero. Aveva anche riferito le voci secondo cui sulle coste del ragusano, complici la malavita locale e gruppi eversivi di destra (che con tale attività si finanziavano e si armavano), nottetempo venivano sbarcate sigarette di contrabbando - circostanza notoria -, droga e armi. mergeva inoltre dal proliferare di gruppi archeologici, tutti orbitanti attorno a formazioni neofasciste di Siracusa, una attività di copertura per l'organizzazione di campi paramilitari neofascisti. Fu Giovanni Spampinato a scrivere che alla fine di gennaio, per tre giorni, il "bombardiere nero" Stefano delle Chiaie era stato visto all'albergo Mediterraneo di Ragusa in compagnia di un altro equivoco personaggio, il romano Quintavalle, ex X Mas, amico dei fascisti locali, che restò alloggiato nello stesso albergo per un paio di mesi dicendo di essere interessato a costruire una palestra con piscina a Ragusa (i suoi figli cercarono maldestramente di infiltrarsi fra gli anarchici locali). Fu Giovanni Spampinato a tracciare l'equivoco ritratto diXenophon Mephalopoulos, un greco ricchissimo con notevoli attività economiche a Siracusa (speculazione edilizia, prevalentemente), scoprendo che egli, senza dare nell'occhio, rivestiva discretamente l'ufficio di "real viceconsole di Grecia in Sicilia". Aggiungeva: "Ci sono fondati motivi per ritenere che sia un agente dei colonnelli greci". Amico dei fascisti aretusei e del sindaco democristiano, negli anni d'oro dei colonnelli aveva tentato un gemellaggio fra Siracusa e Atene. "Dalle mani del greco passano miliardi, ma forse i soldi - scriveva Spampinato - non sono tutti suoi. Potrebbe essere uno dei principali tramiti per gruppi fascisti del meridione. i soldi arriverebbero oltre che dalla Grecia, dalla Spagna e dal Sud Africa". Fu ancora Giovanni Spampinato a scrivere in una sua corrispondenza che nell'ambito delle indagini per il delitto Tumino era stato interrogato Roberto Campria, trentun'anni, collezionista di armi, figlio scapestrato e chiacchierato di un alto magistrato di Ragusa che era stato amico di Tumino. Per aver riferito quel fatto il giornalista fu querelato da Campria, ma il tribunale di Palermo gli diede atto di aver correttamente riferito una notizia. Nei mesi seguenti Campria, protestandosi vittima di un sospetto ingiusto, cercò subdolamente la confidenza del giornalista, quasi volesse verificare per conto proprio o per conto di altri cos'altro Spampinato sapesse che non aveva ancora scritto. Spampinato aveva continuato a raccogliere informazioni su Tumino ed era convinto che egli fosse stato ucciso per aver tentato di tirarsi fuori da un qualche grosso giro eversivo o mafioso nel quale si era inserito senza rendersi subito conto di cosa si trattasse. Seppure non desse una chiara immagine d'insieme, questa analisi raccordava in qualche modo tutte le tessere del mosaico di cui il cronista disponeva: la riviviscenza fascista, il debutto di una malavita più pericolosa, l'atipicità del delitto Tumino, i traffici di materiale archeologico, il contrabbando di armi, droga, tabacchi, l'aleggiare di presenze mafiose e di superlatitanti come Delle Chiaie. Dietro le insistenze di Campria, in agosto Spampinato scrisse sull'Ora che nessun seguito giudiziario avevano avuto i sospetti sul suo conto. Ma il figlio del magistrato continuò a cercare Spampinato, promettendogli grosse rivelazioni. in realtà si incontrarono tre volte in tutto. La sera del 27 ottobre con il solito pretesto Campria riuscì ad attirare il giornalista in periferia e lo assassinò a colpi di pistola, costituendosi xsubito dopo. In assise Campria fu condannato a ventun'anni, ma in appello la condanna fu ridotta a quattordici. Nonostante l'impegno del pubblico monistero e delle parti civili nei due dibattimenti, non è stato possibile chiarire i retroscena del delitto né il ruolo equivoco di Campria tra il delitto Tumino e il delitto Spampinato. E' comunque emersa una circostanza che fa sospettare un coinvolgimento della mafia. In un linguaggio reticente e allusivo l'imputato raccontò che, senza volerlo, si era fatto una brutta fama, tanto che una volta due persone lo avrebbero avvicinato offrendogli del denaro per portare a Palermo una valigia dal misterioso contenuto. Di recente (...) si è scoperto che proprio in quegli anni si realizzavano nel ragusano i primi insediamenti mafiosi.
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