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Caso
Tumino-Spampinato. Alcuni documenti
Doc.
1 - Dichiarazioni del maggiore della GdF Carlo Calvano tratte dalla testimonianza
del novembre 1972 resa al sostituto procuratore generale Tommaso Auletta.
Il 24 ottobre
venne da me, dicendo di essere inviato dal S. Procuratore della Repubblica dott.
Fera, il Campria, il quale cominciò col dire che si interessava di antiquariato
e poi soggiunse che era stato avvicinato da una persona insospettabile, della
quale non mi fece il nome, ed era stato richiesto di avvicinare un finanziere
ed offrirgli una somma aggirantesi intorno al milione di lire perché confidasse
il percorso che sarebbe stato seguito dalla pattuglia di cui il finanziere faceva
parte. Tale rivelazione avrebbe facilitato lo sbarco di una nave proveniente dalla
Jugoslavia che si sarebbe fermata fuori delle acque territoriali, di un quantitativo
di sigarette del valore di duecento milioni di lire; per lo sbarco sarebbero stati
usati dei pescherecci, e il Campria sarebbe stato ricompensato con la somma di
lire dieci milioni, dalla quale avrebbe dovuto detrarre il compenso per il finanziere.
Gli dissi che avrei riferito ai miei superiori e che avrebbe potuto telefonarmi;
lo avvertii che poteva correre rischi, ed egli mi disse che si sarebbe qualificato
al telefono come Maurizio. Mi confidò anche che altra volta era stato
richiesto di trasportare una valigetta a Palermo dietro un compenso così
forte da indurlo a sospettare che si trattasse di droga. Soggiunse che aveva
rifiutato la proposta. Nel corso della discussione parlò di due persone
che gli avevano richiesto di agevolare il contrabbando di tabacchi, mentre al
principio lui aveva parlato di una persona sola. Avendogli io chiesto perché
mi si fosse qualificato come esperto di antiquariato, rispose che egli sapeva
che a volte, a quanto aveva sentito dire, il prezzo dei tabacchi di contrabbando
veniva pagato mediante la consegna di oggetti d'arte. Naturalmente riferii il
fatto al Comandante di Legione di Messina.
Doc.
2 - Dichiarazioni di Roberto Campria, tratte dall'interrogatorio condotto il 27
febbraio 1972 dal sostituto procuratore Agostino Fera.
Ero legato con Tumino Angelo da rapporti di amicizia, in quanto, essendo a lui
nota la mia passione per l'antiquariato, cercava di aiutarmi nel reperimento di
alcuni pezzi che avrei dovuto usare per l'arredamento della mia futura casa.
L'ultima
volta che ho visto Tumino Angelo è stata domenica scorsa, giorno 20 c.m.,
se non erro, in quanto mi sono recato con lui, a bordo della mia autovettura,
a Pietraperzia per intrattenere contatti con alcune persone, delle quali non ricordo
il nome, che avevano promesso al Tumino di fargli reperire alcuni pezzi di antiquariato,
quadri o altro.
Ieri pomeriggio mi sono recato nell'abitazione del Tumino dove ho trovato il figlio
Marco, decenne, che mi ha informato che il padre non era in casa e che anzi non
era rientrato dal giorno precedente. Me ne sono andato, erano le 14,45 circa,
a Marina di Ragusa per sbrigare degli affari miei personali. Rientrato a Ragusa
alle 16 circa, sono andato nuovamente in casa del Tumino e non avendolo trovato
decisi di attenderlo.
Appresi dal figlio del Tumino che il padre si era recato verso le ore 13,30 di
venerdì 25 c. m. in una campagna vicino Ragusa per acquistare un mobile
e non era più tornato. Mi sono subito preoccupato perché ritenni
il fatto assolutamente anormale in quanto il Tumino non lasciava mai solo il figlio
o quanto meno lo avvertiva quando rimaneva fuori. Decisi perciò di aspettare
il Tumino e nel frattempo guardavo e sistemavo gli oggetti che si trovavano in
casa. A un certo momento Marco mi disse che stava uscendo per andare dal tabaccaio
e se ne andò senza che io gli chiedessi perché stava uscendo, ritenendo
che andasse a giocare o a comprare qualcosa per lui. Subito dopo sentii squillare
il telefono sito al piano di sopra, dove mi recai per rispondere alla chiamata.
Si trattava di Di Marco Ernesto, concessionario della N.S.U. che cercava di Tumino
Angelo ed al quale riferii che non era in casa. Egli mi disse allora di riferire
al Tumino di non allontanarsi dalla propria abitazione perché quella sera
stessa sarebbe andato a trovarlo assieme ad un persona, venuta da Catania, che
penso fosse interessato all'acquisto di un mobile. Subito dopo ricevetti altra
telefonata - saranno state le 16,30 circa, e questa volta trattavasi della cognata
di Tumino Angelo, di cui non so il nome. La signora mi chiede di Marco e mi chiese
pure come mai mi trovassi in casa del Tumino. Risposi che lo stavo aspettando
ed alla aggiunse allora che il Tumino aveva avuto un incidente in contrada Galerme;
che sul posto vi era la polizia ed io pensai subito che si fosse trattato di un
incidente stradale. Chiesi maggiori chiarimenti sulla ubicazione della località,
ma la signora non me ne seppe dare. Non appena attaccai il ricevitore, rientrò
Marco e quasi contemporaneamente, sopraggiunse un'auto con alla guida una persona
a me sconosciuta, nipote del Tumino Angelo, il quale mi informò, senza
che Marco potesse sentire, che il Tumino aveva avuto un incidente d'auto e che
in gravi condizioni trovavasi in contrada Galerme. Il nipote del Tumino invitò
Marco a seguirlo, senza specificargli il perché, ricevendone un netto rifiuto.
Nel frattempo io mi misi in macchina per recarmi sul posto dell'incidente. Avute
indicazioni sbagliate circa la strada da seguire, informazioni fornitemi dall'addetto
al distributore Mobil sito sulla strada per Marina di Ragusa, mi recai verso lo
stradale che conduce a Santa Croce Camerina facendone poi immediatamente ritorno
e mi recai all'ospedale civile ritenendo che il Tumino vi fosse stato trasportato.
Quindi telefonai all'ospedale Paternò Arezzo e avendo avuto risposta che
nemmeno lì era il Tumino, anzi mi informarono che lo stesso era morto,
mi portai alla caserma dei CC per maggiori ragguagli. Qui sono venuto a conoscenza
che il Tumino era stato ucciso.
Ricordo che qualche tempo fa, circa un mese addietro, l'ing. Tumino mi disse che
si sarebbe dovuto recare in contrada Galerme per comprare un mobile antico, che
ritengo fosse un comodino o un comò a tre cassetti.
Non so dove sia contrada Galerme, ma ricordo che l'ingegnere mi disse che doveva
arrivare "Là sotto, in fondo, dove ha perso le scarpe il signore",
e ciò riferendomi in dialetto.
Doc. 3 - Testimonianza resa da Giuseppe Tumino al
giudice istruttore Angelo Ventura il 9 agosto 1972.
Vero è che nella mattinata del 25 febbraio 1972 ho incontrato nella contrada
Mangiapane, verso le ore 12,30, mio cugino Tumino Angelo a bordo della sua autovettura,
dove stava seduta sul sedile posteriore una persona a me sconosciuta, dell'apparente
età di anni 30-35, con le lenti, di corporatura magra e con un vestito
di colore scuro. Non ricordo se detta persona indossava un cappotto. Mio cugino
mi chiese dove poteva trovare una casa nella quale si era recato precedentemente,
per acquistare delle cose antiche. Io gli risposi che l'unica casa della zona
dove poteva recarsi era quella di certo Salonia Francesco, e lo indirizzai colà.
Forse sarei in grado di riconoscere, se mi venisse mostrata, la persona che nell'occasione
stava con mio cugino Tumino Angelo. Da detto Salonia ho poi saputo che mio
cugino, sempre nella mattinata del 25 febbraio, si recò presso la sua casa.
Inoltre, il Salonia mi ha riferito di avere incontrato mio cugino, sempre in compagnia
di una persona, nel pomeriggio dello stesso giorno e nella contrada Mangiacarne.
Quando il Salonia incontrò per la seconda volta mio cugino, esso Salonia
se ne stava alla guida di un carro agricolo, mentre detto mio cugino stava eseguendo
una inversione di marcia aiutato da una persona sconosciuta che stava a Terra.
Doc.
4 - Dalla testimonianza di Salvatore Cardamone, Padre Fedele, nato a Mazzarino
il 28 agosto 1914, residente a Militello Val di Catania, resa al giudice Ventura
il 30 maggio 1973. Il passaggio che si presenta riguarda la figura del Cutrone:
assai probabilmente la persona che, con Roberto Campria, Elisa Ilea sostiene di
aver visto dalla propria finestra di casa, in via Matteotti, allontanarsi con
Tumino. Si tratta di una testimonianza importante perché pone in rilievo
le condotte e gli affari avventurosi del Cutrone nei mesi in cui si rese irreperibile.
Durante
la mia permanenza a Militello ho avuto modo di conoscere certo Cutrone Giovanni,
il quale si presentò da solo, chiedendomi se avevo oggetti antichi da vendergli.
Nell'occasione il Cutrone mi lasciò il suo recapito, cioè quello
di Ragusa nella via Piave presso certa Brullo Vita, dicendomi che in quel posto
cercare di lui nel caso avessi avuto oggetti antichi da vendere. Nell'anno
1940, mentre mi trovavo a Vittoria presso quel convento dei cappuccini, ebbi modo
di conoscere certo Pasqua Silvio, il quale all'epoca lavorava alle dipendenze
della A.B.C.D. Adesso mi risulta che il Pasqua non lavora più per conto
della A.B.C.D. ed è dedito all'antiquariato. Un giorno dell'anno 1972,
verso il mese di giugno-luglio, trovandomi occasionalmente a Vittoria m'imbattei
nel detto Pasqua, il quale mi raccontò che era stato convocato dal magistrato
di Catania che si occupava del caso Palumbo per sapere da esso Pasqua come mai
era andato a Militello. Il Pasqua, secondo quanto egli stesso mi disse, ammise
al magistrato di essersi recato a Militello in compagnia di Cutrone Giovanni per
vendere in quel comune due lumi, che effettivamente vendette. Mi riferì
pure il Pasqua che il magistrato inquirente avrebbe voluto sentire anche il Cutrone
sempre in merito al sequestro Palumbo. Secondo il Pasqua egli e il Cutrone erano
stati visti a Militello e riconosciuti dalla polizia durante un servizio di perlustrazione
in elicottero. Durante le ricerche della polizia per rintracciare il Palumbo
che era stato sequestrato dai banditi, incominciò a circolare la voce nel
paese di Militello che noi religiosi avevamo dato ospitalità o comunque
favorito i banditi. Per cui per fare cessare queste dicerie avvertii l'opportunità
di avvisare la Brullo Vita, presso la quale il Cutrone aveva il suo recapito,
di riferire al detto Cutrone di non farsi più vedere in convento, dato
che lui come mi aveva detto il Pasqua era ricercato dalla polizia e pertanto la
sua presenza a Militello avrebbe potuto alimentare le voci di una mia connivenza
coi banditi del caso Palumbo.
Doc.
5 - Dalla testimonianza di Vita Brullo, amica di Giovanni Cutrone, resa al giudice
istruttore Ventura il 21 marzo 1973. I passaggi che si presentano riguardano lettere
che la Brullo aveva ricevuto dal Cutrone nei mesi in cui risultava irreperibile.
D.R.
La persona di cui si fa cenno nella suddetta lettera, che mi ha detto che il Cutrone
aveva paura a venire a Ragusa è mia sorella Giovanna.
D.R.
Riconosco per quella a me indirizzata la lettera datata 23/12/72 a firma di Giovanni
che la S.V. mi mostra. Detta lettera è stata inviata da Cutrone Giovanni
e le "chiacchiere" di cui si parla si riferiscono alle dicerie della
gente intorno ai rapporti del detto Cutrone e mia sorella Pina. D.R.
Riconosco per quella a me indirizzata la lettera datata 24/6/72 a firma Giovanni
che la S.V. mi mostra. Detta lettera mi è stata inviata da Cutrone Giovanni.
Le persone di Grammichele cui si fa riferimento sono tre individui che io non
conosco e che sono venuti a casa mia tre volte, per chiedere del Cutrone dal quale,
a loro dire, avanzavano denaro per oggetti che gli stessi gli avevano venduto.
Non so di che oggetti si trattava. D.R.
Riconosco per quella a me indirizzata la lettera datata 2 novembre 1972, che la
S.V. mi mostra. Detta lettera mi è stata inviata da Cutrone Giovanni. Non
so perché in detta lettera egli mi avverte di non dire a nessuno che dormiva
a casa mia. D.R.
Riconosco per quella a me indirizzata la lettera datata domenica sera a firma
Giovanni. Detta lettera mi è stata inviata da Cutrone Giovanni. A Proposito
delle mie preoccupazioni di cui si parla in detta lettera, devo dire quanto appresso.
Qualche giorno prima che ricevessi questa lettera era venuto a casa mia certo
Padre Fedele da Militello Val di Catania a chiedermi del Cutrone. Poiché
questi era partito da Ragusa, io gli dissi che non glielo potevo far parlare.
In quella occasione Padre Fedele mi disse di riferire a Cutrone Giovanni di stare
attento e di non andare via con la sua macchina, in quanto lo avevano fotografato
in compagnia del Pasqua e di altre due persone, mentre prendevano due lumi. Tali
fotografie sarebbero state fatte dall'alto di un elicottero. Non mi disse, comunque,
dove essi si sarebbero trovati quando erano stati fotografati. D.R.
Non so se il Cutrone si sia recato, qualche volta, a Marina di Modica per affari,
ma so che l'ing. Tumino gli aveva promesso di affittare, per suo conto, un locale
a Modica per riporvi il materiale ch'egli, man mano, andava comprando. Non
so se il suddetto Pasqua avesse rapporti di affari con l'ing. Tumino. D.R. Riconosco
per quella a me indirizzata la lettera datata 26 dicembre 1972, a firma Giovanni
che la S.V. mi esibisce. Detta lettera mi è stata inviata da Cutrone Giovanni.
Non so a che cosa voleva riferirsi il Cutrone allorché nella lettera sopra
riferita egli parla di essere "indiziato per certe cose".
Doc.
6 - Dall'interrogatorio di Roberto Campria, condotto dal sostituto procuratore
generale Tommaso Auletta il giorno 1 novembre 1972.
Non conosco Cutrone Giovanni. Può darsi che lo conosca di vista, e potrei
riconoscerlo se mi fosse mostrato.
Non è vero che, verso le ore 15 del giorno in cui Tumino fu ucciso io sia
uscito dalla casa del Tumino, insieme a costui e al Cutrone. Quel giorno io non
vidi affatto il Tumino.
Non ho alcun rapporto con persone che si occupino di stupefacenti o di contrabbando
di tabacchi. Fui avvicinato recentemente da persona che non conosco, la quale
mi propose di corrompere un finanziere per agevolare lo sbarco di tabacchi di
contrabbando. Riferii ciò al sostituto procuratore della Repubblica, dott.
Fera, e per consiglio di questi al comandante della Guardia di Finanza. Fui avvicinato
da una sola persona.
Dissi al Comandante che ero stato avvicinato da una persona insospettabile perché
si trattava di un uomo ben vestito ed io lo giudicai insospettabile.
Fui avvicinato sempre per tale fatto, anche da un'altra persona, ma non ricordo
se ciò avvenne prima o dopo del mio colloquio al comandante.
Credo che i suddetti sconosciuti mi avvicinarono avendo dato credito alle voci
che si erano sparse sul mio conto in seguito al fatto Tumino, secondo le quali
io mi occupavo anche di furti d'auto, di traffico di droga e di ogni altro illecito
possibile. L'ambiente ragusano è piccolo e le voci si diffondono facilmente,
e si sono dette tante cose sul mio conto, tutte false. Anche Spampinato ne era
al corrente, e se ne era parlato nella conferenza stampa del 2 agosto, la regitrazione
della quale si trova in possesso del Giudice Istruttore. In tali nastri sono registrate
anche alcune conversazioni tra me e Giovanni.
Parlai al maggiore della Guardia di Finanza, o al dott. Fera, anche del trasporto
di una valigetta a Palermo per il quale ero stato richiesto con promessa di un
forte compenso.
Doc.
7 - Testimonianza di Giuseppe Spampinato resa al sostituto procuratore generale
Tommaso Auletta nel novembre 1972.
Mio figlio Giovanni esercitava la sua professione di giornalista con estremo scrupolo
e preoccupandosi sempre di essere obiettivo ed umano. Quando incominciò
ad occuparsi del delitto Tumino, ogni volta che io gliene parlavo mi diceva che
gli interessavano i fatti e non le persone e che non era animato da avversione
verso nessuno. Difatti quando il Campria convocò la conferenza stampa Giovanni
vi presenziò e pubblicò un resoconto obiettivo e sereno. Sembrò
che il Campria ne fosse rimasto soddisfatto. Il Campria poi cominciò
a cercare Giovanni, forse anche per avere una copertura verso l'opinione pubblica
facendosi vedere con lui. Da quanto Giovanni riferiva io capii che il Campria
pretendeva di essere scagionato dai sospetti mediante articoli di Giovanni. Mio
figlio disse anche di aver detto a Campria che era disposto a pubblicare sue dichiarazioni
purché sottoscritte dallo stesso Campria, mentre costui pretendeva che
Giovanni si assumesse la paternità della discolpa che egli approntava.
Varie volte io misi in guardia Giovanni, essendo preoccupato dall'andamento delle
cose, ma lui mi rispondeva che non era un vigliacco e non poteva rifiutare gli
incontri con il Campria, nonostante tali incontri lo infastidissero manifestamente.
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