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25 ottobre 2004 A causare l'uccisione di Giovanni Spampinato furono i giornali. Parola del procuratore Agostino Fera. Questa e altre sorprendenti interpretazioni del capo della procura di Ragusa sui delitti Tumino-Spampinato, emerse in un processo a Messina. Come si dileggia la storia in un'aula di giustizia.
Nei mesi scorsi, fino all'udienza conclusiva del 22 ottobre 2004, si è celebrato a Messina un processo di primo grado, condotto dal giudice Maria Arena. Esulando dagli aspetti direttamente processuali, che non vengono chiariti in questa sede per una scelta di fondo che non si intende violare, si è trattato di un evento significativo per quello che ne ha costituito la sostanza: le condotte della magistratura di Ragusa riguardo all'uccisione del corrispondente de L'Ora Giovanni Spampinato, uno dei sette giornalisti che nell'isola sono caduti per non aver ceduto all'obbligo della reticenza. Solo di questo si intende allora dire. Giovanni Spampinato venne assassinato nell'ottobre del 1972 dal figlio del presidente del tribunale in carica, il trentenne Roberto Campria, che l'opinione pubblica locale, di cui in qualche modo il cronista de "L'Ora" di Palermo si era reso portavoce, additava quale possibile autore o correo di un precedente assassinio: quello di Angelo Tumino, ingegnere e antiquario, già consigliere comunale del MSI. E nei mesi che intercorsero fra i due delitti, ma soprattutto dopo il secondo, per come erano andate le cose, la magistratura ragusana si ritrovò al centro di una diffusa riprovazione, fino al fondo dello scandalo, quando a muovere accuse asprissime, di omissioni e manovre illecite, fu lo stesso presidente del tribunale Saverio Campria, su cui da tempo gravavano per altro accuse di corruzione, lanciate addirittura da ambiti forensi. Ecco alcune delle cose che si scrissero in quei frangenti dei magistrati di Ragusa, in relazione al delitto Tumino. Il 28 aprile 1972 Giovanni Spampinato chiosava su "L'Ora": "In molti esprimono il dubbio che le cose siano andate per le lunghe perché da qualche parte si cerca di coprire qualcuno in alto, che non può essere colpito". Lo stesso Spampinato il 29 maggio annotava: "Sembra che l'orientamento della magistratura sia molto diverso. Si ha l'impressione che si proceda verso l'archiviazione dell'intera pratica". E ancora, il 7 luglio: "Molti dicono che presto verrà messo tutto a tacere, e definitivamente. Tutto ciò, con non molto giovamento per la fiducia dei cittadini nell'amministrazione della giustizia". Dopo l'uccisione del cronista de "L'Ora" per mano del Campria si disse e si scrisse tuttavia di più. Eccone alcuni esempi. Il parlamentare Salvo Riela su "Ora" del 31 ottobre 1972 annotava: "E' innegabile che gli inquirenti, nello svolgimento delle indagini, non si imbatterono in un qualsiasi cittadino, ma direttamente nel dott. Saverio Campria, presidente del tribunale, che ha fatto valere la sua autorità e il suo prestigio sino ad apparire insieme al figlio in una conferenza stampa sull'omicidio Tumino. In ogni caso, è molto difficile ritenere obiettiva un'indagine destinata ad essere condotta e conclusa da un giudice istruttore che è alle dirette dipendenze del padre del maggiore sospettato". Il deputato all'ARS Giorgio Chessari emise un comunicato in cui si legge: "I sospetti sulla responsabilità di Campria assumono la certezza della verità, il procuratore della Repubblica ed i responsabili delle forze di polizia e dei carabinieri debbono rassegnare le dimissioni dal loro ufficio". E così conclude: "Dell'omicidio del nostro giovane compagno debbono rendere conto adesso tutti coloro - magistrati, polizia, carabinieri - che con il silenzio, l'inazione, l'incapacità e l'omertà hanno coperto le azioni criminali di Campria". Miriam Mafai sul settimanale "Rinascita" del 17 novembre scriveva: "Per le autorità ufficiali: procura, questura, carabinieri, il caso (Tumino ndr) è da chiudere più rapidamente possibile con una archiviazione. Anche questa incapacità, questa viltà, questo rifiuto a fare il proprio dovere è fascismo. E' il fascismo che si serve della carta bollata, che utilizza gli articoli del codice, che opera all'interno stesso dei gangli dello Stato anziché negli equivoci circoli del teppismo squadrista". Il dirigente comunista Achille Occhetto, in un discorso pubblico, si espresse come segue: "Perché il figlio del presidente del tribunale di Ragusa, sospettato dall'intera città di aver commesso un delitto, può circolare con due pistole in tasca e ammazzare il nostro compagno che ricercava la verità? Ecco la giustizia di classe che Spampinato ha avuto il coraggio di andare a sommuovere dietro le ipocrisie ufficiali sulla indipendenza della magistratura". Ebbene, a onta di tale moto di coscienza, corroborato come detto dagli sconvolgenti memoriali del giudice Campria, non seguirono dimissioni, né indagini ufficiali. Per tutti si aprirono invece, come in tante vicende della repubblica, carriere sorprendenti: il procuratore Francesco Puglisi divenne di lì a poco presidente del tribunale di Ragusa; il sostituto Agostino Fera e il giudice istruttore Angelo Ventura sono divenuti e sono ancora oggi procuratori della Repubblica, il primo a Ragusa, il secondo a Gela. Fatto tale necessario rilievo, spostiamoci ai nostri giorni, in un'austera aula del tribunale messinese. Sono mutate le atmosfere. Il trascorrere di tre decenni ha del tutto cancellato le emozioni e le tensioni di quella stagione. E il magistrato Fera, che al pari dei colleghi replicò a quanto si disse e si scrisse con il silenzio, appena rotto invero da una smentita su "La Sicilia" quando venne accusato da Campria di gravi irregolarità, ha buon gioco nel proporre delle versioni stupefacenti, che contrastano con le cose, fino a giungere a un vero e proprio dileggio della storia. Vediamone i punti più significativi. Chiestogli di esprimere la sua opinione circa le aspre censure che vennero mosse da importanti organi di stampa e dall'opinione pubblica in senso lato ai magistrati ragusani, il procuratore di Ragusa risponde incredibilmente: "I giornali potevano scrivere quello che volevano. I giornali purtroppo hanno causato poi il secondo omicidio (quello di Spampinato ndr). Scusi avvocato se lo dico, ma è così". Ogni commento è ovviamente inutile. Fera afferma che il sostituto procuratore generale di Catania che avocò a sé l'istruttoria sommaria sul delitto Spampinato, Tommaso Auletta, "non rilevò assolutamente alcuna carenza nell'operato della procura". In realtà, seppure per poco, avvenne il capovolgimento dei termini dell'istruttoria. Auletta ipotizzò un nesso fra i delitti Tumino e Spampinato. Imputò al Campria l'omicidio aggravato anziché il semplice, stabilito qualche giorno prima dal locale sostituto. Fu consapevole infine delle anomalie ragusane, tanto che alla domanda di un giornalista de "L'Ora", Roberto Baudo, se sull'istruttoria Tumino avesse influito negativamente la presenza del presidente del tribunale Saverio Campria, rispose senza indugio: "C'è la inamovibilità del magistrato e io sono contro questa inamovibilità". Fera dice: "Io purtroppo dell'esistenza di Spampinato sono venuto a conoscenza dopo l'omicidio". Ma è davvero difficile credergli. Il giovane cronista aveva firmato inchieste memorabili su neofascismo e malavita, dalle colonne di vari giornali: "L'Unità", "L'Ora", "L'opposizione di sinistra". In relazione al delitto Tumino, si era distinto sin da subito con la definizione della pista, l'unica concreta, che in qualche modo chiamava in causa il figlio del presidente Campria. E la cosa aveva fatto rumore in tutti gli ambienti iblei. Circa il delitto del 25 febbraio era stato interrogato, intorno alla metà di agosto, dal giudice istruttore Ventura, dopo che Campria aveva presentato al magistrato le registrazioni di alcuni colloqui avuti con il giornalista. In definitiva, Giovanni Spampinato costituiva nella vicenda un punto fermo informativo. Come faceva allora il Fera a non sapere della sua esistenza? Sollecitato a ricordare su un duplice colloquio che, pochi giorni prima che venisse ucciso Spampinato, ebbe con Roberto Campria su una torbida vicenda di contrabbandieri, Fera dichiara: "No, non ricordo assolutamente, è di pura fantasia una circostanza del genere. Io non ho incontrato più Roberto Campria dopo averlo interrogato immediatamente dopo il delitto Tumino, e poi in carcere (dopo il delitto Spampinato ndr) assieme al procuratore Puglisi". Invece quei due incontri, del tutto oltre le righe, avvennero, e lui stesso, a evitare che sorgessero problemi, ne fece nota al procuratore generale di Catania, ma solo il 31 ottobre 1972, quando il cronista era stato assassinato. Si potrebbe ovviamente continuare, ma fermiamoci qui, con la presa d'atto dell'ennesimo torto fatto alla memoria e alla ragione. Fra poche settimane uscirà un rapporto a stampa, in cui verranno vagliati documenti che per trent'anni sono rimasti strettamente riservati, incluso il rapporto dei carabinieri sulla vicenda Tumino, che è stato detto finora misteriosamente scomparso. Anche sotto questo profilo, si sarà quindi in grado di testimoniare appieno le responsabilità, non del tutto estinte, della magistratura ragusana. Carlo Ruta
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