Messina dopo il terremoto del 1783 nelle note di Lazzaro Spallanzani


In Sicilia per ragioni scientifiche, Lazzaro Spallanzani è a Messina nell'ottobre del 1788. Ha indugiato a lungo nelle Eolie, da Vulcano a Filicudi, da cui trarrà un resoconto secco, frutto di severe osservazioni. Ma quando viene a contatto con la città dello stretto, recante ancora aperte le ferite del terremoto, assume giocoforza le movenze del cronista. Quel sommovimento, scoccato nel febbraio 1783, ha provocato oltre tredicimila morti e ridotto in rovine gran parte dell'abitato, inclusa l'imponente "Palazzata", che nella città moderna si levava come una barriera sullo stretto. Preceduto da altre calamità, come l'epidemia del 1743, da cui la popolazione uscì dimezzata, ha finito con il compromettere quindi gli slanci della città, che, da capoluogo storico dei commerci con l'oriente, aveva rivaleggiato per secoli con Palermo, senza soggezione.
Come altri illustri viaggiatori del tempo, da Dolomieu a Goethe, Spallanzani si trova a narrare la catastrofe messinese da una distanza corta. Si esprime perciò con impeto, annotando da varie visuali le condizioni della città, che stenta a riprendersi dalla tragica esperienza.

Carlo Ruta

Nota biografica


Nato a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, nel 1729, Lazzaro Spallanzani prende gli ordini ecclesiastici a 26 anni, per volontà del padre, avvocato. Nel 1755 insegna logica, greco e metafisica al Collegio di Reggio. Nella locale università insegna poi matematica e fisica e in quella di Modena fisica e filosofia. Nel 1769 ottiene la cattedra di storia naturale all'ateneo di Pavia. Poco dopo viene nominato sovrintendente al Museo imperiale di storia naturale della medesima città. Dal 1765 è una celebrità in campo biologico, per avere invalidato, con esperimenti conclusivi, la teoria sulla generazione spontanea dei batteri. Nel medesimo periodo effettua studi pioneristici sulla circolazione del sangue, l'azione dei succhi gastrici nella digestione, la respirazione, la fecondazione degli anfibi. Nel 1788 effettua un lungo viaggio nel sud della penisola e in Sicilia, alla scoperta dei vulcani, da cui trae un minuzioso resoconto, Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino, che, in sei tomi, viene pubblicato a Pavia nel 1792. Muore nel 1799.

 




[Messina] dopo i tremuoti del 1783

(Da Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino, Pavia, 1792)


Prima del mezzo giorno del 14 ottobre lasciai le Eolie, e in una feluca da Lipari mi avviai a Messina, di là distante trenta miglia, dove però non giunsi che dopo un giorno, tra per essermi trattenuto qualche ora nell'osservare i graniti di Melazzo; e per aver dovuto remigar sempre i marinai per mancanza di vento. In quell'Isole lasciar doveva ogni idea di Vulcani, o tuttora vivi, o già estinti, mentreché quella parte della Sicilia ch'io radeva, non dà mostra alcuna d'esserne mai andata soggetta. Non dirò per questo che in diverse epoche provato non ne abbia le ree conseguenze, s'egli è vero, come credo esser verissimo, che i terremoti parziali, quelli cioè che si fanno sentire per un tratto non molto esteso di paese, e a poca distanza di qualche Vulcano, da lui immediatamente o mediatamente ne riconoscan l'origine. Imperoché quale altra Isola più della Sicilia ne ha sofferti i danni, e ciò per nodrire in seno gl'incendj etnei? Allorché io viaggiava in quelle parti suonavano ancora su le bocche di tutti gli orribilissimi effetti de' tremuoti del 1783. Nel farmi con la Feluca dentro alle foci dello Stretto di Messina, alcuni di que' terrazzani che navigavano meco, mi mostravano col dito steso la spiaggia di Scilla, dove un intiero popolo in quell'infausta circostanza affogò. Conciossiacché sopravvenuta una formidabile scossa verso mezzodì de' 5 febbrajo dell'anno suddetto, e temendo di altre gli Scillani, si rifuggirono sul lido, quando alle ore otto italiane della notte seguente insortane un'altra fortissima, sollevò per sì gran modo le onde, che tutta coperse la spiaggia, e di mille e più uomini ivi attendati, insieme al Principe stesso del luogo, neppur uno poté piangere la fatal calamità, di ritorno alle vedove case. Quell'onde furiose inoltratesi nello Stretto, penetrarono fin dentro al Porto di Messina, e per poco non affondarono i bastimenti ivi ancorati.
Pervenuto ch'io fui in faccia di questa Città, cominciai a veder le rovine e i disastri, cui in quella fatal epoca andò soggetta. La curvità del porto prima era adorna pel tratto di più d'un miglio d'una fuga continuata di superbi palagi a tre piani, chiamata volgarmente la "Palazzata" abitata da mercatanti e da altre civili persone, e che formava una specie di anfiteatro del più dilettoso e più magnifico aspetto. Il piano superiore e una porzione di quel mezzo si vedevano da un capo all'altro diroccati, non senza sfendimenti e grandi rotture nel piano inferiore, restando così senza abitatori quell'immenso fabbricato.
Entrato in Messina, la vista degli oggetti mi si fece sempre più trista e spiacevole. A riserva delle strade più ampie e più frequentate, le altre tutte erano ingombre di rimasugli di cadute fabbriche, o ammassati ai due lati, oppur tuttavia giacenti nel mezzo, e che impedivano l'attraversarle. Assaissime case ritrovavansi ancora nel medesimo compassionevole stato in che furon lasciate dagli scuotimenti della terra: altre cioè interamente sprofondate ed agguagliatesi al suolo, altre per una metà rovinate, e per l'altra tenentisi in piedi, anzi in aria per le stesse rovine, che loro servivano di contrasto e puntello. Quelle poi che a gran ventura eran campate da tanto infortunio, era quasi miracolo che non rovinassero, per larghe fessure alle pareti o su gli angoli apertesi. Il Duomo si annovera fra gli edifizi più fortunati. Egli è spazioso, di gotica architettura, e il suo interno poco o nulla dannificato. Lo nobilitano molte colonne di granito tratte da un tempio degli antichi Greci, che una volta nel Faro esisteva, come pure elegantissime intarsiature a divisa de' bei diaspri della Sicilia.
Lo sterminato numero delle fabbriche cadute in quel terribile tremuoto obbligò i Messinesi a rifuggire dentro a trabacche di legno, e già assaissime ne esistevano quando io giunsi colà. Si era però cominciato ad alzar nuove case, ma ben diverse da quelle di prima. Osservato avevano che le più elevate erano state le più bersagliate; oltracciò che nello infuriare degli scuotimenti, escite essendo dalle imposte le travi, col continuo e violento arietare contro le pareti, avevano fatto più rovine che gli stessi scuotimenti. Avvisarono adunque di rifabbricarsi umili abitazioni, e con l'ossatura di legno, stretta e combaciantesi in guisa che al traballar del terreno tutta quanta concepisse il movimento. È chiaro che tale artificio nella disgrazia di altri spaventosi tremuoti doveva giovarli.
Quantunque fosse già presso il sesto anno da che avvenuto era quell'orribil disastro, nell'animo de' messinesi continuava tuttora un resto di sbigottimento, di costernazione, e dirò ancora di avvilimento e di stupidezza: conseguenze che sogliono accompagnare le grandi paure. Avevano presentissime alla memoria le circostanze tutte di quella terribile epoca; né io poteva ascoltarle senza raccapriccio e dolore. Quell'antichissima e tante volte malmenata città, rovinata non fu da un solo, ma da più terremoti, che con successive scosse si estesero dal giorno 5 fino al giorno 7 di febbraio del 1783. Il più rovinoso fu quello dei 5; ma corso essendo l'intervallo di alquanti minuti fra la prima scossa e la seconda, ebber campo i cittadini di allontanarsi dagli edifici e di mettersi in aperta pianura. Quindi la mortalità non fu proporzionata alla quantità delle rovine, giacché i morti non oltrepassarono il numero di ottocento.
In una dotta Memoria sopra i tremuoti della parte della Calabria che guarda Messina, nel medesimo tempo accaduti, è scritto che innanzi di sentirsi la prima scossa, i cani dentro la città si diedero ad urlare furiosamente, a tal che per ordine pubblico vennero uccisi. Addomandatone que' paesani, mi attestarono l'insussistenza del fatto, e che nessun altro fenomeno antivenne quel flagello, se non il fuggire dei lari, e di qualche altro uccello, che dal mare passarono alle vicine montagne, siccome han per costume nella imminenza delle tempeste. Un violentissimo strepito, sembiante a quello di più carri precipitosamente discorrenti sopra d'un ponte selciato, ne fu il principio contemporaneamente ad una densa nebbia sollevatasi dalla Calabria, che fu il centro del terremoto; e la sua propagazione fu osservata sensibilmente, mercé il successivo atterramento delle fabbriche, dalla punta del Faro fin dentro a Messina; quasi da quella punta preso avesse fuoco una mina continuata lungo la spiaggia, ed estesasi nell'interiore della città. L'urto fu violentissimo, e il moto de' più irregolari. In nessuna parte fu osservato scoppiar fuoco, né scintille. Il suolo attorno alla spiaggia si aprì in fenditure alla medesima parallele, e queste furono altresì osservate in tutte le colline sopra di Messina. E quantunque in qualche luogo durassero più d'un mese, non lasciò però misurarle lo spavento e l'abbattimento, di che tutti eran compresi. Dopo la prima scossa fattasi sentire, siccome abbiam detto, verso il mezzogiorno de' 5 febbraio, la terra non facea che tremare, or con movimento leggiero, ora violento, quando alle ore 8 dell'entrante notte imperversò un orribile scuotimento, il quale se fu fatale agli scillani, finì di rovinare il restante delle fabbriche messinesi. Né lasciarono i tremuoti di esercitare la lor forza sino al giorno 7 del medesimo mese, in cui verso le ore 22, se ne provò un violentissimo, che le rovinate fabbriche agguagliò al suolo. Da quel tempo in poi sino al mio arrivo in Messina continuarono a farsi sentire i tremuoti, ma gradatamente rallentando quasi in ragione della lontananza di quell'epoca tanto fatale. E nel 1789 e 1790 non se ne sono sentiti colà se non quattro o cinque debolissimi, e che forse, in altre contrade meno sospette ed a menti meno prevenute, non si sarebbero appresi per tremuoti.
Il danno fu immenso, e difficilmente può calcolarsi. Considerando le sole fabbriche, può dirsi francamente che di quattro parti due rimasero al suolo uguagliate, una mezzo rovinata ed un'altra gravemente danneggiata. In quest'ultima furono le case situate sul pendio delle colline, che hanno per base il granito, come a miglior luogo vedremo. Le più rovinate, anzi le prime a cadere, furon quelle che sul piano esistevano, e singolarmente su la curvità del porto sopra un suolo meno stabile, perché formato dalle alluvioni e dalle deposizioni del mare. Il molo, che accompagnava il porto e che oltre a un miglio si estendeva in lunghezza, e che quanto era ameno per la vista altrettanto riesciva delizioso pei passeggi, sprofondossi entro il mare in maniera che di lui non lasciò un vestigio solo onde potersi dire, mostrandolo: "qui fu".
Fra gli edifizi che rovinarono, i più considerabili furono la già ricordata Palazzata, detta ancora il Teatro marittimo, il palazzo del Re, quello del Senato d'una maestosa architettura, la gran Loggia de' Negozianti, il famoso Collegio degli Studi col gran tempio annesso, la chiesa e casa professa degli ex-Gesuiti, il Palazzo Arcivescovile con la Basilica di S. Niccolò, il Seminario de' chierici, la sala de' Tribunali, la chiesa dell'Annunziata de' Teatini, quella de' Carmelitani e del Priorato de' Gerosolimitani, e molte altre fabbriche pubbliche, così sacre che profane, senza parlar de' palagi de' magnati e de' facoltosi cittadini, tutti con vaga architettura costruiti.
Non possono calcolarsi tampoco i danni sofferti per la distruzione di tanti monumenti delle Arti, delle Biblioteche e delle Gallerie di pitture di cui Messina era adorna, essendovi altre volte sommamente fiorita quest'arte imitatrice.
Egualmente incalcolabile si è la perdita degli averi rimasti sotto le rovine o inceneriti dagl'incendi che dietro al terremoto si appiccarono in diverse parti della città. Aggiungansi le spese per la costruzione delle trabacche e delle capanne necessarie per accogliere la popolazione e mettere al coperto l'avanzo de' mobili e delle merci sottratte alle rovine, le quali spese furono grandissime e somme, per l'altissimo prezzo a cui in un istante montarono tutti i materiali di costruzione ed il salario de' fabbricatori e degli altri artigiani.
Nel mezzo di tante perdite e di tante spese, che dovevano necessariamente impoverire il Paese, non si sentì il fallimento d'un sol negoziante: il che coronerà d'eterne lodi Messina, non essendovi presso i negozianti di mala fede circostanza apparentemente più favorevole per accusare un fallimento, quanto un tremuoto.
Le fabbriche si sono in seguito considerabilmente accresciute e perfezionate, di modo che possiam dire essersi presentemente rifabbricata più della metà del Paese: quindi la popolazione ha abbandonate in proporzione le capanne e si è ritirata in città.
Questo succinto racconto degli ultimi formidabili tremuoti di Messina e delle loro conseguenze, ho creduto non dovere essere discaro alla dotta curiosità dei lettori. Passiamo adesso a narrare le cose da poi osservate nel famoso suo Stretto e ne' suoi montuosi contorni, parendoci le une e le altre di commemorazione degnissime.

 

Brano tratto da: Lazzaro Spallanzani, Viaggio a Messina, a cura di Carlo Ruta, Edi.bi.si., Messina 2002.

 

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