15 maggio 2008 Uno
scandalo italiano. L'Espresso e il caso SIFAR Dalla tesi di laurea di Luca Grimaldi
Gli
anni Sessanta sono stati uno dei periodi più ricchi e fecondi di cambiamenti
della storia italiana. Immediatamente successivi al boom economico, infatti, sono
stati anni di profonde trasformazioni e di esperimenti politici che hanno mutato
il panorama politico e sociale del nostro Paese. Il "caso SIFAR", come venne ribattezzato dai giornali quando, tre anni dopo, il settimanale "L'Espresso" ne rese pubblica l'esistenza, fu un tentativo estremo di porre fine alle trasformazioni che stavano interessando la vita politica del nostro Paese e di restaurare un governo che arginasse le spinte al cambiamento che provenivano dalla società civile. [ ] Il
primo tentativo di modificare dall'esterno le sorti della democrazia italiana
si verificò nel 1964 con il tentativo di colpo di Stato messo in atto dal
Gen. Giovanni De Lorenzo che, con l'appoggio degli ambienti di estrema destra
e dell'Arma dei carabinieri, si proponeva di "persuadere" il Presidente
del Consiglio, l'On. Aldo Moro e il presidente della Repubblica Segni a liquidare
i socialisti con un piano, il famoso "Piano Solo", che avrebbe garantito
l'ordine e messo a tacere le opposizioni. Il piano non ebbe seguito, grazie al
rifiuto dei vertici democristiani di appoggiare l'idea di De Lorenzo, vertici
democristiani che, però, si affrettarono a coprire la trama golpista con
una cappa di silenzio. Pur non raggiungendo i suoi obiettivi, tuttavia, il "caso
SIFAR", come venne ribattezzato il complotto ai danni dello Stato nel 1967,
quando ne furono svelati i retroscena dai giornalisti de "L'Espresso"
Eugenio Scalfari e Lino Iannuzzi divenne un ulteriore motivo di cautela per la
DC, che continuò la marcia del centrosinistra con i piedi di piombo, a
danno della capacità riformatrice dei governi che si susseguirono. Nel
1955 il Gen. Giovanni de Lorenzo venne nominato capo del SIFAR. Proprio sotto
la guida di De Lorenzo i servizi segreti iniziarono una gigantesca opera di schedatura
degli esponenti più in vista di tutte le istituzioni e di tutti i gruppi
sociali; politici, sindacalisti, imprenditori, uomini d'affari, intellettuali,
religiosi e militari furono indagati. Non poco rumore fece la scoperta che anche
Giuseppe Saragat, futuro Presidente della Repubblica, fosse spiato dagli uomini
del SIFAR e che sul suo conto fossero minuziosamente catalogate addirittura le
marche e le quantità degli alcolici utilizzati. Lo scandalo dei fascicoli del SIFAR e il "Piano Solo" restarono sconosciuti all'opinione pubblica per tre anni. Soltanto nel gennaio del 1967, il sen. Parri denunciò in Parlamento lo spionaggio politico dei servizi segreti.[ ] Era l'inizio di una serie di inchieste giornalistiche che avrebbero finalmente fatto un po' di chiarezza su quanto era avvenuto in quella calda estate del 1964; scoop che portarono la firma, a partire dal maggio del 1967, di Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari, entrambi de "L'Espresso", che per primi scoprirono e rivelarono all'opinione pubblica italiana i progetti golpisti del Gen. De Lorenzo, nel frattempo promosso Capo di Stato Maggiore. [ ] La vicenda politica dello "Scandalo SIFAR", che sembrava essersi chiusa con la Commissione Alessi, che terminò i propri lavori alla fine del 1970, è stata riaperta sul finire dagli anni Ottanta da una Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Per ciò che concerne più specificamente il Piano Solo è apparsa difficilmente condivisibile la tesi secondo cui esso abbia costituito il risultato dell'approntamento di un normale piano antinsurrezionale. Le conclusioni a cui è giunta la Commissione Stragi riguardavano innanzitutto il fatto che il Piano Solo venne predisposto esclusivamente all'interno dell'Arma dei Carabinieri, escludendo dalla sua applicazione tutte le altre forze armate, come normalmente sarebbe avvenuto per un piano antinsurrezionale. Le stesse precauzioni adottate nel piano sarebbero state eccessive. Tuttavia anche la Commissione Stragi non è mai giunta a definire quello del Gen. De Lorenzo come un vero e proprio colpo di Stato tanto che nella relazione finale si afferma che "appare improduttivo indugiare sulla "realtà" di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo (e cioè domandarsi se si trattò di una minaccia reale, poi non realizzata per motivi che resterebbero oscuri, dato che di essa si ebbe notizia solo alcuni anni dopo) ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale, un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi". [ ] In conclusione non è sembrato dubbio alla Commissione che il "Piano Solo" fosse destinato ad acquisire attualità operativa in previsione di tale evenienza, con modalità che si ponevano al di fuori dell'ordinamento costituzionale. Così come è indubbio che la percezione in sede politica di tale possibile evenienza fosse valsa a determinare un forte ridimensionamento della politica di centrosinistra. Né vi è dubbio che ciò corrispondesse agli interessi perseguiti da settori dell'amministrazione statunitense e che si situava all'interno di un disegno strategico più ampio di stabilizzazione del quadro politico italiano, rispetto al quale un'involuzione autoritaria costituiva un esito estremo e non gradito. Se
queste sono le conclusioni cui è giunta la Commissione Stragi, che, quindi,
non ha "etichettato" gli eventi dell'estate del 1964 come "Colpo
di Stato" ma ha lasciato intuire comunque come le precauzioni adottate fossero
estreme e oltrepassassero di gran lunga la legittimità costituzionale,
appare opportuno aggiungere le considerazioni della commissione in relazione all'unico
punto della vicenda non sufficientemente chiarito, cioè l'esistenza e,
di conseguenza, il mancato ritrovamento della lista delle persone che allo scattare
operativo del Piano sarebbero state enucleate e forzosamente condotte in Sardegna.
Dell'esistenza di tale lista vi sono numerose prove testimoniali ma tale elenco
non fu posto a disposizione della Commissione sul SIFAR, né esso è
compreso nella documentazione resa consultabile a partire dal 1990. Scalfari, il 4 giugno 1967, così concludeva un suo articolo in cui difendeva l'operato del proprio giornale e sollecitava i cittadini a non chiudere gli occhi di fronte a quanto era avvenuto: "Per quanto ci riguarda, la situazione è chiarissima. Abbiamo prodotto testimonianze, sono state confermate punto per punto nelle mani del ministro della Difesa; abbiamo raccolto testimonianze di alti ufficiali pronti a deporre dinanzi al giudice o dinanzi a una commissione parlamentare d'inchiesta. Se il governo vuole soffocare tutto ciò, far finta che nulla sia accaduto e dare così un'implicita autorizzazione a tutti i generali che ne abbiano la voglia di complottare a tempo perso con la garanzia dell'impunità, il governo è padrone di farlo. Il paese giudicherà".
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