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Da I mandanti. Politica, economia e mafia nel sud-est siciliano C. Ruta. Edizioni La Zisa, Palermo, 1999 |
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La meteora Ruggieri Nel mezzo degli anni ottanta la situazione malavitosa a Scicli, secondo mercato agricolo dell'area ragusana, dà il senso della cenere che stenta a contenere il fuoco: complici le serre, che hanno acceso via via un poderoso flusso commerciale. È in realtà tempo di rendiconti, e in tale quadro Pietro Ruggieri, non ancora trentenne, impugna la supremazia di Giovanni La Rocca, un boss di paese che da qualche decennio si divide fra gli affari di una segheria in contrada Penna, nei pressi dell'ortomercato, e quelli coperti della "protezione". Si tratta di un passaggio difficile, che allo sfidante costa anche un ferimento. La parabola di La Rocca cala nondimeno rapida, quando il giovane spande nell'area la propria autorità. Ruggieri viene da una famiglia ampia, bene incardinata nel corpo cittadino, possiede pure lui una segheria accanto al mercato, in contrada Dammuso, che gli consente di tenere d'occhio la curva delle serre. E in essa attira malavitosi di Palma che recano l'obbligo di dimora a Scicli. La sua attività in quegli anni non manca peraltro di respiro se garantito da taluni riesce a stabilire accordi con gruppi calabresi della Piana, in tema di armi e droga, asilo per latitanti, nascondimenti di cadaveri, ricettazione di plastica e legname. Dalla città "legale" trae comunque lo slancio necessario, finendo con l'incrociare una domanda crescente di servizi, atti di sangue inclusi, che portano alla politica e all'economia: mentre si pongono a frutto le riunioni alla cocaina che ricorrono nelle borgate marinare. Gli sciclitani seguono un loro metodo, privilegiando le azioni in solitudine, con il minimo di logistica e di armi, che sovente surrogano col fuoco. Teatro operativo sono di massima le frazioni e le contrade che danno sulla costa, perno dell'economia serricola. Pure consapevoli che il centro urbano, stretto dalle balze di San Matteo, della Croce e del Rosario, manca di adeguate vie di fuga. Sotto tale pressa, che ferma La Rocca e i Gesso, la città conta uccisi, ferimenti e sparizioni. I patti vogliono che il sicario e il mandante non si conoscano fra loro e abbiano come solo referente il mediatore. Ma accade che per autotutela il circuito si chiuda, con ulteriori esiti di scacco. Un esecutore freddo si rivela Pino Ruggieri, che reca all'attivo parecchi ferimenti e l'uccisione di tre individui, due rubricati come scomparsi. Pare del resto che anche i boss sciclitani abbiano un cimitero, alla cava di San Bartolomeo che s'apre dietro il Castellaccio: un territorio scosceso, impossibile agli automezzi, difficile da praticare a piedi. L'adesione alla regola risente nondimeno dello stile. Se Pietro Ruggieri riesce a firmare vari agguati, anche su mandato, senza lasciare sbavature, con l'uccisione di Vincenzo Vilardi nel 1987 per il fratello Pino è la galera. E l'astuzia dello sciclitano si rinnova negli anni, confortato dai silenzi della città che conta, intanto che aumenta la pressione sul rivale e la sua cerchia, con una sequela di attacchi ai beni e, nel 1989, con il ferimento di Angelo Musumeci. Corroborata dagli esiti, si slarga allora la strategia del boss, che con la garanzia del gelese Vincenzo Spina si accorda con Carmelo Dominante, mentre si lancia a est sulle rotte che batteranno poi i Trigila. Ruggieri punta deciso al mercato di Pachino e a quello ittico del Capo, pensando a un coordinato di servizi da offrire ai consorzi, alle cooperative del pesce, alle cantine. E nel contatto con la locale malavita, priva ancora di calcolo e di un capo, non manca di risorse, riuscendo a convivere con i Cutelli e i Giuliano, che per conto dei Cappello di Catania, titolari della Realtrasporti, "servono" le imprese ittiche del luogo. Ma dopo il '90, quando entrano in gioco i Pinnintula, attirati anch'essi dal porto peschereccio e dal mercato, per lo sciclitano la partita è chiusa. Muovendo da Noto dove dimorano, i Trigila vanno spandendosi in effetti in tutto l'ovest aretuseo, fino a sfiorare con Ispica e Pozzallo la provincia ragusana. Intanto si accordano, facendosene riparo, con i catanesi di Santapaola, gli Aparo di Floridia-Solarino, i Nardo di Lentini, il gruppo di Santa Panagia di Siracusa. Nel prendere Pachino e Portopalo i Pinnintula si mostrano accorti, attivando elementi di polso come Martino Rustico, Carmelo Rabbito, Concetto Cutelli, Angelo Tommasi: posizionati tutti sull'asse dei mercati e capaci di attività di squadra. La linea che sperimentano promette peraltro una relativa pace, con accordi di divisione delle aree che soddisfano gli uomini dei Cappello, a partire dai Giuliano. Non è un caso che i fratelli Concetto e Massimo Cutelli, operanti su fronti opposti, restino in fondo solidali. La nuova situazione divide in ogni caso gli sciclitani che operano nell'area. I Gesso, da tempo invisi al Ruggieri e costretti all'ombra, fanno presto a votarsi ai vincitori, alla ricerca di uno spazio da poter sfruttare poi nel Ragusano, ove opera il ceppo principale. Fieramente contrari appaiono invece i Melfi, che dopo l'iniziale condanna a morte ottengono però una tregua. Ruggieri arretra quindi nello Sciclitano, dove medita di regolare i conti in via definitiva, senza però rompere i patti di servizio. Nell'estate '92 viene eliminato La Rocca, sebbene conservi un peso esiguo all'ortomercato di contrada Spinello. Un anno dopo viene ucciso Angelo Musumeci, malavitoso di poco conto, con l'apporto logistico di Bartolomeo Fidone, della segheria. Ma il patto con Dominante non porta bene allo sciclitano, che nel '94 viene arrestato con il Fidone nell'ambito dell'operazione Squalo: così come Bartolomeo Conti, proprietario del Koala, che uscirà dal processo con una pena patteggiata. Qualcuno, rimasto fedele alla regola del far da sé, regge invece alle inchieste giudiziarie. La Dda catanese scompiglia in definitiva il calcolo di Ruggieri. Scicli non è Vittoria, dove il recupero delle squadre a ogni retata può beneficiare di speciali congiunzioni. Ma resta intatta la cerchia degli ispiratori, che, fidando su complici civili e militari, insistono a governare le situazioni limite, servendosi di gruppi occasionali. Si guarnisce peraltro la linea di Donnalucata, dove diretto è il controllo dei mercati e più agevole l'osservazione della costa: con il silenzio più o meno ripagato delle delegazioni comunali. Si rinnova così il disegno di un ceto che deborda, vantando più di prima contatti a largo raggio, come quello con Severino Santiapichi, membro del CSM, tramite un'azienda floricola di Roma. E aiutano il passaggio alcune economie in arrivo. È del '94 l'insediamento in città della Banca Agricola di Graci, che s'apre a un'incalzante politica d'impieghi. Mentre si rinsalda lo scambio con la Piana gelese, che vede in testa la cooperativa Fetta d'Oro, cresciuta nella calma incerta del dopo Disueri.
Risorse e bubboni Come tutto il Ragusano, Scicli conosce nel secondo dopoguerra una veloce crescita, che reca un'indole propria, per effetto della posizione. Gode infatti del litorale più lungo degli Iblei, con oltre venti chilometri di arenili e scogli, dalla foce dell'Irminio, presso Plaja Grande, a Baia Samuele, a ridosso di Marina di Modica, passando per Donnalucata, Cava d'Aliga, Sampieri. Beneficia di riflesso di un terreno tenero, fatto di calcare e arenaria, ondoso a tratti ma in sostanza piano, come richiedono gli ortaggi: e di tali economie è pervasa la storia recente dello Sciclitano. Sulla scia dei successi vittoriesi, è naturale allora lo slancio nelle attività serricole, che vanno rapidamente in testa, senza nulla togliere alle colture arboree dell'interno. Il territorio abbonda per natura d'acqua, recando le fonti dell'Irminio a ovest e il torrente modicano a est: diversamente dal Vittoriese, che deve fare i conti con il prosciugamento dell'Ippari e del Dirillo. Ma il panorama idrico non è uniforme. Ad aree irrigate a iosa si associano infatti zone abitualmente secche e, lungo la costa da Donnalucata a Cava d'Aliga, zone paludose. Il problema viene certo mitigato dagli interventi del Ventennio, ma solo nel dopoguerra viene via via risolto con uno strumento ad hoc. Il Consorzio di bonifica viene istituito dall'Alto Commissario per la Sicilia fra il 1947 e il '49. A partire dalle sorgenti di Giummarra e Castelluccio nell'Irminio realizza centinaia di chilometri di condotte e canali, coprendo seimila ettari di fascia litoranea, da Santa Croce a Sampieri e oltre. Recupera poi terre paludose come quelle di Spinasanta e Arizzi, portando viceversa l'acqua in zone secche come Spinazza e Gerrantini. Si definisce così il telaio dello sviluppo, che trova un ulteriore cardine nell'ortomercato di Spinello, secondo nell'area a quello di Vittoria, da cui prende un po' le mosse alla metà degli anni '60. E sulla scia della cooperativa Rinascita di Vittoria si posiziona in contrada Penna la Risorgimento, con balzi decisivi per conferimenti e fatturato. E in tale quadro di economie e risorse, che nell'ambito delle direttive Cee riescono a interloquire con la domanda europea, s'insinua presto e si alimenta il bubbone della malavita. Così avviene al Consorzio di bonifica delle paludi, il cui controllo è un nodo della politica locale: per una maggiore presa sulle attività agricole, la gestione dei fondi Esa e Casmez, le assunzioni. Dapprima l'atteggiamento di La Rocca è contenuto, teso per lo più a mediare e a suggerire. Ma negli anni ottanta il boss va all'occupazione, tenendola fino al '91, quando passano all'ente alcuni elementi di polso, sotto la presidenza di Rocco Verdirame. Intorno all'ortomercato si muove comunque la macchina del pizzo, portandosi poi nei box floricoli e nelle aste del pesce, che vedono Donnalucata in buona posizione con Scoglitti. E su tali linee si accendono le ostilità dei clan. Coi benefici della posizione, interessi più estesi richiama invece la costa, a partire da quelli edilizi che, con l'aiuto delle giunte comunali, portano il sacco a Sampieri e Cava d'Aliga. Aumenta peraltro il tenore degli impieghi, come dicono i rilanci del Koala e di Baia Samuele, specie dopo le svolte giudiziarie dei primi anni novanta. Vanno considerati poi i traffici coperti: mentre, governati da Malta, s'infittiscono gli sbarchi di clandestini in tutto il litorale. Provenienti da est, con scalo a La Valletta, nel tratto da Pozzallo e Scicli sbarcano partite ingenti di armi e cocaina, che vengono dirette nottetempo a Piazza Armerina, talora a Palermo, sotto la guida di elementi sciclitani. Non si tratta di attività di clan, ma di competenze atipiche, garantite su più piani, civili e militari. Non vengono perciò intaccate dall'arresto di Ruggieri, che invece disarticola l'asse dei mercati, con il temporaneo cedere del pizzo.
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