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Da Cono d'ombra - La mafia a Ragusa C. Ruta. Edizioni La Zisa, Palermo, 1997 |
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I vittoriesi Fin dalla metà degli anni sessanta, mafia a Vittoria vuol dire Giuseppe Cirasa, un boss vecchio stampo che tiene rapporti con la cupola palermitana e i catanesi senza tuttavia intrigarsi, per indole prima che per esiguità di peso, nei grandi affari regionali. In definitiva un clan discreto, che amministra con parsimonia i metodi violenti, avendo sperimentato a iosa che le sordine in cui vive la provincia, autentico cono d'ombra della Sicilia, costituiscono un buon riparo per le attività illecite. Il cespite maggiore del gruppo è in quegli anni il contrabbando di sigarette. Poca cosa in apparenza. In realtà un'attività di prim'ordine, con un elevato numero di addetti, agganci all'estero e reti logistiche in tutta la Sicilia sud-orientale. Beninteso, non c'è solo Cirasa nel Ragusano, in quella stagione. Nelle ovatte delle città barocche va forte l'azzardo e si commercia di tutto: droga, antiquariato, reperti archeologici, addirittura armi, giovandosi degli scarsi controlli cui è soggetta l'intera costa iblea. Traffici che hanno come punto di riferimento Siracusa, ove in quel decennio imperversa una inquietante figura di costruttore, il greco Xenofòn Mephalopoulos, variamente coinvolto nelle trame più torbide della provincia aretusea. Non mancano risvolti clamorosi negli Iblei. È nella cornice di tali traffici, per esempio, che avviene a Ragusa, nel '72, il delitto dell'ingegnere Angelo Tumino, consigliere comunale del Msi e "appassionato" appunto di antiquariato e di reperti archeologici. Delitto su cui indaga il cronista de "L'Ora" Giovanni Spampinato, ucciso a sua volta. Ma il dato complessivo rimane quello di una pax mafiosa di lunga percorrenza, che assicura benefici notevoli a chi sa profittarne. Quello è in effetti un periodo di grandi e silenziosi arricchimenti. Tanto repentini da richiamare in primo luogo i proventi della droga, per definizione rapidi ed esponenziali. Si tenga conto che già dal decennio sessanta boss del calibro di Tommaso Buscetta e dei fratelli Cuntrera hanno messo solide radici in Argentina, attivando al meglio i canali della cocaina fra il Sud-America e l'Italia. E per tanti è l'occasione per saltare il fosso. Non esiste una casistica di riferimento. È tuttavia significativo che non poche risorse di origine ignota anche nel Ragusano trovino uno sbocco congeniale nel cemento: cardine e rappresentazione tangibile, a Palermo come altrove, dell'economia mafiosa. A completare il panorama ibleo degli anni settanta sono infine gli accessi di mafia, indotti dalle nuove necessità d'impiego dei narcodollari oltre i loro confini "naturali". Ad aprire la serie è nel '72 Gaspare Gambino, con acquisti considerevoli di terra nei pressi di Acate. È poi la volta degli Amoruso e dei fratelli Salvo, seguiti di lì a poco dai fratelli Lo Cicero, i Rollo, i Girgenti, e ancora, da Michelangelo Aiello e Girolamo Teresi. È tuttavia agli inizi degli anni ottanta che tali accessi si consolidano, quando fra le cosche più potenti della Sicilia viene siglato un patto: l'ingresso di alcune imprese etnee a Palermo in cambio di una maggiore presenza delle famiglie palermitane a Ragusa. Fra i nuovi arrivi, allora, il costruttore Cataldo Farinella, contiguo ai corleonesi, e l'industriale di Brescia Oliviero Tognoli, incaricato da Cosa nostra di reinvestire in attività lecite i proventi del colossale traffico di stupefacenti fra Stati Uniti, Medio Oriente ed Europa. Il Tognoli, prima di darsi alla latitanza, rileva l'acciaieria FAS e costituisce la società SNC Immobiliare Modicana. Non si tratta ovviamente di presenze innocue. Giungono a produrre infatti scosse decisive alle realtà di clan, e delle organizzazioni malavitose in genere, che fino a quel momento hanno garantito la pax degli Iblei. La creatura mafiosa viene indotta così a uscire dal vecchio assopimento, a slargare gli orizzonti e a pretendere un ruolo decisivo nelle città. E tutto questo richiede un contatto nuovo con l'imprenditoria e la politica, che in una certa misura va a buon fine. Agevolati peraltro da un quadro istituzionale, a Palermo come a Roma, che sempre più acconsente alle deviazioni e ai patti con le mafie. A stuzzicare le voglie dei clan locali interviene d'altra parte il mutare dell'economia, e dell'agricoltura in special modo. Gli ortomercati degli Iblei sono divenuti in effetti troppo movimentati per essere ignorati dalle cosche. E anzitutto quello di Vittoria, che fin dagli anni settanta vanta d'essere il maggiore al sud. Un primato che riflette lo spessore agricolo della città, legato alle colture in serra. Altre sollecitazioni vengono infine dall'ipoteca dei Cruise, che cala negli Iblei agli inizi del decennio ottanta, con ulteriori guadagni per le economie inquinate. Basti dire che nelle mani dei clan finiscono subappalti fra i più ambìti della base, dando corpo, come si legge in un documento del tempo, a una ragnatela intricata e oscura. Le mafie possono fidare, peraltro, sulle tacite benevolenze dei poteri pubblici e perfino dei comandi Nato. Nessun disturbo viene infatti arrecato loro, malgrado la presenza in zona del Sisde e del Sismi, dell'intelligence americana, e presumibilmente di Gladio, che proprio in quei frangenti, come si apprende da documenti americani, diviene operativa in vari luoghi dell'isola, fra cui il Ragusano. Organi che da altro versante, e specie nel contenimento del dissenso, funzionano invece egregiamente. In tale crogiolo di affari, servitù militari e rarefazione civile, le mafie vittoriesi prendono dunque a mutare pelle e a ridefinire il loro contatto con l'esterno. Un passaggio che viene condotto con risoluzione a partire dall'80, quando un giovane in ombra, Turi Gallo, spalleggiato dai congiunti Vittorio e Giovanni, costituisce un clan. Partecipi fra gli altri Carmelo Dominante, nativo di Gela, e tre giovani fratelli che in città incutono già "rispetto": Bruno, Claudio e Silvio Carbonaro. Dissimulando la propria intima radicalità, la cosca esordisce senza enfasi. Lasciando intendere che non insidierà lo spazio di Cirasa, né porrà in discussione il quieto vivere degli Iblei. Ma la macchina dei Gallo è già in movimento: s'insinua nelle economie del circondario; impone le sue regole alle bische in provincia; si radica infine nei quartieri vittoriesi, dove non pochi giovani vengono irretiti dalla sua modernità. Cresce così il numero degli affiliati, mentre si estendono i gironi degli amici. In definitiva, già qualche anno dopo vengono a crearsi le condizioni perché la cosca rompa la pax iblea e dispieghi al meglio le proprie facoltà. Turi Gallo non è un gran stratega, a conti fatti, ma segue una linea intonata ai tempi, agevolato peraltro dall'indole guerriera dei Carbonaro e la determinazione tutta gelese di Carmelo Dominante. Si mostra perciò in grado di governare la "soluzione finale", che si delinea già nel gennaio dell'82, quando due ragazzi, Giovanni Nasale e Gino Campailla, vengono uccisi dopo un banale diverbio del primo con Vittorio Gallo. Un delitto dimostrativo. Incongruo in apparenza ma perfettamente logico. Nelle mafie è usuale che alle leggi elementari della forza si trovino associate le astuzie dell'emblematicità. Quello di Gallo è un calcolo composito, recante alla base un duplice obiettivo: acquisire il dominio assoluto su Vittoria e la provincia e ripatteggiare, nel contempo, il ruolo ibleo nella Sicilia delle cosche. In nome d'un radicalismo che non ammette deroghe. Nei piani del boss diviene perciò risolutiva e obbligata la chiusura dei conti con Giuseppe Cirasa. Benché quest'ultimo faccia di tutto per non irritare gli emergenti, acconciandosi, quasi sessantenne in una stagione in cui premono impetuosi i ventenni e i trentenni, al ruolo "onorario" di paciere, che ha una caratura minimale e sostanzialmente neutra nell'universo delle mafie. Il destino del vecchio contrabbandiere, senza che lui ne abbia cognizione, è già scritto insomma. E si compie il 9 settembre 1983, con le mitragliate di un commando che vede partecipi Silvio e Claudio Carbonaro. Si tratta d'un delitto choc, che segna uno snodo decisivo nella vicenda vittoriese. Chiude infatti una lunga tradizione di "mitezze" provinciali che Cirasa, pur aderente a Cosa nostra, aveva incarnato fino in fondo, e spiana definivamente la via alla modernità dei Gallo, rappresentativa, per converso, degli umori guerreschi che sempre più prevalgono nella Sicilia delle mafie, sulla scia degli impeti corleonesi. A testimoniare l'ineluttabilità del trapasso sono peraltro le opzioni della vecchia malavita che, schiodata dal piccolo cabotaggio e priva ormai di appigli, finisce con l'arruolarsi nelle file dei vincenti. Nel teatro delle mafie è grande animazione, a quel punto. S'intensificano gli assalti, a suon di bombe, all'ortomercato di Vittoria, cuore pulsante dell'economia locale. S'infittiscono i contatti con Gela, dove all'ombra di Salvatore Iocolano e di Salvatore Lauretta, capi storici del clan dei "pastori", vanno facendosi largo Gaetano Iannì e Aurelio Cavallo. A marcare infine i nuovi corsi, l'11 novembre 1984, in una villa alla periferia della città, viene consumato un eccidio con tre morti. Non era mai accaduto, nella storia recente degli Iblei. Quanto accade a Vittoria negli anni ottanta non può dirsi comunque una "anomalia", malgrado le singolarità della vicenda. In quella stagione, infatti, i clan sono in movimento in tutta l'isola, e non solo in essa beninteso, sotto la spinta delle narcolire e dei nuovi contratti con la politica. Nelle aree tradizionalmente "amene", poi, è tempo di perentori adeguamenti. Con una piccola malavita che ovunque si riposiziona, familiarizza con i kalashnikov, movimenta capitali come mai in passato, lasciandosi alle spalle il vecchio languore provinciale. Sotto le insegne di boss che hanno bene imparato la lezione corleonese e che sanno tessere relazioni con parlamentari, sindaci, magistrati, funzionari di polizia e comandi di carabinieri. Così è nel Messinese dove si fanno largo già i Luigi Sparacio, i Giovanni Vitale e i Iano Ferrara. Così è nel Siracusano dove stanno via via emergendo Totuccio Schiavone, Salvatore Bottaro e Agostino Urso.
La resa civile Come reagisce Vittoria a quegli eventi? Gli inizi paiono quelli di una città in bilico. Si hanno sussulti, qui e là. Specie nelle categorie economiche, taglieggiate come mai in passato. Si scende persino in strada contro il racket. Come accade massicciamente il 5 novembre dell'83, nel clima d'assalto che segue al delitto Cirasa. Ma si tratta solo di vampate, che vanno man mano a spengersi in binari senza storia. Non soltanto per la tangibilità delle minacce, che pure hanno un loro peso. In realtà, la Vittoria "normale", paga delle sue piccole fortune e dei suoi agi, finisce con l'abituarsi ai delitti che incalzano, e adattarsi ai nuovi corsi delle mafie. E tutto questo, mentre pone in causa gli assetti culturali della città, riconduce ai modi d'essere dei locali ceti dirigenti. I quali, seppure indirettamente, aiutano a consolidare un certo humus. Un governo municipale non può impedire, ovviamente, l'insorgere delle mafie. Può tuttavia informare, denunziare, sollecitare i cittadini al coraggio della parola. Può intervenire risolutivamente nei luoghi più vulnerabili della comunità. Può alzare poi valli di conoscenza e di civiltà. In altre parole, può ostacolare l'irraggiamento delle cosche nel territorio e rendere così difficile il loro muoversi. E questo nella città delle serre non accade. Viene privilegiato infatti il terreno della retorica, con l'esaltazione smodata del benessere locale, mentre si evita di entrare nel vivo dei drammi sociali della città, quello dei quartieri disagiati anzitutto, che pure sono ineludibili e perfino paradossali. Così come si evita di ovviare ai tradizionali deficit di cultura. Quelli cioè di un comune che, malgrado le fortune economiche e la sua popolosità, con oltre sessantamila abitanti, non suole scommettere sulle idee, non ama pensare la propria storia, e confina all'angolo, inducendole non di rado all'abbandono, le intelligenze più significative. I poteri municipali si mostrano insomma ambivalenti, malgrado facciano riferimento a una sinistra che in quella stagione va fiera della propria diversità, e che altrove ha prodotto non poco in tema di culture e di valori. Per citare un esempio, sono gli anni in cui un sindaco di Vittoria, che la stampa italiana ha motivo di battezzare come il "nuovo Masaniello", capeggia la rivolta degli abusivi siciliani chiedendo a gran voce la revoca dell'oblazione prevista dalla legge sulla sanatoria edilizia. Una rivolta a lama doppia, che reca dietro delle ragioni, ma che presenta pure equivoci: avallando di fatto il disastro delle città e degli ambienti, e traducendosi dunque in un input insperato a cementificare senza regole. In sostanza, la capitale siciliana delle serre, come tante altre città del sud, giunge all'appuntamento cruciale degli anni ottanta con una identità assai permeabile. E in condizioni similari, sia pure con i dovuti distinguo, vi giunge l'intera provincia, in ragione del disimpegno che prevale nelle sue istituzioni: arroccate per principio nella tutela del buon nome ibleo. Dinanzi al premere delle cosche, in effetti, il panorama appare sconsolante. Le scuole rimangono ufficialmente ferme al binomio mafia-Palermo. La curia vescovile di Ragusa tace con ostinazione, lasciando a qualche parroco l'onere di reagire, in solitudine. La prefettura lancia sì l'allarme droga, evitando tuttavia di risalire all'origine mafiosa. La magistratura locale, infine, tradizionalmente d'ordine, preferisce occuparsi d'altro. Nessun argine serio viene opposto dunque ai clan, mentre si moltiplicano le collusioni, che vedono esposta in primo luogo la politica: in sintonia peraltro con un certo indirizzo generale. Tornando a Vittoria, è il caso di dire adesso dei suoi popolosi quartieri-ghetto: il Forcone, il San Giovanni e il Fanello. Che non sono un lascito forzoso della storia, né un'imposizione indebita della modernità. Nascono al contrario quasi a tavolino, con precisi scopi di guadagno sui suoli edificabili, con l'avallo tacito dei poteri municipali. Le origini risalgono agli anni sessanta, quando un pugno di speculatori prendono a incettare terreni di periferia e li vendono a lotti minimi, senza farsi carico degli oneri di urbanizzazione. Per tanti vittoriesi: contadini poveri, coltivatori diretti, famiglie di emigranti, operai dell'ANIC, perfino disoccupati e pensionati, comincia perciò a realizzarsi il miraggio della casa. Ma si costruisce per lo più abusivamente, ed esulando comunque dai piani comunali. Mentre si forma così quel germe d'illegalit minima e "forzosa" che agevola un certo humus omertoso, si compone fisicamente il ghetto: grovigli abitativi che rompono la geometria ordinata che la città conservava da secoli; strade non asfaltate; esiguità degli impianti igienici; scarsità d'acqua. E in tale degrado, che trova un ovvio corrispettivo nel dramma delle povertà, i tre agglomerati traversano i decenni. A tutto vantaggio delle mafie, che se ne servono puntualmente come serbatoi di mano d'opera. Da Cirasa, che ne trae le famiglie da adibire al contrabbando, ai Gallo e ai loro successori, che rilevano da essi spacciatori e soprattutto killer. A fronte dei successi ortofrutticoli e delle pompe municipali, si compone così la Vittoria del malessere, che, come è usuale nel sud, anziché esplodere nella protesta civile, implode nella solitudine e non di rado nel delinquere. E dal Forcone vengono fatalmente Bruno, Silvio e Claudio Carbonaro, che nei primi anni ottanta troviamo già emergenti nel clan di Turi Gallo. I tre fratelli sin dalla nascita vivono e respirano quell'aria infetta. Crescono con la madre, di cui portano il cognome, non avendoli il padre mai riconosciuti. Un'infanzia grama. Un'adolescenza entro corsie obbligate. Un breve ma necessario tirocinio: scippi, furti, rapine a mano armata. Quanto basta per familiarizzare con la 7,65 e intendere le regole di "sopravvivenza" nell'intrico della malavita. Così che nell'80, quando Turi Gallo li chiama nel suo clan, sono già dei killer d'eccezione. E il capo della cosca, senza pensare a future nemesi di mafia, ha buone ragioni per ritenere di aver acquistato bene. I tre Carbonaro non sono tuttavia dei sicari e basta. Posseggono acume e un certo estro militare. Possiedono inoltre il piglio del manager, sia pure a fondo delittuoso. E maggiormente Bruno, non ancora trentenne nella stagione di Turi Gallo. È infatti il più versatile. È dotato d'un intelletto cupamente razionale: s'interessa di politica; è introdotto nello sport locale, quale animatore d'una squadra; legge giornali e libri; nelle escursioni "civili" si presenta poi come buon conversatore. E, quel che più conta, ha un preciso concetto del potere. In effetti, già alla metà degli anni ottanta, Bruno Carbonaro sa dove vuol arrivare. Lo intrigano gli affari dell'ortomercato, le bische della provincia, i maxi-locali della costa. Vagheggia che un giorno tutto sarà suo e dei suoi fratelli. Sa che i Gallo marcano un confine che prima o poi va superato. Con le armi in pugno: i soli mezzi che gli sono congeniali. Il salto di Bruno Carbonaro e i suoi fratelli nelle mafie da gregari a potenti capi è dunque nelle cose.
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