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Portella della Ginestra - 1 | ![]() |
| 3 febbraio 2005 Mario Scelba: padre della Repubblica o regista di trame? I documenti che qui si presentano, di cui alcuni sottratti di recente al segreto di Stato, aiutano a rispondere. A cura di Carlo Ruta
E' lo statista del momento, da portare a esempio, da commemorare, da riconsiderare in sede storiografica e politica "alla luce di ...". Dicono che sia stato il ministro degli Interni per definizione, l'unico vero e grande che l'Italia repubblicana abbia avuto: rigoroso, inflessibile, duro, ma campione delle libertà. Si direbbe che alla lunga abbia vinto addirittura sulle politiche che più lo avversarono, negli anni duri del dopoguerra, se la giunta di centrosinistra della città di origine, Caltagirone, guidata da Francesco Pignataro, ha stabilito di dedicargli, emblematicamente, la piazza più importante della città. Cosa sta accadendo allora? Dopo la santificazione in vita di Andreotti, sulle cui responsabilità tanto ancora si dovrà dire, e sicuramente si dirà, è davvero venuto il tempo della glorificazione postuma del primo ministro di polizia della Repubblica? Sicuramente, al fondatore della Celere va riconosciuto di essere stato un "caposcuola", per aver tracciato le regole che da allora hanno retto le politiche del Viminale e la condotta di importanti corpi dello Stato. Aggiornando la tradizione di Beccaris e prendendo a pretesto la "minaccia" del comunismo impose una linea estrema circa l'uso della polizia e dei carabinieri in funzione antioperaia, che solo negli anni in cui fu capo degli Interni portò a decine di stragi, da non dimenticare, davanti ai cancelli delle fabbriche e nelle piazze delle città industriali. E questo dovrebbe già bastare a definire il personaggio. Ma a connotare ancor più la sua condotta in senso delittuoso fu il ruolo di autentico regista che, oltre il sipario dell'ufficialità e in sintonia con le centrali atlantiche dell'anticomunismo, ricoprì nell'intrigo più nefando dell'immediato dopoguerra, quello di Portella della Ginestra, dopo cui le stragi e i delitti a sfondo politico sono diventati il leit motiv della Repubblica. Lasciamo comunque che sull'identità di questo politico siciliano, proprio in relazione agli scenari di Portella, parlino i documenti.
Fra le carte liberate dal segreto di Stato nel 1998, risulta il rapporto dei carabinieri di Palermo del 1949 che qui si presenta, in cui, per la prima volta, vengono fuori i nomi di taluni politici, indicati dall'estensore di una lettera, identificato con tale Caetano, come i mandanti dell'eccidio di Portella della Ginestra. E, sorprendentemente, coincidono con quelli che due anni dopo fece Gaspare Pisciotta al Processo di Viterbo.
Riservata personale n. 2/15 3.1949 A Sua Eccellenza il Prefetto di Palermo Nella mattina del 21 andante i pregiudicati Lo Duca Giuseppe e Scavo Francesco, entrambi da Carini, recentemente dimessi dal locale carcere giudiziario perché assolti in istruttoria per insufficienza di prove dai reati di sequestro di persona e tentata estorsione, si sono recati a Cinisi per recapitare all'esponente comunista di quel comune, Venuti Stefano, al quale era diretta, una lettera avuta in carcere con l'incarico di portarla a destinazione, siglata con le iniziali "P.C.". Si ha il fondato motivo di ritenere che la lettera sia stata scritta e consegnata ai suddetti dal noto malfattore (illeggibile) Caetano, tuttora ristretto nel carcere stesso, autore della lettera sequestrata e (illeggibile) con informativa speciale di quarto gruppo (illeggibile) all'oggetto: "Propaganda elettorale tra carcerati e delinquenti latitanti", che originarono la vertenza ministro Scelba-senatore Li Causi. Persona attendibile che, per pochi minuti, ha avuto in mano la lettera e ne ha preso visione, ha riferito all'Arma che in essa il P. C. si esprimeva - presso a poco - in questi termini: "I fratelli Genovese hanno dichiarato la verità in merito all'eccidio di Portella della Ginestra, ma non hanno dett tutto, e cioè che i mandanti dell'eccidio stesso sono stati l'on.le Leone Marchesano, l'avv. Battaglia, l'on.le Cusumano e altri. Non hanno detto nemmeno che subito dopo la strage, l'on.le Scelba ha avuto un colloquio con Giuliano, ingiungendo a questi di espatriare entro il termine di 6 mesi". Dalla deposizione dei fratelli Genovese (fu) tratta l'informativa speciale, pure di quest'ufficio, n.2/15 R.P. del 25 marzo 1949, pari oggetto della presente, che - qui di seguito - integralmente si riporta: "Circa la imputazione che pende sul mio capo per lo eccidio di Portella della Ginestra, posso dire quanto segue: il 27 o 28 aprile 1947, di mattina, in contrada saraceno, son venuti a trovarmi il Giuliano con i fratelli Pianelli e il Ferreri Salvatore. Essi desinarono nella mia mandria, trattenendosi ivi in mia compagnia. Verso le ore 15 è sopraggiunto Sciortino Pasquale, il quale portava una lettera. Ha chiamato in disparte il Giuliano e, messisi a sedere dietro una pietra, hanno letto il contenuto della lettera, confabulando tra loro. D.R. Non so il contenuto della lettera né so da chi fosse stata scritta. Doveva essere un documento molto mportante, perché lo Sciortino e il Giuliano, dopo averla letta, la bruciarono con un cerino. Quindi lo Sciortino è andato via. D.R. Il Giuliano allora si è avvicinato a me chiedendomi dove fosse mio fratello. Ho risposto che si trovava in paese con un foruncolo. Egli allora mi ha detto: 'E' venuta la nostra ora della liberazione'. Io ho chiesto 'E qual è?'. Ed egli, di rimando, mi disse: 'Bisogna fare un'azione contro i comunisti: bisogna andare a sparare contro di loro, il Primo Maggio a Portella della Ginestra'. Io ho risposto dicendo che era un'azione indegna trattandosi di una festa popolare alla quale avrebbero preso parte donne e bambini: 'Non devi prendertela contro le dnne e i bambini, devi prendertela contro Li Causi e gli altri capoccia'. Lo invitai pertanto a lasciarmi tranquillo e a non farmi simili proposte. Presenti alla nostra discussione erano i fratelli Pianelli e il Ferreri. D.R. Il Giuliano era molto riservato. Io non gli chiesi, né egli mi avrebbe detto, chi aveva sprnato lui e suo cognato a organizzare la strage. E' mio convincimento, che però non è suffragato da alcuna prova ma solo da un mio sospetto, che il Giuliano sia stato spinto da un qualche partito politico. Non sono in grado di specificare quale partito; solo posso dire che in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 io gli chiesi consigli circa il partito per il quale dovessi votare. Egli mi rispose: 'Per la monarchia'. Infatti poi seppi che le donne di casa Giuliano facevano propaganda per la monarchia; le donne di casa mia votarono però per la Democrazia Cristiana. D.R. Io sono pastore non mi intendo di politica e prima del 18 aprile mai ho avuto con Giuliano discussioni politiche e pertanto non so il suo orientamento politico nel periodo di tempo che va dal priòo òaggio 1947 al 18 aprile 1948. Ritornando ai fatti della Ginestra, debbo dire che nulla so della riunione ai Cippi di cui la S. V. mi parla, perché dato il mio diniego mi sono disinteressato di quanto Giuliano aveva in animo di compiere. Il primo maggio, verso le ore 15 mi trovavo in contrada Saraceno nella mandria, dove mi ero recato sin dalle prime ore del mattino al fine di cercarmi un alibi poiché sapevo la strage che quel giorno doveva commettersi, quando è venuto tale Frank Caruso da Torretta, proveniente da Palermo. Egli mi comunicò che all'ospedale della Feliciuzza in Palermo avevano portato molti feriti. Allora io rivoltomi al Caruso e ai pastori Cucchiera Giuseppe, Cucchiera Paolo di Emanuele, Maniaci Salvatore di Giacomo, Cucchiera Antonio inteso Crivello, Di Maria Giovanni di G. Battista, tutti da Montelepre, ho detto: 'Siatemi testimoni che io sin da stamattina sono qua insieme a mio fratello, nel caso che ci vogliono caricare questa situazione'. D.R. Ho appreso in seguito che assieme al Giuliano andarono il Ferreri, i fratelli Pianello, i fratelli Passatempo. Ho inteso dire che il Terranova e il Mannino Frank non vollero andarci, ma di certo su tale riguardo non posso dire niente". L'affermazione contenuta nell'ultima lettera del "P. C.", circa il colloquio del signor ministro dell'Interno con Giuliano, è così mostruosa, grottesca e inconcepibile da far ritenere che questa volta non sarà neanche tentata quella speculazione politica che i locali esponenti dei partiti estremi prediligono. L'accenno ai mandanti della strage di Portella della Ginestra è argomento sul quale essi hanno sfogato da tempo al parlamento, al senato e all'assemblea regionale, senza però fare i nomi dei responsabili. I due deputati indicati nella lettera sono i monarchici di Palermo avv. Marchesano Leone, nazionale, e l'avv. Cusumano Geloso Giacomo, regionale; l'avv. Romano Battaglia Giuseppe, ex deputato regionale liberale, dimessosi per essersi portato candidato nelle elezioni generali del 1948, è il difensore attuale della famiglia Giuliano. Il Lo Duca e lo Scavo avrebbero ieri stesso recapitato la lettera del "P. C." al comunista Venuti, che - dopo averla ricevuta - è partito da Cinisi, evidentemente per consegnarla ai dirigenti comunisti di Palermo. Prefetto Informato. Il Tenente Colonnello Comandante del Gruppo Denti Di Forlì Antonino
Ministero dell'Interno Roma 28 giugno 1950 Il nominato Gaspare Pisciotta di Salvatore e di Lombardo Rosalia, nato a Montelepre il 5 marzo 1924, raffigurato nella fotografia in calce al presente, si sta attivamente adoperando - come da formale assicurazione fornitami nel mio ufficio in data 24 giugno c. dal colonnello Luca - per restituire alla zona di Montelepre e comuni vicini la tranquillità e la concordia, cooperando per il totale ripristino della legge. Assicuro e garantisco fin d'ora che la sua preziosa ed apprezzata opera sarà tenuta nella massima considerazione anche per l'avvenire e verrà da me segnalata alla competente Autorità Giudiziaria perché - anche sulla base delle giustificazioni e dei chiarimenti che egli fornirà - voglia riesaminare quanto gli è stato addebitato, vagliando attentamente e minuziosamente tutte le circostanze dei vari episodi, al fine che nulla sia trascurato per porre in chiara luce ogni elemento a lui favorevole. Il Col. Luca, unico mio fiduciario, raccoglierà intanto ogni dato utile al riesame della sua posizione, tenendomi informato dei risultati conseguiti. Il Ministro Mario Scelba
Il 5 luglio Scelba annunziò alla nazione che nel corso della notte Giuliano era stato ucciso a Castelvetrano nel corso di un conflitto a fuoco. Si trattava tuttavia di una menzogna, dal momento che il capo del Viminale non poteva non sapere come erano andate effettivamente le cose, e falsa fu la relazione che su tale "conflitto a fuoco" stese il 9 luglio il capitano Perenze. l bandito di Montelepre venne ucciso in realtà a tradimento, mentre dormiva. E di tale uccisione si autoaccuserà Gaspare Pisciotta. Fa quindi parte della messinscena il seguente telegramma che lo stesso 5 luglio il ministro fece pervenire al colonnello Ugo Luca.
Azione notte scorsa chiude capitolo banditismo siciliano triste eredità guerra stop A lei che con tanta intelligenza decisione et sprezzo personale pericolo ha saputo condurre at termine dura lotta restituendo sicurezza isola desidero far pervenire le più calorose felicitazioni et ringraziamento mio et governo cui associasi sicuramente intero paese stop Pregola estendere felicitazioni et elogio ufficiali sottufficiali carabinieri et guardie Pubblica Sicurezza dipendenti Comando Forze Repressione Banditismo di cui spirito unità et sacrificio ha contribuito successo.
Il suddetto certificato, rilasciato una settimana prima che venisse ucciso Giuliano, venne esibito dall'avvocato Anselmo Crisafulli in Corte d'Assise a Viterbo, dove si celebrava il processo per la strage di Portella della Ginestra, durante l'udienza del 29 maggio 1951. Eccone il passaggio più significativo:
Avvocato Crisafulli: Esibisco copia fotografica di un documento intestato Ministero degli Interni - attestato di benemerenza - con fotografia di Gaspare Pisciotta. L'attestato di benemerenza è stato rilasciato il 28 giugno 1950. Presidente (rivolgendosi a Pisciotta): Il certificato di benemerenza chi ve lo ha consegnato? Pisciotta: Prima di averlo, io ho parlato personalmente con Scelba. Avevo detto a Luca: "Voglio parlare con Scelba prima di fare quanto siamo d'accordo. Allora sono venuto a Roma e ho parlato con Scelba. Il certificato di benemerenza mi è stato portato qualche giornodopo in Sicilia da Luca.
Il ministro dell'Interno replicò alla denunzia con tempestività, dal quotidiano catanese "La Sicilia". Ecco il testo delle dichiarazioni:
Non metto pure in conto smentire l'autenticità di quell'attestato di benemerenza che io, Mario Scelba, ministro degli Interni, avrei rilasciato a Gaspare Pisciotta. Sono cose che si smentiscono da sé. Quel documento è stato fabbricato. L'ha fabbricato il colonnello Luca negli uffici del comando C.F.R.B.? Può averlo fabbricato il colonnello Luca come può averlo fabbricato l'avvocato Crisafulli. Sono cose che non mi interessano affatto.Non è mio compito di ministro degli Interni accertare chi ha fabbricato un documento di tal genere né ho alcun interesse di alcun ordine a farlo. E lei? Io ne avrei firmati, personalmente e come ministro degli Interni, cinquanta di attestati di benemerenza di quel genere se mi avessero detto che erano necessari a eliminare la banda Giuliano. Allora l'ha firmato lei? Dico soltanto che mom mi sarei affatto rifiutato di firmarne anche cinquanta. Ma ci pensa se non li avessi firmati? Tutto il paese avrebbe potuto accusarmi e con ragione. "Che ha paura di compromettersi questo ministro degli Interni rilasciando un attestato a Pisciotta?", avrebbero detto. "Compromettersi, e come? E con chi? E perché E per non rilasciare un documento così questo ministro manda a morire i carabinieri e la polizia e lascia in piedi la banda Giuliano, ed espone ai pericoli e ai soprusi di ogni genere i civili della zona?", così si sarebbe detto. Perciò ha firmato? No. Il documento è fabbricato.
Ascoltato in Corte di Assise il 26 luglio 1951, il generale dei carabinieri Ugo Luca non poté che prendere atto del documento che lo chiamava direttamente in causa, e, si direbbe studiatamente, si assunse in toto le responsabilità del medesimo, giungendo a dire di aver apposto lui la firma del ministro dell'Interno. Ecco comunque il passaggio centrale dell'interrogatorio di Viterbo:
Generale Luca: Gli ho chiesto che cosa chiedeva in cambio dei suoi servigi. Pisciotta mi ha risposto che non voleva né i cinquanta milioni di taglia, né il passaporto per espatriare, passaporto che io avrei potuto facilmente fargli ottenere. Ha detto soltanto che voleva un attestato di benemerenza firmato da persona autorevolissima per potersene servire al processo e per poter dimostrare che i picciotti imputati della strage di Portella erano innocenti. Presidente: Avete rilasciato un certificato di benemerenza a Gaspare Pisciotta? Generale Luca: Sì, l'ho rilasciato io personalmente. Ho apposto sul documento una firma apocrifa, quella del ministro Scelba. Questa firma l'ho stilata io stesso. Assumo però la responsabilità di gran parte del contenuto del documento. Del resto Pisciotta chiedeva soltanto di poter attestare quanto effettivamente egli ha fatto nell'interexsse della giustizia e della legge. Devo aggiungere che il ministro Scelba non ne sapeva assolutamente nulla.
Sentitosi ingannato, l'ex luogotenente di Giuliano si decise a fare i nomi dei politici, nel vivo del processo di Viterbo, che richiamò giornalisti da vari continenti. E in una udienza fece le dichiarazioni che seguono.
Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: il deputato DC Bernardo Mattarella, il principe Alliata, l'onorevole monarchico Marchesano e anche il signor Scelba… Furono Marchesano, il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella… Dopo le elezioni del 18 aprile 1848, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l'incontro tra noi e i due mandanti è avvenuto in contrada Parini, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte prima del 18 aprile fossero mantenute. I due tornarono allora da Roma e ci hanno fatto sapere che Scelba non era d'accordo con loro, che egli non voleva avere contatti con i banditi.
La condanna dei banditi, non chiuse la vicenda di Portella. Pisciotta non si placò: inveiva, accusava, minacciava altre rivelazioni, chiese l'istituzione di una commissione d'inchiesta. E con l'enfasi che gli era propria, con una lettera che inviò al presidente della corte d'assise, datata 10 ottobre 1952, fece delle importanti dichiarazioni, da cui affiora una mappa dell'intrigo, degna di una meticolosa verifica giudiziaria che non c'è mai stata, a conferma di un meccanismo chiuso di correità. Tutto accelerò comunque la sorte del bandito, che il 9 febbraio 1954 venne avvelenato all'Ucciardone.
Non si cerca la verità, ma si cerca di coprire con tutti i mezzi la verità. Faccio appello fin da ora a tutti i signori sottonotati: Miceli, Marotta, Albano, Rimi, che io ho ripudiato quali spie e doppiogiochisti, ed agli onorevoli Alliata, Marchesano, Cusumano, nonché Scelba e Mattarella, che è giunto il momento in cui dovranno assumere le loro responsabilità, perché io non mi rassegnerò mai e continuerò a chiederlo fino all'ultimo respiro: desidero sempre una inchiesta parlamentare. Gaspare Pisciotta. 10 ottobre 1952. Poscritto: Anche agli alti prelati toccano le loro responsabilità, ma verrà il turno anche per loro, e la signorina Margherita Bontade ne sa qualcosa. Firmato: Pisciotta".
La vicenda del certificato di benemerenza, costituente una ulteriore scopertura delle trame che correvano fra ambienti del banditismo, mafia e istituzioni, in via ufficiale finì presto archiviata, e, come tutto il resto, venne ammantata da spessi silenzi, malgrado i ripetuti ritorni della Commissione Parlamentare Antimafia sull'argomento. Si è comunque fatto un importante passo avanti di recente, in correlazione con l'uscita del film di Paolo Benvenuti Segreti di Stato. Il film espone, come è noto, delle tesi ardue, che non appaiono pienamente dimostrabili in sede storiografica. E ha suscitato pure disappunti e polemiche. Tuttavia ha permesso di riportare all'evidenza pubblica la vicenda di Portella. Inoltre è stato accompagnato da un libro della Fandango in cui viene tra l'altro proposta una perizia grafotecnica della firma apposta in calce al documento, eseguita per conto della casa editrice da Jacqueline Caracciolo Di San Vito, diplomata presso l'Arigraf, Associazione Ricerche Grafologiche, iscritta all'AGP e al tribunale di Pisa. E le conclusioni, che qui si propongono, benché passate largamente inosservate, appaiono assai significative.
Abbiamo a disposizione per il confronto nove firme di Mario Scelba e una firma del colonnello Ugo Luca, coeve e omogenee alla firma in verifica: sono infatti state vergate nel 1950 o, al più tardi, nel 1952 su documenti ufficiali in carta intestata. L'ottima qualità delle riproduzioni consente una buona percezione del tratto e della pressione. Le nove firme di Mario Scelba presentano una certa variabilità grafica, normale in qualsiasi scrivente: la scrittura, infatti, esprime i diversi stati d'animo di una persona nel momento stesso in cui scrive e riproduce sulla carta, come un'istantanea, le condizioni psicofisiche dello scrivente. In tutte queste comparative ritroviamo le stesse modalità gestuali, lo stesso tipo di appoggio e addirittura anche le stesse forme, con alcune piccole differenze che non interferiscono sulla coesione dell'insieme, vale a dire nelle proporzioni, nel numero di elementi grafici, nella messa in evidenza di alcuni elementi attraverso la differenziazione di appoggio, in altre parole nell'aspetto generale della firma. Dal punto di vista puramente formale, la firma in verifica è del tutto simile a queste comparative, simile ma non identica a nessuna in particolare: in caso di sovrapponibilità tra la firma in verifica e una firma di comparazione ci troveremmo senz'altro di fronte a un caso di imitazione pedissequa. Possiamo quindi prendere in considerazione due ipotesi: - la prima, che la firma in verifica sia falsa e che sia una buona imitazione a mano libera; - la seconda, che la firma in verifica sia autentica. Per arrivare a una conclusione è necessario soffermarsi quindi non tanto sull'aspetto formale quanto su quello gestuale (modalità di esecuzione). La firma di comparazione del colonnello Ugo Luca è stata, come la firma in verifica, esaminata sul documento originale; anch'essa è stata vergata nel 1950 ed è quindi perfettamente coeva. Ovviamente non è possibile fare un confronto lettera per lettera, dal momento che vengono scritti due nomi diversi, tuttavia è certamente possibile paragonare sia le caratteristiche generali che il gesto grafico delle due firme. Entrambe le firme sono ascendenti e sono vergate con rapidità e decisione, in un unico gesto che lega tutte le lettera fra di loro. Ma presentano delle importanti differenze, soprattutto dal punto di vista del tratto e della pressione: la firma a nome Scelba presenta un notevole rilievo e il tratto è nitido; la firma a nome Luca è leggera, con scarso rilievo e il tratto è pastoso (bordi sfrangiati). La pressione è l'elemento grafico che più caratterizza uno scrivente. Certi suoi aspetti possono essere modificati volontariamente e soprattutto, in fase di imitazione, possono emergere rivelando lo sforzo che lo scrivente compie nel tentativo di riprodurre delle forme che non gli sono proprie. Ad esempio, una persona che ha un appoggio leggero, come il colonnello Luca, potrebbe appoggiare maggiormente la mano nel vergare una firma falsa ma non potrebbe certamente modificare la qualità del tratto (da pastoso a nitido) e ancor meno potrebbe produrre un notevole rilievo: questi elementi infatti sfuggono totalmente al controllo del falsario. Il risultato finale, infine, non sarebbe così rapido e agevole, in quanto lo sforzo fatto per appoggiare maggiormente la mano rallenterebbe il gesto. La firma del colonnello, poi, presenta degli elementi di rigidità (direzione, inclinazione, angoli) che non sono propri della firma in verifica e che in sede di imitazione verrebbero fuori tradendo la mistificazione: infatti, per una mano che produce un grafismo rigido e angoloso è impossibile produrre un grafismo duttile e curvo. Queste differenze quindi sono sostanziali e permettono di escludere l'identità di mano. Le differenze maggiori riguardano: - la grande iniziale; - l'appoggio. Per quanto riguarda la grande iniziale, abbiamo infatti descritto nella firma in verifica un angolo molto stretto in zona inferiore; in molte comparative abbiamo descritto, invece, un'asola più o meno ampia. Tuttavia l'angolo molto stretto in zona inferiore si ritrova nelle comparative del 23.6.51 e del 21.2.52, così come nelle comparative del 20.5.50 e del 29.3.51 l'attacco iniziale non parte dal basso (come in tutte le altre comparative e come nella firma in verifica) ma dall'alto. Siamo, infatti, in presenza di un soggetto dalla notevole variabilità grafica. Per quanto riguarda le differenze di appoggio tra la firma in verifica e la firma di comparazione, il tratto più calcato del documento in verifica si può facilmente spiegare per il fatto che la firma è stata vergata su un tipo particolare di carta (granulosa e molto spessa) e con uno strumento grafico più duro (pennino con punta d'acciaio) di quelli usati nelle comparative (stilografica o matita). Tornando infine al gesto grafico, abbiamo notato in tutte le firme di comparazione tre caratteristiche fondamentali dello scrivente: - la decisione: non si nota nessuna esitazione, nessun ripensamento, nessuna incertezza; - la rapidità: la mano si muove velocemente, semplificando le forme; - l'agevolezza, vale a dire la facilità a scrivere, tipica di persone di buon livello intellettuale, che non hanno nessuna difficltà motoria e che scrivono seguendo l''immagine anticipatrice' già esistente nella loro mente. Queste tre caratteristiche si ritrovano nella firma in verifica. Possiamo dunque concludere con certezza che la firma in verifica è autentica.
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