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ottobre 2005 Storia
di Marta: una donna forte che rivendica i suoi diritti di lavoratrice e di madre La
vicenda di Marta Restuccia, messinese, testimonia purtroppo quanto sia di casa
la prepotenza in certi ambienti economici, che invece, come lei ben dice, dovrebbero
avere tutt'altra cura della dignità umana. Si tratta, ancura una volta,
di una storia di vessazioni continuate, raccontata da Marta stessa, in modo denso
ed efficace. Caro
dott. C., non so se in precedenza ha mai letto la mia testimonianza sullingiustizia
che ho subito. Ho lavorato
10 anni per unazienda privata di Messina e un anno e mezzo fa (in prossimità
della Pasqua), una mattina vengo licenziata verbalmente, prendendo come scusa
un minuto di ritardo del mio orario dingresso. Ho
sempre fatto orari folli, con stipendi sottopagati
.e per orari folli, intendo
che uscivo spesso anche dopo la mezzanotte...no stop dalle 9 del mattino. Sono
mamma di una splendida bimba di 5 anni, che ho avuto quasi dietro permesso del
titolare
in quanto allepoca dellassunzione mi aveva fatto firmare
un foglio di dimissione, che avrebbe esibito in caso di gravidanza. Dopo
il licenziamento sono entrata nel totale panico e nella depressione, sono stata
in cura con antidepressivi e tranquillanti per mesi e ho dato tutto in mano ad
un legale, il quale ha impiantato un ricorso per provvedimento urgente ex art.
700 c.p.c
ma sono stata consigliata male sin dallinizio e ho perso
il ricorso (il giudice ha dichiarato che non cerano elementi per dichiarare
che ci sia stata effettiva interruzione del rapporto, ne il rientro in azienda
è stato mai negato)
e poi non ho continuato legalmente per motivi
economici. Mia figlia non poteva mangiare la mia sete di giustizia.
Ma nessun giudice e
nessuna sentenza può ridarci la serenità e la fiducia in noi stessi
quella
io lho ritrovata cercando con tutta me stessa (anche facendomi violenza
a volte per non pensare) di mettermi alle spalle quanto accaduto e ricominciando
da zero. Dentro
di me non dimenticherò mai quanto è successo
ma un piccolo
pesciolino come me, non può combattere contro i pesci grossi che hanno
soldi per comprarsi tutto quello che vogliono, persino lillecito. E'
ingiusto... Marta
La
testimonianza Assunta
nel 1993 con regolare contratto (dietro ricatto di una lettera di dimissioni firmata
senza data, che il titolare dichiara di esibire in caso di gravidanza). Il
mio rapporto lavorativo comincia in maniera idilliaca. Dal 1993 al 1999 inizialmente
ho curato il follow-up telefonico, passando in seguito alla selezione del personale
esattoriale, all´elaborazione delle performance societarie, alla gestione
della Filiale di Messina, controllo frodi e qualità personale esterno. Orari
folli (dalle 09.00 alle 22.00 no stop), sovraccarico di lavoro e troppe pretese. Avevo
detto più volte che da sola non ci riuscivo più, ma dato che comunque
e in ogni caso, anche portandomi il lavoro a casa sino a fare l'alba, le cose
venivano fatte
.per l'azienda era comodo. Mi dicevano che non trovavano
nessuno, ma mai una volta avevo visto annunci di ricerca personale
.e all'epoca
mi occupavo io di tutto ciò. Svolgevo mansioni che oggi svolgono più
di sei persone. A maggio del 1999 scopro di aspettare un bambino (quasi quasi
chiedendo il permesso all'azienda per avere una gravidanza) e il mese dopo ho
un inizio di distacco di placenta e esibisco esito visita ginecologica + diapositiva
dell'ecografia da dove si evince il piccolo distacco. Il medico mi prescrive
30 gg d'assoluto riposo e dopo 20 giorni sentendomi meglio rientro a lavoro
ma
al mio rientro devo ringraziare il cielo di aver ritrovato la sedia dove sedermi,
perchè scopro che mi hanno tolto le mansioni senza avvisarmi e hanno delegato
il tutto a due nuove persone. Io vengo assegnata a lavori di fotocopie, e ogni
mattina dovevo chiedere alla responsabile amministrativa se aveva bisogno d'aiuto,
e faccio il jolly della situazione per parecchio tempo. Trascorro la mia gravidanza
angustiata, mi sento inutile e mi fanno sentire non parte di quell'azienda. Oltretutto
a fine giornata ho sempre le caviglie gonfie per stare tutto il giorno in piede
e davanti alla macchina delle fotocopie. Ricordo un episodio in modo particolare.
Era finita la mia giornata lavorativa e sono entrata in direzione per salutare
e mi viene richiesto con tono rabbioso e imperato, lo svolgere di un altro compito
lavorativo, io ritorno indietro, riaccendo il Pc e le mie lacrime scorrevano a
fiumi. Avevo dolori lancinanti alle caviglie. Lavoro quasi sino all'ottavo
mese e poi entro in maternità. Dopo il parto mi richiamano più
volte per il rientro e mi fanno rientrare prima dei tre mesi dopo, proponendomi
un aumento di qualifica. Io accetto ("non potevo fare altrimenti")
e mi rivestono del ruolo di responsabile dell´area affari generali. Durante
l'allattamento non ho quasi mai potuto rispettare le due ore che mi spettavano
per allattare mia figlia, perchè ero spesso trattenuta in ufficio. In
quel periodo, inoltre, insieme ad una programmatrice esterna, collaboriamo per
un lavoro che durerà poi quasi un anno, ad un nuovo data-base per l'elaborazione
delle performances societarie Lavoro che viene svolto sino a oltre le dieci
di sera a volte
e soprattutto con grande successo e perfezione a risultato
ultimato. Lavoro che successivamente alla migrazione del sistema informativo
da ms-dos a windows, viene eliminato con un semplice ctr+canc, senza preoccuparsi
minimamente di chiamarmi in causa. Questo scherzetto e questa perdita a me
personalmente costa mortificazioni e inutile perdita di tempo. Insomma un anno
perso e soprattutto da quel momento mi mancano gli strumenti per i controlli societari,
controlli che devo fare comunque manualmente
e nonostante ciò vengo
anche umiliata più volte davanti a persone estranee, perché i tempi
sono più lenti e i risultati poco soddisfacenti. Ma "sfortunatamente"
io non sono una macchina
.magari lo fossi stata in quel periodo, sicuramente
i miei sentimenti non sarebbero stati schiacciati. Insomma a settembre del
2001 decido di dare le dimissioni per motivi di salute della mia bambina. Naturalmente
concedo tutto il tempo necessario per trovare una nuova persona e per poterla
istruire come si conviene. Vengo richiamata, ma stavolta reagisco e resto ferma
sui mie passi....mia figlia prima di tutto!!! A quel punto, pur di non perdermi,
mi viene proposto il telelavoro e in seguito ci accordiamo per il part-time. Accetto! Vengo
licenziata dall'attuale società con regolare TFR e assunta con la denominazione
di un altra società, ma è una società di fatto perchè
realmente io continuo a lavorare sempre allo stesso posto nella stessa ditta. Assunta
in un'altra società, per sgravi fiscali mi viene detto, società
della quale io non conosco nemmeno la sede legale. E dopo l'assunzione part-time....comincia
il tormento. Controllo
esasperante sul lavoro, ogni sera devo dire ciò che ho fatto durante il
giorno. Compiti dequalificanti E poiché molte volte in direzione
non c'era nessuno per poter rendicontare la mia giornata lavorativa, allo scadere
del mio tempo lavorativo mandavo un'e-mail con spiegazione dettagliata del lavoro
svolto. Sono stata richiamata più volte perchè non sempre a
fine giornata passavo in direzione, ove per la maggior parte non c'era mai nessuno.
Ai richiami rispondo a tono che comunque mando una mail quando non trovo nessuno,
e mi viene risposto che non c'è il tempo per leggere le mail. Comunque
prendendo questa scusa, in una riunione mi vengono tolte nuovamente tutte le mansioni,
passandole a due persone, dicendo che dovevo andare in ufficio solo per "fottere"
lo stipendio. Per farla breve, ho capito che il loro scopo era o farmi rientrare
a lavoro full time o aspettare che mi licenziassi per disperazione. Decido
di rientrare full-time. Siamo a giugno 2002. Appena rientrata a tempo pieno,
tutto cambia. Ritorno a far parte delle riunioni delle aree, vengo ripresa
in considerazione, mi viene detto che hanno bisogno della mia piena collaborazione
per cominciare un lavoro importante e il capo mi pretende in una postazione vicina
alla sua, come braccio dx
. Se ci penso adesso mi viene da ridere di quest'opportunismo. Curo
l´iniziazione di un nuovo lavoro e dopo averlo ben avviato vengo tolta da
questo lavoro e assegnata ad un altro in fase di nascita. Insomma comincio
un´altra attività dal nulla avendo la paura che una volta avviato
anche questo mi venga tolto senza nessuna soddisfazione o motivo. Tutte le
volte io preparavo e imbandivo la tavola a festa, con piatti succulenti e ben
decorati e poi chiunque si sedeva a tavola e mangiava
.tranne me! E
arriviamo ai giorni nostri!!!! Ad aprile dell'anno scarso, una mattina arrivo
in ufficio un minuto dopo l'orario d'entrata (09.01) e mi viene chiesto di firmare
un modulo mai visto prima. Il modulo indicava la data del giorno, il nome della
dipendente, l'orario d entrata e la firma. Io firmo e dichiaro che se devo
firmare ad un minuto alla nove, voglio firmare anche all'uscita. Alla mia richiesta
vengo convocata dal titolare il quale mi chiede spiegazioni e io rispondo, testualmente:
"Se firmo quando entro in ritardo di un minuto, firmo anche quando esco in
ritardo di 10-20 minuti." La sua risposta è questa: LEI E' LICENZIATA,
LASCI LE CONSEGNE AI RESPONSABILI AMMINISTRATIVI, E SE NE PUO' STARE A CASA DA
SUBITO. LE INVIEREMO I CONTEGGI. Lui va via per via di un appuntamento e io
lascio le consegne ai due consiglieri amministrativi. Dopo mezzora mi fa dire
dalla segretaria di aspettarlo che mi deve parlare. Al suo arrivo, esordisce
così: "Non creda che ho cambiato idea, poiché la mia decisione
rimane tale, lei da domani è licenziata...ma siccome sono una persona umana,
la pago sino a quando non si trova un altro lavoro. E aggiunge con tono sarcastico
e con cattiveria: "tanto lei è brava, non le mancherà trovarsi
un altro lavoro a breve." Io dico soltanto che non capisco come lui lo
possa fare...e lui risponde che per eventuali controlli che potrebbero avvenire
lui fa dire che sono ammalata. Si alza dicendomi che vuole terminare questo
rapporto lavorativo in maniera civile e mi accompagna alla porta d'ingresso. Quelle
parole mi risuonano in testa come una nota stonata e come un'automa percorro la
strada senza sapere dove vado. Acquistata un po' di lucidità mi avvio
presso uno studio di consulenza e allo studio mi dicono che questo tipo di licenziamento
non è efficace e mi suggeriscono di ripresentarmi al lavoro l'indomani
mattina
.e aggiungono che se si dovesse prospettare l'eventualità
che non mi facciano entrare, di andare all'ispettorato del lavoro e di ritornare
con le forze dell'ordine. Il solo pensiero di rientrare in ufficio mi mette
ansia e comincio a stare male. Arrivata a casa comincio ad avere delle crisi
di nervi e poi perdo coscienza. Chiamo il mio medico curante e mi faccio prescrivere
un certificato medico con la richiesta di tre giorni di malattia, per giustificare
intanto la mia assenza sul posto di lavoro, e per riprendere le forze. Il mio
malessere dura per parecchi mesi, con crisi depressive e crisi di panico...e più
i giorni passano, più non ritrovo la forza di ritornare per affrontare
la situazione di petto. Nel
frattempo invio una lettera dove richiedo i motivi del mio licenziamento e mi
viene risposto che nessun licenziamento ne verbale ne per iscritto mi è
stato notificato, ma che "ella è stata soltanto allontanata dal posto
di lavoro". (?)
.E che significa? Dopo
questa risposta prendo contatto un legale e racconto tutto l'accaduto. I
primi giorni le mie crisi sono frequenti, specie tutte le volte che racconto quello
che mi era successo. Poi il 3 maggio ho una crisi forte e mio marito mi porta
al centro di neurologia, dove io sono in cura da qualche anno
e la psicoterapeuta
del centro mi trova una forte depressione e mi prescrive una cura e 30 gg di riposo Prendo
dei tranquillanti e degli antidepressivi
.ma il mio stato di salute non
migliora subito.. Ho paura a stare in mezzo alla gente, insonnia, gastrite,
crisi di panico, tachicardia e aumento notevolmente le mia dose di sigarette quotidiana. Mi
ripeto sempre nella mia mente: Ho dato l'anima per dieci anni....e questa società
è nata insieme a me, mattoncino per mattoncino. E' giusto tutto questo? Marta
Restuccia Quello
che conta "adesso", per me...non è più una sete di vendetta...non
provo più quell'odio iniziale...ma vorrei soltanto far capire a chi legge,
che non bisogna tacere, che non bisogna accettare passivamente...che non è
giusto non poter far valere i propri diritti soltanto perchè non si hanno
le "forze" e soprattutto perchè gli avvocati costano parecchio....ma
che bisogna farsi sentire! Usiamo la nostra voce ... Si è vero...io
non ho vinto la causa, perchè ci sono state delle false testimonianze,
perchè lui era "più forte" sotto tutti i fronti, perchè
non ho potuto affrontare un'ulteriore causa per motivi economici, ma IO racconterò
sempre quanto mi è successo a testa alta...perchè le vere persone
forti, sono coloro che possono raccontare ai propri figli di aver combattuto contro
i mulini a vento, di avere perso...ma possono guardarsi dignitosamente ogni mattina
allo specchio... perché si sono rialzate da tutte le cadute. Grazie a tutti
i miei amici e alla mia famiglia, mi sono ripresa e ho voltato pagina, cambiando
totalmente il mio modo di vedere le cose. Non ho più crisi di panico, né
piccole crisi epilettiche da parecchi mesi ormai e sono fiera di me stessa e della
mia vita. Non accontentiamoci perchè "in Sicilia non c'è di
meglio "... siamo essere umani non numeri! Marta prima
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