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Speciale Portella della Ginestra - 2 A cura di CarloRuta |
| 3 febbraio 2005 Giustizia per le vittime di Portella della Ginestra
Circolare della segreteria regionale del PCI indirizzata ai comitati direttivi delle sezioni. Non contiene data, ma l'anno è sicuramente il 1947. Il documento è conservato presso l'Istituto Gramsci di Roma.
L'eccidio compiuto il I maggio dagli assassini che hanno sparato contro i lavoratori di Piana dei Greci, S. Giuseppe Jato, S. Cipirello, riuniti pacificamente per festeggiare secondo la loro tradizione la solennità mondiale, per essere a pieno compreso nel suo profondo significato politico deve essere messo in relazione con la situazione creatasi in Sicilia per effetto dei risultati delle elezioni del 20 aprile, ma più ancora con i primi successi riportati dai contadini poveri affamati di terra. Il movimento organizzato dei contadini, infatti, particolarmente forte nella zona colpita dall'eccidio, minacciava già seriamente le ingiuste posizioni di privilegio dei grossi possidenti e soprattutto le posizioni speculative e parassitarie degli intermediari mafiosi e dei campieri al loro servizio. Questi risultati hanno segnato la sconfitta delle forze reazionarie ed hanno inequivocabilmente manifestato la volontà del popolo siciliano di liberarsi finalmente dalle tradizionali sovrastrutture oppressive e parassitarie di cui la mafia è la più tipica espressione. Ora nell'eccidio di Portella della Ginestra deve appunto vedersi la brutale reazione di queste forze che si erano viste condannate il 20 aprile sul piano della legalità democratica dalla decisa e cosciente volontà di ogni singolo uomo e di ogni donna che votando per i partiti democratici avevano dimostrato di essersi sottratti ad ogni influenza corruttrice e intimidatoria delle vecchie cricche prepotenti e mafiose. L'annuncio della strage ha avuto immediatamente le seguenti ripercussioni.
Questi fatti avrebbero dovuto logicamente avere come conseguenza: a) una decisa azione della polizia verso la scoperta e la punizione dei responsabili materiali della strage sotto la spinta della pressione popolare intesa a chiedere ed ottenere giustizia e b) l'isolamento della parte più bestiale delle forze reazionarie sotto il peso della condanna di tutti gli onesti. Invece le ingiustificabili dichiarazioni fatte dal ministro democristiano siciliano Scelba tendenti ad escludere il movente politico della strage unitamente alla vasta controffensiva fatta a base di falsi e di calunnie hanno impedito in gran parte il verificarsi delle due sopra indicate conseguenze. Le dichiarazioni di Scelba fatte poche ore dopo la strage e senza la scorta di precise e documentate informazioni, tradiscono il deliberato proposito dell'esponente democristiano, di limitare la ricerca delle responsabilità al fine di salvare il complesso della impalcatura parassitaria siciliana dalle conseguenze di un'indagine approfondita. Questo preciso intendimento del ministro Scelba è stato ampiamente confermato in occasione della sua venuta a Palermo e costituisce la più lampante dimostrazione che la parte reazionaria della Democrazia cristiana con alla testa il complesso dei suoi strati dirigenti intende prendere il posto delle destre sconfitte nella resistenza all'ascesa delle masse laboriose siciliane e al rinnovamento di tutta la vita dell'isola in senso democratico e progressivo. Principalmente per effetto di questa azione del ministro democristiano Scelba le indagini della polizia cessarono di orientarsi nella giusta direzione che fin dal primo momento era stata loro indicata dal nostro partito. Manifestarono il tentativo di indirizzarsi su piste sbagliate (delinquenza comune, vendette personali, banditismo) la cui inconsistenza e fallacia si dimostra incontrovertibilmente anche sulla base di elementi positivi acquisiti agli atti della indagine e infine iniziarono ad arenarsi su pericolose posizioni di attessmo o per lo meno di burocratica lentezza che evidentemente avrebbero portato all'esaurirsi dell'inchiesta e alla impunità per la maggior parte degli assassini e dei mandanti. Questo atteggiamento della polizia che si mantiene invariato, trova la sua spiegazione oltre che nelle direttive impartite dal ministro democristiano Scelba, nelle tendenze antidemocratiche di un certo numero di funzionari, nella ipocrisia di certi altri che ostentano atteggiamenti democratici non sentiti, nella impotenza dei funzionari onesti che sono ostacolati nella loro azione non solo dalla insufficienza dei mezzi tecnici a loro disposizione (specialmente collegamenti radiotelefonici e mezzi di trasporto) ma anche e soprattutto dalla collusione quasi generale ed in certi casi completa delle forze di polizia locali con la maffia e le sue protezioni e dalle direttive che giungono loro dall'alto tendenti a circoscrivere in superficie il campo della loro azone. Un tale sfavorevole evolversi del corso delle indagini provoca una diffusa indignazione nelle masse democratiche che temono di non vedere attuata la loro esigenza di giustizia, obiettivamente anima le forze reazionarie, facilita il risorgere del muro di ghiaccio della omertà che in un primo tempo sembrava stesse per scomparire ed infine acuisce il pericolo di provocazioni e complotti tendenti a creare il "fattaccio" per poterne attribuire a noi la responsabilità e scaraventarci contro le forze di polizia e l'opinione pubblica. Noi comunisti non possiamo e non dobbiamo assistere passivamente al verificarsi di una simile funesta situazione e dobbiamo anzi impegnare tutte le nostre forze al fine di ottenere che la inchiesta venga proseguita con energia e decisione e che non si fermi alle immediate responsabilità dell'eccidio del primo maggio, ma che piuttosto vada sino al fondo risalendo tutta la scala delle correità, delle connivenze, delle responsabilità anche indirette. Noi dobbiamo esigere che lo sviluppo delle indagini vada fino in fondo portando un decisivo colpo alla potenza della mafia cioè del peggiore e del più pericoloso nemico della democrazia e del progresso in generale e del nostro partito in particolare; la messa a nudo delle vastissime correlazioni della delinquenza mafiosa con le forze politiche retrive e con la reazione agraria, con determinati settori dell'apparato statale e perfino del governo centrale con effetti risanatori e moralizzatori incalcolabili; la ripresa della fiducia popolare nella democrazia e l'orientamento di nuove grandi forze verso il nostro partito. Ma chi ha interesse di andare fino in fondo? Da una parte tutte le persone oneste, tutte quelle persone cioè, e sono la stragrande maggioranza del nostro popolo, le quali non hanno alcuna connessione con la mafia della quale anzi sono le vittime. Fra queste persone sono da annoverare tutti i lavoratori onesti, i gruppi produttivi non speculatori, i ceti medi ed anche una percentuale di proprietari terrieri e di capitalisti; dall'altra parte però, nello schieramento delle forze politiche in campo, solo il nostro partito ha un interesse incondizionato ad andare fino in fondo perché solo il nostro partito ha individuato nella mafia il maggiore ostacolo alla trasformazione in senso progressivo della società isolana, perché solo il nostro partito ha nel suo programma la distruzione radicale delle condizioni che hanno permesso e permettono il permanere in vita della sovrastruttura parassitaria rappresentata dalla mafia. Al contrario altre forze politiche, da quelle di destra alla dominante parte reazionaria della Democrazia cristiana hanno interesse a circoscrivere i risultati della inchiesta perché temono di mettere in luce le loro connivenze con le forze antisociali siciliane o anche solo le loro debolezze colpevoli verso queste foze; perché temono di perdere l'appoggio effettivo o potenziale di queste forze; perché con la distruzione della mafia sarebbe tolto di mezzo il più tenace ostacolo sul cammino della democrazia e del progresso sociale; perché infine tutto ciò significherebbe la fine dei privilegi tradizionali della casta semofeudale e dei suoi alleati e contemporaneamente un grande sviluppo della forza di avanguardia delle forze popolari, cioè del nostro partito. Questo spiega la grande mobilitazione a cui abbiamo assistito, tendente ad impedire che l'inchiesta potesse svilupparsi normalmente ed andare fino in fondo. Di fronte a questa situazione che cosa dobbiamo noi fare? Noi dobbiamo mobilitare tutto il partito su questo problema, noi dobbiamo mobilitare le grandi masse popolari affinché esercitino una pressione costante e potente sulle autorità, noi dobbiamo cllegare questa mobilitazione con le rivendicazioni immediate dei contadini e dei lavoratori della città; noi dobbiamo popolarizzare al massimo la giusta spiegazione politica della strage di Portella della Ginestra, collegarla con tutte le altre manifestazioni criminose della reazione e della mafia. Noi dobbiamo far comprendere alle masse assetate di giustizia che la giustizia non viene dall'alto e che i rappresentanti delle forze popolari intanto hanno prestigio e possibilità di agire in quanto le masse stesse manifestano in maniera iconfondibile la loro decisa volntà di avere giustizia. Questa volontà si deve estrinsecare in grandi manifestazioni che diano la misura della salda, composta, ma incrollabile coscienza che le masse hanno della propria forza; si deve estrinsecare altresì in un grandissimo numero di ordini del giorno votati in tutte le occasioni e in tutte le sedi in cui sia possibile, i quali ordini del giorno debbono essere inviati all'Assemblea regionale, traducendo in una pressione continua dal basso la volontà popolare di stroncare alle radici la catena delle responsabilità per l'eccidio affinché non possano mai più ripetersi simili inumane violenze contro i lavoratori. Noi dobbiampo altresì denunciare energicamente tutte le carenze, tutte le disonestà, tutte le collusioni con la mafia di singoli funzionari che rappresentino i poteri dello stato e dobbiamo contemporaneamente elogiare pubblicamente i funzionari onesti e coscienziosi. Noi dobbiamo ancora impedire il nostro isolamento e per questo noi dobbiamo legarci strettamente a tutte le altre forze democratiche impegnandole a strettamente collaborare con noi nelle nostre azioni. Noi dobbiamo infine alimentare con un continuo flusso di informazioni e di notizie l'azione dei compagni dirigenti che alla testa delle nostre organizzazoni provinciali e regionali, all'Assemblea regionale, alla Costituente impegneranno tutta la forza e tutto il prestigio del nostro partito affinché si vada fino in fondo nella ricerca e nella punizione degli assassini di Piano della Ginestra e dei loro spalleggiatori, affinché la Sicilia sia libera dall'obbrobbrio di questo residuo di barbarie feudale che è la mafia.
Mafia e banditismo di Pompeo Colajanni Il documento, del 18 settembre 1948, è conservato presso l'Archivio Istituto Gramsci Siciliano, fondo "Girolamo Li Causi". Offre un quadro significativo della condizione della Sicilia, denso di dettagli sulle realtè di banditismo e mafia operanti nella Sicilia occidentale. Il dilagare del banditismo è fenomeno che ha caratterizzato in modo particolare il travaglio della società siciliana dopo la prima e la seconda guerra mondiale. Banditismo, delinquenza rurale e cittadina, mafia sono fenomeni che affondano tutti le radici nell'arretratezza economica e sociale e nello sfruttamento ed oppressione semifeudale che condannano la nostra isola ad una sorte di crisi permanente. Non è necessità di ripetere quanto detto sull'argomento della mafia, caratteristico fenomeno siciliano, è stato detto dagli studiosi a confutazione delle teorie di quegli antropologi che ben si possono definire razzisti, i quali volevano vedere nella mafia, nei suoi falsi punti di onore e nel codice dell'omertà, l'espressione di una permanente inferiorità delle popolazioni siciliane. Oramai si va sempre più diffondendo la coscienza che sociali, e soltanto sociali, sono le cause di questo tristo fenomeno. Organizzazione complessa e capillare del parassitismo e della violenza: ecco in definitiva la caratteristica della mafia, nelle sue varie strutturazioni di mafia dei giardini, del feudo e della zolfara. E' innegabile che determinati mafiosi, pur prendendo le mosse per la loro attività economica da un fatto di prepotenza, hanno svolto poi la loro industria od il proprio commercio in modo irreprensibile e spesso generoso verso i dipendenti. A parte il fatto della eccezionalità di questi casi è da notare che essi si inquadrano nella politica generale della mafia e corrispondono, in questo settore, agli atteggiamenti paternalistici di certi grandi proprietari ed industriali. La mafia tende ad essere considerata rispettabile, giusta, benefattrice e ad estendere l'influenza della sua "ideologia" per rafforzare le sue conquiste. Di conseguenza cerca di allargare le sue complicità e di stenderne la rete quanto più in alto, nel censo, nell'aristocrazia, nell'apparato statale, nel mondo della politica. La mafia è per sua natura "legale", conservatrice, "governativa" e nella società semifeudale siciliana ha adempiuto, in modi abietti, il ruolo di una sorta di ceto medio. Tipica, a questo riguardo, la situazione di Bagheria. Bagheria, nell'altro dopoguerra, fu insanguinata da lotte intestine tra i vari partiti di mafia contrastanti per il primato e per l'accaparramento comunque realizzato delle grandi proprietà dei Mortillaro, del marchese Di Stefano, del duca di Valguarnera, per l'abbattimento delle "chiuse". In questa lotta spietata, che in tanti altri posti della Sicilia assunse l'aspetto di guerra sterminatrice tra la vecchia e la nuova mafia, non furono rispettati nemmeno i vincoli di parentela (un padre uccise il marito della figlia e poi ne allevò l'orfano nella sua casa). Le varie famiglie di mafiosi (Cuffaro, Pipia, ecc.) furono in seguito terribilmente perseguitate da Mori, ma intanto i grandi possessi erano stati sbriciolati (dal censimento del 1930 risultò che il 95% del territorio comunale era costituito da aziende sino ai dieci ettari). Oggi a Bagheria la mafia domina, contrastata solo dalla nostra azione, e così pure a Ficarazzi, Villabatae, Trabia, S. Flavia, Casteldaccia, Altavilla, e realizza il suo "ordine" impedendo il furto campestre e tutte le attività di delinquenza, da essa non controllate, con la spietata soppressione dei ladruncoli e dei delinquenti ad opera soprattutto dei guardiani di giardini, mafiosi regolarmente armati. Gli omicidi si contano a diecine. Nel quadro di questa attività di "polizia" della mafia rientra il recente assassinio di tre elementi equivoci, oriundi di Caltavuturo e residenti in Palermo (uno dei quali era un'autentica spia della questura) e di un malfattore di Caltavuturo. Quest'ultimo aveva invitato gli altri tre a compiere un delitto a Caltavuturo; la mafia fu informata; emise la sua sentenza ed i quattro furono sorpresi sullo stradale Termini-Caltavuturo ed assassinati. (Forse questo assassinio va messo in relazione con la collusione esistente tra la mafia e la banda Turrisi che ha una sua base n quella zona). D'altra parte, come è noto, per la difesa delle posizioni economiche conquistate, per continuare a sfruttare indisturbata i bracciati ed i piccoli proprietari indipendenti ed in genere tutte le categorie produttive con la camorra organizzata sulla distribuzione dell'acqua, con l'imposizione di salari da fame e con l'acquisto degli agrumi, del mosto e degli altri prodotti a prezzi vili imposti con la minaccia e con l'usura sfruttatrice del bisogno, la mafia non ha esitato a ferocemente colpire i dirigenti più coraggiosi dei lavoratori in tutta questa zona come Raia, Cuccia, D'Alessandro ed altri valorosi compagni. E se proprio a Bagheria non sono stati assassinati nostri dirigenti si deve con molta probabilità al fatto che comunanza di classe e vincoli di parentela hanno fatto prudenti i mafiosi. Se non ci fossimo noi, la mafia dei giardini potrebbe dire: "l'ordine regna a Varsavia". La mafia cittadina domina negli appalti stradali ed edilizi: la costruzione di due grandi palazzi, uno di Agnello e l'altro di Bonci e Rutelli, a Palermo è stata appaltata a dei mafiosi i quali a loro volta l'hanno subappaltata alle ditte realmente costruttrici sorvegliando però tutto l'andamento dei lavori. Quella delle borgate domna nelle gabelle delle grandi tenute miste a giardini e pascoli. Attorno alla grande proprietà del principe di Lampedusa - nella zona di Ciaculli e Boccadifalco - si è svolta una lotta con una serie di delitti che ricorda quella di Bagheria nel'altro dopoguerra. Nel suo complesso la mafia oggi si deve considerare un'organizzazione siculo-americana. Essa stende i suoi tentacoli negli ambienti italiani dell'America del Nord, in Tunisia, nei porti merdionali della Francia e soprattutto nella Sicilia occidentale e centrale spingendosi sino a Mistretta. Un gruppo di mafia - con a capo un tal Di Francesco - agli inizi del 1944 si costituì a Messina; formato da una cinquantina di elementi, rimase deble e con carattere di malavita cittadina. Ancor più debole un gruppetto cittadino di Catania. Pertanto si può considerare fino ad oggi fallito il tentativo della mafia di propagandarsi nella più progredita zona della Sicilia orientale. Chiare le ragioni economico-socale di questo fallimento. La mafia è stata diretta nella zona di Palermo da un triumvirato (Masarà, morto di recente e non ancora sostituito, Trifirò, Falzone) ed è organizzata in "famiglie" con un "capo-famiglia", un vice-capo ed un consigliere che costituiscono una sorta di segreteria, in "decine" con un "capo-decina" costituite da "soldati". Per "fare un mafioso" nuovo è necessaria la presentazione di anziani ed il voto favorevole di tutta la decina, in linea di massima. In certe zone, come a Villarosa, provincia di Enna, per varie ragioni, che per brevità omettiamo, il capo non è altro che un primus inter pares tra i mafiosi sicuri e provati e di conseguenza l'organizzazzione non è gerarchica. Partinico, tanto per dare un'idea di quello che è una "famiglia", è divisa a metà tra due "famiglie". Elementi sostanzialmente onesti si trovano talvolta tra i "soldati" costretti ad imbrancarsi, nelle zone dove la mafia controlla tutto e specie nelle borgate di Palermo, per salvaguardia della propria vita, dei propri modesti interessi di lavoratori e della esistenza delle proprie famiglie. La mafia del feudo opera su doppio fronte contro i proprietari e contro i contadini. Ad essa si aggregano gli agrari più spregiudicati ed esosi, per trasformarla in proprio strumento di oppressione e di sfruttamento feudale dei contadini o quanto meno per neutralizzarla e rivolgerla contro ogni movimento di redezione umana nelle campagne. Numerosi anche i casi di mafiosi stipendiati senza alcun compito specifico, magari con modesti assegni, dai grandi proprietari dei quali costituiscono una oziosa e spregevole clientela. Molti di costoro, veri e propri "bravi" in potenza, pigliano stipendio, ad esempio, tantp dal principe di Mirto, quanto dal conte Mazzarino - noti esponenti monarchici - e ciò oltre al quadro vero e proprio della mafia nel feudo, con i suoi gabelloti, soprastanti, campieri, con punte di pastori e di vaccari. Subito dop la liberazion venne dall'Amerca in Sicilia - per riorganizzare la mafia e per eliminare i contrasti tra le varie "famiglie" - il noto capo-mafia americano Giovanni Burrafato (amico di Lucky Luciano). Prima che Burrafato lasciasse la Sicilia per recarsi in Argentina per i suoi affari, venne a sostituirlo, sempre dall'America, Pasquale Enea, dotato di ricchezza e d molta prudenza, e che è uno dei capi più quotati della mafia e forse il massimo dirigente in Sicilia. Ad esso sono sottoposti lo stesso don Calò Vizzini, le "famiglie" che fanno fanno capo a Vanni Sacco di Camporeale detto il "Cesare" della Sicilia occidentale (legato a Bellavista) e quello di Castllammare (prov. di Trapani) legate al d.c. Mattarella, corrotto e mafioso. I legami di quest'ultimo con la mafia americana sono strettissimi ed i delitti della nota "Marese" a New York, anche nel campo sindacale, meriterebbero una diffusa trattazione a parte perché si collegano con l'attività di tipu come Antonini e Dubinsky. Meno stretti sono i legami tra Alliata e Marchesano e la mafia. Quest'ultimo era mafioso; fu allontanato per l'aperta adesione al fascismo, oggi è rientrato ma non è considerato dalla mafia di tutto riposo. Abbiamo visto che la mafia è per sua natura "governativa". Quando apparve chiaro che la Dc era diventata la massima componente e la guida della coalizione di tutte le forze più retrive e reazionarie e lo strumento fedele dell'imperialismo americano, la mafia decise di abbandonare i vecchi amori separatisti e liberali e nella sua quasi totalità si schierò al servizio del nuovo astro. Questo slittamento della mafia verso le nuove posizoni governative ebbe la sanzione ufficiale nel gennaio 1948 quando in una località della provincia di Caltanissetta si tenne una riunione plenaria dei dirigenti della mafia di tutta la Siclia. La maggoranza si espresse per una lotta a fondo contro il nostro partito e le riserve avanzate da elementi di Caltanissetta (centro cittadino) e dell'agrigentino (Palma di Montechiaro, paese di Fiorentino, ecc.) furono superate e venne fuori la parola d'ordine: "Sparare sui comunisti tutte le volte che se ne presenti l'occasione". Assai significativa la proposta che fu fatta in questa occasione di non ammettere come membri delle "famiglie" oltre che i comunisti anche i massoni. Ma l'esclusione dei massoni, servile omaggio ai nuovi padroni politici della mafia, fu respinta solo per considerazione di opportunità perché fu prospettata la necessità della protezione da parte di funzionari e magistrati, numerosi dei quali sono massoni o comunque ancora legati alla massoneria. Il banditismo pur essendo determinato da cause in gran parte comuni a quelle della mafia nello stesso ambiente di arretratezza e d miseria ha tendenze assai diverse. Per la loro origine sociale (braccianti affamati, contadini poveri, reduci disoccupati), per la necessità di procurarsi la simpatia della gente della campagna onde averne omertoso asilo ed aiuto nei frangenti più pericolosi e poiché la loro attività criminosa (estorsioni, sequestri, abigeati) è rivolta prevalentemente contro i ricchi, i banditi tendono a presentarsi come protettori dei poveri ed in genere degli elementi più modesti della società. Questo tratto popolaresco, accentuato dal carattere antigovernativo che il banditismo è costretto quasi sempre ad assumere per la sua posizione di contrasto, segnato da cruenti conflitti con le forze di polizia, ha indotto qualche nostro compagno dei paesi a nutrire illusion sulla "neutralità politica" dei banditi (vedi esempio del sanguinario bandito Trabona a Vallelunga e l'alone di simpatia che circondava in certi paesi, come S. Giuseppe e S. Cipirello, la banda Giuliano quando ancora non era passata agli ordini della mafia). Ma i confini geografici del banditismo sono quelli del latifondo. Il bracciante affamato, il piccolo intrallazzista scoperto, il ladruncolo che si dà alla latitanza, il disertore costretto alla macchia, si parta da Adrano, o dalla zona a proprietà polverizzata di Partinico, o dai giardini di Bagheria, per agire in banda deve andare a finire nella zone del feudo, del latifondo. La mafia, come abbiamo visto, in un primo tempo tende ad "eliminare", dove è padrona della situazione, il latitante ed il comune ladro di passo ostacolando di conseguenza il raggruppamento in banda di questi malfattori. Quando le bande si costituiscono, rompono ogni argine e specie nel primo periodo vengono ad offendere una quantità di interessi costituiti di agrari e di mafiosi (classico l'esempio dell'abigeato in grande stile in danno del barone Sgadari compiuto dalle bande riunite Capitano-Trabona e Giambra-Alfano nel territorio Bosco di Mimiani soprattutto al fine di procurarsi i cavalli che loro bisognavano per esercitare meglio il brigantaggio). Ora chi è Sgadari? E' il vecchio barone complice e poi delatore della mafia ai tempi di Mori, adusato a tutti i peggiori compromessi - tradizionali tanto nella sua famiglia quanto nella famiglia dei marchesi Pottino - a tal punto da aver dato origine al motto popolare "Si passi di Petralia e nun si arrubgbatu, Sgadari dormi e Puttinu è malatu". Gli episodi di questo genere sono numerosissimi, le offese di ogni specie alla mafia ed agli agrari non si contano: è assassinato a Camporeale un genero amatissimo di Vanni Sacco; Madonia uccide Guaggenti, genero del mafioso Zuzè di Vallelunga; dei rapinatori avviati alla carriera del banditismo uccidono Gianni Farina, nipote di don Calogero Vizzini; interminabile poi è l'elenco dei sequestri di persona, delle estorsioni, delle rapine e degli abigeati compiuti dalle varie bande senza " guardare contrada" come si suol dire nel gergo della delinquenza. Quando il banditismo diventa forte perché la mafia ha perduto il controllo della situazone, agrari e mafia cercano comunque di agganciarlo e controllarlo onde sfruttarlo ai propri fini soprattutto contro i lavoratori. Questa verità è valida anche per la collusione agraria del Mis-banditismo che culminò nell'Evis, se si guarda non alla retorica del separatismo ed alle illusioni degli onesti come l'intellettuale Canepa, ucciso in conflitto dai carabinieri, ma alla sostanza di classe, al fondo reazionario di questo movimento. L'agganciamento e il controllo, e quando è utile e possibile l'eliminazione delle bande, si realizzano nei modi più vari, determinati dai mutevoli rapporti di forze fra agrari-mafia e banditismo e dal rispettivo gioco anche con elementi corrotti della polizia. Ad esempio a Camporeale Vanni Sacco per rafforzare il suo prestigio compromesso dall'assassinio del genero si appoggiò ad una banda, per mezzo della quale e di suoi sicari mafiosi compì orribile vendetta facendo assassinare alcuni sospetti, risultati poi innocenti, ed i colpevoli dell'assassinio del genero. Diventò la guida, il manutengolo ed il cassiere della banda. Quando ebbe in mano dodici milioni, compendio dei dei delitti, attirò la banda di undici persone in un agguato e ad opera di altri delinquenti (si dice della banda Giuliano) ne fece fare strage. I fatti avvennero nel 1946. Il solo sopravvissuto, tale Monteleone (fu poi arrestato) conosce tutta la storia, ma a quanto pare non ha ancora "cantato". La banda Giambra-Alfano di Villalba, composta di giovani elementi, venne eliminata da don Calò Vizzini d'accordo con la polizia: i due fratelli Giambra vennero cnsegnati uccisi ai carabinieri; altri quattro (Alfano, due figli di Zuzè e uno dei Tona di Milena) furono uccisi e bruciati a Mandra di Piano. Uno degli uccisori di Gianni Farina fu ucciso da Angelo Capitano, capo della banda Capitano-Trabona (operante nel triangolo Villalba-Vallelunga-Marianopoli-Resuttano) che fu poi arrestato. Questa banda operava insieme con la Giambra-Alfano. Avevano in programma di eliminare la banda Turrisi, ed armi per questo scopo furono consegnate alla banda Capitano dal commissario di P.S. di Mistretta (Alessi?). Alfano debuttò come rapinatore e fu a lungo ospite del noto mafioso d.c. di S. Cataldo, avv. Arcangelo Cammarata. La banda Turrisi che ha operato nelle Madonie sino a Valledolmo e Garistoppa ed oltre Ciolino (dei Pottino) ha aggregati Dino e Madonia di Resuttano che agiscono spesso indipendent. Grazie a questa banda la vecchia mafia di Ganci (Ferrarello, Andaloro, Albanese) è riuscita ad impossessarsi del feudo Chibbò, dove fu arrestata la banda Capitano-Trabna. Questa banda è protetta dal marchese Enrico Pottino e dal figlio, da Calogero Vizzini e dalla mafia di Villarosa (pare per la presenza di un sanguinario villarosano); i due più feroci sicari di questa banda, per mandato degli agrari e dlla mafia delle Madonie, hanno assassinato il compagno Li Puma. La collusione agraria-mafia-banditismo superstite culminò con l'agganciamento della banda Giuliano. La necessità di vivere ed operare nel feudo spingeva alla lunga i banditi all'accordo con gli agrarie con la mafia. Non vi può essere dubbio che solo una forte pressione morale,appoggio politico, promessa di impunità ecc. poteva spingere la banda Giuliano ed l suo capo a mettersi contro il popolo. E gli impegni dovettero essere tanto forti da determinare il cgnato di Giuliano, Sciortino di S. Cipirello, a sparare contro la folla di Piana della Ginestra, nella quale si trovavano numerosi suoi intimi parenti. In questo lavoro di agganciamento di Giuliano la mafia costituì il tramite tra le forze sociali e politiche della reazione agraria ed i banditi. Il capomafia Fleres, oggi ucciso per vendetta da Giuliano, e che dirigeva una delle "famiglie" di Partinico, dovette essere insieme con Vanni Sacco di Camporeale tra i principali intermediari. A dimostrare poi la collusione tra la Dc, la mafa ed il banditismo oltre ai risultati elettorali chiaramente indicatori tra i quali quelli di Bagheria (dove la mafia abbandonò lo stesso compaesano mafioso Calioto per far dare 7000 voti alla Dc) e della zona di Partinico che ha eletto il senatore della mafia, il d.c. prof. Lazzaro, vi è l'episodio veramente significativo del comizio di Mattarella a Montelepre, fatto col pieno benestare del "signore" della zona. Nel corso della stessa campagna, Mattarella si recò a Camporeale con due macchine piene di mafiosi di Castellammare. Dopo il comizio andò in chiesa e poi con tutto il codazzo in casa Vanni Sacco, dove fu festeggiato. Lo stesso itinerario seguì Bellavista che, accompagnato da Vanni Sacco e dal parroco (il quale in tempi meno leggiadri per la Dc ebbe la canonica mitragliata dai mafiosi), preceduto da musica, si recò pure in casa del "Cesare della Sicilia occidentale". Dolce corrispondenza di itinerari e di amorosi sensi tra i due manigoldi che, a vergogna della Sicilia, degnamente dividono con la carica di De Gasperi la responsabvilità del governo del paese. Il mafioso deputato d.c. Volpe rivolge addomesticate interpellanze a Marazza sui fatti della Trabonella mentre la meschina mafia delle miniere di Caltanissetta, che vive grama esistenza con l'incubo della forza e del coraggio degli zolfatari, ringalluzzisce ed appoggia le Acli-miniere care ad Alessi. Lo spregevole ed ignorante Arcangelo Cammarata, spadroneggia nei penetrali più intimi del governo regionale, viene nominato componente, nientedimeno, del Consiglio di stato in Sicilia. Don Calò Vizzini circola per gli assessorati come un bonario gentiluomo di campagna. Bongiorno, questore mafioso d.c. dell'Assemblea regionale, se ha un occhio speciale per i mafiosi di Mussumeli, Montedoro, Campofranco, Sutera, che tanto hanno fatto per lui, distribuisce con generosa equanimità i suoi favori a tutti i mafiosi che gli si presentano. L'azione che il governo ha dovuto intraprendere per eliminare le punte più pericolose ed appariscenti della delinquenza comune senza, peraltro, nemmeno tentare di colpire le ben note complicità politiche, lascerà intatte le cause ecnomiche e politiche del banditismo, della delinquenza e della mafia (che forse verrà colpita in quelle poche zone, come Misilmeri, nelle quali è rimasta antigovernativa) e dovrà servire a consolidare il regime di polizia. Questa azione che si tende a condurre (dal mattino si vede il buon giorno) rinnovando i fasti di Mori, ha inferocito i banditi, i quali sono decisi a continuare le loro vendette contro i mafiosi delatori e ad agire spietatamente contro la polizia. In questi momenti la rottura dei banditi con la mafia è completa; l'odio contro la Dc che ha tradito gli impegni elettorali è massimo. Fleres è stato ucciso, dopo che aveva fatto catturare dei banditi; un forte mafioso a S. Cipirello e S. Giuseppe è stato costretto a mettersi con la faccia nello sterco ed è stato bastonato; ventisei vacche sono state rubate ad un capomafia della zona ed a distanza gli sono stati sparati 12 colpi di mitra. I 110 arrestati di Vallelunga, tra i quali figurano alcuni compagni, sono stati sospettati di favoreggiamento per l'uccisione del medico Trabona e per i latitanti del paese. I trattenuti di Partinico sono una cinquantina, in massima parte parenti dei banditi. Gli arrestati di Misilmeri sono 11 vecchi mafiosi separatisti (Totò Orlando è latitante) per il sabotaggio a Risalaimi. A S. Cipirello, arrestati Celeste, Caronno e i due Sciortino, cugini del bandito. Pare che anche a Palermo gli arrestati siano numerosi; il medico Purpi e parenti di elementi sospetti di favoreggiamento per Giuliano sono tra gli arrestati. A Camporeale è stato arrestato il compagno socialista Mangiaracina, elemento pregiudicato, ma che oggi a quanto affermano i compagni di Camporeale, conduce vita onesta svolgendo attività per l'organizzazone. Lo polizia lo bastona e vuole sapere assolutamente i nomi dei responsabili dell'assassinio di Cangelosi, che si vorrebbe quasi addossare ai nostri compagni. C'è evidentemente da temere che nel corso di queste operazioni, mafie e polizia ripetano un vecchio giuoco: colpire lavoratori onesti politicamente attivi, prendendo le mosse da qualche piccolo precedente, attraverso chiamate di correo ammaestrate o estorte coi tormenti, tra i quali primeggia la famigerata "cassetta". La mafia comincia ad essere allarmata e va cercando protezioni da ogni parte. Grossi mafiosi di Corleone, di Piana e di altri posti si sono dati alla latitanza. Però la vecchia mafia pensa che quest'offensiva sarà un fuoco di paglia ed è convinta di non poter essere coinvolta nella persecuzione del banditismo. Dicono che gli stracci andranno in aria e che al confino andranno i non protetti. Sperano nelle loro amicizie politiche specie con la Dc e nel vecchio personale dell'ispettorato di Messana completamente colluso con la mafia. La nostra azione deve tendere ad approfondire i contrasti tra banditismo, mafia ed agrari; a spingere con una opportuna campagna l'apparato governativo ad agire contro la mafia denunziando la persistente mancata scoperta e punizione degli assassni e dei mandanti dei delitti politici; ad impedire il dispiegarsi di un barbaro e pericoloso terrorismo poliziesco. Questi obiettivi si potranno raggiungere approfittando dello sviluppo delle contraddizioni insite nella situazione per allargare la nostra azione alle zone sino a oggi praticamente a noi precluse dalla feroce attività della delinquenza e rafforzando dovunque la nostra organizzazione attraverso la mobilitazione delle masse e la lotta per il pane, per la riforma agraria e per la industrializzazone dell'isola, sostanza e salvezza della nostra minacciata autonmia, oggi diventata invisa agli imperialisti americani, i quali hanno compreso quello che numerosi italiani del continente e della Sicilia non sanno o non vogliono comprendere e cioè che l'autonomia è un motivo di progresso, di unità, di forza di tutto il popolo italiano. Sulla strage di Portella della Ginestra. Intervista rilasciata da Giuseppe Montalbano, nell'immediato dopoguerra dirigente e parlamentare comunista, al settimanale "l'Europeo" il 6 luglio 1974. Chi è l'uomo politico italiano che avrebbe fatto uccidere Pietro Scaglione, procuratore capo della Repubblica a Palermo? Chi è la testa del serpente che avrebbe armato la mano dei killer di Liggio contro Scaglione, contro Mauro De Mauro, contro gli uomini di viale Lazio? Mentre nell'aula del tribunale il questore Angelo Mangano, calmo e implacabile, indicava in Frank Coppola, detto Tredita, il suo informatore su questi omicidi, il boss di Partinico gli urlava disperato improperi violenti: "bugiardo", "mascalzone", "diabolico assassino", "cornuto". Ma quando Coppola è svenuto e l'udienza è stata rinviata, ormai Mangano aveva detto tutto: "Liggio è stato il killer di lusso di un uomo importante siciliano, un uomo politico sempre al centro di tutte le vicende della sua terra dalla fine della guerra in avanti, un uomo che lo ha sempre protetto. E Scaglione, che sapeva tutto sulla strage di Portella della Ginestra, sulla fine del bandito Giuliano, sulla morte di Pisciotta (con il quale aveva parlato pochi giorni prima del caffè avvelenato), lo ha fatto uccidere lui, Liggio per ordine del suo protettore. E così De Mauro". "Scaglione", ha detto il giudice palermitano Ugo Saito al processo di Genova contro i giornalisti de L'Ora di Palermo, "registrava tutti i colloqui che aveva nel suo ufficio, con chiunque. Tra l'altro, poco prima della sua scomparsa, era andato a trovarlo il giornalista Mauro De Mauro. Scaglione, nel corso delle indagini successive al sequestro del cronista, non disse nulla di questo suo incontro. Perché, cosa si dissero i due? Anche questo sdegreto è finito nella bara. Insieme a quello sulla strage di Portella della Ginestra". Il professor Giuseppe Montalbano ha già testimoniato all'Antimafia su questi fatti. Ha già spiegato a "l'Europeo" per quali motivi il delitto Scaglione non era "delitto di mafia in senso classico" ma aveva i caratteri del delitto di Stato. Alla luce delle nuove rivelazioni va più a fondo sulla vicenda più misteriosa e violenta della nostra storia recente. Onorevole Montalbano, quali erano le persone a cui è stato messo il "sasso in bocca" sulla strage di Portella della Ginestra? Procediamo con ordine cronologico. Nel giugno 1947 vennero uccisi i due fratelli Pianello e Salvatore Ferreri (detto fra' Diavolo), tutti e tre appartenenti alla banda Giuliano e tutti e tre al corrente del patto stipulato il 27 aprile 1947 tra alcuni dirigenti del Partito Monarchico e Giuliano per la consumazione della strage dietro promessa di libertà. Secondo la versione ufficiale, i due Pianello vennero uccisi in conflitto da una pattuglia di carabinieri agli ordini del capitano Giallombardo, allora comandante della compagnia dei Carabinieri di Alcamo. Sempre secondo la versione ufficiale, durante il conflitto (svoltosi nelle prime ore del mattino in territorio di Alcamo) venne catturato vivo, completamente illeso, il bandito Ferreri dichiaratosi "confidente" dell'ispettore di Pubblica Sicurezza Messana, allora capo della plizia in Sicilia. Poche ore dopo il conflitto (sempre secondo la versione ufficiale) Ferreri venne ucciso dal capitano Giallombardo, che sarebbe stato costretto a difenderlo da un'aggressione del bandito. Le vittime sono già tre. E siamo agli inizi: ora a chi tocca? Il 5 luglio 1950 venne ucciso, dopo essere stato catturato vivo, Salvatore Giuliano, che il 27 aprile 1947 aveva accettato il mandato (conferitogli, dietro promessa di "libertà", in una lettera fattagli pervenire da dirigenti del Partito Monarchico) di consumare la strage di Portella della Ginestra. Anche Giuliano, allora, è un anello di questa catena delittuosa. Ora non dovrebbe essere il turno di Pisciotta? Esattamente. Il 9 febbraio 1954 venne ucciso con la stricnina, nelle carceri giudiziarie di Palermo, Gaspare Pisciotta, vicecapo della banda, il quale partecipava a tutte le decisioni di Giuliano riguardanti l'attività della banda e assisteva a tutti i colloqui di Giuliano con le persone estranee alla banda. Come si sa, Pisciotta, dinanzi alla Corte di Assise di Viterbo, aveva chiamato in correità, quali mandanti della strage di Portella della Ginestra, quattro uomini politici, uno appartenente alla Democrazia Cristiana e tre al Partito Monarchico. Alla fine dello stesso mese venne ucciso con la cicuta, sempre all'Ucciardone, il bandito Angelo Russo, inteso Angelinazzu, anche lui appartenente alla banda Giuliano. Come mai, questa volta, lo spazio di tempo tra un'uccisione e l'altra è così breve? Angelinazzu venne ucciso quando si sparse la voce che Pisciotta, pochi giorni prima di essere avvelenato, gli aveva fatto delle rivelazioni sui mandanti della strage di Portella della Ginestra con l'incarico di riferire tutto all'autorità giudiziaria in caso di sua morte. Un testamento non aperto, dunque. Ma procediamo con i delitti. Il 20 settembre 1960 venne ucciso a colpi di pistola, nella piazza di San Giuseppe Jato, il mafioso di Monreale Domenico Minasola. Costui, dopo aver svolto per parecchio tempo la funzione di "tesoriere" della banda Giuliano, aveva convinto, nel maggio 1950, Pisciotta, col quale aveva rapporti di stretta amicizia, a collaborare col maresciallo dei Carabinieri Lo Bianco e con il colonnello Luca nell'operazione contro Giuliano. Pochi giorni prima di essere ucciso, Minasola, secondo voci degli ambienti mafiosi di quella zona, avrebbe avuto contrasti col suo compare Filippo Riolo, che si trovava nelle carceri giudiziarie di Palermo quando venne avvelenato Pisciotta e che immediatamente veniva denunziato da uno "scopino" quale esecutore materiale dell'avvelenamento di Pisciotta. Ma la denunzia dello scopino veniva subito archiviata su richiesta di un "non procedimento" da parte di Scaglione, allora sostituto procuratore generale. E' la prima volta che Scaglione compare nella faccenda della banda Giuliano? Non esattamente. Pochi giorni prima che Pisciotta fosse avvelenato, era andato a trovarlo proprio Scaglione che però vi si recò senza segretario. Così non fu verbalizzato il colloquio. E dire che Pisciotta aveva voluto parlargli per "motivi di giustizia"! Senz'altro sulla verità di Portella della Ginestra Scaglione promise di ritornare col segretario qualche giorno dopo, troppo tardi. Ritorniamo ai "sassi in bocca". Il 12 luglio 1961 venne ucciso a Palermo il mafioso Filippo Riolo. Nel febbraio 1954 si trovava detenuto all'Ucciardone: era stato denunziato da uno "scopino" quale esecutore dell'avvelenamento di Pisciotta, era stato subito salvato da Scaglione, era stato "compare" di Minasola e non poteva non essere a cnoscenza dei rapporti tra Minasola e Pisciotta, nonché dei rapporti tra Pisciotta e i mandanti della strage di Portella della Ginestra. E siamo a otto morti, distribuiti in un arco di quattordici anni. Ma c'è di più! Alcuni anni dopo la strage di Portella della Ginestra morirono misteriosamente gli ex deputati regionali monarchici Gioacchino La Barbera e e Giacomo Cusumano Geloso. Per quanto riguarda Barbera, deceduto nel 1952, è da dire che egli, nel dicembre 1951, rivelò all'onorevole Antonio Ramirez (come dimostra una sua lettera consegnata a me dal figlio Giuseppe dopo la sua morte, avvenuta il 2 novembre 1969, e da me trasmessa al procuratore della Repubblica di Palermo nel marzo 1970) i nomi dei mandanti della strage di Portella della Ginestra. Si trattava degli stessi uomini politici (un democristiano e tre monarchici) chiamati in correità da Pisciotta dinanzi la Corte di Assise di Viterbo. In secondo luogo, è da dire che l'onorevole Li Causi, vicepresidente della Commissione antimafia nella precedente legislatura, quando il principe Alliata cercava di mettere in dubbio l'autenticità della lettera di Ramirez e delle rivelazioni fatte da Barbera a Ramirez, lo smentì con queste parole: "Io ho assistito alla prima riunione che avvenne nello studio di Ramirez verso la fine del 1951 tra me, Barbera, Ramirez e Montalbano". E cos'altro disse Li Causi ad Alliata? Ecco le sue parole: "Nella prima riunione Barbera affermava di essere minacciato di morte dall'onorevole Leone Marchesano, il quale gli aveva detto che, se fsse uscito qualcosa sui rapporti tra esponenti monarchici e la banda Giuliano, non avrebbe potuto essere che lui, Barbera, a propagarla, e quindi, che stesse in guardia. Dato che Barbera mostrava l'esigenza di salvaguardarsi dalle minacce di Leone Marchesano, io gli dissi: "Barbera, lei è minacciato di morte. Questo riguarda lei, la sua coscienza, il suo avvenire. Ma se ha da dire qualcosa, ha diverse strade da scegliere". Come andò a finire? Lasciamo rispondere ancora Li Causi: "Dopo di che me ne sono andato e non ho più saputo nulla. Appresi, poi, quando c'è stata la morte di Ramirez, che c'era la lettera contenente le rivelazioni di Barbera. Quindi l'incontro tra Barbera e Ramirez c'è stato e lei, Alliata, non deve stupirsi del fatto che Barbera teneva per la sua vita nel caso fosse trapelato qualcosa che riguardava i rapporti tra esponenti monarchici e banda Giuliao. Barbera voleva scaricare la sua coscienza e precostituirsi delle prove". Tutto questo che cosa significa? Il fatto che Barbera vleva " precostituirsi delle prove" in caso di sua uccisione significava solo che era stato minacciato da Leone Marchesano perché conosceva i mandanti della strage di Portella e temeva di rimanere vittima di un "omicidio palese", ma soprattutto che temeva di rimanere vittima di un "omicidio occulto", cioè di una "uccisione perfetta". Che cosa vuol dire "uccisione perfetta"? Intendo riferirmi al caso in cui la morte di Tizio sembra dovuta a causa naturale, mentre in realtà Tizio è stato ucciso. E' stato il caso di Barbera? Barbera temeva di venire ucciso mediante delitto "palese" o "occulto", e aveva fatto conoscere il suo timore a Li Causi e a Ramirez, al quale successivamente fece le rivelazioni sui presunti mandanti della strage di Portella della Ginestra. I nomi di costoro gli erano stati fatti dall'onorevole Leone Marchesano. Si ha quindi la certezza che Barbera fu minacciato di morte perché conosceva i nomi dei mandanti. E' difficile avere dubbi sulla vera causa della sua morte. E Cusumano Geloso com'è morto? Anche per Cusumano Geloso è legittimo il dubbio che la sua morte, avvenuta nel 1953, non sia stata determinata da cause naturali. Subito dopo il suo decesso, infatti, il corpo di Cusumano Geloso presentava queste due caratteristiche: abbondante schiuma sanguinolenta alla bocca, tracce di sangue all'ano. Poteva trattarsi di avvelenamento. Allora io presentai alla Procura Generale, in veste di cittadino come consente la legge, istanza affinché si facessero le più accurate indagini peritali per accertare scientificamente la causa della sua morte. La sua istanza ebbe successo? Non venne accolta e non si procedette ad alcuna indagine. Dal luglio 1961, quando fu ucciso Riolo, al maggio 1971, quando fu ucciso Scaglione, il filo che unisce queste morti è sempre quello della strage di Portella della Ginestra. Vero, onorevole Montalbano? Dopo la pubblicazione del rapporto del generale dei Carabinieri Dalla Chiesa, un fatto dimostra come l'assassinio di Pisciotta e quello di Scaglione siano stati entrambi voluti e decisi per impedire l'accertamento della verità sui mandanti della strage di Portella della Ginestra. Tale verità era stata rivelata da Pisciotta a Scaglione pochi giorni prima dell'avvelenamento di Pisciotta, avvenuto il 9 febbraio 1954. La deposizione non fu verbalizzata da Scaglione, che rimase depositario di una verità molto scottante e pericolosa. Il fatto viene così riferito dal giornale "L'Ora", il 6 ottobre 1973, in un servizio dal titolo: Su Scaglione ci fu pure un rapporto a Saragat, secondo un'agenzia del Partito Socialdemocratico. Che cosa emerge da quell'articolo? Anzitutto le parole attribuite a Scaglione: "Ho nel cassetto documenti che possono far saltare mezza Italia". Poi si legge: "Tali parole, secondo l'agenzia Ital, molto vicina agli ambienti socialdemocratici, sarebbero state dette dal procuratore Scaglione a tre esponenti del Consiglio Superiore della Magistratura venuti a Palermo per occuparsi delle indagini sulla clamorosa fuga di Liggio e sulle connivenze che l'avevano resa possibile. Un accertamento presso il Consiglio Superior della Magistratura potrà stabilire se le parole di minacca sono state effettivamente pronunciate nell'occasione e nella sede riferite cdalla agenzia scialdemocratica Ital". Questo articolo permette di chiarire questi sei punti: primo, che il materiale esplosivo in possesso di Scaglione è un materiale psicologico; cioè formato dalla conoscenza, in relazione alla sua attività di pubblico ministero, di verità delinquenziali, non solo ignote ai cittadini, ma che per di più non facevano nemmeno parte di alcun procedimento. Secondo, che la frase di Scaglione riguardante il materiale esplosivo costituiva una grave minaccia per qualche uomo politico. Chi, onorevole Montalbano? Terzo, che in particolare tale frase costituiva una grave minaccia per un uomo politico ... Chi, onorevole Montalbano? ... autore ignoto di un gravissimo crimine ancora vivo nella coscienza morale dei cittadini, nei confronti del quale il procuratore Scaglione era rimasto, sotto tutti gli aspetti, inattivo, pur conoscendone la colpevolezza. Quarto, che la frazse anzidetta costituisce, altresì, la prova dell'azione intimidatoria e ricattatoria che svolgeva in quel momento Scaglione verso l'uomo politico di cui sopra. Chi, onorevole Montalbano? Quinto, che tale azione intimidatoria e ricattatoria veniva svolta da Scaglione per far sì che l'uomo politico lo salvasse dall'accusa mossagli dalla Commissione antimafia di essere responsabile della fuga di Liggio. Sesto, che Scaglione, nel momento in cui pronunziava la frase riferita dall'agenzia Ital, era sicuramente in uno stato d'animo d'intensa preoccupazione e di vivissima agitazione. Perché Scaglione si trovava in uno stato d'animo di intensa preoccupazione e di vivissima agitazione? Perché temeva che potessero venir fuori elementi tali da determinare contro di lui un procedimento penale per omissione di atti di ufficio e favoreggiamento. Non c'è quindi alcun dubbio che i rapporti dei carabinieri di Palermo su Scaglione confermano che l'ex capo della Procura della Repubblica di Palermo venne fatto assassinare da un uomo politico ... Chi, onorevole Montalbano? ... il quale temeva che Scaglione svelasse la verità, come minacciava di fare, su quanche orrendo crimine ancora vivo nell'opinione pubblica, da lui commesso in passato. E tale orrendo crimine non può essere altro che quello commesso, per mandato, dalla banda Giuliano il primo maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra! In altre parole si ha la conferma che l'assassinio di Pisciotta del 9 febbraio 1954 e l'assassinio di Scaglione del 5 maggio 1971 vennero entrambi commessi per impedire che si facesse luce sui mandanti della strage anzidetta.
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