Testo delle dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Antonio Perenze rese al Comitato d'Indagine sui rapporti tra mafia e fenomeno del banditismo in Sicilia nella seduta del 22 maggio 1969
Perenze ebbe un ruolo assai importante nell'affare Giuliano quale artefice materiale dell'operazione conclusasi con l'uccisione del bandito, nella notte del 5 luglio 1950. Fu peraltro lui a stilare su quell'evento un rapporto ufficiale che sin da subito da alcuni giornalisti, Tommaso Besozzi e Nicola Adelfi in particolare, venne a ragione contestato, e infine attestato come falso. Ampie contraddizioni insistono quindi nelle dichiarazioni rese all'Antimafia, ben poste in evidenza dalle osservazioni e dalle domande incalzanti del deputato Tuccari, che poi, a testimoniare la sua disapprovazione nei riguardi della relazione finale firmata da Bernardinetti e degli atteggiamenti complessivi della maggioranza, tesi a sminuire il significato delle collusioni in sede istituzionale, si dimise dalla Commissione. carlo ruta
Bernardinetti,
coordinatore - Signor colonnello, l'abbiamo convocata per sentire il suo pensiero
sul fenomeno della mafia e sui rapporti con il banditismo. Ella può esserci
prezioso, essendo stato in Sicilia... Perenze
- Sono stato in Sicilia un anno, dal giugno 1949 al luglio 1950. Non vi ero mai
stato precedentemente, non sono siciliano e, quindi, il fenomeno mafioso mi era
completamente sconosciuto. Non mi ero mai interessato di questo fenomeno bensì
di quello del banditismo, che avevo combattuto in Libia, in Etiopia, ecc., con
formazioni regolari.
Perenze
- Non credo che ciò sia esatto. La persona, di cui ella parla, si chiama
Benedetto Minasola, comunemente chiamato Nitto, ed era di un posto vicino a Monreale;
ma io non ho avuto mai a che fare con questa persona. Questi fatti io li ho saputi
successivamente; comunque, io non escludo che il Minasola fosse mafioso, tanto
che era additato come tale. Infatti fu poi ucciso, per quello che mi ricordo.
Comunque, questi contatti non erano mantenuti da me, ma personalmente dal colonnello
Luca. Bernardinetti
- Non le sembra che l'inizio di questo contatto fosse da accreditare a Paolantonio? Tuccari
- Ci può raccontare qualche cosa di particolareggiato sulle trattative
del colonnello Luca con Pisciotta? Mi riferisco al periodo nel quale sono stati
rilasciati anche salvacondotti a Pisciotta, eccetera. Perenze
- Quello di Pisciotta fu l'ultimo episodio e fu quello che portò alla morte
di Giuliano; ma, prima di questo, ve ne furono numerosi altri. Penso che Pisciotta
sia stato messo a contatto con il colonnello Luca da Minasola: indubbiamente. Bernardinetti
- Ed ella conferma che il contatto tra Minasola ed il colonnello Luca fu procurato
da Paolantonio. Perenze
- lo non ho detto questo. Bernardinetti
- Mi sembrava di aver capito così. Perenze
- Ho detto che il colonnello Luca, necessariamente, doveva rifarsi a quegli elementi
che avevano, in precedenza, operato in Sicilia contro la mafia e contro il banditismo.
L'unico dei vecchi raggruppamenti di pubblica sicurezza, che avevano operato con
i precedenti ispettori generali, fu proprio Paolantonio; lui rimase permanentemente
a contatto con il generale Luca. Tuccari
- Ella che era il braccio destro, o per lo meno uno dei collaboratori più
vicini al colonnello Luca, si è adoperato direttamente affinché
Pisciotta entrasse in questa iniziativa? Lei, in più di una occasione,
lo ha assistito... Perenze
- Sì; è rimasto con me diversi giorni, abbiamo parlato, ho cercato
di sapere quanto più era possibile. Tuccari
- Un'altra domanda. Ci si attendeva, negli ambienti dell'ordine pubblico, oltre
che in quelli giornalistici e politici, che la cattura di Giuliano si sarebbe
conclusa con una sua messa a disposizione del potere pubblico, dell'autorità
giudiziaria, eccetera. E noto che non è avvenuto così; e la verità,
circa il modo in cui Giuliano fu ucciso, presentava una certa difficoltà
ad essere prospettata. Come spiega lei questo fatto? Ci si aspettava di prenderlo
vivo, si lavorava per prenderlo vivo, e poi, invece, ci si è accontentati
di prenderlo morto, anzi, si è fatto in modo di prenderlo morto. Perenze
- Penso che nessuno si facesse illusioni sul fatto di prenderlo vivo. Piuttosto
si pensava, da parte di qualcuno, di farlo espatriare, di farlo allontanare dalla
Sicilia, cioè di toglierselo dai piedi in quell'anno. Certo, se fossimo
riusciti a prenderlo vivo, noi avremmo risolto tanti e tanti problemi! Tuccari
- Ma era indispensabile farlo uccidere da Pisciotta? Perenze
- ma no, indubbiamente no. Tuccari
- Quindi sarebbe stato possibile prenderlo vivo? Perenze
- Noi speravamo di poterlo prendere vivo; anzi, eravamo protesi proprio verso
quello scopo lì. Bemardinetti
- Sicché, quando Pisciotta lo ammazzò, fu per voi una novità? Perenze
- Una novità, un fatto del tutto imprevisto. Era imprevisto anche per Pisciotta. Tuccari
- Io mi permetto di essere sorpreso, di fronte a questo, dato che Pisciotta, in
fondo agiva di concerto con voi. Perenze
- Ma Pisciotta non doveva ucciderlo, doveva stanarlo, accertare, prima di ogni
cosa, dove si trovasse, e poi tirarlo fuori. Tuccari
- Ma che ragione avrebbe avuto di ucciderlo, se l'uccise nel sonno? Non ci fu
neanche un motivo di legittima difesa. Perenze
- C'è stato un motivo: Giuliano, cioè, era stato avvertito, qualche
minuto prima, o la sera prima, o nella stessa giornata, che Pisciotta era con
noi, che Pisciotta lo tradiva. Tuccari
- E come mai, allora, quella notte si addormentò tranquillamente? Perenze
- Non credo che si fosse addormentato tanto tranquillamente, sa! Credo che siano
rimasti in piedi per molte ore, a chiacchierare; e Pisciotta, che aveva una dialettica
non indifferente, riuscì a convincere Giuliano che si sbagliava, che quello
che gli avevano detto era inesatto, e cosi via. Tuccari
- E allora, come mai il cadavere di Giuliano è stato poi ritrovato fuori
dalla casa di De Maria, dell"'avvocaticchio"? Gli indumenti che aveva
indosso, poi, non sembravano essere stati indosso a lui nel momento in cui era
stato ucciso. Perenze
- Indubbiamente: fu rivestito. Tuccari
- Da chi? Perenze
- Da me e dagli altri. Tuccari
- E perché? Perenze
- Avevamo perduto Giuliano. Dovevamo allora avere almeno Pisciotta con noi. Con
Giuliano vivo, infatti, ci eravamo ripromessi di sapere tutto quello che era accaduto. Tuccari
- Ma non rientrava nella vostra ricerca una preoccupazione più importante,
quella, cioè, di sapere chi lo aveva coperto e protetto? Gli informatori,
certo, erano lo strumento di cui lui si serviva; ma la ragione per la quale aveva
operato impunemente, a lungo, era che aveva delle alte protezioni, anche di ordine
economico, sociale, e così via. Perenze
- Io non credo a questo fatto delle alte protezioni. Se fosse stato così,
avrebbe certamente potuto allontanarsi dalla Sicilia. Tuccari
- Intanto le aveva certamente nell'alta mafia. I nomi sono stati consacrati anche
dal processo di Viterbo: i Marotta, gli Albano, i Miceli. Queste sono persone
con le quali è risultato che Giuliano, in più di una occasione,
si è intrattenuto, presenti anche altre persone, e qualche volta anche
con la conoscenza degli organi di polizia. Perenze
- Sì, indubbiamente. Ma se avesse goduto di protezioni veramente forti,
a un certo momento si sarebbe allontanato, come fecero, d'altra parte, altri banditi:
ce n'erano altri due o tre che si allontanarono. Tuccari
- Allontanandosi, però, avrebbe potuto essere uno strumento permanente
di ricatto verso chi lo aveva aiutato e sostenuto; facendo tacere per sempre la
sua voce, invece, si sarebbe eliminata questa possibilità. Perenze
- Allora avrebbero potuto sopprimerlo loro stessi, se questa sua asserzione è
esatta. Se avessero voluto eliminare Giuliano, avrebbero potuto farlo. Tuccari
- Ma io non capisco, appunto, come mai lo abbia eliminato Pisciotta, che non agiva,
come lei dice, per conto loro, ma bensì per conto vostro. Perenze
- Pisciotta non poteva certamente aver avuto dal generale Luca, e tanto meno da
me, l'incarico di sopprimere Giuliano. Noi volevamo prendere Giuliano, anche perché
volevamo sapere molte cose: volevamo sapere dov'era Sciortino, dov'era andato
a finire tutto il denaro, come erano stati soppressi tanti e tanti sequestrati.
Quindi, per noi era prezioso Giuliano: era preziosissimo. Tuccari
- Ma dagli atti del processo di Viterbo, è risultato che su questa questione Perenze
Questo forse in un primo momento. Non so cosa abbia potuto dire il colonnello
Paolantonio, ma indubbiamente si riferiva a un periodo anteriore al 1949. Tuccari
- Paolantonio ci ha raccontato che quando, la mattina seguente, Luca gli ha detto:
"L'abbiamo preso, ed è morto", lui ha avuto uno scatto di ribellione
dicendo: Perenze
- Lo avrebbe detto Paolantonio? Tuccari
- Sì. Gli disse che questo non era nei patti, non era nelle intese, e non
avrebbe dovuto avvenire. Perenze
- E cosa c'entrava poi Paolantonio con l'attrito tra pubblica sicurezza e carabinieri?
Quando c'eravamo noi, non esisteva nessun dualismo; tanto è vero che c'era
un raggruppamento di pubblica sicurezza che lavorava con noi. Tuccari
- Ma io torno alla mia domanda: come mai Pisciotta, che era il vostro braccio
- e quindi, come dice lei, conosceva la vostra volontà di prenderlo vivo
- invece lo ha fatto fuori? Perenze
- Ma gliel'ho detto, gliel'ho spiegato! Perché, per quello che ricordo
(sono passati tanti anni), quando Pisciotta arrivò in casa di questo avvocato
De Maria, con la domestica del De Maria, o con qualcuno, Pisciotta entrò,
si mise a sedere, e quell'altro lo aggredì, letteralmente; gli disse: "Traditore!
Bastardo!". Gliene disse di tutti i colori. E questo mi sembra che sia stato
ripetuto anche al processo. Tuccari
- Ma, colonnello, Giuliano fu ucciso nel sonno! Lei lo sa benissimo: fu ucciso
nel sonno. Perenze
- Questo fu ripetuto anche al processo di Viterbo. Pisciotta, dunque, aveva la
sicurezza matematica che non sarebbe uscito vivo da casa De Maria. Questa è
la giustificazione di Pisciotta. Tuccari
- Ma se Giuliano dormiva, e fu ucciso nel sonno, come è possibile dire
che Pisciotta non sarebbe uscito vivo dalla casa? Ormai Giuliano dormiva! Perenze
- Bisognava vedere quali erano le vere intenzioni di Giuliano. Giuliano non era
un tipo che non sapesse uccidere a sangue freddo. Tuccari
- Ma Pisciotta aveva l'appoggio vostro, era d'accordo con De Maria, Giuliano dormiva... Perenze
- Era d'accordo con De Maria? Non credo! Per quel che io so, quando Pisciotta
entrò, quella era la prima volta, quel giorno, che De Maria lo vedeva. Tuccari
- Ma De Maria aveva saputo da voi a che cosa doveva servire Pisciotta, no? Come
mai Pisciotta fu fatto entrare in casa? Evidentemente, non era uno sconosciuto,
ma arrivava ad assolvere ad una certa missione; non sarà stato spiegato
al De Maria quale era, ma comunque... Il padrone di casa, insomma, doveva sapere
chi era Pisciotta. Perenze
- Ma Pisciotta non sapeva nemmeno con sicurezza se Giuliano fosse da De Maria:
non lo sapeva. Bernardinetti
- E quindi, De Maria non sapeva niente di questa azione che si stava portando
a compimento, d'accordo tra Pisciotta e la polizia? Perenze
- Niente, nel modo più assoluto. Se De Maria, guardi, fosse stato un mafioso,
non avrebbe mai tollerato che si uccidesse dentro casa sua, perché sarebbe
stato squalificato. Bernardinetti
- Ed allora come giustifica il fatto che ospitò Giuliano? Tuccari
- Mi scusi, la sua è una domanda ingenua. Lo ha ospitato per incarico dei
mafiosi! Perenze
- Non glielo so dire. Forse per incarico dei mafiosi, Ma, per quel che ricordo,
De Maria era un tipo da niente. Tuccari
- lo vorrei far rilevare l'inspiegabilità di questa uccisione, avvenuta
in un momento di tranquillità di Giuliano, ecco. Perenze
- Pisciotta ha detto che ha dovuto far finta di dormire per parecchio tempo, di
russare per parecchio tempo: "soltanto quando mi sono accorto che lui dormiva
sicuramente, ho sparato". Bernardinetti
- Questo ha dichiarato Pisciotta? Perenze
- Sì. E gridò: "Avvocato stanno sparando". Tuccari
- Ed allora, perché voi non avete rivelato subito questa verità
ed avete invece montato quella messa in scena? Perenze
- Perché noi avevamo tutto l'interesse, come le dicevo, a tenerci ancora
Pisciotta, visto che era venuto meno Giuliano per sapere tutti i retroscena del
banditismo e risalire, principalmente, al cognato di Giuliano (e cugino di Pisciotta,
perché sembra che ci fosse una qualche parentela), Sciortino. Ad ogni modo,
lei deve aver presente una cosa: che la persona più importante, secondo
il nostro punto di vista, più intelligente, quello che poteva mantenere
contatti con l'estero, era Sciortino; e noi non sapevamo che fosse andato in America:
lo abbiamo saputo successivamente. Bemardinetti
- E da chi? Tuccari
- Mi spieghi perché avreste dovuto aiutare Pisciotta in questa finzione,
per non perderne la fiducia, dato che egli era in vostro potere. Perenze
- Intanto Pisciotta, per decidersi a consegnare Giuliano, aveva avuto anche delle
promesse, come solitamente si fa in circostanze del genere. Bernardinetti
- Ci spieghi meglio questo punto. Perenze
- Lui avrebbe tradito il cugino, ci avrebbe consegnato Giuliano; e noi ci saremmo
dati tutti quanti da fare per aiutare Pisciotta, per mettere la sua famiglia nelle
migliori condizioni per pagare l'avvocato, per rendere meno triste quella che
sarebbe stata la sua condanna. Questo lo si fa nei confronti di un qualunque delinquente. Tuccari
- E questo le sembra poco? Perché, con l'appoggio che avevano dalla mafia,
una valida difesa avrebbe potuto essergli garantita da chiunque; non avevano bisogno
di voi. Perenze
- Se avesse avuto una valida garanzia dalla mafia, perché, allora, ricorrere
a noi, scusi? Tuccari
- No, siete stati voi che l'avete utilizzato. Perenze
- Si è rivolto a noi, perché ha capito che la mafia non era più
nelle condizioni di poterlo proteggere. Tuccari
- Dice giustamente il senatore Bernardinetti che voi dovevate avergli fatto delle
promesse superiori a quelle che poteva avergli fatto la mafia; quindi promesse
di impunità e cosi via. Perenze
- Logicamente io non sapevo quali promesse poteva avergli fatto la mafia. Conosco
quelle che potevo fargli io. Bernardinetti
- Sempre allo scopo di raggiungere... Perenze
- Sempre allo scopo di catturare Giuliano. Noi non avevamo altro scopo: Bernardinetti
- Cioè, mettevate in atto i metodi della guerriglia, così come guerriglia
era quella di Giuliano. E esatto? Perenze
- Noi avevamo un solo interesse: quello di prendere Giuliano. Tuccari - Sì
ma non capisco bene questa esigenza di tenervi buono Pisciotta. Perenze - Pisciotta
avrebbe potuto dirci dov'era Sciortino, come erano stati condotti tutti quanti
gli altri scopi, quale era il rapporto che esisteva tra banditismo e mafia, se
esisteva tale rapporto: tutte cose che ci avrebbe potuto dire Giuliano. Bernardinetti
- E Pisciotta? Perenze
- Ma anche Pisciotta, vede, si trovava in una posizione di subordine rispetto
a Giuliano. Nella delinquenza. Un po' come nell'azione di polizia, si lavora a
compartimenti stagni, per cui nessuno sa con esattezza tutto quello che fanno
gli altri. Bernardinetti
- Senta, io le vorrei fare un'altra domanda, ed esattamente questa. Sempre sulla
scia di questo sistema di guerriglia, di queste promesse (che, indubbiamente,
non pensavate nemmeno lontanamente di poter mantenere) fatte allo scopo di catturare
Giuliano, e di venire a conoscenza di questi fatti delittuosi e dei famosi contatti,
voi avete adottato con il Pisciotta un sistema per il quale siete arrivati financo
-da quello che ci risulta - a rilasciargli, su richiesta dello stesso Pisciotta,
una dichiarazione quasi di benservito, di elogio, con la firma - non autografa
- dell'onorevole Scelba. Questo le consta? Perenze
- Mai saputo. Bernardinetti
- Va bene. Le faccio un'altra domanda. Tuccari
- Eppure è risultato, con estrema chiarezza al processo di Viterbo. Perenze
- Forse lo avrà fatto Paolantonio. E uno dei tanti sotterfugi che si attuano
proprio per irretire il delinquente. Tuccari
- Dal processo di Viterbo è risultato che aveva il tesserino, il certificato
di benemerenza, a firma certo non autografa - di Scelba. Perenze
- Il tesserino di confidente noi lo davamo a moltissimi. Bernardinetti
- Colonnello, un'altra domanda. Quando Giuliano fu ucciso, sembra che avesse addosso
dei documenti; questi documenti, a quanto ci risulta, furono consegnati al colonnello
Luca. Perenze
- Lo escludo nel modo più assoluto. Perenze
- Lo escludo nel modo più assoluto. Bernardinetti
- Quindi lei non ha trovato documenti? Perenze
- Niente. Quello che ci impressionò maggiormente fu la presenza di così
poco denaro; non ricordo; dieci o cinquanta lire. Bernardinetti
- Guardi, io torno alla carica su questa domanda. A noi risulta - da deposizioni
rese da un altro ufficiale dei carabinieri - che Giuliano aveva addosso degli
appunti che furono trattenuti dal colonnello Luca; appunti che avrebbero potuto
essere utilizzati per ulteriori indagini per la lotta al banditismo. Siccome lei
comandava la forza pubblica, quella notte a Castelvetrano, questa è una
domanda che, per la seconda volta io le rivolgo. Perenze
- Se fosse come lei dice, avrei dovuto consegnarglieli io personalmente. Bernardinetti
- E quindi lei lo esclude? Perenze
- Io presi il portafoglio, così com era, e lo diedi al tenente colonnello
Paolantonio che arrivò con Luca e con il procuratore generale. Perenze
- E nel portafoglio cosa c 'era? Perenze
- Non lo so. Bernardinetti
- Quindi, tutto sommato, dato che lei non ha aperto il portafoglio, non può
escludere che ci fossero dei documenti. Perenze
- Io fui impressionato dal fatto che Giuliano avesse così pochi soldi in
tasca. Mi sembra che avesse solo un biglietto. Bernardinetti
- Quindi, Paolantonio ebbe in consegna da lei il portafoglio; portafoglio che
lei non aveva aperto; il colonnello Paolantonio, aperto il portafoglio, disse: Perenze
- No, nel modo più assoluto. E poi, successivamente, lo avrei saputo; se
ci fossero stati dei documenti, o se fossero passati poi al colonnello, lo avrei
saputo. Bernardinetti
- Questo è poco ma sicuro. Tuccari
- Senta, come mai la sede, diciamo così, di attività di Giuliano,
le zone in cui veniva protetto, nell'ultimo periodo si spostarono dai margini
della provincia di Palermo verso Trapani? Perenze
- Evidentemente, perché noi avevamo setacciato tutta quanta la zona più
sospetta, che si estendeva da vicino Palermo, Monreale, fino a Corleone, Partinico,
fino ad Alcamo, fino quasi a Trapani. In ogni casolare c'erano le nostre squadriglie,
squadriglie di carabinieri, che erano state organizzate da me, con sistemi che,
in certo qual modo, copiavano quelli della guerriglia; per cui gli uomini non
abitavano in caserma, dovevano uscire e stare un determinato numero di giorni
fuori, dormire nelle grotte, all'addiaccio. Era, quindi, un servizio di vigilanza
continuo, al quale non si poteva sfuggire. Ogni squadriglia era comandata da un
ufficiale di provato valore, mi permetto di dire. Noi avevamo una squadriglia
composta di trenta uomini, che aveva quindici letti; quei quindici letti ospitavano
altrettante persone: quando rientravano gli altri, i primi si alzavano e andavano
in servizio. Non è da dire, quindi, che noi tollerassimo evasioni, che
permettessimo che qualcuno in più potesse rimanere in caserma. Noi avevamo,
fuori in permanenza, un determinato numero di squadriglie anche perché
gli uomini non avrebbero potuto andare in caserma, non avrebbero saputo neanche
dove andare a dormire. Avevamo setacciato il territorio; il nostro motto era che
le squadriglie dei carabinieri dovevano vivere così come vivevano i banditi. Tuccari
- Ci sarà stato questo motivo che dice lei; ma questo spostamento di zona
non è dipeso dal fatto che Giuliano, a un certo punto, fu preso in consegna
da altri capi mafiosi? Perenze
- Non credo. Io penso piuttosto che Giuliano fosse sulle mosse per andarsene in
America. Questo era quello che pensavamo successivamente. E questo, forse, contribuì
ad invogliare Pisciotta a consegnarci Giuliano. Siccome tra Mazara del Vallo e
Castelvetrano c'era un aeroporto, da quell'aeroporto di fortuna Giuliano, ben
bene imbottito di milioni, se ne sarebbe andato via ed avrebbe abbandonato la
banda. Bernardinetti
- Senta, io le faccio nuovamente la domanda: lei esclude che al Pisciotta sia
stato dato, non dico un ordine, ma il consiglio di far fuori Giuliano? Bernardinetti
- Quindi lei conferma che è stata una iniziativa di Pisciotta. Bernardinetti
- Io non intendo esercitare pressioni. Però, colonnello, mi spieghi adesso
come è avvenuto che, dai rapporti che voi avete ufficialmente redatto,
sottoscritto e presentato ai vostri superiori, risulta che in quella notte, a
Castelvetrano, si sarebbe verificato uno scontro a fuoco, che avrebbe determinato
la morte di Giuliano: fatto dal quale, poi, se non erro, è nato anche un
accertamento giudiziario. Qual è la ragione per la quale si è voluta
dare questa versione? Perenze
- Perché desideravamo che Pisciotta continuasse a lavorare per noi. Tuccari
- Ma lei deve spiegarci questo. Pisciotta era uno strumento nelle vostre mani;
quindi... Perenze
- Vorrei che si chiarisse bene questo concetto di "strumento nelle vostre
mani" Tuccari
- Strumento utilizzato ai fini della cattura di Giuliano. Perenze
- Non era uno strumento, nel senso che potessimo fargli fare tutto quello che
volevamo. Era uno che lavorava per noi. Tuccari
- Sì, a questo fine. Quindi, se poteva essere legittimo, ed anche intelligente,
da parte vostra, dargli la sensazione che lo coprivate nella sua versione, perché
continuasse, attraverso la consegna di Sciortino, a lavorare per voi, molto meno
spiegabile è il fatto che voi abbiate fatto un rapporto ai vostri comandi
e alle autorità politiche, attenendovi a questa versione. Veramente non
si comprende, non è spiegabile il fatto che voi abbiate riferito quello
che non era vero. Perenze
- Non si dispiaccia, ma lei crede che, se noi avessimo detto la verità,
dopo un quarto d'ora non lo avrebbero saputo tutti quanti in Sicilia? Tuccari
- Però, dato il sistema di serietà che c'è all'interno dell'arma
dei carabinieri, ci dovrebbe essere traccia della reale versione dei fatti. Perenze
- Questa è una domanda alla quale non mi sento di rispondere. La Sicilia
è quella che è, ed io ci sono rimasto soltanto un anno; noi lavoravamo
con serietà, ed avevamo un solo obiettivo: quello di distruggere il banditismo
in Sicilia, con tutti i mezzi. Presentare una versione piuttosto che un'altra,
per noi, era cosa, in fondo lecita. Noi avevamo infatti uno scopo; e non credevamo
che, una volta morto Giuliano, avremmo potuto chiudere gli uffici e andarcene.
La prima cosa che facemmo, appena arrivati in Sicilia, fu di chiedere tutti i
mandati di cattura che giacevano in tutte le stazioni dei carabinieri in Sicilia;
ne facemmo un volume! Tutti i nomi vennero elencati, in ordine alfabetico; e quando
lasciammo la Sicilia, non tutti quei nomi erano stati depennati dall'elenco. Sapevamo
che molti di quegli uomini erano all'estero, e volevamo sapere come avevano fatto
ad andarci, per quali tramiti. Tuccari
- Lei mi può escludere che, se non con un rapporto, almeno confidenzialmente,
i loro superiori siano stati informati di quella che era stata la reale fine di
Giuliano? Perenze
- Lo escludo, nel modo più assoluto. Tuccari
- Mi permetta di dire che questo è molto poco credibile. Evidentemente,
voi eravate autorizzati a continuare in quella certa linea d'azione, diretta ad
accreditare la vostra fiducia presso Pisciotta, da organi superiori; agli organi
superiori, quindi, non potevate nascondere la realtà. Perenze
- Noi eravamo autonomi! Questa fu l'unica condizione che pose il colonnello Luca. Tuccari
- Si trattava, però, di un'autonomia operativa e non, certamente, gerarchica,
né disciplinare; era un'autonomia funzionale, operativa. Perenze
- Certo; ma siccome quello era un fatto operativo, non avevamo nessuna necessità
di rappresentare la realtà. Tuccari
- Ma lei me lo chiama un fatto operativo il dissimulare un reato e il non agire
in funzione di polizia giudiziaria, denunciando e perseguendo il responsabile? Perenze
- Debbo dirle, allora, un 'altra cosa: tutto quello che avveniva - tutto! -costituiva
oggetto di referto verbale tra l'allora procuratore generale e il colonnello Luca. Tuccari
- Può dirci qualche cosa su questi rapporti con Pili? Perenze
- Sua eccellenza Pili sapeva tutto con esattezza. Tuccari
- E, quindi, anche il modo in cui realmente morì Giuliano? Perenze
- Anche quello, indubbiamente. Bernardinetti
- Poiché non vi sono altre domande da parte dei commissari, signor colonnello,
noi la ringraziamo. Perenze - Mi dispiace se posso avere deluso la Commissione in qualche cosa.
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