Da I complici

Affari coperti e istituzioni nel sud-est siciliano

di C. Ruta. Edizioni Le Pietre, 2002

 

Il metodo Minardo

Ancora bidello in un liceo modicano, Rosario Minardo scopre l'imprenditoria nel '70, all'ombra del deputato DC Nino Avola: puntando da allora sui prodotti petroliferi, per uso agricolo e domestico. Il primo exploit risale comunque agli inizi degli anni ottanta, quando pressoché in simultanea, appaiono nel sud-est alcune decine di stazioni di servizio GIAP. Ma se l'iter finanziario si conferma spedito, al punto da ingenerare i primi dubbi, costituisce un intralcio quello burocratico, specie al volgere del decennio, quando Minardo, dovendo liberare ulteriori risorse, si risolve a coprire altre realtà dell'isola.

L'ostacolo maggiore viene da Palermo, dalla Regione Sicilia, cui competono le autorizzazioni. Incaricato di vagliare la liceità delle richieste, Giuseppe Bonsignore è un funzionario probo, che cerca di reagire con ragionevolezza al malaffare organizzato. Ed è lui a limitare il passo del Minardo, come di altri. Il nodo si scioglie in ogni caso nel '90, con l'uccisione di Bonsignore, il 9 maggio, e l'accordo strategico con Tamoil, che esalta la competitività del gruppo GIAP. Si tratta d'una curiosa congiunzione, che sembra recare la consistenza d'un indizio. Da buon gesuita, Ennio Pintacuda è quindi perentorio nel cavarne un sospetto, mentre la cosa pare non riguardi i magistrati siciliani e gli organi di PG. In realtà, la vicenda rimane troppo coperta, e il lavoro di Bonsignore appare troppo sfaccettato perché si possa privilegiare una pista sulle altre. Di là dal sospetto di Pintacuda e altri, Rosario Minardo è in ogni caso dentro l'humus affaristico che pervade l'isola e rende possibili atti di quel genere.

Dopo la rimozione dello scoglio regionale e l'accordo con Tamoil, il modicano deve misurarsi nondimeno con altri impedimenti, a partire da Catania, dove ha sede l'impero di Salvatore Pappalardo, titolare di alcune centinaia di pompe, Tamoil e SP, e pure lui motivato ad allargarsi. Ma la cosa viene risolta abilmente, con un patto di "divisione" delle aree, che regge di fatto fino ai nostri giorni. Del resto, se il cavaliere etneo, la cui famiglia opera nel campo sin dall'immediato dopoguerra, pone sulla bilancia l'ampiezza dell'impresa, Rosario Minardo può contrapporre gli accessi alla politica, tramite il fratello Riccardo, che segue passo passo i suoi balzi finanziari: come assessore dc e sindaco di Modica nei primi anni novanta, poi da senatore, infine, con la conferma del mandato parlamentare, quale elemento di punta delle destre.

Mentre il senatore e altri parlamentari premono a Roma perché venga migliorata la viabilità dell'isola, il petroliere compie allora nuovi balzi. Si fortifica negli Iblei e nel Siracusano. Apre rifornimenti nell'Ennese, nel Nisseno, nell'Agrigentino, fino al capolinea di Palermo. Con l'assenso di Pappalardo si posiziona in alcuni centri minori catanesi, mentre si radica in provincia di Messina. Realizza una pompa ben fornita nel Salernitano, a Lustra, che gli consente nell'area campana agganci e scambi di servizi. Intanto, forte ancora delle duttilità palermitane, s'apre alle rettifiche, come a Pozzallo e sulla Comiso-Catania, dove sposta alcune pompe, al seguito degli ammodernamenti viari. Diversamente dal passato, punta infine sull'ampiezza delle stazioni, perché siano possibili ulteriori innesti. Ovviamente, come ha messo a frutto la presidenza di Giuseppe Drago, trarrà guadagno da quella, assai più solida, di Salvatore Cuffaro.

Vige in realtà un circolo perfetto, che associa in un corpo indistinguibile pubblico e privato. Un esempio ne dà la nozione. Al volgere degli anni novanta il senatore spende le sue facoltà di mediazione perché venga completato il tratto autostradale Cassibile-Siracusa. Ma a beneficiarne, prima ancora che gli automobilisti, è, manco a dirlo, il petroliere che, fornitosi intanto delle necessarie autorizzazioni, corroborato dal governo regionale, all'apertura del tratto può esibire, bell'e pronte, due ampie stazioni nei versanti est ed ovest di contrada Serramendola.

Non si rinunzia poi a nulla, pur di guadagnare. I distributori di carburanti del Minardo sono i soli in Sicilia a essere alacremente riforniti, nottetempo, durante il blocco dei Tir, nel settembre 2000, ottenendo in quelle settimane un effettivo monopolio, con introiti inusitati. Tale privilegio, che curiosamente sfugge alle cronache, dice tanto peraltro sui caratteri e i fini reconditi della protesta, ed è sintomatico che non venga segnalato e valutato dalle forze dell'ordine, che pure stazionano in tutti i blocchi siciliani. In realtà vigono precisi accordi fra gli animatori della serrata e la destra più riottosa, che da mesi, confortata dai sondaggi, preme per liberarsi del governo. E nella vicenda, in sintonia con il fratello, fa da mattatore Riccardo Minardo, che intanto è riuscito a riunire un'ampia cordata attorno alla proposta, debordante ma interlocutoria, di abolire nell'isola l'imposta sui prodotti petroliferi. Firma in Senato mozioni, interroga, interviene su "L'Opinione" e altri giornali italiani, accusando il governo d'inadempienza verso la Sicilia, e di mortificare i "sacrosanti" diritti dei trasportatori. Mette infine del suo nei dodici punti della piattaforma, che con l'abbuono delle imposte, rivendica la soluzione dei problemi viari e la riduzione dei pedaggi.

In realtà, il parlamentare è volto ad accordare gli affari di famiglia con l'interesse delle categorie, all'insegna del petrolio. Un ulteriore esempio: ancora nel 2000, col consenso di Concetto Scivoltetto, presidente della Commissione agricoltura, fa passare un emendamento che prevede il taglio di un'imposta, già al 5 per cento, sul gasolio per le campagne. Fa allora un favore ai produttori agricoli, ma pure al fratello che rifornisce del combustibile gran parte delle serre. E in tale lavorio di cucitura dimostra acume, riuscendo a erodere nello stesso Vittoriese, con l'apporto di La Grua, il consenso plebiscitario della categoria verso Francesco Aiello. Si tratta in fondo del suo capolavoro, speculare al successo delle elezioni del maggio 2001, quando riesce a totalizzare oltre settantamila voti, il numero più alto in Sicilia, dove pure la casa di Miccichè-Giudice-Drago vince sugli avversari per sessantuno a zero.

Intanto, anno dopo anno gli affari e i guadagni si fanno più stupefacenti, come dicono pure i numeri ufficiali. Dalle dichiarazioni IRPEF relative al 1999 risulta che Raimondo Minardo occupa nella scala dei redditi siciliani l'undicesimo posto, con oltre due miliardi di lire. E al ventinovesimo risulta Concetta Noto con un miliardo e mezzo. Si tratta di familiari dell'ex bidello, il quale per ragioni fiscali ha pensato bene di suddividere le aziende e il patrimonio. Basta sommare tuttavia i due redditi perché il petroliere balzi al quinto posto, e più in alto se si tiene conto dei guadagni intestati a lui medesimo: comunque fra i primi trenta titolari di reddito in Italia, dopo Agnelli, Berlusconi, Benetton e pochi altri. Quanto basta in definitiva perché i Minardo vengano assunti come un caso siciliano, come lo furono i Salvo di Salemi.

 

 

 

Rosario Minaro, il petroliere

 

Riccardo Minardo, il senatore

 

Uno degli oltre cento distributori Tamoil di Rosario Minardo

 

Il senatore Minardo fa beneficenza

 

Il senatore Minardo a una fiaccolata "antimafia" con il sindaco di Vittoria Aiello