Da Il caso Vittoria

di C. Ruta. Edizioni Le Pietre, 2001

 

Indovini e non vedenti

È ripensamento intanto alle Botteghe Oscure. Sulle scie di Germania e Francia, nella penisola si è aperto un percorso per l'ambiente che non è facile evitare. Appare perciò univoco il no all'abusivismo che viene da un convegno sui piani di recupero tenuto il 23 gennaio '88 a Vittoria, retto da Palermo e Roma. La sede è sintomatica, non nel senso della condivisione, ma d'un ricalcolo, perché si chiuda senza danno il ribellismo della città dell'Ippari, che pure reca, da una certa visuale, numeri e tratti d'un modello. Nella traccia di Elio Sanfilippo, che coordina i lavori, mancano in effetti i toni ruvidi dei comitati, e ugualmente nel discorso clou di Lucio Libertini, per il quale va chiuso lo scempio dei luoghi, non importa se legale o abusivo, e l'oblazione va pagata. Sta in realtà finendo la stagione delle marce, con lo sfarinarsi dell'unità del movimento, sotto il peso delle trame e degl'interessi concorrenti. Dal canto suo, comunque, il ceto dirigente di Vittoria non s'interroga sui danni, lasciando che tutto resti come prima, almeno negli atteggiamenti interni, mentre si stemperano le vicende giudiziarie di Monello che, impugnando la condanna del pretore, visibilmente punitiva, in appello viene amnistiato.

Cade poi una novità. Approvato dal governo regionale, a firma dell'assessore Placenti, il piano regolatore deliberato in consiglio nel 1986 diviene operativo. La giunta Garofalo acquisisce così lo strumento ufficiale con cui dovrebbe risanare i quartieri e la costa. Ma di là dalle ostentazioni, l'intervento rimane in superficie, non bastando portare nei luoghi luce e acqua. A dispetto del convegno di febbraio, i numeri confermano in effetti una continuità di fatto. In quell'anno su ottantotto segnalazioni d'irregolarità operate dai vigili, sono appena otto le ordinanze del sindaco. Mentre si mostrano fiacche, come lo saranno negli anni a venire, le tre commissioni che dovrebbero sollecitare gl'iter. Basti dire che dinanzi a quasi tredicimila istanze di sanatoria, le concessioni rilasciate allo scadere del '92 saranno poco più di settecento. La volontà, tante volte sottoscritta, di voler sottrarre il popolo degli abusivi all'illegalità e di converso alle seduzioni delle mafie, è stata evidentemente vanteria.

L'equivoco regge del resto in tutti i sensi, mentre ritorna sindaco, nell'ultimo scorcio di '88, Francesco Aiello. Dopo nove mesi di sostanziale quiete, il clima si rifà convulso, specie dopo l'incendio di una casa dell'assessore ai lavori pubblici Giambattista Rocca. Verosimilmente, sta agitandosi la linea del cemento, che vede attivi non solo i lottizzatori e i costruttori di nome, come i Recca-Di Martino di Vittoria, i Russello di Gela, i Bruccoleri di Agrigento, i Purpura di Bagheria, la CELI di Santa Ninfa, ma pure gli arricchiti delle serre, che vogliono elevare rapidamente: il piano in città come la villa a Baia Saracena. Non si avvertono invece nessi coi disegni di Gravina, e non ne appariranno poi. Nessun reo confesso del clan Dominante dirà di attentati al Rocca, e nessun magistrato ne verrà autonomamente a capo.

La pressione al Fanello è tornata comunque manifesta, con intimazioni al tritolo e l'incendio di una segheria. Come in altri momenti, il sindaco trova quindi necessario esporsi, sollecitato dalla CNA di Filippo Bonetta, che deve contenere il malanimo di decine di associati. Tutto avviene secondo gli usi. Aiello rilascia interviste, chiede aiuto all'alto commissario Sica, perfino ad Antonio Gava, allora ministro dell'Interno, avvisando che la città è sotto assedio. Ma questo accade a fine ottobre '88, quando il tempo ruggente dei Carbonaro è ormai alle porte. Alcuni atteggiamenti paiono quindi sintomatici. Il sindaco si dice convinto di una guerra di mafia a breve, dopo quella che ha azzerato i Gallo. E vede bene. Va formandosi infatti una fronda, guidata dal siracusano Mallia, che sortirà poco dopo l'uccisione di Gravina, mentre muove i primi passi una banda di rapinatori detta degli "zingari", che interferisce con l'ordine del clan. Tensioni si accendono inoltre con Niscemi, quando il capomafia Salvatore Russo reclama un ruolo nell'Ippari, volgendo a suo favore il soggiorno obbligato di Scoglitti. Rischia di versarsi infine negli Iblei lo scontro gelese fra i Rinzivillo-Madonia e gli Iannì-Cavallo, per la coesione dei vittoriesi coi secondi. In definitiva, il sindaco mostra una discreta percezione di fatti che permangono nell'ombra, come ènaturale che sia dall'osservatorio di cui gode, ma non fa nomi che contano, non offre chiavi, non chiarisce. La sua conoscenza resta perciò privata e, dal lato della denunzia, improduttiva.

 

Le tracce

Come si paventava, il 1989 s'apre a Vittoria con un crescendo di delitti. Il 3 gennaio si registrano due attentati. L'indomani un'anziana viene uccisa per rapina, probabilmente dagli "zingari". Il 4 febbraio viene assassinato un commerciante. L'8, un fornaio che reagisce al pizzo viene ferito con un dipendente. Lo snodo si ha comunque a marzo, quando l'agguato mortale al Gravina, da cui escono feriti il gelese Gaetano Cavallo e un Carbonaro, alimenta su varie linee le strategie del fuoco. E un dettaglio va notato. Se nei mesi antecedenti, a gioco fermo, i dirigenti municipali mostravano di capire l'argomento, annunziando in piazza e sui giornali il conflitto prossimo, all'uccisione dell'insegnante capomafia, che indossava un giubbino corazzato, è silenzio. Nessuna deduzione pubblica viene in particolare da Francesco Aiello, che, come convenuto a ottobre, lascia a Enzo Cilia la guida della giunta, per obblighi con l'ARS, mantenendo il controllo della macchina da vice.

In tema di abusivismo "necessario", viene a mancare intanto l'enfasi del passato e negli atti si avverte più misura. Nel 1989, su cinquantacinque denunzie d'irregolarità operate dai vigili, il sindaco firma quindici ordinanze. In realtà, va crescendo la discussione nel partito, nelle cui liste, a indicare un corso ineludibile, èstato eletto lo studioso ambientalista Antonio Cederna, destinato alle file della Sinistra Indipendente. Influisce poi il relativo distacco di Monello, dal 1987 deputato al parlamento. L'ex sindaco, che ha fama d'intemperante, viene in fondo promosso, come richiede la passata esposizione, ma è tenuto d'occhio, mentre viene "assolto" Aiello, che porta alla conta i numeri d'un decennio e il raccordo riuscito con l'economia dell'Ippari: in linea con quelli che, da Napolitano a Russo, nella stampa italiana passano come destri e miglioristi. In quel momento è compiuta del resto la "riforma" di Achille Occhetto, con la fuoriuscita della parte cossuttiana. A onta delle incoerenze, Vittoria resta allora un esperimento da seguire, intanto che si discute, a Roma come nell'Ippari, sulla sorte di Monello, che si definirà a legislatura chiusa.

[…] Non meno chiarificatrice è poi la disposizione al "non capire": ben resa dalla vicenda di Salvatore Incardona, che i Carbonaro uccidono il 9 giugno di quell'anno, a convalida della loro autorità al Fanello.

Incardona è un commerciante, titolare del bar Firenze, ma è anzitutto un commissionario dell'ortomercato, contitolare del box 46 quale presidente della cooperativa Agri 2000. Partecipa cioè a una comunità di operatori, singoli e associati, che da anni si riuniscono, fanno regole, adottano strategie comuni. E in tale ambito, nel frangente del dopo Gravina, lancia la sua sfida ai Carbonaro, incitando i colleghi a non pagare. Tutti all'ortomercato sanno allora dei pericoli che l'imprenditore corre, ed è improbabile che qualcuno possa poi dubitare sulla sua uccisione. D'altra parte, è illogico che le cose note al mercato, motore dell'economia dell'Ippari, non giungano in città, dove gli addetti e gran parte dei commissionari vivono. In definitiva, di là dalla cappa omertosa, per chi occupa a Vittoria determinati uffici il senso di quel delitto non può essere un gran rebus. I carabinieri dicono infatti di evidenti anomalie, e qualche giornale ne dà nota: in particolare la "Gazzetta del Sud" che definisce Incardona un lavoratore onesto, quindi una possibile vittima del pizzo.

I reggenti comunali dovrebbero essere poi facilitati nel capire, potendo conferire in via diretta con i dirigenti, i vigili, i boxisti. Paolo Monello, deputato e assessore, al ministro Gava chiede spiegazioni, come è nei protocolli, quando potrebbe sapere di più dai soci della Rinascita, recanti un box all'ortomercato, e da coloro che hanno potuto sentire gl'incitamenti di Incardona. Vigono evidentemente altri modi. Non spiega nulla il vicesindaco Francesco Aiello, dopo aver vaticinato guerre di mafia con anticipo di mesi. Tace di fatto il sindaco Cilia, a onta di quel che avvertono il cittadino, il cronista, l'inquirente. Tacciono gli assessori al ramo. E nessuno esce dal riserbo via via che, dal lato giudiziario, il movente dell'omicidio abbandona l'ombra. Varcando la traccia cronologica, ecco comunque il procedere del caso.

Le indagini dei carabinieri, puntate sul movente estorsivo, si riempiono man mano di tasselli, fino alla svolta del 1992, quando i Carbonaro confessano il delitto ai magistrati della DDA. A quel punto ècomunque la realtà a suggerire alla città ufficiale l'iter più congruo. L'assassinio del palermitano Libero Grassi nell'agosto '91, e quello del gelese Gaetano Giordano nel novembre '92, hanno alimentato nell'isola la volontà di reagire, che si condenserà in decine di antiracket, non importa quanto autentici. Per la giunta potrebbe essere allora l'occasione di un recupero, ma insiste il silenzio, e senza nulla di fatto si giunge, nel novembre '94, allo snodo dell'operazione Squalo. Dagli atti dei magistrati, di cui i giornali danno ampi ragguagli, il movente del delitto appare ormai inequivoco. Tanto che "La Sicilia" del 29 novembre titola in terza pagina: "Vittoria, un altro Libero Grassi". Ma neppure l'evidenza giudiziaria induce a ripensare. Incardona deve attendere nove anni prima che, per forza di cose, la municipalità gli dedichi una via. Senza che il buio si diradi beninteso: è indicativo che l'antiracket promosso dal comune non sia intestato all'ucciso ma genericamente alla città.

 

 

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