|
Da I vittoriesi. La mafia e i complici di Carlo Ruta. Edizioni La Zisa, Palermo, 1999 |
![]() |
|
Numeri Nel definire gli eventi di Vittoria negli ultimi decenni ricorre usuale la tesi del confine. La malavita dell'Ippari sarebbe l'esito di un contagio dal Nisseno, reame un tempo di Calò Vizzini e Genco Russo, e si fermerebbe comunque nella città delle serre, per lasciare il campo all'isola serena degli Iblei. I numeri dicono tuttavia altro: dal '92 a oggi Vittoria è stata teatro di quasi quattrocento arresti per mafia, quando Siracusa ne ha contati un centinaio, e meno di duecento Gela. Il bubbone non può esulare allora dai caratteri del luogo e, in particolare, dai modi in cui si esercita il potere. La storia illustra per altro che il banditismo e la malavita stanziale hanno prosperato quando le autorità legali sono scese all'accordo. Da Saponara a Giuliano, da Cascio Ferro a Totò Riina. Mentre i fenomeni anzidetti sono stati ridotti ai livelli "fisiologici" quando tali legami sono stati allentati o sciolti. E la vicenda repubblicana ne dà prova da ogni prospettiva. Di là dai motivi e dai caratteri originari, la mafia a Vittoria è divenuta comunque una rilevante voce del consenso. Dai dati giudiziari risultano in città almeno cinquecento uomini dei clan: uno cioè ogni cento abitanti. Tenendo conto degli ambiti parentali si può stimare allora in cinquemila voti la forza elettorale delle "squadre", che equivale a un sesto dei votanti. Quanto basta per sancire l'elezione a cariche municipali, regionali e nazionali, e condizionare i corsi degli eletti. E l'anomalia è evidente se si considera, a titolo indicativo, che a Palermo, capitale storica di Cosa nostra, non più di duemila individui recano carichi di mafia, uno cioè ogni quattrocento abitanti circa. Occorre nondimeno aggiungere che il voto mafioso dell'Ippari è eclettico, duttile, vagante, puntato agli individui più che ai partiti. Non esiste un patto definitivo a monte. L'aggancio è perciò di-retto e personale. E importanti occasioni di contatto offrono al riguardo le società sportive, talora sotto il controllo delle cosche. Non è casuale che quattro presidenti di club calcistici siano stati arrestati a Vittoria in meno di un decennio. Il nesso fra clan vittoriesi e cosa pubblica reca dunque una radice solida, e diviene negli anni un'opzione forte dei capi, a onta della vocazione militare. Di politica oltre che di sport si occupa a lungo Bruno Carbonaro. Rapporti coi partiti tesse il professore Biagio Gravina, che sale alla guida dopo la parabola dei Gallo. Nella politica conduce infine un lungo tirocinio Francesco D'Agosta, i cui corsi emblematici aiutano a dipanare alcune storie del presente.
Logiche di un boss A dispetto del passato avventuroso, in cui spicca l'accusa di aver comandato un assassinio nel '76, D'Agosta reca le movenze di un uomo di successo: manager all'orto-mercato di Milano, notevoli proprietà nell'Ippari, collezionista di automobili di lusso, cinque figli bene inseriti nello sport e nella vita associativa, di cui uno titolare del lussuoso Fashion group, nella centrale galleria Torino della metropoli lombarda. Si compiace nondimeno di appartenere alla Vittoria più profonda, dove viene riconosciuto come Cicciu u Iemulu, figlio di don Tanu. La vocazione politica è dichiarata. Fonda una sezione del Psdi legata al deputato catanese Dino Madaudo, mal tollerata da Ragusa e riconosciuta invece dalle élites cittadine. Promuove il Puci, Partito unitario cacciatori italiani, che manda al consiglio comunale Claudio Muscia e poi l'avvocato Enrico Di Martino, per confluire poi nel Ccd. Per anni è presidente del Vittoria Calcio. Ma dietro si profila l'iter di un boss. I suoi contatti con i palermitani sono vecchi di decenni, ma restano a lungo virtuali, sebbene non manchi di attivare una macchina di pressioni che reca un suo peso nel gioco degli Iblei. Comunque, solo dopo il blitz Piazza Pulita del '97, quando il corso delle squadre gli appare poroso e alterno, D'Agosta dichiara a Dominante la propria ostilità. Vengono blindate le automobili, arrivano i giubbotti corazzati e le armi automatiche: dovendosi adeguare il gruppo al tenore dei rivali. Ma pensa di andar oltre, con l'acquisto di bazooka e bombe a mano. U Iemulu si sente forte. Il clima è rassicurante. Compare nell'Ippari Simone Castello, luogotenente di Bernardo Provenzano, mentre si spande negli Iblei l'orizzonte degli affari e degli appalti. E la politica, che occhieggia dallo sfondo, offre spunti di rilievo, nel buio di una montante regressione. Il modicano Drago furoreggia nella capitale, dove corre già per la presidenza alla Regione. Al palazzo della provincia il vittoriese Mauro recita il bluff della secessione, dopo aver battuto ripetutamente cassa alla comunità europea, e muove già verso Palermo, motivato a porre da parte il cliché del guadagno minimo. Il potere legale rompe gli argini, si concede a inedite sbavature, dichiara percorribile ogni sorta di avventura. Si sente cautelato il boss politico D'Agosta. Ma trova dinanzi a sé un vallo impreveduto.
|