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Da Camarina. Topografia, storia, archeologia di Biagio Pace |
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Quando Biagio Pace (1889-1955), storico e archeologo di Comiso, s'interessa di Camarina, sull'antica città siciliana esiste già una discreta letteratura, a opera di studiosi come Holm, Schübring, Orsi, Cavallari, e così via. Le ricerche dello studioso ibleo, dai primi anni del secolo in avanti, restano nondimeno risolutive nella definizione archeologica e storica del luogo. Su alcuni aspetti solitamente omessi o poco valutati riesce a operare infatti uno scandaglio minuzioso. Come nel caso di Kaukana, di cui riesce a dare elementi sostanziali sull'identità e il sito. I brani qui riportati sono tratti dall'opera Camarina, topografia, storia, archeologia, pubblicata dalla Libreria Tirelli e Guaitolini di Catania nel 1927.
CAMARINA. PRIMI ABITANTI E FONDAZIONE DELLA COLONIA L'orlo delle colline che s'affacciano sulla pianura dell'Ippari, custodisce, non meno di alcuni luoghi della valle, numerosi avanzi di quelle popolazioni remote che non ancora hanno lasciato l'uso di primitive armi di pietra - asce di basalto, coltelli di selce - ma conoscono già l'uso del bronzo e sanno fabbricare un ceramica di belle e grandi forme, decorata gaiamente di color rosso o giallo con motivi geometrici dipinti in bruno. Queste popolazioni abitano in villaggi di capanne a pianta quasi sempre circolare ed ovale, costrutte di legname e di fango, su di uno zoccolo di pietra: forse la loro immagine ci viene conservata in qualche ormai raro "pagliaio" di carbonaio o di pastore, in qualche più riposta valle montana della provincia. Esse seppelliscono i loro morti in tombe scavate a grotticella nella roccia dei monti, in forma di cameretta tondeggiante, preceduta da una specie di mezzo incavo. Paolo Orsi - che rivelando in trent'anni di mirabili scoperte la più antica storia della nostra isola, ha scoperto ed esplorato in mezza Sicilia codesti documenti degli antichi progenitori - chiama il particolar grado di civiltà cui si riferiscono gli avanzi preistorici della nostra valle, i più comuni nella cuspide meridionale della Sicilia, 1° periodo Siculo. Questo periodo - che segue all'archeolitico e al neolitico, non documentati presso di noi, ma in altri siti della Sicilia - andrebbe dal XXV al XV sec. av. Cristo (1). Un complesso notevolissimo, comprendente l'intero villaggio, le sue necropoli, e i documenti della sua antichissima industria, è stato scoperto ed illustrato in due riprese, nel feudo di Canicarao. Quivi - ultimi contrafforti verso la pianura, del complesso montagnoso degli Iblei - si staccano, Monterace e Monteracello, Cozzo delle Ciaole, e parallelamente Monte Tabuto, alti e isolati colli conici, degradanti dai 600 metri del primo, ai 433 dell'ultimo. Alcune scoperte fortuite avvenute durante la costruzione della strada Cifali-Annunziata, sulle falde del Monte Tabbuto (2), diedero occasione ad una prima campagna di scavi dell'Orsi, nel 1898 (3) e ad una seconda, nel 1916 (4). è stato così esplorato, in quel luogo ed è noto scientificamente un complesso di documenti, che può considerarsi fra i più insigni della preistoria siciliana. Il villaggio sorgeva nella spianata ad acropoli, che sottostà al cozzo delle Ciaole, e forma le sprone meridionale del sistema collinoso, dominando la profonda Cava dei Modicani su cui piomba per ertissimi declivi. Gli spalti erano coronati da un aggere di pietre brute, nel quale era lo scarico di rifiuti della vita di quei primitivi: carboni, ceneri, cocci e qualche selce. In grande copia, selci lavorate nelle più diverse gradazioni, asce di basalto, cocciame ed ossa di animali sparsi sulla spianata, attestano l'intensità dell'antica abitazione. Se gli scavi segnalarono in più posti banchi di terra nerastra contenenti ceneri, ossami e selci, non si riscontrarono però quei caratteristici depositi circolari che alludono con precisione a fondi di capanne: svaniti per la poca profondità della terra rimaneggiata da alluvioni e culture. Gl'indigeni di questo villaggio esercitavano largamente l'industria della lavorazione della selce; ciò risulta dall'ingente massa di rifiuti di lavorazione esistente nell'area del villaggio e nei valloni circostanti, ove è stata trascinata dalle acque. La selce era anche estratta sul posto. I fianchi del Monte Tabbuto furono penosamente perforati di strette gallerie - gl'imbocchi di talune si vendono ancora nel taglio della strada - dalle quali a prezzo di sforzi inauditi si estraeva in gran copia ottima selce. Questa primordiale industria mineraria esercitata lungo più generazioni, dava origine a commerci con buona parte dell'Isola. Una volta esaurite, queste gallerie venivano adoperate come sepolcri, sicché esse ci hanno dato avanzi scheletrici e vasi. Ma il villaggio di Cozzo delle Ciaole, aveva anche la sua necropoli in regola, scavata sui fianchi del colle, nelle bancate di duro calcare, in camerette con anticella o grotte di grandezza varia e non sempre - a causa delle difficoltà del materiale - di quella forma a forno che è caratteristica del 1° periodo siculo. Alcune tombe, date le condizioni peculiari della roccia, sono invece in parte scavate e in parte costruite con l'impiego di lastre di calcare in cui è ricavata la porta e di altri elementi riportati. In qualcuna - manomessa - si può supporre anche l'impiego di una lastra per la copertura sì da rappresentare un tipo analogo - per risultato tettonico, più che per intenzione - al dolmen. I sepolcri di Monteracello e Cozzo delle Ciaole appartengono ai primordi dell'uso del metallo, avendoci dato tracce di oggetti in rame. Una specie di bottone d'osso, accuratamente lavorato - bottone terminale di un pugnale o d'uno scettro - sembra oggetto esotico che per la forma ci riconduce ad oggetti del 5°-6° strato d'Hissarlik, come le ossa a globuli scoperti in diverse stazioni sicule del 1° periodo, fra cui quella delle Sante Croci, cui accenneremo fra breve. L'industria della selce esercitata presso questo villaggio, presenta precisi o larghi riscontri con quelle forme che i preistorici francesi chiamano Solutréen e Magdalenien, vale a dire le fasi più recenti dell'archeolitico. Eppure non cade dubbio - dalle asce e dalle tracce di rame - che villaggio e necropoli appartengono ad una fase che non è archeolitica, di già eneolitica, vale a dire con uso prevalente di utensili di pietra e apparizione dell'uso del metallo. Esorbita dall'indole di questo scritto la ricerca delle probabili spiegazioni di questo problema che interessa il quadro della intera civiltà antichissima della Sicilia (5). Un'altra stazione, con relativa necropoli, è stata esplorata da me, per incarico della Sovraintendenza agli scavi di Siracusa, sulla collina delle Sante Croci, che sovrasta Comiso e la pittoresca Cava Porcara, perforata di Catacombe cristiane (6). Sulla spianata delle Sante Croci furono segnalati ed esplorati i fondi di alcune capanne circolari, con base di rozze pietre, e numerosi cocci, selci, ed avanzi di cucina. Una di esse ci diede un osso lavorato a globuli - forse manico di spada di gran lusso - oggetto di sicura origine esotica, proveniente a quanto sembra, dal Mediterraneo Orientale (7). Altre capanne diedero delle corna fittili, di manifesto significato sacro e rituale. Il villaggio si serviva dell'acqua che filtra nella sovrastante spianata del Margitello. La necropoli era scavata - in forma di cellette con piccola anticella e in un caso, in forma di corridoio con cellette multiple - nel fianco che scende alla Cava Porcara. Uno di questi sepolcri diede un altro osso a globuli. Il materiale ceramico appartiene al 1° periodo siculo, ma appaiono frammiste alcune forme del 2° periodo, cui l'Orsi attribuisce la cronologia dei sec. XV-IX av. Cristo. Sicché - secondo la terminologia dell'Orsi - la stazione e necropoli delle Sante Croci, sarebbe di "transizione". Comunità di elementi del 1° e del 2° periodo presenta del pari un'altra piccola necropoli scavata dal Bar. Melfi nelle contrade Paraspola, Aranci, Pipituna, Casazze-Pianogrillo, verso Chiaramonte Gulfi (8). Né mancano in moltissimi altri luoghi della pianura, selci scheggiate, documento di una abitazione, forse occasionale, di cui non sono ancora apparsi i villaggi. Forse dalle stazioni montane, quelle popolazioni primitive scendevano a svernare con le loro greggi, verso la tiepida zona marina, nella quale infatti i documenti - scarsi nel piano - s'intensificano. Nel tratto di spiaggia tra Scoglitti e Capo Scalambri, l'Orsi ha riscontrato in almeno sei punti, tracce di popolazioni preistoriche (9). Notevolissime fra tutte nelle colline di Bianco Grande nella parte che s'apre più propriamente verso Scalo dei Turchi, ove è una terrazza ad ossatura di giuggiulena imperiale pliocenica coperta dalla sabbia dei Macconi. Quivi fu piantato un villaggio di una quarantina di povere capanne circolari, dell'estensione di circa un ettaro, limitato verso nord e sud da rampanti alquanto accentuati e degradanti invece degli altri lati. A nord esistono gli avanzi di un aggere di fortificazione costrutto di pietre brute e pezzi di giuggiulena locale, dello spessore di m. 2,50, a doppio paramento di pezzi disposti con un certo ordine. Fatto nuovo nella Sicilia neo e eneolitica, che non trova riscontro nemmeno in Sardegna e nel continente italiano, ma che si spiega con la necessità di difesa nelle piccole guerriglie locali, che mancava nelle sedi di montagna, piazzate su ambe di difficile accesso e naturalmente fortificate. Il tipo della civiltà di questo villaggio risulta dagli avanzi ceramici litici, quello del I periodo di Orsi. I suoi abitanti alimentavano la loro industria litica dalle miniere di monte Tabbuto. Il povero villaggio doveva essere abitato da pescatori e forse da pastori nomadi che potevano scendervi a cercare il mite inverno, lasciando il rude e rigido clima dei monti Iblei (10). In tutt'altra direzione dalla città di Camarina, nella collina di Pianoresti - 87 m. sul mare - che domina la valle dell'Ippari sulla sinistra, là dove s'allarga sulla buffa e la Salina, altre tracce di villaggio siculo con le caratteristiche ceramiche policrome sono apparse in varî punti della breve spianata, nettamente delimitata da ogni lato. S'è anche rinvenuto qualche elemento riferibile al cosiddetto IV periodo siculo al momento cioè in cui elementi di civiltà greca penetravano nelle borgate sicule. Anche qui, un piccolo villaggio di contadini o di pastori aveva trovato la sua stanza in sito opportunissimo, se pure esposto agl'impetuosi venti di mare e prossimo alle piccole sorgenti della Tremolezza, che sono - ed erano certo più numerose - ai piedi della collina (11). Nel sito medesimo della città e nei suoi dintorni immediati, numerosi avanzi, specialmente di selci lavorate, attestano anche là la presenza di questi primitivi abitatori (12). Questo complesso di documenti ci attesta la presenza nella regione camarinese, di abitatori che, adoperando naturalmente la parola in senso relativo, chiameremo indigeni rispetto ai coloni sopravvenuti. Si tratta, senz'alcun dubbio di quei Siculi che la tradizione storiografica siceliota fa di origine italica, e che gli Elleni trovarono stanziati al tempo delle loro fondazioni, in tutta la Sicilia orientale, né compiutamente sottomisero che alcuni secoli dopo. Le stazioni del camarinese, essendo del I periodo e di transione tra il I e il II, apparterrebbero tutte ad età anteriore al XV secolo, secondo la cronologia dell'Orsi. Ma io credo e mi riprometto di svolgere altrove questo argomento, che tale cronologia non possa intendersi in senso assoluto, vale a dire non possa presumersi che il primo periodo sia durato soltato dal XXV al XV secolo, e che ad esso sia dovunque succeduto - dal XV al IX - il secondo. Questi "periodi" sono bensì "caratteristici" di quei tempi, "appaiono" in essi; ma il sopravvenire della civiltà del secondo non cancella dappertutto la civiltà del primo, e rappresenta invece uno speciale e limitato sviluppo, dovuto a rapporti con l'Oriente, in mezzo ad una diffusa, generale continuazione di quel primo periodo; le cui forme, secondo me, costituiscono la fondamentale e tipica civiltà dei siculi della Sicilia orientale e centrale fino alla venuta dei greci. Né diversamente penso del III periodo, in cui vedo alcune stazioni che - mentre dura la generale civiltà del primo - si evolvono a contatto coi pionieri della colonizzazione greca. Le stazioni di "transizione" tra il I e il II periodo io ritengo perciò più che anelli cronologici, zone miste tra aggregati che vivono nei due diversi tipi di civiltà, o nelle quali le forme del II periodo sono penetrate senza riuscire a soppiantare il fondo culturale del I. Se così non fosse - ed è questo il principale argomento che m'induce a tale veduta - dovremmo ammettere una fluttuazione di abitanti davvero inesplicabile. Per rimanere nell'ambito della presente ricerca, vedremmo, ad esempio, il territorio camarinese, abitato intensamente sino al secolo XV av. Cr. cioè sino ai primordi del II periodo, attestato dalle stazioni di transizione, spopolarsi compiutamente per almeno otto secoli, cioè fino alla colonizzazione ellenica. Né possiamo presumere che siano completamente sfuggite le tracce del II e III periodo, perché l'esplorazione della contrada - come di gran parte della provincia di Siracusa - non consente il dubbio di lacune così cospicue. L'argumentum ex silentio ha questa volta almeno, un certo valore probativo.
ANTICHE CITTÀ E VILLAGGI DEL TERRITORIO […] Del tutto oscuro è il nome di questa antica città di cui è accertata l'esistenza nel sito attuale di Comiso. L'Arezzo aveva proposto di cercare quivi Casmena, la seconda colonia di Siracusa; ma l'identificazione fu negata dal Fazello e quindi dal Cluverio che suppone Casmena presso Scicli e pone a Comiso Calvisiana (13), città che va ricercata sicuramente altrove (14). La controversia sul sito di Casmena che è seguita alla discordante ipotesi di Arezzo e di Cluverio, è del tutto vana ai fini scientifici e interessa solanto la storia della cultura locale, in quanto ci mostra un aspetto di quella competizione di glorie municipali ch'è motivo fondamentale della storiografia siciliana dal '600 in poi. Mentre nelle storie generali si propende per l'una o l'altra ipotesi, così per caso (15), la controversia locale non arreca alcun nuovo contributo effettivo: dall'una parte si magnificano l'importanza di Cluverio e delle opere d'antica escavazione di Scicli (16), dall'altra si riprende e si svolge la strana idea dell'Arezzo che il nome di Casmena si sia conservato, attraverso modificazioni impossibili, in quello di Comiso (17), mentre già nel '600, si conia, in contrasto con questa stranezza glottologica, una denominazione erudita, che si vuol passare per tradizionale, nella quale - sulla scorta di Lagduni Batavornum o di simili - si chiama la città Ihomisus Casmenarum. Essa ci appare già ricordata dal Carrera e diviene d'uso comune e ufficiale in atti pubblici ed epigrafi, specie nel sec. XVIII. La strana idea che il nome Comiso possa derivare da una trasformazione di quello di Casmena, trovò nuovo svolgimento, confortato da un apparato filologico apparentemente formidabile, nello scritto di un gesuita di Comiso - dotto matematico - il Padre Biagio La Leta, edito nel 1862. Attraverso un fenomeno assurdo di metatesi da Casmene sarebbe venuto Camesne e da questo, gradualmente Camese, Comiso. Il raffronto di alcuni esempi di metatesi, e l'iotacismo proprio del greco tardo, sarebbero in proposito definitivi. Prima ancora che questo ragionamento fosse confutato nel libro del Solarino, un altro gesuita di Comiso, Padre Luigi Meli aveva scritto una memoria nella quale si mostrava pienamente l'assurdo filologico della trasformazione di Casmene in Comiso. Questa memoria, inedita, resta però incompleta là dove promette d'iniziare una dimostrazione su altre basi, della ubicazione in Comiso della seconda colonia siracusana. Questi studi venivano sollecitati e stimolati ad opera dell'avv. Giuseppe Leopardi Cilia di Comiso, valente giurista e dotto umanista (18); nello stesso periodo che ad opera di un Sac. Lincenzo La Leta e del Dott. Raffaele Guastella - buon cultore di studi classici - era anche elaborata tutta la serie di fantastiche determinazioni che s'erano venute costituendo fra le persone colte del luogo, sul tipo di quelle care alla storiografia Catanese dei secoli XVII e XVIII, da ottavio Arcangelo in poi. Kasmenai era costituita - com'è probabile - alla stregua di Siracusa di un aggregato di quartieri, dato che il nome ci appare in Tucidite in plurale. Ed ecco i nostri eruditi a trovare i nomi di questi quartieri, con una curiosa contaminazione di nomi antichi relativi alle più distanti città dell'isola, identificati con estrema disinvoltura: Aquilea, sul caratteristico colle di Apollo; Iccara, a Cava Porcara - qualche altro invece vedeva in questo nome - chiaro e ignobile, una deformazione del nobile nome dell'Imperatrice Pulcheria - Ibla Minore, Targelia, nella contrada Targèna, né si tralasciava Calvisiana. E si riconoscevano i templi dell'antica città, nel sito delle chiese principali; quello di Diana all'Annunziata, quello di Cerere a S. Biagio. La scoperta di alcune figurine fittili, faceva senz'altro assegnare un santuario delle Ninfe nella contrada Boscopiano. E i bagni di fonte Diana, si supponevano arricchiti di tempio e di una statua insigne. I manoscritti del La Leta e del Guastella non esistono; ma la loro materia è passata fedelmente in qualche più recente pubblicazione (19). Le notizie fantastiche su Casmene non sono queste soltanto. D. Filadelfio Mugnos nel suo famoso libretto Il Nuovo Laerzio (Palermo 1653) - una specie di allegra raccolta di novellette pseudo biografiche - non manca di nobilitare la città attribuendole un illustre figlio, Simmia, filosofo, discepolo di Aristotele e di Stilpone Megarese, del quale per contro sappiamo ch'era siracusano (20). Il Mugnos fa anche arbitrariamente morire a Casmene il grande tragico Eschilo. E - parlando di quell'orfeo camarinese, di cui abbiamo notizia in Suida - lo fa autore (pag. 143) di un poema in cui canta gli amori e la metamorfosi dei pastore Ipari per la ninfa Dianafonte. Favole tutte denunziate poco dopo della pubblicazione da Vincenzo Auria nel libretto: La verità historica svelata (Palermo 1709 pag. 19), insieme con tutte le altre di cui il libro rigurgita e dalle quali anzi trae ragion d'essere. Altri materiali falsi su Casmene apportava il famigerato abate Vella, riportando dal suo codice del Consiglio di Sicilia, inventato - come è noto - di sana pianta, notizie storiche e statistiche: Casmene, propriamente Kasminah, sarebbe stata presa d'assalto nel periodo arabo da Aalì ben Musa che vi fabbricò otto magazzini e vi pose a governare Aalì ben Rabdhan; e nel censimento da lui ordinato sarebbe risultata con 1211 abitanti (21). Di recente la controversia sul sito di Casmene ha avuto nuovi inutili sviluppi. Avendo il Parthey collocato questa città nella cuspide meridionale della Sicilia nello sbocco meridionale di Cava d'Ispica (22) verso Spaccaforno, lo Holm e il Freeman hanno ripreso quest'idea (23) mentre lo Schubring l'ha modificata alquanto, ponendo Casmene al di là verso Rosolini, nell'ex feudo Stafenna (24). E vi sono stati tentativi di rivendicare all'uno (25) o all'altro (26) di questi siti quell'antico nome, in base a constatazioni archeologiche.
NOTE (1) È superfluo ricordare partitamente che la rivelazione di questa civiltà è dovuta alle mirabili scoperte compiute dall'Orsi dal 1889 a questa parte, le quali sono state periodicamente illustrate nel Bullettino di Paletnologia italiana, nelle Notizie degli Scavi e nei Monumenti antichi dei Lincei. Una veduta sintetica dell'autore è esposta nella Comunicazione: La Sicilia Preellenica, in Atti della Soc. ital. pel progresso delle Scienze, riunione di Catania, 1923,cui può servire di ottimo complemento l'indice topografico e la bibliografia dello stesso in Naturalista Siciliano, XXIII, n. s. vol. III, Palermo, 1916. (2) F. Pennavaria, nel giornale L'Aurora, Ragusa Inf. a VI, n. 16 e Sepolcri preistorici a Mt. Tabuto, in Bull. di Paletn. Italiana, a. XXI, n. 10-1; P. Orsi, in Bull. cit., a. XV, p. 201 e XVIII, p. 10. Solarino, La Contea di Modica, I, p. 50. (3) Orsi, Miniere di selce e sepolcri eneolitici a Mt. Tabuto, e Mt. Racello presso Cómiso, in Bull. di Paletnologia italiana, a. XXIV, 1898, p. 165 segg. (4) Orsi, Villaggio, officina litica e necropoli sicula a Monte Salia (Comiso), in Bull. di Paletn. italiana, a. XVIII, 1923, p. 1 segg. (5) Cfr. Orsi, La Sicilia preellenica, in Atti della società del progresso delle Scienze, riun. di Catania del 1923. (6) Questo villaggio è ancora inedito. Cfr. cenno Orsi, Notizie degli Scavi, 1918, p. 214; Pace, Contributi Camarinesi, p. 37. (7) Per questi oggetti, già segnalati in altre stazioni preistoriche siciliane, cfr. Orsi, in "Ausonia" I, 1905. (8) Corrado Melfi, I sepolcri di Paraspola, Caltagirone, 1894; id. Di alcune camerette sepolcrali nell'Agro chiaramontano, Acireale, 1897 e Cenni Storici sulla città di Chiaramonte Gulfi, Ragusa, 1913, p. 22 e 25, cfr. anche Orsi, in Bull. di Paletn. ital. XXIII, 296; XXIV. d. 163; Pigorini, Preistoria, p. 48. (9) Orsi, Monum. ant. dei Lincei, IX, col. 82-3; XIV, col. 9-11. (10) Orsi, Due villaggi del primo periodo siculo: il villaggio di Branco Grande presso Camarina, in Bull. di Paletn. ital., a. XXXVI, 1910, pag. 159 segg. (11) Pace, Contributi Camarinesi, p. 13 segg. (12) Oltre i materiali ricordati da Orsi, Monum., loc. cit., molti ne ho raccolti sporadicamente io stesso. (13) Cluverio, Sicilia Antiqua, ed. Burmann. p. 442 seg. e p. 433. Mariano Perello, Antichità di Scicli, anticamente chiamata Casmena, Messina, 1640 (riprodotta nel Thesaur, del Burmann, vol. XII); Ant. Carioti. Notizie storiche della città di Scicli etc., ms. citato dal Serio, in Mongitore Bibliot. Sicula s. v., Ben. Spadaro, Relazioni storiche della città di Scicli, Noto 1845. (14) Schubring, op. cit., p. 49. (15) Cfr. Maurolico, Caruso, Di Blasi, Alessi, nelle loro storie generali di Sicilia. (16) Perello, Carioti, Spadaro, Pacetto. (17) Pietro Carrera, op. cit., e loc. cit.; Ant. Guerriero, Giornale di Scienze lettere ed arti per la Sicilia. LXXIII, p. 89. Palermo, 1841; B. La Leta, Lettera su Camarina a Comiso, Caltagirone, Mantelli, 1861; Salv. Pelligra, Casmene devota, Mondovì, 1889; S. Lauretta, Notizie Storiche di Casmene oggi Comiso, Comiso, 1893; F. Stanganelli, Le origini di Comiso, in Arch. Stor. per la Sicilia Orientale, X, p. 250 seg. (18) Nell'Archivio Pace si conservano talune carte del predetto avv. Leopardi, fra cui una lettera a lui diretta dal B.ne Benedetto Spadaro, sull'antichità di Comiso. Ma è di contenuto prevalentemente retorico. (19) S. lauretta, Notizie storiche di Kasmene oggi Comiso. Comiso, 1883, pagina 69 segg., R. Battaglia, Casmene, 1898. (20) Diogene Laerzio, II, XII, 2-3. La favola del Mugnos trovò credito in Salomone, Le provincie siciliane, vol. I. (21) Cioè Musulmani: uomini 127, donne 205, bambini 88, bambine 103; Cristiani: 186, 193, 146, 162. Cfr. per queste notizie Airoldi, Codice diplomatico di Sicilia, I, 528 seg.; III, I, 482. È superfluo dare delle riferenze su quella notissima falsificazione. (22) Parthey, Siciliae Antiquae tabula emendata, Lipsia, 1837. (23) Holm, St. della Sicilia nell'ant., I, pag. 294; Freeman, History of Sicily, II, pag. 25 seg. (24) Schubring, Histor. geogr. Sudien, pag. 372. (25) Innocenzo Leontini, Una necropoli ellenica nei pressi dell'ultimo tratto orientale di Cava d'Ispica, Spaccaforno, 1911 e Orsi, Notizie degli Scavi, 1913, pag. 360 seg. (26) Faustino Maltese, Notizie storiche sull'Origine di Rosolini; in Archivio Storico Siciliano, anno 1903.
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