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15 aprile 2003 Operazione "Privè" negli Iblei Una vana esercitazione o un escamotage?
Per volontà della procura modicana di Domenico Platania, le cittadinanze iblee ancora una volta vengono deliziate da un'operazione di polizia, denominata "Privè", riguardante il mondo oscuro della prostituzione, nella variante attualissima della riduzione in schiavitù. Si tratta della terza in poco più di un anno, dopo la "Liria" del marzo 2002, coordinata dalla DDA di Catania, e l'operazione "Impero" del gennaio 2003, firmata dalla procura di Napoli, ma partita dal sud-est siciliano. Ancora una volta l'epicentro locale viene rinvenuto nella linea Modica-Scicli-Ragusa. E la cosa non sorprende. Come nelle altre, balza evidente l'attivismo della Squadra Mobile di Ragusa e del commissariato di PS modicano. Anche stavolta tuttavia i conti tornano a metà. Partiamo da un dettaglio. Gli investigatori spiegano che per una serata di piacere, con servizi vari, gli utenti sborsavano da cinquecento a mille euro. Ebbene, simili importi, impossibili a persone che vivono di normale salario o stipendio, richiamano fatalmente una società ristretta e benestante: imprenditori, facoltosi professionisti, dirigenti bancari, alti funzionari pubblici, politici con le mani in pasta, verosimilmente i nababbi del riciclaggio e delle mafie. Ma su tali aspetti, curiosamente, l'inchiesta non si espone a sufficienza, non riconosce addebiti, riducendo tutto alle macchinazioni, tutte da dimostrare, di un ex direttore di posta, di un ex edicolante, di altri individui senza storia. Evidentemente qualcosa non funziona, e poco importa che, come nelle altre due vicende giudiziarie, si lascino immaginare santebarbare che, verosimilmente, si vogliono solo virtuali. La provincia ragusana, sebbene risulti fra le meno popolose dell'isola, è sede di due procure della Repubblica, distanti appena dieci chilometri l'una dall'altra, adeguatamente supportate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania. L'area è servita da un notevole schieramento di polizia giudiziaria, da una questura attrezzata, ora disponente di edificio idoneo, da comandi dell'Arma ubiqui e motivati. E i risultati non sono mancati negli ultimi anni, come vantano il questore Casabona e il capo della Mobile Bellassai, sul fronte della malavita spicciola, dei racket, dei reati occasionali, anche quando di lettura impervia: si veda il caso recente del commerciante comisano dato alle fiamme, risolto in qualche mese. Ma, curiosamente, oltre una certa soglia tutto sembra collassare. Come è facile intendere, i giri in argomento possono funzionare solo se esclusivi e sorretti da una trama di complicità, fra gli organizzatori, i procacciatori, i "fornitori", i favoreggiatori, infine gli utenti, che formano il pilastro e la sostanza stessa di tali verminai. Seppure da prospettive differenti, tutti i contraenti sono quindi soggetti al vincolo criminoso, che si sostanzia per lo più in reati gravissimi: la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento della prostituzione, la violenza sessuale, il traffico di cocaina, l'usura, l'estorsione, altro ancora. Ciò considerato, sarebbe utile che qualcuno spiegasse il senso di certe operazioni, se sono destinate a rimanere, come sembra, senza fondo. E nell'attesa è legittimo che i cittadini dubitino. D'altra parte, non è solo qui il problema. Le tre storie, di là dalle condotte degli investigatori, sono appena il sintomo di un bubbone profondo e radicato. Come si è argomentato altrove, negli Iblei i festini di sesso & coca sono più compositi di quanto si voglia far credere. Come altrove, spesso finiscono con il diventare infatti il punto di compensazione e di equilibrio per affari di ogni genere: riciclaggio di denaro, speculazioni, trame elettorali, malversazioni, usura, peculato, favoritismi, con il collante della malavita, minuta e organizzata. Risultano quindi superprotetti, tanto da non avere mai sortito una parvenza d'inchiesta giudiziaria. Di tutto questo esistono tracce non indifferenti. I "club" della linea Donnalucata-Scicli-Modica hanno coinvolto negli anni recenti politici, sindacalisti, imprenditori, dirigenti di antiracket, esponenti di polizia giudiziaria. Da alcuni anni vengono riforniti dai mercanti di schiave, vere e proprie organizzazioni che contano nel sud-est una quantità impensabile di voci, ma, come da tradizione, non disdegnano lo sfruttamento di donne locali, solitamente irretite con l'usura, poi minacciate e coartate. Hanno accusato pure delle sbavature. Un'insegnante di Modica usurata, P. A., tenuta sotto scacco per non essersi piegata ai boss reclutatori, si è decisa a denunziare i fatti, senza ricevere tuttavia conforto dall'ufficialità. Pure una pozzallese, tale Armenia, ha ha fatto i nomi di coloro che la soggiogavano, ma è dovuta riparare a Termini Imerese. E un maresciallo dei Carabinieri, originario di Acireale, che cercava di vederci chiaro, si è trovato prontamente trasferito. Ragusa del resto non è da meno. In un esposto di un ex direttore del carcere si legge che pure la Casa circondariale è divenuta un'"alcova", con l'adesione di importanti magistrati, verosimilmente concussori. Per non dire dei sexy-party che avvenivano nel pieno degli anni novanta presso la presidenza della Provincia regionale, di cui esistono addirittura filmati in videocassetta, girati da un faccendiere con fini di ricatto. Carlo Ruta
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