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Rapporto della questura di Palermo sull'eccidio di Portella della Ginestra Rapporto della Legione Carabinieri di Palermo sull'attentato di Partinico Giuseppe Casarrubea: L'assalto a Partinico
Fonte: Associazione "Non solo Portella" |
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QUESTURA DI PALERMO div. gab. n. 35538-2^ …………………....................................... ..............Palermo, 8 maggio 1947 Oggetto: Gravi delitti commessi a Piana degli Albanesi in occasione della festa del lavoro, il 1 maggio 1947. Al Sign. Procuratore della Repubblica Palermo Il primo corrente, poco prima di mezzogiorno, pervenne alla compagnia esterna dei Carabinieri una grave notizia: in contrada Portella della Ginestra, territorio di Piana degli Albanesi, era stato sparato sulla folla che celebrava la festa del lavoro in concorso con le popolazioni di S.Giuseppe Jato e Sancipirello, e vi erano diversi morti e feriti. La questura, di accordo col Comando del Gruppo Esterno dei Carabinieri, provvide, immediatamente, a inviare nei detti Comuni, nuclei di Carabinieri e di guardie di PS, alla dipendenza di funzionari di PS e di Ufficiali dell'Arma per l'accertamento dei responsabili, per i soccorsi ai feriti e per il mantenimento dell'ordine pubblico. Perciò a Piana degli Albanesi si recarono il Comandante la Squadra Mobile, Commissario aggiunto di PS, dott. Guarino Salvatore, il Comandante del Gruppo Esterno dei Carabinieri, Maggiore Angrisani cav. Alfredo e il Capitano Del Giudice Achille; mentre a San Giuseppe Jato e a San Cipirrello, dove, frattanto, si erano recati ufficiali e funzionari di PS dell'Ispettorato generale di PS per la Sicilia, si recarono il vicequestore Cosenza Filippo, il commissario aggiunto di PS sign. Manlio Lombardo, il Maggiore dei Carabinieri Cassarà cav. Leonardo, il capitano dei Carabinieri sign. Maneri Domenico e altri ufficiali. Dai primi accertamenti si potè stabilire che la mattina, come era stato praticato l'anno avanti e come si era praticato anche gli anni anteriori al periodo fascista, molti elementi delle popolazioni dei Comuni di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe Jato e di Sancipirello, appartenenti, per lo più alle rispettive Camere del Lavoro e accompagnati anche dai familiari, si erano recati, come d'intesa, a piedi, a cavallo e anche su carri, in località Portella di Ginestra, un pianoro sito in territorio di Piana degli Albanesi, tra i monti Pizzuta e Cometa, distante circa km. 5 da Piana, allo scopo di celebrare la festa del lavoro e, nel contempo, fare una scampagnata. Secondo dichiarò sin da principio, il sindaco di Sancipirello, sign. Sciortino Pasquale fu Vito e di Cimino Giovanna, nato a Sancipirello il 4 luglio 1913, e che poi ha confermato l'annesso verbale n. 1, le comitive dei comuni di San Giuseppe e Sancipirello, guidate da lui e dai dirigenti delle rispettive Camere del Lavoro, giunsero sul posto verso le ore 9, quando ancora non era giunta la comitiva del Comune di Piana degli Albanesi. Nell'attesa, i gitanti si sparsero, a gruppi, per i prati sia per riposarsi e sia per consumare il cibo che si erano portato. I cavalli e i muli furono liberati dai basti e lasciati liberi a pascolare o sdraiarsi per terra. Quando giunse un primo scaglione della comitiva di Piana, tutti si radunarono attorno a una specie di podio, formato da un grosso masso di Pietra e da altri sassi sovrapposti, podio da dove, gli anni anteriori al fascismo, aveva parlato alle folle radunate per l'identico scopo, il propagandista Barbato. Da esso, in attesa che giungesse l'oratore ufficiale sign.Pedalino della Federterra si mise a parlare Schirò Giacomo di Paolo e Damiani Calogera, nato a San Giuseppe Jato il 15 agosto 1907, calzolaio, segretario della sezione del PSI. di San Giuseppe Jato; ma non aveva dette che poche frasi, riscuotendo gli applausi della folla, che si sentì una sparatoria. Non si comprese, da principio, di che si trattasse e molti credettero che fossero detonazioni di fuochi artificiali, in segno di giubilo. La sparatoria continuò, con brevi intervalli tra una scarica e l'altra. Dopo pochi minuti, accanto al sindaco di Sancipirello cadde, grondante sangue, un giovane di Piana degli Albanesi; cadevano, feriti, altri giovani ragazzi, cadevano anche animali che pascolavano lì vicino. Allora si capì che si sparava sulla folla e tutti, presi dallo spavento, si sparpagliarono in diverse direzioni, oppure cercavano riparo dietro ai grossi sassi. I parenti dei caduti e dei feriti, si trascinarono costoro e si allontanarono, la maggior parte verso Piana, perchè da quella parte si trovava subito il riparo. Quando i funzionari e gli ufficiali giunsero a S.Giuseppe Jato visitarono subito il sindaco sign. Ferrara Biagio di Benedetto e di Lupo Vita, nato a S.Giuseppe Jato il 27 febbraio 1902, il quale dichiarò che il primo maggio stava ammalato a Palermo, ma che, saputo del grave fatto, era tornato in paese per compiere il suo dovere verso la popolazione e specialmente verso le famiglie dei morti e dei feriti. Egli, l'indomani, ci segnalò un ragazzo che aveva fatto importanti dichiarazioni, ragazzo che fu subito identificato per Cusimano Rosario di Angelo e Anna Guzzetta, di anni 12, compiuti, da San Giuseppe Jato, abitante in via Porta Palermo, il quale, come rilevasi dall'annesso verbale n. 2, dichiarò che la mattina del 1 maggio, si era recato alla festa insieme con la madre, alle sorelle e altri ragazzi suoi vicini di casa. Ascoltava il discorso e batteva le mani, quando sentì sparare. Credette che si trattasse di fuochi artificiali, ma quando vide che cascavano ferite le bestie e la gente scappava, egli si nascose dietro un masso. Quando il fuoco cessò e la gente si era allontanata egli andò in cerca dei propri congiunti e non avendoli trovati si avviò verso le case della Ginestra per prendere lo stradale che conduce a San Giuseppe Jato. Ad un certo punto vide tre individui armati, che passarono a poca distanza da lui, inosservato, alla stessa distanza, cioè, che intercorre tra il Municipio e la Caserma dei Carabinieri di S. Giuseppe Jato (circa cinquanta metri). Perciò li riconobbe tutti e tre. Essi erano: Pipino Troia, Totò Romano e Marinotto Elia. Indossavano, tutti, vestiti vecchi ed erano armati: i primi due con fucili mitragliatori, dalle canne con buchi; e il terzo con fucile a due canne, da caccia. Quest'ultimo, inoltre, calzava scarpe gialle, all'americana. Li seguì con lo sguardo sino al ponte grande, finchè tracuddarono - sparirono. Il Cusimano soggiunse che quando fu a casa, disse alla madre quello che aveva visto ed essa gli raccomandò: 'Non si parla, eh! Si sente ma non si parla". E' stato accertato che, alla festa, si eran pure recati un gruppo di cinque giovanotti che si erano fatti accompagnare da una donna di facili costumi. Essi sono: Bellucci o Bellocci Ugo di Ignoti, di anni 33, da San Giuseppe Jato; Caiola Calogero di Salvatore e fu Anna Di Martino, di anni 29 da San Giuseppe Jato; Randazzo Angelo di Benedetto e di Martorana Maria, di anni 26 da San Giuseppe Jato; Rumore Angelo fu Antonino e di Bono Provvidenza, di anni 25, da San Giuseppe Jato; Baio Antonino non meglio indicato. La donna è stata identificata per Roccia Maria fu Francesco e fu Parrinello Francesca, di anni 29, da Favignana, domiciliata a Trapani, prostituta. Costoro, quasi concordemente, hanno dichiarato (veggansi allegati nn.3-4-5-6-7) che invece di recarsi col grosso della folla, si avviarono verso una località recondita, ad oltre un chilometro dal pianoro della Ginestra, denominata Caramoli. Sul posto c'erano altri due compagni di Piana degli Albanesi, non bene indicati, i quali, però, si trattennero poco con i cinque e con la donna. Il gruppo si era da poco messo a mangiare quando sentì le sparatorie a brevi intervalli l'una dall'altra. Dopo vide la gente fuggire. Allora, impressionati, si guardarono attorno e notarono che, a mezza costa della montagna Pizzuta, scendevano due individui armati; poi, ad una certa distanza, un gruppo di tre armati, poi un altro gruppo di tre e, in ultimo, pure a distanza, un altro gruppo di quattro persone divise in due. Essi, asserirono di non avere riconosciuto alcuno, ma che una delle ultime persone portava un impermeabile chiaro. Questa, camminando, pronunziò la seguente frase: "Disgraziati, chi facistivu?". Uno dei cinque giovani che stavano con la donna, e precisamente Caiola Calogero corse a cavallo del suo mulo a Portella della Ginestra, per chiamare la forza pubblica. Di fatti, tornò col maresciallo e un carabiniere, i quali, visto che i malfattori si erano allontanati, se ne tornarono a Portella. Oltre tale dichiarazione assunta a verbale, il Caiola, al vicequestore, nel confermare quanto aveva dichiarato, soggiunse di essersi accorto che sulla montagna, in alto, c'erano pure due pastori che pascolavano pecore e c'erano anche tre individui come se stessero di vedetta. Fra le persone che si erano recate pure alla festa del lavoro, c'era Borruso Alberto di Leonardo e di Bona Giuseppa, nato a San Giuseppe Jato il 3 gennaio 1928, abitante in via Acqua Nuova, 22, contadino, il quale ha dichiarato (veggasi allegato n. 8) che aveva preso l'incarico di trasportare sul suo carro circa 200 razioni di pane, vino e carciofi da distribuire ai compagni poveri. Giunto sul posto e avendo saputo che la distribuzione doveva avvenire dopo del comizio, egli fece spingere il carro un poco più in sù del podio dove si dovevano tenere i discorsi, staccò il mulo dal carro e lasciando questo in custodia del compagno Tresca Pietro, si recò verso il costone della montagna Pizzuta per raccogliere l'erba per il mulo. Giunto ad un punto dove c'era un bel cespuglio di erba sulla, si accinse a estirpare detta erba dal suolo, quando sentì degli spari. Dapprima non si seppe rendere conto; ma dopo, essendo stato colpito da una scheggia alla punta di una scarpa, comprese il pericolo e si riparò dietro un mucchio di pietre. Guardando, dice lui, "con maggiore sicurezza" vide che un individuo sparava sulla folla; e come questi si spostò da un masso all'altro, lo riconobbe per Benedetto Gricoli, inteso Troia perchè parente della famiglia Troia, da San Giuseppe Jato. Il Borruso precisa di averlo riconosciuto nettamente, in modo inequivocabile, armato di un fucile mitra col quale sparava continue raffiche. Gli individui indicati dal Borruso e dal Cusimano che già erano stati fermati in un primo rastrellamento il giorno 1° maggio sono stati dichiarati in arresto e associati alle locali carceri a disposizione di V/S Ill./ma. Data la importanza delle dichiarazioni rese dai testi Cusimano e Borruso, questi sono stati subito presentati a V.S.Ill/ma per essere esaminati. Le loro generalità sono le seguenti:
Il sindaco di Sancipirello, nella sua dichiarazione, assunta a verbale, il giorno 6 andante, oltre ad avere accennato al riconoscimento del Borruso, ha segnalato pure due giovani, uno dei quali si chiama Ferruggia Emanuele, i quali giunti con la comitiva di Sancipirello, in attesa che giungessero quelli di Piana degli Albanesi, si misero a gironzare per i dintorni. Appena giunsero alle falde della montagna Pizzuta, notarono che, a mezza costa, vi erano delle persone appostate. Essi ne contarono sei. Insospettiti se ne tornarono indietro per raggiungere il grosso della folla; ma non erano neppure giunti che sentirono sparare: si buttarono per terra e notarono che la folla si sparpagliava spaventata. Il sindaco di Sancipirello, sign. Sciortino Pasquale, richiesto sui motivi di tale grave fatto, ha detto che riflettendo, questo non può spiegarsi che come effetto della reazione degli avversari politici. Ha ricordato, in proposito alcuni episodi ai quali, prima, non aveva dato importanza. Il giorno 21 aprile u.s., appena si seppe che nelle elezioni il Blocco del popolo aveva ottenuta la maggioranza, l'ex tenente dei Carabinieri sign. Di Leonardo Pasquale di Carlo, da Sancipirello, incontratolo, lo chiamò e, in presenza del Maresciallo Comandante la Stazione dei Carabinieri del luogo, gli disse: "Se avete da fare manifestazioni di giubilo, bisogna evitarle se no succede danno. Ci sono persone che hanno la testa guasta, avvisa pure gli esponenti di San Giuseppe, affinchè non scendano a Sancipirello". Il sindaco, per evitare disordini non permise alcuna manifestazione. Egli ha ricordato che, precedentemente, in un pubblico comizio tenuto a Sancipirello, il capo della mafia locale, Celeste Salvatore fu Pietro, volle parlare al pubblico. Fra l'altro disse: "Una vittoria del Blocco sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perchè conoscete chi sono io". Il Celeste ricercato si è reso irreperibile. Il possidente sign. Arcuri Michele, dopocchè subì il sequestro di persona, prese come amministratore, evidentemente perchè impostogli, il mafioso Battaglia Leonardo, il quale in questi giorni, si è reso irreperibile. A proposito di lui, certo Cardarera Filippo avrebbe dichiarato che il 30 aprile u.s., nella casa del Battaglia vi sarebbe stata una riunione di mafiosi. La sera del 20 aprile, al dire del sindaco di Sancipirello, si era sparsa la voce che in casa di Gioacchino Capra era sta preparata una mitragliatrice per il popolo se questo fosse sceso in piazza; e che i mafiosi erano pronti ad attaccare il popolo. Però non successe nulla. Infine, il sindaco suddetto ha esibito una lettera anonima, da lui ricevuta per posta, nella quale vengono indicati come assassini (del fatto) del primo maggio Scioano Calogero, Mustacchia Salvatore, Lo Greco Damiano e Cangelosi Antonino; però, Scioano e Mustacchia si sarebbero sottratti con una calunia, una scusa, mentre Cangelosi e Lo Greco avrebbero partecipato all'attacco. Nell'anonimo si dice infine: "...satti guardare perchè il Maresciallo del vostro paese era pure complice. Salute di un tuo amico". Detto anonimo viene annesso al verbale d'interrogatorio del sindaco sign. Sciortino, dopo di averne presa copia. Degli individui indicati nell'anonimo, due si trovano già fermati, cioè Lo Greco Damiano di Domenico e Di Gregorio Antonina, nato a Sancipirello il 30/10/1902; e Scioano Calogero di Simone e di Anna Di Liberto, nato a Sancipirello il 2/1/1920. A conferma di quanto ha asserito il sindaco di Sancipirello e cioè che il giubilo del popolo destasse la suscettibilità dei mafiosi di quei paesi, si citano alcune frasi molto significative, pronunciate la mattina del primo maggio da qualcuno di essi. La signora Maiolo Rosalia maritata Norcia, da S. Giuseppe Jato, ha dichiarato- veggasi allegato n.9- che la mattina, recandosi presso la cognata per prendere parte alla festa del lavoro, passò davanti alla casa dei fratelli Giuseppe e Salvatore Romano e vide costoro seduti sullo scalino antistante la casa. Vicino ad essi, ma in piedi, c'era Peppino Troia. Uno dei tre disse, in modo da farlo sentire ad essa: "Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti lì". La signora Baio Maria, maritata Cuccia, nata a Piana dei Greci ma domiciliata a S. Giuseppe Jato, dichiara- veggasi allegato n. 10- che la mattina del primo maggio, la vicina di casa, Partelli Antonia, vedova, ma che non disdegna i rapporti con gli uomini, diceva: "Vanno a Portella, ma non sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle!". La Baio di rimando: "Botta di sangue in bocca, che andate dicendo?".Allora quella riprese: "Io lo dico per ischerzo, ma sapete che a Palermo ci stanno i soldati americani?". Maniscalco Giovanna maritata Randazzo, da Sancipirello, e la figlia Randazzo Vincenza di Domenico, di anni 25, da Sancipirello, dichiarano - veggasi allegato n. 11- che pure la mattina del primo maggio levatasi da letto prima del sorgere del sole, perchè i congiunti di sesso maschile si preparavano a partecipare alla festa del lavoro, notarono che la gente era contenta; solo una vicina di casa, certa Trupiano Maria maritata con La Milia Francesco, commerciante di generi vari, criticava la festa e diceva: "I preparativi sono buoni, ma ancora nun sacciu". Con tali parole sembrava che volesse dire: "Ancora non so come andrà a finire". Per il momento non fecero caso a tali parole; ma, alle prime voci del delitto consumato, la Randazzo Vincenza, sapendo che sul posto c'erano pure andati il padre e i fratelli, si mise a gridare contro la Milia: "Se avrà qualcosa mio padre e i miei fratelli, verrò ad ammazzarti sino in casa". La Milia, allora, cercò di negare le riferite frasi; ma un'altra vicina, certa Trupiano Francesca, nata Maniscalco, le disse di avere sentito dire dalla stessa La Milia le seguenti significative frasi: "Vanno cantando e vengono cacando". Dopo del fatto La Milia starebbe zitta e rincantucciata a casa. Com'è noto, immediatamente dopo la comunicazione del grave delitto, gli organi di polizia recatisi sul posto hanno proceduto ad un vasto rastrellamento di elementi ritenuti capaci, per i loro precedenti, per la loro tendenza a delinquere e per altre circostanze, di avere organizzato od eseguito il grave delitto, fermando complessivamente circa centosettantacinque persone fra le zone di Piana dei Greci, di San Giuseppe Jato, Sancipirello estendendo l'azione anche nei comuni di Partinico, Monreale, Altofonte, Pioppo, Altarello di Baida, Boccadifalco e campagne circostanti. Sono in corso attivissime indagini per accertare la posizione dei singoli e procedere senz'altro al rilascio di coloro sui quali non gravano elementi di responsabilità. Si fa riserva di indicare le generalità delle persone indicate nell'anonimo e di riferire man mano l'esito delle ulteriori indagini che vengono proseguite col massimo interessamento. Si allega l'elenco dei morti e dei feriti. IL QUESTORE F. Cosenza ______________________ allegato 2 (cartella n. 1. vol. B) Legione Carabinieri Di Palermo-Gruppo Interno Palermo 26.6.1947
Oggetto: Azione terroristica contro le sedi dei partiti di sinistra di Partinico, Carini, Borgetto, S.Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi. Alle ore 1,10' del 23 corrente, dall'ufficiale di picchetto della caserma 'Bonsignore', capoluogo della Legione Carabinieri, mi veniva comunicato che alle ore 23,35 del 22 detto, a San Giuseppe Jato, sconosciuti in numero imprecisato, avevano provocato vivo panico sparando contro la sede comunista del luogo numerose raffiche di mitra, seguite da lancio di bombe a mano. Una donna era rimasta colpita non gravemente dai proiettili di mitra. Recatomi subito in ufficio apprendevo che alcuni feriti erano stati trasportati d'urgenza da Partinico all'ospedale della Feliciuzza ed in cliniche di questa sede, ed avute le prime sommarie notizie, chieste per telefono, mentre si approntavano i mezzi perché io potessi recarmi subito sul posto (una sezione autoblinde- 4 motociclisti e 50 militari del locale battaglione mobile carabinieri), redigevo e facevo trasmettere subito -per telefono- al Ministero dell'interno, ai comandi gerarchici dell'Arma ed alle Autorità locali, il seguente preavviso telefonico: "Ventidue corrente, poco dopo ore 22 in Partinico et San Giuseppe Jato (Palermo), ignoti numero imprecisato, provocavano vivo panico predetti centri esplodendo direzione sedi comuniste raffiche mitra seguite lancio bombe a mano punto At Partinico tentavano provocare incendio sede comunista mezzo carburante punto Partinico segnalati finora un morto et cinque feriti punto virgola San Giuseppe Jato un ferito punto Recomi luogo con adeguati rinforzi fine" Giungevano nel frattempo il signor tenente colonnello Sellitto, comandante interinale della Sezione Carabinieri di Palermo, il signor questore Giammorcaro ed il Capo di gabinetto dell'Ispettorato generale di PS, recatisi subito a conferire con l'Ispettore comm. Messana. Alle ore 2,40 -con i rinforzi di cui avanti è cenno- in unione ad un funzionario di PS ed agenti, partivo per Partinico, ove giungevo alle ore 4,20. Resomi conto di quanto dolorosamente erasi verificato, avendo avuto comunicazione che azioni terroristiche del genere si erano avute pure in altri centri della giurisdizione del gruppo, a seguito del preavviso telefonico, facevo trasmettere agli stessi enti e comandi le seguenti segnalazioni: " Fa seguito preavviso telefonico n. 616/1 ventitrè corrente punto Carini ore 23 ieri 22 andante numero imprecisato sconosciuti lanciavano bottiglia benzina et bombe mano contro porte sede partito comunista et si allontanavano spargendo vie adiacenti manifestini at firma Giuliano Salvatore annunzianti inizio crociata antibolscevica di cui bandito proclamasi promotore punto Incendio subito domato militari Arma punto Borgetto ore 23,30 detto sede comunista fatta segno completa scarica mitra quarantina colpi che danneggiavano insegna Camera del Lavoro cui predetta sede est abbinata punto Accertamenti comandante stazione risultava che due sconosciuti vestiti carabinieri avevano fatto fuoco dileguandosi subito punto Cinisi ore 3 oggi sconosciuti numero imprecisato provocavano esplosione ordigno sede unica socialcomunista et incendio bidone benzina punto Lievi danni porta ingresso punto Prime indagini episodio Partinico valse stabilire che sconosciuti numero imprecisato da via laterale corso principale cui habet sede sezione comunista sparate scariche mitra lanciavano fiasco benzina et cinque bombe di cui tre esplose provocando incendio esterno locale ove trovavansi sei iscritti partito di cui uno ucciso et quattro feriti punto Rimasto pure ferito altro elemento luogo che trovavasi casualmente pressi sezione comunista punto Perdite causate essenzialmente colpi mitra perchè esplosione bomba scopo incendio et distruzione locale verificatasi quando colpiti avevano cercato riparo interno sezione et immediate adiacenze punto Bossoli mitra rinvenuti strada 46 punto Anche qui rinvenuti manifestini stampa crociata antibolscevica punto Stampati macchia recano solo dattiloscritti firma "Giuliano" et località suo quartiere generale "Sagana" punto Spirito popolare scosso et allarmato punto virgola Ordine pubblico normale punto Proseguo per San Giuseppe Jato fine". Le azioni terroristiche di cui avanti è cenno, sono state caratterizzate dalla rapidità e la sorpresa è stata tale che neanche i colpiti hanno potuto rendersi conto; i presenti, in preda a vivo panico, hanno avuto la sola preoccupazione di fuggire e mettersi al sicuro. Salvo il travisamento con divise da carabinieri dei due fuorilegge che hanno agito a Borgetto, negli altri centri i malfattori hanno operato a viso scoperto, ma nessuno di essi è stato riconosciuto. A Partinico è corsa la voce che un autocarro di tinta rossa abbia attraversato il corso dei Mille e che la prima scarica di mitra sia avvenuta subito dopo che l'automezzo è transitato all'altezza della sede comunista; A Carini ed a Cinisi che i delinquenti siano andati in macchina (jeep a Cinisi). Nessun particolare attendibile si è potuto avere: il terrore che si è diffuso nei paesi è tale da indurre anche chi sa qualcosa a tacere. Tutti gli accorgimenti sono stati escogitati per indurre qualcuno a parlare, ma la risposta è stata sempre una: "ho udito gli spari, le esplosioni delle bombe e sono scappato", oppure "ho chiuso il balcone e non ho visto più nulla". Espongo qui di seguito, i particolari delle azioni terroristiche: Partinico Alle ore 22 del 22 andante, mentre la musica suonava in piazza Garibaldi, alcuni sconosciuti, ritiensi in numero di quattro, appostatisi all'angolo di via Pozzo del Grillo, altezza Corso dei Mille, quasi dirimpetto alla sede comunista, esplodevano alcune raffiche di mitra e lanciavano un fiasco di liquido infiammabile e alcune bombe a mano contro la sede del partito predetto, sita al n. 313 del Corso. I numerosi colpi di arma da fuoco, tre distinti scoppi di bombe ed il liquido andato in fiamme sul marciapiedi, impressionavano vivamente quanti stavano in quei pressi, i musicanti smettevano di suonare ed il pubblico, ancora numeroso in piazza, e nel corso, si allontanava di corsa. Due carabinieri che stavano in piazza, accorrevano prontamente, mentre altri giungevano poco dopo, unitamente ad agenti, al commissario capo di PS Agnello Pietro, e al sottotenente dei Carabinieri Tomaselli Domenico, comandante della locale tenenza. Penetrati nella sede della sezione comunista rinvenivano bocconi sul pavimento, in una pozza di sangue, il cadavere di un uomo identificato per Casarrubea Giuseppe, di anni 47, da Partinico, ebanista, iscritto al Partito Comunista. Presentava ferite di mitra e di schegge di bombe all'emitorace posteriore sinistro, alla regione sottomascellare destra ed alla fronte. Altre cinque persone erano rimaste colpite, riportando ferite varie: Lo Iacono Vincenzo, di anni 38, dichiarato in pericolo di vita e riconosciuto abbisognevole di intervento che non ha avuto luogo; le sue condizioni vanno migliorando; Addamo Leonardo, di anni 42, mediatore; Patti Salvatore di anni 39, calzolaio; Salvia Giuseppe, di anni 42, agricoltore; tutti da Partinico, comunisti; Ofria Gaspare, di anni 53, impiegato privato pure da Partinico, ma non iscritto al partito. Egli, alle prime detonazioni, aveva affrettato il passo per ripararsi, venendo nel frattempo colpito. Un testimone oculare, tale Mazzurco Andrea, di anni 28, contadino, non aderente al partito stesso, ma che al momento degli spari stava davanti alla sede, insieme al ferito Lo Iacono, ha dichiarato di avere riportato l'impressione che le prime raffiche di mitra siano state esplose in aria per intimidire e fare allontanare la gente, ciò che non appare attendibile dal momento che delle sei persone che stavano davanti alla sezione, solo Mancuso Salvatore di anni 28, da Palermo, insegnante elementare, è rimasto miracolosamente illeso, per essersi, ai primi spari, buttato a terra, mettendosi, subito dopo al riparo nell'interno del locale. Il ferito Addamo Leonardo è stato trovato con la rivoltella in pugno per avere cercato difendersi, senza riuscire, però, ad esplodere alcun colpo perchè l'arma era ancora carica all'atto in cui gli è stata sequestrata. Sul posto sono evidenti le tracce dell'esplosione di tre bombe a mano; altre due non sono esplose. Rinvenuti: 41 bossoli di cartucce per fucile mitra cal. 9; n. 8 pallottole di piombo schiacciate, n. 3 cappe di bombe a mano ed altrettante linguette di sicurezza; pezzi di vetro e paglia di rivestimento del fiasco che conteneva il liquido infiammabile. Rinvenuti due manifestini in via Pozzo del Grillo, diretti ai "Siciliani", e annuncianti che l'ora decisiva è già scoccata per la lotta antibolscevica, e che coloro che vogliono parteciparvi, per evitare che la Sicilia possa cadere preda dei rossi, accorrano al feudo "Sagana", quartiere generale di Giuliano, annunciatosi promotore della crociata. Stampati alla macchia recano solo dattiloscritti la firma "Giuliano" e la località "Sagana". Allegato 1- originale per l'autorità giudiziaria; copia per gli altri enti e comandi in indirizzo. Carini Verso le ore 23 del giorno 22 venivano lanciate due bottiglie di benzina ed una bomba a mano, che determinavano un principio di incendio contro la porta della sede del Partito Comunista, provocando molto panico fra le persone degli stabili vicini e tra il pubblico che, a quell'ora, gremiva ancora la vicina piazza Duomo. I malfattori, compiuto l'attentato, si dileguavano per la campagna, non senza prima avere esploso alcuni colpi di mitra contro la stessa sede. Attratti dalla detonazione e dalle grida accorrevano immediatamente sul posto i carabinieri della locale stazione, alcuni dei quali -con l'aiuto di volenterosi- si prodigavano per spegnere il fuoco, che aveva invaso la porta della sede comunista, mentre altri militari tentavano inutilmente l'inseguimento dei responsabili, prontamente dileguatisi. Iniziate le indagini si poteva accertare che una decina di individui, forniti di armi militari e di tascapani, entrati in paese provenienti dalle campagne adiacenti allo stradale Carini-Montelepre, si erano diretti in via Roma, e, mentre due di essi distaccatisi avevano raggiunto via Rosalino Pilo, a poca distanza dalla sede del Partito Comunista, gli altri erano rimasti fermi. Quindi ad un cenno fatto da uno degli appartenenti al gruppo più numeroso, i primi lanciavano le due bottiglie di benzina e una bomba a mano. Nessun danno alle persone. Raccolte all'alba notizie più attendibili sulla direzione presa dagli autori dell'azione terroristica, venivano disposti servizi perlustrativi sullo stradale di Montelepre, senza migliore esito. Anche qui sono stati lanciati manifestini di inizio della crociata antibolscevica, come quelli di Partinico. Borgetto Verso le ore 23,30 del 22 detto, una raffica di mitra, sparata a circa 20 metri dalla caserma dell'Arma richiamava l'attenzione di quei militari, i quali riportavano l'impressione che si trattasse di attacco alla caserma stessa. Ne seguiva per le vie un fuggi fuggi di persone terrorizzate che imprecavano contro i carabinieri ai quali attribuivano gli spari. Immediatamente quel comandante di stazione usciva con altri militari, accertando che due individui, indossanti la divisa grigio-verde da carabiniere, ed armati di mitra, avevano esploso una raffica in direzione della sede unica del Partito Comunista e della Camera del Lavoro, in via Roma, n.1, e si erano dileguati imboccando una strada laterale. Sottufficiale, comandante e militari disponibili, messisi all'inseguimento, non riuscivano, per l'oscurità della notte, ad avvistarli. Nelle prime ore del mattino si poteva meglio accertare che i colpi avevano raggiunto le insegne del Partito stesso e della Camera del Lavoro, nonchè un'attigua abitazione privata.- Nessun danno alle persone. San Giuseppe Jato Alle ore 23,35 del 22 detto quattro individui in abito civile, muniti di armi militari e di tascapani si portavano in via Trapani -angolo della via principale Umberto I°- Immediatamente due di essi si distaccavano, dirigendosi verso la sede unica Partito Comunista-Camera del Lavoro e cooperativa agricola "Arciprete Natale Migliore", ove appena giunti e dopo aver fatto cenno alle persone che sostavano di allontanarsi- iniziavano fuoco ininterrotto di mitra con lancio di bombe a mano contro l'edificio stesso posto al primo piano. Compiuto l'atto terroristico i quattro si dileguavano, continuando di tanto in tanto a sparare fino in prossimità della campagna-. In via Vittorio Emanuele un proiettile colpiva certa Rizzo Benedetta, di anni 37, che riportava ferita giudicata guaribile in giorni quindici. Carabinieri della stazione e del nucleo mobile, attratti dalle detonazioni e avvertiti dal sindaco, accorso in caserma, intervenivano prontamente e sulla base delle indicazioni raccolte battevano infruttuosamente la strada presumibilmente seguiti dai malfattori.- L'edificio ha riportato danni alle persiane ed al balcone con la rottura di tutti i vetri.- Sul posto dal quale i malfattori avevano aperto il fuoco si rinvenivano sette cartucce di mitra non esplose e 83 bossoli della stessa arma.- Tre bombe a mano venivano rinvenute inesplose nel corso Umberto sotto la sede comunista.- Monreale Verso le ore 2,15 del 23 andante la stazione dei Carabinieri di Monreale veniva informata che si era sviluppato un incendio nella locale sede del partito socialista e che mercè l'opera di volenterosi era stato prontamente domato.- Intervenuti immediatamente sul posto il Comandante della Compagnia dei Carabinieri in unione a sottufficiali e militari dipendenti, iniziava pronte indagini sulle causali dell'incendio, venendo così a sapere che il fuoco era stato appiccato da ignoti, che avevano cosparso di petrolio la porta esterna del locale.- Si procedeva subito dopo al fermo di due individui, il cui comportamento era apparso equivoco, ma esclusa nel fatto la loro responsabilità, venivano subito dopo rilasciati.- Proseguendo, tuttavia, alacremente nelle indagini, l'Arma veniva a sapere che verso le ore 1,50' della notte, proveniente dallo stradale di Pioppo, era giunto a Monreale un camioncino con una quindicina di persone a bordo e che giunto a circa 20 metri dalla sede socialista aveva girato per ritornare verso Pioppo, sostando poi a un centinaio di metri di distanza, nei pressi dell'ufficio postale, dove pare fossero discesi alcuni della comitiva.- Questa circostanza, messa in relazione all'attentato commesso poco dopo, ha fatto ritenere che i responsabili siano giunti effettivamente con l'automezzo.- Cinisi Alle ore 3,45 circa del 23 corrente alla locale stazione carabinieri veniva comunicato che poco prima era scoppiato un ordigno esplosivo davanti la porta della sede del partito social-comunista, rimasta danneggiata.xxxxxxxxxxxxxxxxxx I militari dell'Arma, prontamente intervenuti, rinvenivano sul posto un ordigno esplosivo costruito rudimentalmente con un barattolo di lamiera, chiuso da una parte con una copia del settimanale politico "L'Uomo Qualunque" e collegato con una miccia, già consumata.- L'ordigno scoppiando aveva provocato l'accensione del carburante contenuto in un bidone, così che il liquido si era sparso sul terreno senza provocare danni.- La porta d'ingresso della sede socialcomunista era stata aperta dallo scoppio dell'ordigno e dentro si notava del disordine.- Esperite pronte indagini si poteva conoscere, stando alle dichiarazioni più attendibili, che l'attentato era avvenuto verso le ore 3 ad opera di numero imprecisato di malfattori allontanatisi a bordo di automezzo col quale erano giunti.- Nella notte dal 23 al 24 corrente, durante la giornata che ne seguiva ed il successivo 25, a richiesta dell'Ispettorato generale di PS, ufficiali e sottufficiali di questo gruppo, espressamente comandati, hanno fermato i sottonotati elementi, tutti appartenenti alla mafia e ritenuti sostenitori del capo-banda Giuliano Salvatore.- Monreale: Di Maggio Settimo, Madonia Filippo, Madonia Salvatore, Boccadifalco, Marasà Ernesto, Giordano Casimiro Villagrazia: Marchese Mariano Borgetto: Cosenza Giovanni, Cosenza Giuseppe Cinisi: Manzella Cesare, Impastato Tommaso Terrasini: Cracchiolo Giacomo, Cracchiolo Pietro, Cracchiolo Giuseppe, Cracchiolo Tommaso Palermo: Cottone Giuseppe, Sorce Antonino. Si allegano, per la Procura della Repubblica del Tribunale di Palermo e per l'Ispettorato generale di PS, copia dei sottonotati documenti:
significando che copia del rapporto della PS di Partinico è stata anche inviata direttamente al Pretore locale.- Il Maggiore Comandante del gruppo -Denti di Forlì Antonino- _______________________ Il rapporto sulla strage di Partinico contiene falsi e un vero e proprio depistaggio. Il capomafia locale Gaspare Ofria, che aveva una fedina penale tutt'altro che pulita, viene elencato infatti tra le vittime dell'agguato, quando è ormai dimostrato dalla ricerca di Giuseppe Casarrubea che si trovava sul versante opposto, quello da cui partì il fuoco dei mitra contro la sede del PCI. La ricostruzione dei fatti, che qui si propone, è contenuta nel libro Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, edito da Franco Angeli nel 50° della strage.
L'assalto a Partinico di Giuseppe Casarrubea E' capeggiato dal fratello del 'Boia', Salvatore Passatempo, ed è il più cruento, perchè qui, a differenza delle altre località, si hanno due morti, e diversi feriti. Secondo il Mazzola, a comandarlo è -invece- proprio il 'Boia' perchè -spiega- "è l'unico della banda che conta alcuni amici nella malavita di quel comune"(1). L'affermazione è rilevante perchè conferma che i banditi, per agire, avevano bisogno di basi di appoggio, e queste, al di fuori della banda, non potevano che trovarsi nelle famiglie mafiose. Ma i giudici di Viterbo la sottovalutano e dicono che il Mazzola si è, forse, confuso, in quanto, se Giuseppe Passatempo si trovava in quel momento a sparare a Carini, non poteva essere contemporaneamente presente anche a Partinico. E certo hanno ragione. I due fratelli potevano essere stati confusi, ma resta il dato significativo di quella affermazione, valido come regola generale, e dimostrato dalle diverse presenze di estranei alla banda durante lo svolgimento delle operazioni di assalto. I banditi, per agire, avevano bisogno dei mafiosi locali. Anzi, dovevano averne almeno un preciso consenso. A differenza di quanto succede per le altre aggressioni, sugli esecutori materiali della strage, cala da subito il più assoluto silenzio. Solo il 'picciotto' Antonino Buffa fa un'indicazione puntuale, e dice di avere appreso da Rosario Candela che qui il gruppo era capeggiato da Salvatore Passatempo. E' l'unico nome saltato fuori dalle indagini. A questo proposito, è lecita l'ipotesi che se il Candela non riferì altri nomi, ciò poteva essere dovuto al fatto che non ce n'erano, in quanto il Passatempo, per agire, si era avvalso dell'appoggio degli "amici" di Partinico, che solo qualcuno della banda conosceva. Poteva anche significare che egli non voleva compromettersi agli occhi di un 'picciotto', o che non gli convenisse fare i nomi dei killer partinicesi. In ogni caso, sarà messo a tacere per sempre il 12 marzo 1950, quando si disse che aveva avuto un conflitto a fuoco con i carabinieri. Quello di Partinico, è l'unico caso in cui la sezione del partito comunista, allora anche sede della Camera del Lavoro, quella sera di domenica, alle ore 22, era ancora aperta. Davanti alla porta sostavano, discutendo del più e del meno, Salvatore Mancuso, insegnante elementare(2), Leonardo Addamo, Giuseppe Salvia, Giuseppe Casarrubea, tutti tesserati al PCI, e Salvatore Patti, un simpatizzante. Erano poi sopraggiunti Andrea Mazzurco e Vincenzo Lo Iacono, quest'ultimo iscritto pure alla sezione. I due dovevano proseguire nella passeggiata, ma si erano intrattenuti per pochi minuti a parlare, in piedi, con l'Addamo che stava seduto sul lato sinistro dell'ingresso. La porta era aperta e all'interno le luci erano spente. Mancuso se ne stava con la spalla destra poggiata sul battente sinistro e lo sguardo rivolto verso il basso, quasi in meditazione. Di fronte a lui c'era Patti, un calzolaio che faceva anche lo scrivano alla Camera del Lavoro. All'esterno arrivava tenue la luce della lampada elettrica dell'illuminazione pubblica. Nessuno del gruppo quella sera era voluto andare a piazza Garibaldi, al 'teatrino', per ascoltare la banda musicale. Era ancora forte l'impressione della strage di Portella. Quando i banditi sbucano dalla via Pozzo del Grillo, quasi di fronte alla sezione comunista, si trovano questo gruppo di persone davanti. Non hanno un attimo di esitazione, non vogliono testimoni. Casarrubea era uno di questi. Li aveva visti perchè stava seduto con la faccia rivolta proprio verso la via Pozzo del Grillo, mentre l'Addamo era intento a parlare ora con Lo Iacono, ora col Salvia che stava seduto anche lui davanti alla porta. L'azione è rapidissima, dura tre o quattro minuti. I banditi sparano per uccidere: lo evidenziano i fori dei proiettili(3) sui corpi degli uccisi e dei feriti, nonchè sulle suppellettili della sezione: "Furono accertate le seguenti circostanze: un foro prodotto da pallottola all'altezza di centimetri trenta dal marciapiedi; altro foro a centimetri cinquanta sul battente di destra della porta; a circa centimetri ottanta dal marciapiedi un foro prodotto probabilmente da scheggia di bomba a mano; su una sedia, e precisamente alla spalliera, in alto, un foro prodotto da pallottola, altra sedia pure presentava due fori sul listone della spalliera; nella parete interna della camera di fronte all'ingresso sedici fori prodotti da pallottole di arma da fuoco e, diversi altri fori sui muri ed annerimento prodotto dal fumo della benzina bruciata.(...) I fori riscontrati sulle spalliere delle sedie che erano poste sul marciapiedi sono indici sicuri ed inconfondibili che contro le persone furono sparati i colpi indirizzati e con la intenzione di uccidere. (...) Poichè è accertato che Casarrubea riportò due lesioni, una alla regione glutea, l'altra quella che fu la causa della morte, alla spalla ed il proiettile, dopo avere attraversato il cuore ed il polmone sinistro, uscì dalla decima costola; Lo Iacono riportò lesioni, che lo condussero alla morte, alla regione addominale. Ed il perito medico-legale, mentre nulla potè dire intorno alla distanza a cui si trovò colui che sparò contro Lo Iacono disse, invece, che dovette essere breve quella in cui si trovò chi colpì Casarrubea"(4). Le vittime cercano riparo all'interno della sezione. Ma, chiuse dentro una morsa, sono ripetutamente colpite da cinque-sei raffiche di mitra sparate da una distanza di "circa dodici o quindici metri" e dal lancio di bombe esplosive del tipo S.C.R.M. e BREDA, nonchè da due bottiglie incendiarie. (Sul terreno furono raccolti 41 bossoli di fucile mitra calibro 9, 8 pallottole di piombo, frammenti di contenitori di liquidi infiammabili). Inoltre i banditi, in quattro, secondo il comandante il nucleo mobile di PS di Partinico, Tranquillo Avenoso, per impedire ogni via di fuga, si dividono in coppie, delle quali una si apposta quasi di fronte alla sede comunista, l'altra sul lato destro di chi stava seduto dando le spalle alla porta. Mazzurco fa appena in tempo a raggiungere il portone accanto ferendosi in una vetrata della vicina abitazione di Stefano Chimenti; Patti viene colpito al braccio, alla coscia sinistra e al petto; Salvia alla mano sinistra; Mancuso si ripara dentro la sezione, dietro l'angolo formato dalla porta semiaperta; non è ferito, e assiste lucido e impotente alla strage che si è compiuta: ha accanto Lo Iacono che, caduto in un primo tempo, si rialza e poggia il viso sanguinante sulla sua spalla. Ma la sua fine non è ancora segnata. Il ferito, infatti, esce dalla sezione in cerca di aiuto; percorre il corso dei Mille fino all'altezza di largo Modica, incontra l'infermiere Ernesto Tomasino che cerca di soccorrerlo, ma scambiatolo, forse, per uno dei banditi, ritorna indietro sui suoi passi, e, proprio in questo momento, è raggiunto da una raffica di mitra che lo colpisce all'addome. Morirà una settimana dopo, tormentato da atroci sofferenze. Nella sezione, intanto, giace in una pozza di sangue Casarrubea. Addamo ha appena il tempo di vedere "un gruppetto di persone messe in agguato all'angolo della via Pozzo del Grillo"(5). Estrae la sua rivoltella Coltis e spara un colpo contro gli assalitori. Poi cade a terra, colpito anche lui in più parti del corpo. Ma il suo gesto istintivo non è stato vano. Il bersaglio è Gaspare Ofria fu Vito di anni 52 di Partinico, esponente della mafia locale, domiciliato in via Usignolo 12, impiegato presso Ignazio Soresi, un aderente alla Massoneria. Alle cinque del mattino del 23 giugno '47, interrogato dal sostituto procuratore dott.Giubilaro, presso la clinica Orestano di Palermo, testualmente dichiara: "Verso le ore 22 di ieri sera mentre mi trovavo in piazza del Carmine ad ascoltare la musica, udii una forte sparatoria nei pressi del corso dei Mille, anzi dico meglio, nel corso dei Mille stesso. Cessata la sparatoria credendo che tutto fosse finito mi diressi verso la sede del Partito Comunista. Sopra la sede del Partito Comunista vi abita la famiglia Soresi, presso la quale da alcuni anni sono impiegato. Chiamai ad alta voce la signora Soresi facendole coraggio perchè tutto era cessato; improvvisamente venni colpito da un colpo di arma da fuoco allo sterno. Non mi è stato possibile vedere il mio feritore, presumo che questi mi abbia colpito ad una distanza di circa dodici metri. D.R.: Colui il quale mi ha colpito si trovava di fronte a me"(6). E' evidente che Ofria, non trovandosi nel gruppo dei comunisti che sostavano davanti alla loro sezione, stava dalla parte opposta, alla distanza concordante indicata sia da lui che dall'Addamo, il quale aveva sparato un colpo della sua rivoltella dopo le ultime raffiche di mitra. E' altrettanto evidente, quindi, che Ofria non poteva trovarsi a piazza del Carmine. A provarlo è la stessa dichiarazione di Maria Sacramentina Lo Vasco, la quale, quella sera, si trovava a casa del cognato Ignazio Soresi, in Corso dei Mille, n. 315 (la sezione comunista era al n. civico 313). Interrogata l'indomani dall'ufficiale di polizia giudiziaria, testualmente dichiarava: "Ieri sera, verso le 22, trovandomi a cenare in casa di mia sorella Maria Grazia in Soresi, abitante al secondo piano di via dei Mille 315, intesi bussare al portone. Mi alzai per guardare dal balcone e mentre mi accingevo ad aprire intesi delle raffiche di mitra. Serrai le imposte senza avere avuto ancora il tempo di aprire le persiane, facendo altrettanto con gli altri balconi. Subito dopo intesi l'esplosione di due o tre bombe a mano e guardando attraverso uno spiraglio del balcone laterale notai dei bagliori d'incendio. Preoccupata mi affacciai ad un balcone del corso, quando già era affluita gente sul posto. Ma il principio d'incendio cessò subito. Nell'affacciarmi vidi Gaspare Ofria persona di fiducia di mio cognato Soresi Ignazio, il quale mi disse: 'Non si preoccupi signorina, dica ai suoi che io sono qua'. Dopo ho sentito dire che anche lui è rimasto ieri sera ferito, mentre a mio parere non lo era nel momento che mi aveva rivolto le parole. Nulla vidi presso il vicolo di fronte"(7). Interrogato l'Ofria quello stesso giorno 23 anche dal commissario aggiunto di PS, dava quest'altra versione, sensibilmente diversa dalla prima: "Ieri sera verso le ore 22 nell'abitato di Partinico e precisamente davanti la sede comunista sita in quel corso dei Mille, avvenne una sparatoria. Pochi minuti dopo, mentre rincasavo, pervenuto all'altezza della predetta sede, nell'atto in cui davo coraggio alla signora Soresi, che abita sopra la predetta sede comunista e che affacciata al balcone mi chiamava, venni colpito da un'arma di cui sconosco la natura. Ferito stesso mi recai a casa da dove fui successivamente accompagnato a Palermo dai miei familiari"(8). Ma, nella comunicazione del commissario capo di Partinico, Pietro Agnello, al pretore del paese e al questore, Ofria passa per una delle vittime, e l'Addamo per uno che "cercò fare uso dell'arma per difendersi, ma non dovette esplodere alcun colpo perchè la rivoltella è stata rinvenuta carica"(9). Affermazione, come risulta dallo stesso interrogatorio dell'Addamo, assolutamente falsa(10). La cosa strana non è, tuttavia, solo l'equivoca attività di indagine degli inquirenti, quanto il fatto che i giudici sia a Viterbo, sia a Roma, non svolsero nessun approfondimento autonomo, e si appiattirono acriticamente sui rapporti di polizia. L'esplosione delle bombe e il crepitare dei mitra provocarono un grande panico. La gente assiepata al 'teatrino' si disperse in un momento. Nella calca rimasero ferite una bambina di 10 anni, Elena Bono, e Maria Antonia Pupillo di 13 anni. A terra, nella via Pozzo del Grillo, i criminali avevano firmato il loro delitto, anche se il presunto autore principale non vi aveva preso parte. Si tratta della firma 'S. Giuliano', apposta a un documento-appello che certamente non era stato scritto o concepito dallo stesso bandito. Lo stile è corretto, la forma retorica lascia trasparire, nel falso orgoglio sicilianistico ("l'onore delle nostre famiglie e il nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra") l'elaborazione di una mente criminale finissima, quasi accademica, che concepisce di "aprire un nuovo ciclo di storia", e di impedire che la Sicilia diventi "un misero ordigno della mastodontica macchina sovietica". Non un errore di grammatica o di sintassi, quali era solito farne, e a migliaia, il capobanda. L'appello si conclude con una sorta di sfida all'esercito italiano: il raduno pubblicamente conclamato nel feudo di Sagana, da parte di quanti accettandolo, ritenevano giunto il momento di aprire una guerra senza quartiere contro i comunisti(11). Il maggiore dei carabinieri Antonino Denti di Forlì, dandone informazione l'indomani al suo Comando generale e al Ministro degli interni, sottolineava che i volantini a stampa, lasciati a Carini e Partinico, annunciavano "l'inizio della crociata antibolscevica".
Note (1) Cfr. Processo verbale di interrogatorio di Vito Mazzola, 4 novembre 1947, cit., f. 22. (2) era figlio di Giuseppe e Vitale Maria. Era nato a Palermo il 13.11.1919 e abitava a Partinico in via P.pe Umberto n. 94. (3) Cfr. ibidem, TPUI, Esame di testimonio senza giuramento di Mancuso Salvatore di Giuseppe di anni 28, membro del comitato direttivo della sezione del Pci di Partinico, 6 ottobre 1947, e Processo verbale di ispezione di luoghi, 6 ottobre 1947, testimonianza di Raffaele La Franca, segretario della stessa sezione, cartella 2, vol. F. (4) Cfr. Senato della Repubblica, V legislatura, Atti interni, cit., Allegato 4, Sentenza del 3 maggio 1952, p.372. (5) Cfr. ibidem, TPUI, Esame di testimonio senza giuramento di Leonardo Addamo, 1 novembre 1947, e Stazione dei CC. di Partinico, Processo verbale di restituzione di una rivoltella, sequestrata al sign. Leonardo Addamo, in occasione dell'attentato alla sede del Partito Comunista Italiano, 9 novembre 1947, cartella 2, vol F, e Verbale di sommarie informazioni del 23 giugno 1947, rese da Leonardo Addamo all'Ospedale della Filiciuzza di Palermo, ibidem al f.67. L'Addamo dichiara: "Allorchè fui colpito estrassi la rivoltella sparando un colpo in direzione degli sconosciuti; non mi è stato possibile riconoscere alcuno degli assalitori data la distanza e l'oscurità per cui non mi fu possibile precisare il numero di questi ultimi". Secondo la testimonianza dell'Avenoso, dovuta a "confidenze di persone" che il comandante non intendeva nominare, essi erano quattro; erano arrivati con un camion da Porta Alcamo, erano discesi lungo il corso dei Mille, a piedi, seguiti lentamente dal mezzo, e quindi si allontanarono, dopo la strage, con lo stesso mezzo, verso Borgetto, dove poco dopo sarebbe seguito un altro attentato. Cfr. AGCA, cit., dibattimento del 18 luglio 1951, cartella 4, vol. V, n. 5, ff. 599-600. In realtà -come abbiamo visto- il commando di Borgetto è costituito da elementi diversi. (6) Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni rese da Gaspare Ofria il 23 giugno 1947, presso la clinica Orestano, al sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, f. 68. (7) Cfr. ibidem, Processo verbale di interrogatorio De Maria Sacramentina Lo Vasco, 23 giugno 1947, cart. 2, vol. F. (8) Cfr. ibidem, Commissario aggiunto di PS, Processo verbale di interrogatorio di Ofria Gaspare, 23 giugno '47. L'interesse per l'Ofria si spiega sia per i suoi legami di "uomo di fiducia" di Ignazio Soresi, legato ad ambienti massonici, sia perchè il pastificio del Soresi è quasi sulla linea retta costituita dalla via Pozzo del Grillo, sia anche per la biografia penale dello stesso. Certamente era uno che -come egli stesso dichiarava- non aveva a simpatia i comunisti (dichiarazione resa durante l'interrogatorio del 23 giugno '47, davanti al sostituto procuratore dott. Giubilaro. Cfr. note precedenti). Nato a Partinico il 1.5.1894, era figlio di Vito e di Arena Nunzia. (9) Cfr. ibidem, Commissariato di PS di Partinico, Rapporto del commissario capo di PS, Pietro Agnello, al pretore, al questore e all'Ispettorato generale di PS per la Sicilia, 24 giugno 1947, , n. 987/2-M.I., cartella 2, vol. F. (10) Cfr. ibidem. Il commissario Pietro Agnello corregge la sua precedente versione con comunicazione diretta al pretore n.987, div. II. M.I. del 27 giugno 1947. Si legge: "A seguito della dichiarazione resa dall'Addamo, riesaminata più attentamente la rivoltella che trovasi in potere del maresciallo Coppola, comandante della locale stazione dei carabinieri, si è constatato che una delle cartucce è stata esplosa. Tanto si comunica a rettifica di quanto detto nel precedente rapporto". (11) Cfr. ibidem, allegato al rapporto del commissario di PS di Partinico, 24 giugno 1947.
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