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Da Nachrchten von Neapel und Sicilien di Friedrich Münter |
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Friedrich Münter nasce a Gotha nel 1761. Trascorre l'infanzia a Copenaghen, dove il padre Balthasar è pastore della Pretri-Kirche. Da ragazzo legge Omero e Milton e pubblica poesie. Studia a Copenaghen e si laurea in Scienze filosofiche e teologiche all'università di Gottinga. In Italia dal 1784 al 1787, visita la Sicilia nell'inverno 1785-86. Nel 1788 viene nominato professore di teologia all'università di Copenaghen. Nel 1790 dà alle stampe, nella medesima città, Nachrchten von Neapel und Sicilien. Scrive vari libri sulla storia delle religioni, fra cui una Storia ecclesiastica della Danimarca. Nel 1808 diviene vescovo di Seeland. Muore nel 1830. Il brano di Friedrich Münter è tratto dall'opera Nachrchten von Neapel und Sicilien. La traduzione dal tedesco è di Francesco Peranni, curatore dell'edizione italiana del 1823.
Viaggio da Girgenti a Siracusa Da Selinunte sino a Terranova andai quasi sempre lungo la costa del mare. Indi m'inoltrai per un pajo di miglia in una deliziosa, e ben coltivata valle entro terra. Attraversai Biscari piccola Città, che porta il titolo di Principato, a chi ne ha il possesso. Ivi giacea la celebre, ed antica Camarina, di cui non altro più rimane, che un pezzo di muraglia, che apparteneva alla cella d'un tempio. Questa città era situata presso il fiume Hipparis, che adesso porta il nome di Camarana, come lo ha ben anco un casale ivi vicino. Nei più vetusti tempi Camarina secondo il Comentario di Eustachio nel libro 6. della Odissea fu chiamato Hypperia sede de' Pheaci, i quali scacciati dai Ciclopi scelsero la loro dimora nell'Isola di Sceria, che portò un tempo il nome di Corcira. Dopo venne abitato l'istesso luogo da una colonia Siracusana, che ivi si stabilì 130 anni dopo la fondazione di Siracusa, ossia anni 600 prima dell'era volgare. L'amicizia tra la Città principale, e quella delle colonne, ch'era solita mantenersi, non durò lungo tempo tra quelle due popolazioni. Divenuti i Camarinesi da ben principio ricchi, e potenti, e quindi superbi, una ribellione contro i Siracusani suscitarono, i quali sembra, che mantenuto avessero sopra di coloro un certo dominio. Furono in conseguenza i Siracusani costretti di rivolgere le armi contro la propria colonia, che la molestarono per l'intero corso di anni sedeci. Camarina ebbe in seguito nuovi abitatori di Gela; ma sembrava, che lo spirito di rivolta diretto si fosse in questo paese, giacchè per la seconda volta esternossi; per lo che Gelone tiranno di Gela, e poi di Siracusa distrusse Camarina, che fu poscia da lui di abitanti di nuovo provveduta. Essa andò crescendo in potere, e considerazione, perchè Pindaro ce lo fa conoscere […] in un Inno da lui composto ad un trionfatore ne' giuochi olimpici. Nelle guerre puniche Camarina si gettò sempre nel partito de' Cartaginesi; fu vinta da' Romani, e probabilmente per la terza volta devastata, perchè costoro vi mandarono una nuova colonia. Questa è l'ultima notizia, che noi abbiamo di questa Città, la qual ebbe uguale sorte con tutte le altre grandi, che fiorirono un tempo sopra di quel littorale. Non vi è forse luogo in Europa ove tanto apparentemente possa l'uomo persuadersi della vanità di tutte le grandezze terrestri quanto in Sicilia, in cui si osservano gli avanzi di vetustissime opulente Città, e i siti, su de' quali esse si ergevano - Hem nos homunculi indignamur, si quis nostrum interiit aut occisus est, quum uno loco tot oppidorum cadavera projecta jaceant. Presso Camarina esiste un lago già dagli antichi menzionato, per mezzo del quale scorre il fiume Hipparis, che alla nazione dava il comodo di poter trasportare nella Città gli alberi, che si tagliavano sul monte. I suoi vapori erano assai malefici, come lo erano quelli di Selino. I Camarinesi consultarono un oracolo, che probabilmente nelle vicinanze si venerava, e fu loro risposto, di esser meglio lasciarlo, come si trovava. Pur non di meno fu da quei paesani fatto disseccare, e da questo lato si avvicinò il nemico, che distrusse la Città. Questo lago al presente è nella maggior parte di terra coverto. Molti vasi greci d'un bellissimo disegno con una quantità d'altri lavori in creta ritrovati si sono nelle adjacenze di questa Città. Il fu Principe di Biscari proprietario del terreno vi fece degli scavi, impiegandovi li Cappuccini, della cui poltroneria era disgustato. I più belli quadri quivi rinvenuti furono portati nella sua raccolta in Catania, de' quali in seguito sarà parola. Tutti questi descritti luoghi sono nominati da Virgilio nell'Eneide, e propriamente nel viaggio d'Enea nel Mediterraneo. […]. Da Biscari andai in Chiaramonte Città della Contea di Modica, che giace sull'altura di un monte, dalla quale si scuopre l'intera costa, ove Camarina, Gela, e Finzia s'ergevano. Ecnomo, al di cui piede è costruita Licata, chiude la prospettiva. Il giorno seguente feci una sufficiente prova della qualità delle montuose strade di Sicilia, giunto essendo in una lunga scoscesa, sterile montagna, che piuttosto meritava essere la dimora della morte, che degli uomini. Erano le strade sovrattutto incomode, estremamente strette, precipiti, ad assai pericolose. Nelle valli soltanto vedeansi segni d'alberi, e di case, dove qualche impraticabile fiumicello scorreva, che giù dalle montagne precipitavasi. Tra queste rocce due non insignificanti paesi sono edificati, Modica, e Ragusa. Uno in distanza ne vidi, la cui situazione non isvegliò in me il piacere di osservarlo. Dopo un dispiacevole cammino di mezza giornata arrivai finalmente in Noto, Città quantunque non grande pur non di meno bella, e su d'un delizioso poggio elevata, che gode la veduta sopra fertili campi di grano, e sul vicino Capo Passero l'antico Pachino. Dell'antico Neetum vi sono adesso pochissimi resti. Giaceva questo su d'una scoscesa collina otto miglia italiane da Noto, e da Sicoli probabilmente costruito in epoca, in cui i Greci non sono ancora padroni dell'intera Isola, avevano però discacciati i primi abitanti di essa da Siracusa, e la sua spiaggia. Ducezio Re de' Sicoli nacque in quel paese; e presso questo trovansi i resti di un'antica quantunque poco celebre Città Elorum, della quale a' tempi di Cluverio vedeansi gli avanzi d'un teatro, d'una peschiera da Plinio menzionata nel 32. Libr. cap. 2.; e delle sue muraglie. Ora non rimangono a vedersi, che isolati dispersi frantumi. Io non volli esaminarli per non essere degni d'osservazione, e perché desiderando recarmi a Siracusa, perder non voleva due giorni guardando un insignificante muro. In Noto feci conoscenza con il Barone Astuto per uno de' più buoni conoscitori d'antichità molto stimato, e che una eccellente collezione di monete Siciliane possiede. Egli me la fece con grande officiosità esaminare, e mi regalò una quantità di duplicati delle medesime, per accrescere la mia piccola raccolta. La sua è quasi completa, e contiene oltre di quelle pubblicate dal Principe di Torremuzza, molte altre ancora non ben conosciute monete, che l'istesso Barone ha intenzione di render note ne' di sopra nominati Opuscoli di autori Siciliani. Dalle osservazioni su d'una ben ordinata, o perfetta collezione delle antiche monete di Sicilia si acquista la giusta idea della ricchezza, ed alta coltura, a cui giunse questa Isola; perché la quantità delle diverse impronte, che ciascuna Città Siciliana aveva, non eccettuate le picciole, è incredibilmente grande; e la graduata varietà delle monete tanto in oro, che in argento riguardo la grandezza, ed il peso, dimostra, in quale abbondanza siano queste circolate. Le più vetuste conosciute facilmente sono dallo stile egiziano, oppure da quello Etrusco de' disegni, dall'antica Ortografia delle parole greche, e dall'antica figura delle lettere. Si trovano molte monete Segestane, Messene, e Siracusane, su delle quali le parole scritte si veggono da dritta a sinistra, e la cui ortografia, e la forma delle lettere si allontanano dalle moderne. Si vede per esempio la più vetusta Digamma sopra monete d'Eraclea; su quelle di Messina si legge ZANKLE. Vi si marca inoltre il miglioramento dell'arte, che giunge a tale perfezione, che appena nelle più belle greche monete dell'epoca di Alessandro si manifesta. Le più eccellenti sono le grandi tetradrachmen d'Agrigento, Siracusa, e Catania. Sopra tutto sono le Siciliane, e dopo queste quelle della Bassa Italia le più belle di tutte le greche; e chi è avvezzo ad esaminare i loro disegni, e la loro scultura, sa trovare una gran differenza tra queste, e quelle degli antichi romani, ancorchè appartengono all'Epoca la più florida delle arti in Roma, d'Augusto sino agli Antonini. Le Siciliane sono per altro riguardo degne di meraviglia, perchè mostrano, quanto la nazionale fisionomia degli antichi Siciliani uguaglia quella dei moderni. Ho veduto sì in Siracusa, che in Catania teste di Signore particolarmente ragazze interamente simili alle più belle da me ammirate sulle medaglie. Così la natura, ed il bel clima conservano gli stessi lineamenti nella terra medesima, benchè il sangue mischiato si sia con quello de' Normanni, Saraceni, Tedeschi, e Spagnuoli; mentre l'esperienza dimostra, che negli altri meno dolci climi la fisionomia nazionale facilmente si cambia, ancorchè la popolazione non così marcatamente unita si sia con le straniere. Oltre la menzionata collezione di monete siciliane, greche, e romane possiede ancora il Barone Astuto una mediocre raccolta di sarcofaghi, di picciole, e grandi statue, di busti, d'iscrizioni; ma non sono d'importanza veruna, tanto più che costui in grandissima parte ne ha fatto acquisto in Italia, particolarmente a Roma, e non sono in conseguenza opere siciliane. A mezzogiorno partii da Noto, ed era io così vicino Siracusa, che sperava di giungervi la sera stessa. Ma tostochè passai Avola fui preso da una terribile tempesta, per lo che bisognai ritornare in questo piccolo paese. Ciò mi faceva differire d'una mezzagiornata il mio viaggio, e mi era anco dispiacevole, per essermi negato all'invito di detto Barone Astuto, di passare l'intera giornata con lui. Una lunga notte, ed al tempo stesso nojosa me ne castigò; ma il giorno appresso il dì 12. dicembre ebbe termine il mio malcontento. Mi avvicinai a Siracusa; vidi la veneranda testa dell'Etna coverta di eterne nevi ergersi sopra l'Orizzonte, e giunsi finalmente nel distretto stesso di quella città, passando presso l'Olimpo sul fiume Anapo.
Siracusa Tra le più grandi, e rinomate Città greche dell'antichità a riserva di Atene, non ve n'è altra, che meritar possa uguagliarsi con Siracusa. Offre non piccola idea della potenza di questa Repubblica l'osservare, che la medesima fu nello stato di acquistare il dominio sulla metà di tutta l'Isola; di mettere ostacolo a' progressi de' Cartaginesi in questo paese; di bravare gli attacchi degli Ateniesi in un tempo, in cui questa nazione era tenuta da tutta la Grecia, distruggendole due grandi flotte, ed altrettante potenti armate; e ch'essa finalmente potè resistere al potere di Roma sotto il Vincitore di Annibale, Marcello; e non sarebbe stata detta Città ad ubbidienza forzata, quando interne dissenzioni, ch'erano state causa di tutta la guerra con i Romani, non avrebbero dato a quel Comandante l'occasione di mettersi d'accordo con alcuni distinti cittadini, che lo ajutarono, a prendere possesso d'una porzione di essa. Non deve dunque recare meraviglia, che Siracusa sede delle arti, e scienze sia stata a motivo di tale sua possanza, dell'esteso suo commercio sopra tutto il mediterraneo, della sua unione con le più potenti repubbliche della Grecia, della lunga pace da lei qualche volta goduta, e finalmente del Governo di tanti buoni, ed illuminati Principi come Gelone, e Jerone. L'istessa Siracusa simile al resto delle Città fondate dalle colonie greche in Sicilia, e nella Magna Grecia fu riguardata come una parte della Grecia stessa; e quindi Jerone fu ascritto tra coloro, che combatterono per la vittoria ne' giuochi Olimpici, a cui non era permesso di prendere parte alcuno straniero, o barbaro; e per questa ragione Siracusa servì di dimora ad una gran quantità di distinti Greci, che ivi si ritirarono, o per vedere questa celebre Città, o per trovarvi sicurezza contro i loro nemici. Sarebbe cosa assai prolissa di menzionare tutti gli uomini grandi, che la medesima ha dato alla luce. Ma chi non sente con dolore la perdita delle opere di Filisto, di quel contemporaneo di Platone, e Xenofonte; e chi non conosce gli idilj di Teocrito queste fedeli copie della bella siciliana natura, ed in cui a tempo d'oggi, cioè due mila anni dopo l'epoca di tale poeta, si trovano ancora le stesse scene, e le circostanze medesime, ch'egli canta? Siracusa diede ancora nascita ad Archimede, il più grande meccanico, ed il più ardito inventore di questa scienza, che l'antica Istoria conosce? Questa stessa Città fu frequente visitata da Platone, dov'egli ottenne rispetto in una corrotta Corte d'un più corrotto Tiranno, e dove Timoleone dopo averlo discacciato menò sua lunga vita in mezzo a' suoi, senza occuparsi ad averne il dominio, che con tanta felicità avrebbe potuto ottenere. Le virtù di Jerone, la sua ospitalità e l'amor suo per le scienze sono diffusamente rapportati negli Olimpici Inni di Pindaro, e dagli Storici, che del felice periodo di Siracusa sotto il di lui dominio fan menzione. A qual elevatezza erano giunte le arti in quei floridi giorni di Siracusa, lo dimostrano le molte medaglie, che giornalmente si rinvengono, e gli avanzi ancora esistenti della magnificenza della medesima. Benchè Marcello all'acquisto, che ne fece, non potè impedire a' suoi soldati irritati da lunga resistenza il saccheggio delle case, pur non di meno fu risparmiata la città, e con essa i Tempj ancora. Dall'Orazione di Cicerone contro Verre si osserva, quale splendore, e quale opulenza esistevano allora in quella Dominatrice di Sicilia malgrado essere trascorsi alcuni secoli, dacchè essa la sua prosperità avea perduto. Frattanto una gran parte di detta Città era in quel tempo deserta. I torbidi posteriori, gli assalti de' Barbari, e le devastazioni de' Saraceni, i quali hanno lasciato sopratutto in Sicilia vestigia assai deplorabili, furono causa, che Siracusa è divenuta quel, ch'è adesso. Intanto recar deve meraviglia, come ancora vi si trovino in piedi tanti avanzi della antica sua nobiltà, quando sono stati intieramente annientati e distrutti in Selino, Gela, Camarina, ed in altre grandi, e molto celebri Città dell'antica Grecia. La più lontana Istoria di Siracusa si perde nella Favola. Una colonia d'Etolia vi si fermò per la prima volta, la quale ne fu in seguito discacciata dagli stessi abitatori di Sicilia, che furono probabilmente poscia costretti a ritirarsi nelle vicine montagne da quelle Colonie greche, che si stabilirono maggiormente nelle coste. Questo è stato sempre il destino de' popoli incolti, quando erano forzati, a combattere contro straniere Colonie, che dapprima riguardate comunente come antiche erano in seguito conosciute nemiche. Così avvenne agli abitanti dell'Alta Italia, i Bruti, i Lucani negli Appennini, dopo che i Tarantini, i Crotoniani, i Metapontini, ed altre possenti Colonie greche vennero a dimorare tra quelle nazioni, per cui sanguinose, e lunghe guerre ebbero la loro origine. Non è inverosimile, che uno quasi sinora sconosciuto monumento nella così detta Valle d'Ispica presso Modica da sei sino a otto miglia distante da Siracusa esser possa un'avanzo di questi antichissimi abitatori della Sicilia, prima che costoro uniti in società co' greci arrivassero ad un mediocre grado di coltura. Questa antica popolazione si scelse per dimora questa selvaggia, ed impenetrabile valle della lunghezza di otto miglia italiane; ed incavò le sue abitazioni nelle nude rocce dei due fianchi della medesima. Siffatte abitudini annunziano soprattutto il piccolo grado di civilizzazione di quel popolo. Vi si vedono ancora in molte parti da dieci sino a dodici appartamenti incavati l'un sopra l'altro nella pietra consistenti parte in camere, e parte in sepolture con sarcofaghi, dove ossa impietrite, e vasi di terra assai ordinaria ritrovansi. Le camere sono nella maggior quantità unite insieme per via di porte, e di scale incavate nella parte esterna delle pareti della valle, e che da un appartamento all'altro conducono. Alcune mura esterne di questi abituri, e particolarmente quelle, che situati sono nella parte di Mezzogiorno, e perciò esposti al sole, trovansi in modo rovinate, che da fuori si può vedere nell'interno delle camere. Molte di esse sono di otto metri di lunghezza, sei in larghezza, ed altrettanti in altezza. Vi si osservano ancora tracce di stalle, e di anelli incavati nella pietra stessa, ove legavansi gli animali. Finestre, ed una specie di rialti da servire per lettiere ugualmente nel sasso intagliati si osservano, come nelle pareti benanco anelli da potervi appendere de' mobili di casa. In queste rozze stanze si rinvengono pezzi di eccellenti, e fini vasi greci, che fanno un singolare contrasto con il ruvido, e selvaggio stato di tutto il restante. In alcuni di questi buchi intanati sono ancora de' paesani, i quali sono così incolti, come sembra, che dovevano essere i Sicani, che probabilmente ne furono i primi abitanti, e costruttori. Una delle più grandi abitazioni di questa natura è creduta la residenza del Principe. Tutta la Valle, ove queste si trovano ha spazio sufficiente per una numerosa popolazione. Era ben anco difficilissimo di attaccarla, giacchè oltre la propria vantaggiosa posizione della Valle gli appartamenti erano così disposti, che non vi si poteva giungere senza scale; ed era impossibile, di potervi penetrare, tostochè quelle venivano tolte. Il primo a dare qualche relazione di questi assai remoti monumenti d'una quasi sconosciuta nazione, che pochi viaggiatori hanno veduto, perchè le strade sono cattive e pericolose particolarmente l'inverno, fu il Principe di Biscari in Catania, il quale ne ha fatto una descrizione nel suo viaggio per tutte le antichità di Sicilia stampato a Napoli nel 1781. In seguito furono quelle abitazioni descritte, e disegnate ancora nel viaggio pittoresco di Napoli, e di Sicilia. Da queste due sorgenti unitamente ad alcune verbali tradizioni io ne ho tessuto questo breve rapporto. E' probabilmente da credersi, che queste cavernose abitazioni appartennero a' Sicani molto tempo prima, che questo popolo prendesse Siracusa, e forse allorquando i lestrigoni, che abitavano nei più alti tempi le contrade di Lentini, li costringessero a ritirarsi nelle interne parti della Sicilia; giacchè non è verosimile, che una nazione, che sia dimorata nelle Città, potesse risolversi per iscelta, a vivere di nuovo nelle rocce, ed in uno stato interamente troglodito. Dopodichè i Sicoli per un tempo non tanto determinato, ma forse dopo dugento anni e più, che stati erano Signori di Siracusa, venne in Sicilia una colonia Corinzia circa 709 prima della nascita di Cristo sotto la condotta di Archia; battè, e discacciò quella gente da Siracusa; e s'impadronì della medesima. In questo modo furono di bel nuovo i greci padroni di tale Città, e propriamente da questa epoca se ne può stabilire la vera sua fondazione. Con Archia vennero in Sicilia molti Eraclidi tanto rinomati nella più lontana Istoria greca. Questa origine de' Siracusani fu la causa della stretta alleanza con gli Spartani, e del loro interesse nella seconda guerra del Peloponneso, dove la potenza di Atene grave danno soffrì nel porto di Siracusa, e sotto le sue muraglie. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L'entrata alla gran Catacomba è una volta di fabbrica, la quale al presente è costantemente chiusa, per aver questa sotterranea caverna spesso servito i dimora a' banditi. Si viene da principio in un largo corridore, che per un lungo tratto va in linea retta, e tagliato viene d'altri dritti, e larghi, i quali hanno ancora i loro laterali anditi. In seguito le piccole strade diventano tortuose, ed a modo di laberinto si perdono in altre, e vanno a terminare finalmente in una gran camera rotonda, di significante numero di uscite provveduta, in cui non sa alcuno trovare la giusta via. Queste rotonde camere sono a volta, e molto alte, benchè non come quelle di Napoli, le quali vanno dritto sino alla parte superiore della roccia, ed hanno spiragli, per mezzo de' quali si comunica la luce. Da entrambi i lati de' corridoi, che sono intagliati nel sasso, si osserva una innumerevole quantità di camere, ove sono incavate da cinque sino a sette bare l'una dietro l'altra; essendovi oltre di queste delle nicchie nelle pareti con uno, o due sarcofaghi. Probabilmente queste stanze erano sepolture di famiglia. Pur non di meno vi sono molti sarcofaghi interamente isolati, alcuni sono incavati nel pavimento, per cui v'è necessità di camminarvi con molta precauzione, e molti lo sono nel muro come a scanzie per libri. Per quanto indentro può uno azzardarsi di penetrare, non si trovano, che tombe tutte aperte. Il sig. Andolina vi ha passato intere giornate, ne ha aperte un gran numero, ed altro non vi ha trovato, che ossa, ed alcune lampe. Di recente si sono gettate a terra molte arcate, e perciò sono impenetrabili divenute. Tre piani, ai quali si va insensibilmente per via di dolci inclinazioni, ed in alcune parti per mezzo di scale a lumaca, dividono tra loro le catacombe. Ivi sparse qua, e là rinvengonsi cristiane iscrizioni in greco, o latino. La maggior parte delle aperture, per le quali l'aria fresca in questi sotterranei si comunicava, è stata coverta, onde gli animali avessero potuto pascolare sul terreno, che vi è soprapposto. Quelle di Napoli non hanno una struttura così bene ordinata, che queste di Siracusa. Esse sono uguali ad un'altra catacomba, che sta sotto il Convento dei Francescani, ed alla quale il Cavalier Andolina non mi condusse, dacchè la medesima niente di nuovo, e di notabile contiene, di quanto io mi trovava di aver già veduto in Napoli, ed in questo paese; mentre noi non volevamo esporci ad un'aria tanto insalubre, che regna in queste altre abitazioni della morte, di cui il mio petto avea cominciato a sentire il triste effetto, dopochè io da circa un'ora girato avea intorno alle medesime. Acradina era divisa in due parti, la prima giaceva su d'una pianura lungo la spiaggia del mare, e la seconda stava su d'una rupe con Tica, ed una porzione di Neapoli. E' cosa ben difficile di stabilire a quale parte della città apparteneva il terreno delle pubbliche sepolture, delle quali io adesso sarò per parlare. Erano probabilmente le medesime in comune con Acradina, Neapoli, e Tica. Si vede però nel 5. libro de' Tuscolani di Cicerone, che una gran quantità di sepolture tra le quali quella d'Archimede, giaceva fuori Porta Acrogiana (forse più correttamente Acradiana secondo Potter), che conduceva da Tica verso Neapoli, e nella cui vicinanza si trovano ancora delle scale incavate nella pietra, dalle quali dal teatro si andava alla parte più elevata della roccia, dove Tica era situata. Queste sepolture intagliate nel sasso in grandissima copia si osservano, alcune delle quali sono in buonissimo stato, altre però interamente cadute. Erano destinate a diversi usi, parte con sarcofaghi scavati nella pietra, parte provvedute di colombai, che servivano per la conservazione delle urne. Molte di esse giacciono senza ordine alcuno sulla campagna, e non hanno in sé un'architettura di considerazione. Or non essendovi in Europa alcun altro monumento di simile costruzione, così non possono dette catacombe venire in confronto, se non con alcune sepolture, che trovansi in Oriente sotto le rovine di Telmisso in Caria, in Persepoli, e precisamente nell'Egitto superiore sotto i frantumi di Tebe, sopra delle quali può vedersi ciò, che ne dicono Procopio, Thenevot, e Shau. Le camere di tali sepolture sono di diversa dimensione, ma difficilmente al di là di quattro, o cinque braccia di lunghezza, e larghezza; ciascuna ha la sua porta, la quale propabilmente era chiusa con una pietra ben adattata. Adesso sono le medesime tutte aperte; ed io non so ricordarmi d'aver veduto alcuna di tali pietre, le quali come molto comode per le fabbriche, sono state tolte da' Siracusani, per impiegarle nelle loro abitazioni. Alcune di queste camere servivano per le urne, altre per sarcofaghi, come lo erano destinate quelle sparse sulla campagna. Altre hanno sarcofaghi, e buchi nelle pareti, ov'erano riposte le urne; una dimostrazione di più, che i Greci ancora ne' più vetusti tempi, ora bruciavano i loro cadaveri, ora li seppellivano. Dalla parte esteriore della rupe particolarmente vicino alle porte, vi è una innumerevole quantità d'incavi quadrangolari, in cui senza dubbio erano affissi degli Epitafj. Nelle latomie se ne trova uguale abbondanza della stessa grandezza, laddove furono tolte le lapidi, che vi dovevano essere incastrate. E' però singolare, che non sia rimasto uno solo di questi ceppi sepolcrali malgrado, che in tutta l'Italia non vi è mancanza di lapidi nella maggior parte insignificanti. Non voglio decidere, se ciò ascriversi debba alle devastazioni sofferte da Siracusani, oppure alla trascuragine de' Nazionali, la quale è sufficiente, poichè non si è più riconosciuta la tomba di Archimede dal momento, che da Cicerone per accidente fu trovata. Noi abbiamo de' nostri tempi valevoli esempi della poca cura, che si prendono gli uomini di simili cose. La tomba di Leibniz in Hannover era poco tempo fa conosciuta da pochissime persone; nè si sa della Cattedrale di Nothschilder, dove il Re Cristiano I. sia seppellito. Alcune di queste tombe hanno una molto elegante facciata; un pajo di esse particolarmente ha piccoli pilastri dorici, ed una ornata composizione ugualmente dorica. Queste due tombe rimpetto l'una dell'altra sono nel mezzo, dove le due strade insieme s'incontrano, e sono piuttosto simili a piccoli tempj, che a tombe. La strada, che va da Mezzogiorno al Nord, è incavata nel monte, e terminava alla parte più alta della roccia; l'altra è diretta d'oriente in occidente, ed ha il suo fine presso la disopra menzionata scala, che da Tica conduceva al teatro, che era in Neapoli. I lati della roccia sono in alcuni luoghi assai alti. Vicino alle tombe trovansi sopra, e sotto terra degli antichi acquidotti, per mezzo de' quali si comunicava l'acqua d'Epipoli nelle altre parti di Siracusa. Ciò è nato, perchè in quei remoti tempi Neapoli non apparteneva alla Città; dimostrazione, che queste tombe sono del più antico periodo di Siracusa, perchè vi era costume, che i morti si seppellissero fuori la città. Forse non erano ben fondati i limiti di Acradina. Questi domicilj della morte sono interamente simili a quelli di Agrigento; soltanto se ne trovano ivi de' più grandi, i quali in conseguenza contenevano più sarcofaghi, ed incavi per urne. Le sepolture di Agrigento hanno la condizione, che questa a guisa di nicchie sono incavate nelle muraglie della Città, dimodochè una porzione di queste è piena di volte, ch'erano destinate per sepoltura di coloro, che morivano per il paese. Egli in verità è noto, che si seppellivano nell'interno della Città, o nelle vicinanze de' Tempj uomini di grandissimo merito, che avevano recato destinte beneficenze allo Stato; come per esempio Timoleone fu seppellito nell'Isola sul luogo stesso, ove trovavasi eretto il Palazzo Reale; ma non trovo negli antichi nessuna notizia, che si siano riposte nelle muraglie della città i corpi de' coraggiosi soldati. Forse la cagione di questo costume, se mai ebbe luogo, derivò dall'aspettarsi ancora della difesa dopo la loro morte; oppure che i nemici atteso il rispetto, che l'uomo nutrisce verso i riposi de' morti, si trattenessero dal distruggere le muraglie della città. Noi sappiamo, che ne' più lontani tempi di Siracusa i Re erano sepolti fuori la medesima, giacchè i cartaginesi conforme assediarono quel paese, distrussero i sepolcri di Gelone, e Damarata, che giacevano fuori le muraglie. Quest'azione fu creduta in seguito la causa di essere stata quella nazione costretta a levare l'assedio. Forse si cominciò a far uso delle catacombe, per servire di sepoltura, tostochè cadde Acradina, e si aumentò la popolazione in Neapoli. Alcuni già nominati acquidotti conducevano ad una molto considerevole cisterna presso i suddetti sepolcreti, che eguaglia pienamente la piscina mirabilis di Napoli, la quale consiste in tre corridori con archi divisi l'un dall'altro da due file di pilastri. Essa è interamente intagliata nel sasso, ed ha palmi 80. di lunghezza, e 35. di larghezza. Quest'opera trovasi in buono stato, e quindi potrebbesi di bel nuovo perfettamente migliorare. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . A quelle notizie relative alle più famose antichità di Siracusa io unisco alcune osservazioni sopra l'attuale stato di questo paese, il quale all'antica sua nobiltà è tanto poco analogo. La presente Città, come di sopra ho già fatto osservare, è costruita sull'Isola. Essa è la più riguardevole Piazza della Sicilia, ed è perciò considerata, come la chiave della medesima. Vi sono due grandi strade, ed alcune buone case. Le opere di fortificazione sono molto estese, e per poterci entrare, bisogna passare per quattro ben fortificate porte, e sopra due fossate, le quali sono così profonde, che vi si potrebbero mantenere legni da guerra. La popolazione si fa montare a 9. o 10. mila anime, ma è difficile, di poterla con esattezza stabilire, giacchè di raro se ne fa la numerazione. Molte delle più distinte famiglie di Siracusa vivono in Palermo, perchè ivi la corte del Vicerè, un teatro, e l'occasione d'innumerevoli divertimenti sono la causa, che non fa vivere quelle famiglie nel proprio Paese. Le manifatture sono rare in Sicilia, ma in Siracusa non se ne conosce alcuna. I suoi più importanti rami di commercio sono il vino, olio, e mele. In tutta l'Europa il vino è molto stimato; è dolce, e forte, e si beve come vino da tavola. Tutti li facoltosi abitanti hanno le loro vigne nelle vicine contrade, e fanno commercio di detto genere per conto proprio. Si estrae pure dell'olio, ma non so se in gran copia, perchè tutta la Sicilia, e Calabria ne sono così abbondanti, che Siracusa non può apportare contrappeso a tale spaccio, ed in particolare per essere il suo porto cattivo; ed i bastimenti, che cercano mercanzie, vanno più volentieri in Messina, perchè oltre l'eccellente sua situazione per il commercio ha il vantaggio ancora di essere porto franco. Il mele al contrario è il più buono in tutta la Sicilia; era conosciuto dall'antichità sotto il nome di mel hybleum, ed era stimato così bello, quanto quello di Atene, che si raccoglie sul monte Imeto. L'intera contrada è piena d'erbe aromatiche, che l'aere d'un dilizioso odore profumano, tra le quali cresce in dovizia il timo, che tanto alletta le api. Sarebbe assai utile, che qualche Botanico vi si trattenesse alcuni mesi, e precisamente in primavera, giacchè si crede, che vi siano delle piante interamente sconosciute in Europa, tra le quali il the, il quale, come sono stato assicurato, prospera ne' monti, ed è conosciuto agli speziali, che lo vendono come the della China. Questo inganno può facilmente in Sicilia, che altrove adoprarsi, perchè ivi non si usa beverne, e s'impiega soltanto ne' catarri come semplice medecina. E' cosa ben difficile del decidere del carattere d'una nazione, dopo avervi dimorato brevemente, per pochi giorni; ma io ho osservato, che i Siciliani non sono così cattivi, come si dà a credere. A dispetto di tutti li racconti di banditi, e d'assassini, io ho viaggiato disarmato nella più perfetta sicurezza. Le nazioni del Mezzogiorno hanno i loro vizj, che non conoscono quelle del Nord; e viceversa sono le prime libere di quei difetti, che hanno comunemente le seconde. Collera, e vendetta sono i peccati ereditarj di ogni nazione meridionale d'Europa. Si trovano questi in grado distinto tra i Siciliani; ma un forastiere, che non ha alcuna occasione d'irritare un nazionale, oppure, che sappia osservare la necessaria precauzione, non ha cosa da temere. Si è di recente pensato dal munificente Re attuale di dare delle disposizioni, onde conservarsi le antichità di Sicilia da una totale distruzione, per al quale oggetto si sono destinate otto cento oncie l'anno, le quali se non sono sufficienti per fare nuove scoverte, lo sono però per mantenere le di già conosciute antichità. Si è stabilita una soprantendenza composta dal Principe di Torremuzza, e da Monsignor Paternò figlio del celebre Principe di Biscari. I due menzionati danno commissioni ad uomini intendenti nelle diverse parti della Sicilia. In Siracusa se n'è dato l'incarico al più volte nominato Cavalier Landolina; ed infatti ha di già egli molto scavato, e pensa di proseguire questo travaglio. La prima opera, di cui ne farà esatta ricerca è l'anfiteatro, dal quale vuole sgombrare la terra, e le rovine, di cui sono coverti i corridori, l'arena, e le conserve per gli animali feroci, e poscia esaminerà, e descriverà con la più precisa esattezza le reliquie di Labalo, le più pregiabili di tutte le antichità di Siracusa. A cagione delle cattive strade, che io trovato avea ne' miei viaggi di Girgenti e Siracusa, era così stracco, ed annojato dal viaggiare per terra, che io con piacere abbracciar volli l'occasione di farne uno per mare in una speronara, ed in compagnia del Cavalier Landolina. In questo modo non si trascurava da me cosa veruna di considerazione, perchè delle rovine di Leonzio, l'antica Città de' Lestrigoni, niente havvi di notabile; ed Augusta non è che una Città costruita nell'età mezzana. Il mio desiderio però di osservare la costa tra Siracusa, e Catania venne meno, perchè essendo noi usciti dal porto verso il tramontar del Sole, non potei osservare nel tempo, che ancora era giorno, che grosse rocce. Il giorno appresso nello svegliarmi, noi eravamo di già giunti in Catania distante 12. miglia da Siracusa.
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