27 maggio 2005

Il 70% dei commercianti siciliani paga il pizzo. In un paese normale il dato provocherebbe scalpore e reazioni immediate ed energiche da parte di cittadini e soprattutto istituzioni. Non in Italia.

 

Pochi giorni fa la Confcommercio ha diffuso dei "nuovi" dati sul numero di esercenti siciliani che pagano il pizzo alla criminalità organizzata. Sono cifre che in realtà, di nuovo, non hanno praticamente nulla. Dall'indagine è risultato che sono 50.000 i commercianti vittime di estorsioni. A Catania come a Palermo, a pagare il pizzo è l'80% degli esercenti; la media regionale è invece del 70%. Tutto risaputo insomma.
Se l'Italia fosse un paese normale, uno Stato in cui le leggi sono rispettate e i contropoteri combattuti con tutti gli strumenti democratici necessari, sapere che 7 imprenditori su 10 pagano il pizzo alla mafia farebbe come minimo un po' di scalpore. Renderebbe questa cifra insopportabile. Attiverebbe una energica e immediata reazione delle istituzioni. Ma il punto è proprio questo. L'Italia non è un paese normale.
Sapere che il 70% dei commercianti siciliani è vittima del racket delle estorsioni fa a stento notizia nei quotidiani e nelle tv locali, mentre per gli organi d'informazione nazionali il dato non ha nemmeno la dignità di essere considerato notizia. Cosa importa se la Sicilia non ha alcuna possibilità di sano sviluppo perchè tutta l'economia è oppressa dal potere mafioso? Praticamente nulla. Chi ci legge è abbastanza intelligente per capire il perché di mafia non bisogna parlare.
Occorre distrarre il lettore e soprattutto il telespettatore con altri temi. Berlusconi vuole fare il partito unico? Questa sì: è una super notizia! Da prima pagina o primo titolo di tg. E poi ci sono le bizze di Rutelli, le acutissime analisi politiche del voto di Catania o Bolzano, il sole estivo (ci pensate? Il sole d'estate! Che notizia eccezionale), il traffico del week-end, le vacanze della Canalis, l'ultima ricetta del gelato…
No, l'Italia non è un paese normale e la Sicilia ne è la metafora. Grandi scrittori del passato hanno sostenuto che per capire lo stivale bisogna prima venire in Sicilia. L'isola delle mille contraddizioni, dove il confine tra legale è illegale è così sottile da risultare invisibile. L'isola in cui gli onesti sono considerati folli, patetici idealisti, terribili sovversivi, nemici della quiete pubblica e chi sta dall'altra parte è invece un "moderato". Dove moderato vuol dire lasciare tutto così com'è, mantenere basso il profilo, chiudere entrambi gli occhi di fronte alla realtà. Perché fa schifo, perché c'è da vergognarsene, ma tutto sommato, questa realtà, la realtà siciliana, fa comodo a molti, troppi.
Il 70% dei commercianti siciliani paga il pizzo? E che problema c'è per i politici e le istituzioni nazionali e regionali? La nostra isola è in continua crescita, ci dicono continuamente gli onorevoli di casa nostra e di oltre lo stretto. Le istituzioni sono impegnate 365 giorni l'anno per diffondere la cosiddetta cultura della legalità. Quali siano i risultati di queste iniziative non è dato saperlo. Prima ancora però, bisognerebbe capirne lo scopo.
E le inchieste di Report? Tutto fango, ci dicono i nostri onorevoli. Quei giornalisti volevano soltanto dare un'immagine negativa di una Sicilia che vive invece una stagione d'oro. Volevano danneggiare la Sicilia. La nostra amata Sicilia.
Parole davvero commoventi. Così come le manifestazioni di questi giorni per ricordare il giudice Falcone, ucciso dalla mafia nel 1992. Umiliato e osteggiato in tutti i modi quando era in vita, è diventato oggi l'oggetto di improbabili appropriazioni e operazioni retoriche da parte di chi farebbe meglio a tenere soltanto la bocca cucita.
Senza grossi affanni, la politica è riuscita a trasformare quella che era una persona capace, operosa, onesta, coraggiosa oltre misura - Falcone appunto - in mito. Un mito disancorato dalla realtà. Fuori dallo spazio e dal tempo. Quando invece il potere mafioso è più forte che mai. In Sicilia, oggi: anno 2005.

Gianni Monaco

 

prima pagina