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maggio 2005 Il
70% dei commercianti siciliani paga il pizzo. In un paese normale il dato provocherebbe
scalpore e reazioni immediate ed energiche da parte di cittadini e soprattutto
istituzioni. Non in Italia.
Pochi
giorni fa la Confcommercio ha diffuso dei "nuovi" dati sul numero di
esercenti siciliani che pagano il pizzo alla criminalità organizzata. Sono
cifre che in realtà, di nuovo, non hanno praticamente nulla. Dall'indagine
è risultato che sono 50.000 i commercianti vittime di estorsioni. A Catania
come a Palermo, a pagare il pizzo è l'80% degli esercenti; la media regionale
è invece del 70%. Tutto risaputo insomma. Se l'Italia fosse un paese
normale, uno Stato in cui le leggi sono rispettate e i contropoteri combattuti
con tutti gli strumenti democratici necessari, sapere che 7 imprenditori su 10
pagano il pizzo alla mafia farebbe come minimo un po' di scalpore. Renderebbe
questa cifra insopportabile. Attiverebbe una energica e immediata reazione delle
istituzioni. Ma il punto è proprio questo. L'Italia non è un paese
normale. Sapere che il 70% dei commercianti siciliani è vittima del
racket delle estorsioni fa a stento notizia nei quotidiani e nelle tv locali,
mentre per gli organi d'informazione nazionali il dato non ha nemmeno la dignità
di essere considerato notizia. Cosa importa se la Sicilia non ha alcuna possibilità
di sano sviluppo perchè tutta l'economia è oppressa dal potere mafioso?
Praticamente nulla. Chi ci legge è abbastanza intelligente per capire il
perché di mafia non bisogna parlare. Occorre distrarre il lettore e
soprattutto il telespettatore con altri temi. Berlusconi vuole fare il partito
unico? Questa sì: è una super notizia! Da prima pagina o primo titolo
di tg. E poi ci sono le bizze di Rutelli, le acutissime analisi politiche del
voto di Catania o Bolzano, il sole estivo (ci pensate? Il sole d'estate! Che notizia
eccezionale), il traffico del week-end, le vacanze della Canalis, l'ultima ricetta
del gelato
No, l'Italia non è un paese normale e la Sicilia ne
è la metafora. Grandi scrittori del passato hanno sostenuto che per capire
lo stivale bisogna prima venire in Sicilia. L'isola delle mille contraddizioni,
dove il confine tra legale è illegale è così sottile da risultare
invisibile. L'isola in cui gli onesti sono considerati folli, patetici idealisti,
terribili sovversivi, nemici della quiete pubblica e chi sta dall'altra parte
è invece un "moderato". Dove moderato vuol dire lasciare tutto
così com'è, mantenere basso il profilo, chiudere entrambi gli occhi
di fronte alla realtà. Perché fa schifo, perché c'è
da vergognarsene, ma tutto sommato, questa realtà, la realtà siciliana,
fa comodo a molti, troppi. Il 70% dei commercianti siciliani paga il pizzo?
E che problema c'è per i politici e le istituzioni nazionali e regionali?
La nostra isola è in continua crescita, ci dicono continuamente gli onorevoli
di casa nostra e di oltre lo stretto. Le istituzioni sono impegnate 365 giorni
l'anno per diffondere la cosiddetta cultura della legalità. Quali siano
i risultati di queste iniziative non è dato saperlo. Prima ancora però,
bisognerebbe capirne lo scopo. E le inchieste di Report? Tutto fango, ci dicono
i nostri onorevoli. Quei giornalisti volevano soltanto dare un'immagine negativa
di una Sicilia che vive invece una stagione d'oro. Volevano danneggiare la Sicilia.
La nostra amata Sicilia. Parole davvero commoventi. Così come le manifestazioni
di questi giorni per ricordare il giudice Falcone, ucciso dalla mafia nel 1992.
Umiliato e osteggiato in tutti i modi quando era in vita, è diventato oggi
l'oggetto di improbabili appropriazioni e operazioni retoriche da parte di chi
farebbe meglio a tenere soltanto la bocca cucita. Senza grossi affanni, la
politica è riuscita a trasformare quella che era una persona capace, operosa,
onesta, coraggiosa oltre misura - Falcone appunto - in mito. Un mito disancorato
dalla realtà. Fuori dallo spazio e dal tempo. Quando invece il potere mafioso
è più forte che mai. In Sicilia, oggi: anno 2005. Gianni
Monaco prima
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