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giugno 2005 Nel
centro di Palermo due commesse su tre non sono in regola. Cosa vuol dire lavorare
nel settore privato in Sicilia?
L'edizione
palermitana di Repubblica del 4 giugno, apriva con questo titolo: "Lavoro
nero nei negozi del centro". Nell'articolo si specificava che una settimana
di indagini condotte dalla Guardia di Finanza aveva fatto emergere come due lavoratori
su tre non fossero in regola. In pratica, le commesse, o non avevano alcun contratto
oppure dichiaravano, nelle buste paga, di percepire assai più di quanto
in concreto ricevevano. Se a quanto detto non aggiungiamo altro, sembra quasi
di essere di fronte a uno scoop straordinario, una notizia sconvolgente di cui
nessuno, sinora, sapeva o quanto meno sospettava nulla. Occorre qui fare una
premessa onde evitare fraintendimenti. Il quotidiano che ha dato questa rilevanza
al fatto non ha fatto bene, ma benissimo ad operare così. Sarebbe auspicabile,
anzi, che tutti gli organi di informazione prestassero uguale attenzione a questi
fatti. Sappiamo che questo, ovviamente, non accadrà mai e sappiamo anche
il perché. Avrete capito che l'aspetto più importante della vicenda
non è tanto giornalistico, visto che abbiamo già chiarito il positivo
ruolo svolto dal quotidiano Repubblica nel merito. Il punto è un altro.
Il punto è che dobbiamo porci una domanda semplice semplice: pensiamo che
Palermo sia l'unica città della Sicilia in cui il 66% delle commesse non
ha un regolare contratto di lavoro? Pensiamo che i commercianti e gli imprenditori
più "cattivi" siano tutti concentrati nel centro di Palermo,
mentre le altre città siciliane siano il paradiso dei diritti dei lavoratori? Siamo
tutti d'accordo sul fatto che la statistica non sia una scienza esatta; però,
se davvero tutto il lavoro nero della nostra regione fosse concentrato nel solo
centro del nostro capoluogo, la cosa sarebbe alquanto "singolare". Sarebbe
bello sapere cosa pensino realmente i Sindacati di questa vicenda. Certo, saranno
sicuramente preoccupati, molto inquietati, forse pietrificati. Nel giornale si
legge che sono "in allarme". Però, in concreto, cosa facciano
nel territorio per tutelare veramente i diritti di chi lavora nel settore privato,
magari in piccole aziende o esercizi commerciali, dove coalizzarsi per manifestare
il proprio disagio è impresa ai limiti dell'impossibile, nessuno lo ha
mai capito. O almeno, io non l'ho mai saputo. E vivo in Sicilia. La verità,
senza ironie o giochi di parole, è questa. In Sicilia, lavorare nel settore
privato, è considerata una vera e propria maledizione. E questo non lo
dice chi scrive. Lo dicono i numeri. Lo dice l'altissima percentuale di occupati
nel pubblico impiego operante nel territorio. Lo dice l'altissimo numero di Siciliani
che vanno nelle altre regioni d'Italia alla ricerca di un posto pubblico o un'occupazione
nel privato retribuita e tutelata dignitosamente. Lo direbbe un eventuale sondaggio,
che probabilmente qualcuno avrà anche fatto, ma di cui non ho notizia. I
giovani seguono il tracciato di chi li ha preceduti. Pubblico o privato? Il problema
non si pone. Anche se lavorare nel pubblico vuol dire oggi aspettare qualche anno
parcheggiati all'università in attesa che si "liberino le risorse";
anche se vuol dire guadagnare 400 e rotti euro al mese; anche se il lavoro pubblico
non c'entra un cavolo con quello che si è studiato o fatto finta di studiare;
anche se il contratto è per pochi mesi e verrà rinnovato di anno
in anno; anche se
ecc. ecc. Chissà perché, i Siciliani,
giovani e meno giovani, preferiscono lavorare nel pubblico. In fondo, nel privato,
i poveri disgraziati sono solo quelli che lavorano nel centro di Palermo. E gli
altri? Non se ne se nulla. Evidentemente se la passeranno più che bene,
alla grande. Ogni loro diritto sarà tutelato. Godranno di ferie, giorni
di malattia retribuiti, percepiranno assegni familiari e riceveranno in busta
paga ogni singolo centesimo che dichiarano di percepire. Deve essere per forza
così
altrimenti ci sarebbero manifestazioni tutti i giorni e i Sindacati
non starebbero a battagliare fino all'ultimo centesimo col governo per il contratto
degli statali
Nessuno qui sta sostenendo che lavorare nel pubblico impiego
sia un delitto. Non ce ne sarebbe alcun motivo logico per pensare ciò.
La questione è un'altra. Ed è di riflettere sulla dicotomia che
nelle regioni del sud c'è sempre stata tra lavoro nel pubblico e nel privato.
Chi lavora nel privato si sente in uno stato di perenne instabilità,
sente che reclamare per i propri diritti è da folli e che a farlo si rischia
di perdere tutto, perché nessuno è dalla sua parte. Chi è
alla ricerca del posto pubblico ha tutto il diritto di ambirvi se non è
interessato alla libera professione. Il perché questo accada lo sappiamo
benissimo. Ambire al posto pubblico, perché l'alternativa è quella
maledizione del settore privato, non è una colpa. E' frutto di questioni
politiche, sociali, economiche ancestrali e mai risolte. Le colpe sono altrove.
Di chi dovrebbe agire affinché questa dicotomia cada e non lo fa. Di chi
vorrebbe farci credere che tutto ciò è normale, quando invece è
da medioevo del lavoro. Di chi fa finta che la quasi totalità dei mali
della Sicilia non derivino dall'illegalità istituzionalizzata. Gianni
Monaco
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