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Il
cimitero dei Cappuccini di Palermo e
la Venere di Siracusa nelle note di Maupassant
Il
cimitero dei Cappuccini
Ci si ferma in vari posti, dinanzi ai venditori di vedute siciliane, e lo sguardo
cade su una fotografia curiosa che esibisce un sotterraneo pieno di morti, di
scheletri ghignanti vestiti in modo strano. Sotto si legge: "Cimitero dei
Cappuccini". Di cosa mai si tratta? Se lo si chiede a un abitante di
Palermo, risponde con disgusto: "Non andate a vedere simili orrori. È
una cosa selvaggia e atroce, che non tarderà a scomparire, per fortuna.
D'altra parte, non viene sepolto più nessuno lì dentro da anni e
anni". È difficile ottenere notizie più precise e minuziose,
tanto è l'orrore che la maggioranza dei siciliani prova per quelle catacombe
eccezionali. Ecco comunque quel che alla fine appresi. La terra su cui s'eleva
il convento dei cappuccini possiede la singolare proprietà di attivare
la dissoluzione dei corpi a un punto tale che in un anno non resta più
nulla sulle ossa, se non un po' di pelle nera rinsecchita, incollata, che conserva,
talora, i peli della barba e delle gote. Si chiudono allora le bare in piccole
tombe laterali, contenenti ciascuna otto o dieci morti, e finito l'anno, si apre
la cassa da cui si ritira la mummia: orrida, barbuta, convulsa, che sembra urlare,
come travagliata da indicibili dolori. La si appende poi in una delle gallerie
principali, dove la famiglia viene di tanto in tanto a visitarla. Coloro che volevano
essere conservati con tale metodo di disseccamento, lo richiedevano prima della
morte, e in virtù del compenso annuo versato dai parenti, resteranno allineati
in eterno sotto quelle volte buie, come reperti custoditi in un museo. Se i parenti
cessano poi di pagare, il defunto viene sepolto alla maniera usuale. Volli
visitare subito questa sinistra collezione di defunti. Alla porta d'un piccolo
convento di modesto aspetto, un vecchio cappuccino, col saio scuro, mi accoglie
e mi precede senza dire una parola, ben sapendo quel che vogliono vedere gli stranieri
che giungono in questo luogo. Traversiamo una povera cappella, e scendiamo
lentamente un'ampia scalinata in pietra. E di colpo s'apre davanti a noi una immensa
galleria, larga e alta, recante alle pareti una gran quantità di scheletri,
abbigliati goffamente. Alcuni sono appesi fianco a fianco, altri coricati su cinque
loculi sovrapposti, dal suolo al soffitto. Una fila di morti è in piedi
sul pavimento: una fila compatta, con teste spaventose che sembrano parlare. Alcune
sono corrose da muffe che deformano ancor più mascelle e ossa, altre conservano
i capelli, altre un po' di baffi, altre un residuo di barba. Alcune guardano
in alto, con le loro orbite vuote, alcune in basso; eccone che sembrano ridere
atrocemente, eccone che si contorcono dal dolore; tutte appaiono paralizzate da
un inenarrabile spavento. E sono vestiti, questi morti, questi poveri morti laidi
e grotteschi, vestiti dalla loro famiglia che li ha esumati dalla bara per destinarli
a un tale macabro convegno. Indossano quasi tutti una sorta di saio nero, e recano
taluni il cappuccio in testa. Ma c'è pure chi si è voluto abbigliare
in modo più sontuoso; e il povero scheletro, con un berretto di tipo greco
ricamato al capo e avvolto in una veste da camera da ricco possidente, disteso
sul dosso, sembra dormire d'un sonno terrificante e comico. Un cartello da
ciechi, appeso al collo, porta il loro nome e la data della morte. Date che mettono
il gelo addosso. Si legge: 1880, 1881, 1882. Questo è dunque un uomo,
quel che era un uomo, otto anni fa? Questo cumulo d'ossa viveva, rideva, parlava,
mangiava, beveva, era pieno di gioia e di speranza. Ed eccolo qui! Dinanzi a questa
doppia fila di corpi innominabili, sono ammucchiate bare e casse, bare di lusso
in legno nero, con ornamenti di ottone e piccoli vetri per guardare dentro. Somigliano
a bauli o valigie di selvaggi, comprati in qualche bazar da coloro che, come si
diceva un tempo, partono per il grande viaggio. Ma altre gallerie s'aprono
a dritta e a manca, prolungando oltremodo questo immenso cimitero sotterraneo.
Ecco le donne, ancora più comiche degli uomini, per la civetteria con cui
sono state ornate. Le teste vi guardano, strette in cuffie di merletti e nastri,
d'un bianco innaturale attorno ai visi anneriti, putrescenti, corrosi dal lavorìo
oscuro della terra. Le mani, simili a radici d'albero tagliate, sporgono dalle
maniche del vestito nuovo, e le calze che coprono le ossa delle gambe sembrano
vuote. Talora la defunta porta soltanto scarpe, enormi per i poveri piedi rinsecchiti.
Ecco le ragazze, le orride ragazze in vestito bianco, recanti sulla fronte una
corona metallica, simbolo d'innocenza. Appaiono vecchie, molto vecchie, tanto
si mostrano ghignanti. Hanno sedici anni, diciotto. Che orrore! Ed ecco che
arriviamo in una galleria piena di piccole bare di vetro - sono i bambini. Le
ossa, ancora deboli, non hanno resistito. E non è facile capire quel che
si vede, tanto sono deformati, schiacciati e orrendi i poveri corpicini. Ma le
lacrime spuntano ugualmente agli occhi, giacché le madri li hanno vestiti
con gli abitini che portavano negli ultimi giorni della loro vita. Ed esse vengono
a rivederli così, i loro piccoli. Spesso, accanto al cadavere, è
appesa una fotografia che lo mostra com'era, e nulla è più sconvolgente
di tale contrasto, delle idee suscitate in noi da un simile confronto. Traversiamo
una galleria più cupa, più bassa, che sembra riservata ai poveri.
E in un angolo buio ne scorgiamo una ventina insieme, appesi sotto un abbaino
che introduce aria esterna a grandi e repentini soffi. Piegati gli uni sugli altri,
vestono una sorta di tela nera annodata al collo e ai piedi. Si direbbe che tremino,
che vogliano scappare, che invochino soccorso. Potrebbero far pensare agli annegati
di qualche nave battuta ancora dal vento, avvolti in quella tela bruna, cosparsa
di catrame, che i marinai indossano durante le tempeste, e agitati sempre dal
terrore dell'ultimo momento, quando il mare li inghiottì. Ecco il posto
dei preti. Una grande galleria d'onore! A prima occhiata, appaiono più
terribili degli altri, coperti come sono dei loro abiti sacri, neri, rossi, viola.
Ma osservandoli uno dopo l'altro, un ridere nervoso e irresistibile vi prende
davanti alle loro pose sconce e cupamente comiche. Alcuni che cantano; altri che
pregano. Hanno il capo alzato e incrociano le mani. Recano in testa la berretta
dell'officiante che, posata sulla fronte ossea, ora si piega sull'orecchio, come
per celia, ora cade fin sul naso. È il carnevale della morte, che rende
più burlesca la ricchezza dorata degli abiti talari.
Di
tanto in tanto, si dice, una testa rotola per terra, essendo state rosicate dai
topi le giunture del collo. Migliaia di topi vivono in quel carnaio. Mi mostrano
un uomo morto nel 1882. Qualche mese prima, gaio e salutivo, era venuto a scegliere
il suo posto, accompagnato da un amico: "Io sarò lì" diceva.
E rideva. L'amico torna da solo adesso e guarda per ore e ore lo scheletro
immobile, in piedi, nel posto stabilito. In certi giorni festivi, le catacombe
dei cappuccini vengono aperte alla folla. Una volta, un ubriacone si addormentò
dentro e si svegliò nel pieno della notte. In preda allo spavento, chiamò,
urlò, corse da tutte le parti, cercando di fuggire. Ma nessuno lo sentì.
Lo trovarono al mattino, talmente stretto alle sbarre del cancello, che ci vollero
seri sforzi per staccarlo. Era ammattito. Da quel giorno, venne appesa
una grossa campana davanti alla porta. La
Venere di Siracusa
Tornati a Catania, partiamo l'indomani per Siracusa. È con questa
cittadina singolare e fascinosa che va chiusa in effetti un'escursione in Sicilia.
Fu illustre quanto le città più grandi; i suoi tiranni ebbero regni
non meno celebri di quello di Nerone; produce un vino che persino i poeti hanno
decantato; ai bordi del golfo che domina, gode d'un piccolo fiume, l'Anapo, dove
cresce il papiro, segreto guardiano del pensiero; serba nelle sue mure, infine,
una delle più belle Veneri del mondo. Tante persone traversano continenti
per raggiungere luoghi di culto e di miracoli; io, ho portato le mie devozioni
alla Venere di Siracusa! Nell'album d'un viaggiatore, avevo visto la fotografia
di tale sublime femmina di marmo, e me ne innammorai, come ci si innammora d'una
donna. Fu per lei, forse, che mi decisi al viaggio; parlavo e sognavo di lei in
ogni istante, prima ancora d'averla veduta. Arrivammo tuttavia troppo tardi
per entrare nel museo diretto dal dotto professore Francesco Saverio Cavallari13,
il quale scese a bere, moderno Empedocle, una tazza di caffè nel cratere
dell'Etna. Mi trovai perciò costretto a girare per la città,
costruita su un isolotto, e separata dalla terraferma da tre cinte di mura, fra
le quali passano tre bracci di mare. È piccola, graziosa, poggiata sulla
costa, con giardini e passeggiate che scendono fino agli arenili. Andiamo
poi alle Latomie, immensi scavi a cielo aperto, che in origine furono cave e divennero
in seguito prigioni, ove furono rinchiusi, per otto mesi, dopo la disfatta di
Nicia, gli Ateniesi catturati, annichiliti dalla fame, dalla sete, dall'orribile
calura di queste fosse, e dal fango in cui agonizzavano. In una di esse, la
Latomia del Paradiso, può notarsi, in fondo a una grotta, una curiosa apertura
che viene chiamata l'orecchio di Dionisio, poiché si dice che il tiranno
di Siracusa vi si accostasse per ascoltare le lagnanze delle proprie vittime.
Ma esistono pure altre versioni. Alcuni eruditi di buon ingegno pretendono che
la grotta, posta in collegamento col teatro, servisse da sala sotterranea per
le rappresentazioni cui prestava l'eco della sua sonorità; dato che pure
i rumori minimi vi acquistano una prodigiosa risonanza. La più curiosa
delle Latomie è sicuramente quella dei Cappuccini, un giardino vasto e
profondo diviso da volte, archi, rocce enormi, e racchiusa in dirupi bianchi.
Un po' più oltre si visitano le catacombe, la cui estensione pare raggiunga
i duecento ettari, e in cui il signor Cavallari scoprì un sarcofago cristiano14,
uno dei più belli fra quelli conosciuti. Rientriamo poi nell'umile
albergo che domina il mare e restiamo a sognare fino a tardi, guardando l'occhio
rosso e l'altro azzurro d'una nave all'ancora. Appena fatto mattino, poiché
la nostra visita è stata già annunciata, ci aprono le porte del
grazioso palazzo che conserva le collezioni e le opere d'arte della città.
Varcando la soglia del museo, la scorsi in fondo una sala, bella come l'avevo
immaginata. Le manca la testa, non possiede un braccio; eppure, giammai una figura
umana mi è apparsa più stupenda e fascinosa. Non è affatto
la donna dei poeti, la donna favoleggiata, la donna divina o maestosa, come la
Venere di Milo, è la donna tale come è, come la si ama, come la
si desidera, come la si vuole stringere. È prosperosa, col seno florido,
l'anca robusta e la gamba vigorosa; è una Venere carnale che quando la
si vede, in piedi, è naturale immaginarla coricata. Il braccio perduto
celava i seni; con la mano rimasta solleva un panno col quale copre, con grazia,
i fascini più intimi. Tutto il corpo è fatto, ideato, inclinato
per questo movimento, tutte le linee vi confluiscono, tutto il pensiero vi concorre.
Questo gesto semplice e naturale, pregno di pudore e di sensualità, che
nasconde e mostra, che vela e svela, che attrae e allontana, sembra definire tutti
i caratteri della donna sulla terra. Il marmo è vivo. Lo si vorrebbe
carezzare, con la sicurezza che cederà sotto la mano, come la carne. Le
reni soprattutto sono animate e belle fino all'indicibile. Scorre in tutto il
suo fascino la linea sinuosa e piena del dorso femminile che va dalla nuca ai
talloni, e che, nel contorno delle spalle, nelle rotondità calanti delle
cosce e nella tenue curva del polpaccio assottigliato fino alle caviglie, rivela
tutte le modulazioni della grazia umana. Un'opera d'arte si mostra superiore
quando è, nel medesimo tempo, il simbolo e l'espressione esatta d'una realtà.
La Venere di Siracusa è una donna, ed è pure il simbolo della carne.
Dinanzi al volto della Gioconda, ci si sente ghermiti da non so quale tentazione
di amore mistico e fiaccante. Esistono pure donne viventi i cui occhi destano
in noi un simile sogno di sfuggente tenerezza. Si cerca in esse qualcosa di recondito,
perché sembrano possedere un po' di quell'ideale ineffabile. Lo rincorriamo,
senza mai raggiungerlo, nell'intimo della bellezza, in cui pare di scorgere un
disegno, nell'infinito dello sguardo, che rimane soltanto una sfumatura dell'iride,
nel fascino d'un sorriso nato da una piega delle labbra e da un luccichio di smalto,
nella grazia delle forme e dei movimenti fatti a caso.
Così
i poeti, inguaribili sognatori, sono sempre stati tormentati dal desiderio di
amore mistico. L'esaltazione naturale del loro animo, mosso dall'eccitazione artistica,
li spinge a concepire amori nebulosi e impossibili, perdutamente teneri, estatici,
mai sazi, sensuali senza essere carnali, tanto delicati che un niente li fa svanire.
Tali poeti sono, forse, i soli uomini che non abbiano amato mai una donna, una
donna in carne e ossa, con le sue qualità e i suoi difetti di donna, con
la sua mente di donna, definita e deliziosa, i suoi nervi di donna e la sua prorompente
femminilità. La creatura assorbita nel loro sogno diviene simbolo di
un essere misterioso e irreale che celebrano oltre ogni misura. La creatura vivente
prescelta da tali cantori d'illusioni è come una statua dipinta, l'immagine
d'un dio davanti a cui inginocchiarsi. Ma dov'è questo dio? Chi è
questo dio? In quale parte di cielo abita la sconosciuta da essi follemente venerata?
Non appena toccano una mano che reagisce alla stretta, la loro anima si rifugia
nell'invisibile sogno, lontano dalle cose carnali. La donna che stringono,
essi la trasformano, la correggono, la trasfigurano con la loro arte. Non sono
le sue labbra che baciano, bensì le labbra sognate. Non è in fondo
ai suoi occhi, azzurri o neri, che si perde il loro sguardo esaltato, ma in qualcosa
di remoto e d'inconoscibile. L'occhio della loro dea altro non è che un
vetro attraverso cui cercano di guardare il paradiso dell'amore ideale. Tuttavia,
se certe donne fascinose possono suscitare in noi una illusione tanto rara, altre
non fanno che eccitare nelle nostre vene l'amore impetuoso che perpetua la vita.
La Venere di Siracusa è l'espressione perfetta della bellezza esuberante,
sana e semplice. Questo busto mirabile, di marmo di Paros, è, dicono, la
Venere Callipigia descritta da Ateneo15 e Lampridio16, donata da Eliogabalo17
ai Siracusani. Non ha la testa! E che importa? Il simbolo ne è uscito
più completo. È un corpo di donna che esprime tutta la reale poesia
della carezza. Schopenhauer diceva che la natura, nell'intento di perpetuare la
specie, ha reso un tranello l'atto della riproduzione. La figura di marmo
che ho veduto a Siracusa è proprio l'umana trappola intuita dall'artista
antico: è la donna che copre e rivela a un tempo lo stupefacente mistero
della vita. E non importa che sia un tranello. Essa chiama la bocca, attira
la mano, offre ai baci la realtà palpabile della carne fascinosa, della
carne morbida e bianca, tonda, piena e deliziosa da stringere. È divina,
non perché esprima un pensiero, ma solamente perché è bella.
Ammirandola, si pensa all'ariete bronzeo di Siracusa, il più bel pezzo
del museo di Palermo, che, pure esso, sembra compendiare tutta l'animalità
del mondo. La bestia possente è coricata, con corpo sulle zampe e la testa
volta a sinistra. Questa testa di animale sembra quella d'un dio, d'un dio bestiale,
impuro e superbo. La fronte è larga e rugosa, gli occhi distanti, il naso
incurvato, lungo, forte e calcato, d'una prodigiosa espressione brutale. Le corna,
reclinate all'indietro, ricadono, si avvolgono e si ripiegano, allontanando le
loro punte aguzze sotto le orecchie affilate che somigliano anch'esse a due corna.
E lo sguardo dell'animale vi penetra, stupido, inquietante, duro. Si sente la
belva quando ci si accosta a tale bronzo. Chi sono allora i due artisti eccelsi
che hanno saputo formulare, sotto due aspetti così diversi, la bellezza
semplice della creatura? Ecco, comunque, le due sole statue che mi abbiano
lasciato, al pari di esseri viventi, l'ardente desiderio di rivederle. Mentre
usciamo, rivolgo ancora a quei fianchi di marmo l'ultimo sguardo, quello che si
lancia dalla porta alle persone amate negli attimi dell'addio; poi salgo in barca
per andare a salutare, dovere di scrittore, i papiri dell'Anapo. Traversiamo
il golfo da un bordo all'altro e scorgiamo, sulla riva levigata e brulla, la foce
d'un minuscolo fiume, quasi un ruscello, in cui c'inoltriamo. La corrente
è dura da risalire. A volte remiamo, a volte usiamo la gaffa per scivolare
sull'acqua che scorre veloce fra due rive ricolme di fiori gialli, piccoli e splendenti:
due rive d'oro. Ecco le canne, che al nostro passaggio si gualciscono, si
curvano e si rialzano. Ecco ancora, con il gambo nell'acqua, gli iris blu, d'un
blu intenso, sui quali volteggiano innumerevoli libellule dalle ali di vetro,
translucide e frementi, grandi come uccelli-mosca. Adesso, fra le due balze che
ci stringono, crescono cardi giganti e convolvoli smisurati, che intrecciano le
piante ai bordi con le canne del ruscello. Sotto di noi, in fondo all'acqua,
si scorge una foresta di grandi erbe che si muovono, ondeggiano, galleggiano,
sembrano nuotare nella corrente che le agita. Poi l'Anapo si separa dall'antico
Ciane, suo affluente. Procediamo fra le rive servendoci di un'asta. Il ruscello
scorre sinuoso fra paesaggi lindi e suggestivi. Infine appare un'isola, piena
di strani arbusti. Gli steli deboli e triangolari, alti da nove a dodici piedi,
recano in cima ciuffi tondi di fibre verdi, lunghe, esili e soffici come capelli.
Si direbbero delle teste umane divenute piante, gettate nell'acqua sacra della
sorgente da uno degli dèi pagani che vivevano lì un tempo. È
il papiro antico, che i contadini chiamano parrucca. Eccone altri più
lontano, un intero bosco. Fremono, mormorano, si chinano, si urtano, mischiano
le loro fronti lanose, sembrano parlare di cose remote e oscure. Non è
curioso forse che l'arbusto venerabile, che ci consegnò il pensiero dei
morti, che fu custode del genio umano, tenga, sul suo corpo esile di arboscello,
una larga criniera fluente e rigogliosa, simile a quella dei poeti? Al tramonto
del sole, torniamo a Siracusa; e guardiamo, nella rada, un piroscafo appena arrivato,
che, questa sera stessa, ci porterà verso l'Africa. Brani
tratti da Viaggio in Sicilia di Guy de Maupassant, traduzione di Carlo
Ruta. Edi.bi.si., Messina 1998. Titolo originale dell'opera: La Sicile.
In La vie errante, Parigi, 1890
Prefazione
e nota biografica
Maupassant
e l'isola della Venere
In viaggio verso l'Africa, Guy de Maupassant giunge in Sicilia nella tarda primavera
del 1885. E vi resta poco meno di due mesi, che vive con un particolare impeto,
come testimonia la cronaca che ne lascia, pubblicata in stesura definitiva - quella
che qui si propone - nel volume La vie errante del 1890. Ad attrarre il narratore
francese sono anzitutto le pietre del passato, che rendono l'isola ai suoi occhi
"un divino museo di architetture". E fra le tante che ricoprono la Sicilia,
alcune in particolare accendono la sua cronaca: la Cappella Palatina, il duomo
e i chiostri di Monreale, le grandiose rovine di Selinunte, i templi di Segesta
e di Girgenti, il teatro greco di Taormina. Opere note e celebrate, che hanno
fatto certo la storia e l'epopea letteraria del Grand Tour, nella precisa variante
siciliana; che in Maupassant trovano nondimeno una figurazione inusuale.
È comunque un marmo, un busto senza testa, a esercitare su di lui la seduzione
più intima: la prorompente Venere di Siracusa, a lungo vagheggiata, che,
diversamente da quella di Milo, spezza ai suoi occhi il sogno amoroso dei poeti,
inteso come vacuo e travisante, a beneficio della carne. Sappiamo per altro quanto
Maupassant abbia assimilato della lezione realistica di Flaubert, suo "irréprochable
maître", e quale parte abbia giocato la donna nel suo vivere e nel
suo scrivere. Le parole qui si accendono allora d'un curioso palpito. Si fanno
ardenti, telluriche, febbrili. Come sintomo d'un contenzioso che gli riesce difficile
sanare. Stretto come appare, il narratore, fra la "poesia della carezza",
che resta per lui il vero limite della felicità umana, e i suoi risvolti
di caducità. Nel suo vagare siciliano, varcando talora i confini suggeriti
dal Baedeker, l'autore di Bel-Ami scopre inoltre l'immensa natura siciliana, la
quale balza dalla sua cronaca con annotazioni rapide e incalzanti, che la ritraggono
scabra, vulcanica, sulfurea, eternamente mossa, ma viva e rigogliosa a un tempo,
e disposta comunque a lasciarsi governare. Una natura vissuta faccia a faccia
e impressa dalle visuali che meglio ne esaltano i colori e l'estensione: le cime
nevose dell'Etna, il cratere di Vulcano, le scalinate del teatro taorminese, le
valli agrigentine, il greto dell'Anapo, il mare aperto di Lipari e Vulcano. Anche
qui, pagine ispirate e dense, prossime alla poesia a momenti, ma ben distanti
da ogni arcadia e giocate comunque sui sensi prima che sulle nozioni, come è
congeniale al narratore, che, nel ricordo inesausto della sua Normandia, serba
della natura un concetto spesso, come paradigma di vita. E a intrigarlo è
pure la società del tempo, di cui annota, benché velocemente, abitudini
e gusti. Senza indugiare tuttavia nell'esotico, come è usuale nelle letterature
del Grand Tour. Cercando di cavare invece la materia, la traccia autentica, l'humus
di questa isola, che non merita per lui le voci che la vogliono primitiva e preda
di briganti pronti ad assaltare a ogni passo. Le medesime voci che, a motivo della
loro diffusione in Europa e nella penisola stessa, fanno dire all'etneo Luigi
Capuana, in una lettera aperta del 1892 indirizzata a Verga: "La maggioranza
stessa degli italiani forse non conosce altra Sicilia all'infuori di quella da
te, dal nostro Federico De Roberto e da me rappresentata nelle novelle e nei romanzi,
e da te popolarizzata più di tutti con Cavalleria rusticana".
Resta comunque una Sicilia di disagi quella che traversa Maupassant, dove non
esiste più il brigantaggio, castigato a morte da prefetti e generali, con
metodi spicci e tristemente militari, ma resistono le cause che l'hanno generato:
le vessazioni sociali e la miseria al primo posto. E lui stesso ne reca un significativo
saggio, da attento osservatore qual è, quando annota con commozione e sdegno
i patimenti e l'agonia dei bambini nelle miniere dello zolfo. Una condizione tragica,
avallata dai governi e regolata perfino da un incredibile contratto, quello del
carusato, che non ha eguali in Europa e nel resto dell'Italia. Nelle pagine
di Maupassant, che pure restano pervase da umorismo e levità, non manca,
infine, un peculiare punto d'ombra. È il sentimento della fine, che se
si avverte appena, come caducità e disincanto, nel contatto con la Venere
carnale, libera invece tutta la sua energia nelle note sul cimitero dei cappuccini
di Palermo, dense d'inquietudine e di pena. A rendere singolari tali chiose non
è solo il loro spazio beninteso, enorme rispetto all'usuale (basti qui
pensare all'accenno risentito nella Reise di Goethe e al silenzio d'altri), sono
bensì anche i modi della narrazione e la cura del dettaglio. Lo scrittore
scorre in rassegna quei cumuli di ossa, separati comicamente per censo, per età,
per sesso, ne descrive i lineamenti, gli abiti, le pose, mentre divaga e si arrovella,
invaso da una fascinazione che assume toni e ritmi noir. Siamo, come è
evidente, a una figurazione estrema, che ricorre per altro in molti suoi lavori,
con affinità e ritorni anche curiosi. A testimoniare i destini e i corsi
di un Maupassant lungamente in bilico: fra la vita, che lo accende e lo brucia
fino al paradosso, e il presentimento della tenebra, che giunge a farsi orrore;
fra i lupanari parigini, ove contrae la lue, e i cimiteri. Ed è così
che, al giro di boa del decennio ottanta, l'isola della Venere lo sorprende: amante
delle cose e disperato a un tempo; incalzato già dall'oscuro coabitatore
de Le Horla. Nel narrare la Sicilia, lo scrittore normanno non esula dunque
dalla sua vertigine, nel chiuso d'una cripta che lui medesimo dice di aborrire.
Gli esiti restano nondimeno sorprendenti. Mentre non toglie nulla infatti alle
luci, ai colori, alle bellezze abbacinanti della terra che tanto lo conforta,
finisce con l'arricchire la trama d'un sottile controcanto, d'un simbolo efficace
del lutto e del precario che marcano l'altro volto dell'isola "divina".
Carlo
Ruta Nota
biografica
Henry-René-Albert-Guy de Maupassant nasce il 5 agosto 1850 a Tourville-sur-Arques,
nel dipartimento della Senna inferiore, da Gustave de Maupassant, agente di Borsa,
e Laure Le Poittevin. La famiglia è di origine lorenese, ma vive da più
generazioni in Normandia, dove lo scrittore trascorre l'intera fanciullezza, in
un orizzonte felice di campagna che marca a fondo il suo carattere, e farà
da sfondo a molte sue novelle. Da ragazzo studia presso il collegio di Yvetot
e il liceo di Rouen, mentre assorbe dalla madre, amica e frequentatrice di Flaubert,
il gusto per la letteratura e le arti in genere. Dopo la disastrosa guerra franco-prussiana
del 1870-71, che lascia in lui disagi e avvilimento, si sposta a Parigi, dove
trova impiego, lungo gli anni, presso vari ministeri. Entra così in contatto
con gli ambienti letterari della capitale, che in quella stagione, auspice l'autore
di Madame Bovary, vivono una grande animazione, all'insegna del realismo. E stringe
amicizia, in particolare, con Émile Zola, Edmond de Goncourt, Henry Céard,
Joris Huysmans, Octave Mirbeau e altri ancora, coi quali partecipa, intorno al
1877, alle riunioni che tengono a battesimo il naturalismo. Per Maupassant, nondimeno,
è ancora tempo di maturazione intima e di attesa, confortato dalla vicinanza
morale di Flaubert. E così è fino al 1880, quando, già trentenne,
pubblica nella nota raccolta Les Soirées de Médan la novella Boule
de Suif, che segna il suo trionfo. Da quel momento, lasciato l'impiego pubblico,
la sua attività di scrittura si snoda lungo gli anni con ritmi fluviali.
In poco meno di due lustri escono infatti centinaia di novelle, raccolte in quindici
tomi (La Maison Tellier, Madamoiselle Fifi, Contes de la bécasse, Clair
de lune, Yvette, La main gauche, L'inutile beauté, e così via),
e romanzi di assoluto successo come Une vie (1883), Bel-Ami (1885), Mont-Oriol
(1887), Pierre e Jean (1888), Fort comme la mort (1889). Ma l'attività
letteraria febbrile e intensa, che gli assicura peraltro l'agiatezza, non lo distoglie
dalla vita attiva: viaggia per il mondo, lasciando di tali percorsi tre resoconti,
Au soleil (1884), Sur l'eau (1888) e La vie errante (1890); pratica ancora canottaggio
nella Senna; girovaga col suo veliero Bel-Ami nelle acque e fra le darsene della
Costa Azzurra; si concede a innumerevoli amori. In lui, arte e vita sembrano seguire
in definitiva lo stesso canovaccio, che lascia prevalere i richiami accesi della
sensualità, il culto del bello, la vicinanza alla natura, l'avversione
infine a un certo milieu borghese dal fondo menzognero. È tuttavia in quei
medesimi anni che comincia a insinuarsi nel suo intimo un vischioso e irriducibile
nichilismo, che, se nelle pagine dei romanzi e delle novelle risuona come inquieta
rappresentazione del caduco, buia e fascinosa a un tempo, nel vivo delle carni
gli si conficca come un chiodo, incidendolo e macerandolo senza posa. Nel racconto
Le Horla, che meglio d'ogni altro raffigura il senso della tenebra che pervade
la sua mente, fa scrivere al protagonista: "Ho in continuazione la spaventosa
sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l'apprensione per una sciagura
che è il segno della morte vicina, il presentimento d'un morbo sconosciuto
che germina nel mio sangue
". Il viaggiare, l'estenuante ricerca della
donna, lo stesso scrivere certo lo aiutano a lenire i suoi tormenti, a imbrigliare
in qualche modo i suoi fantasmi, ma non sradicano il suo male, che dopo i quarant'anni
prende a soverchiarlo in modo irreparabile, fino a spegnerlo, a Parigi, il 6 luglio
del 1893.
c.
r. Prima
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