La malavita e l'ombra

di Carlo Ruta


Nel secolo scorso c'era mafia negli Iblei? Le testimonianze del tempo dicono in prevalenza no. Antonino Cutrera nell'opera La mafia e i mafiosi (1900), riteneva che il fenomeno riguardasse solo le province occidentali e centrali dell'isola, e vedeva il differenziarsi delle due aree siciliane come un enigma. E del medesimo avviso era Enrico Ferri, autore di Sociologia criminale (1892), il quale pensava che la differenza fosse dovuta alla dominazione greca nella Sicilia orientale, durata più a lungo che altrove. Sono conclusioni che associano la mafia alla visibilità dei fatti di sangue, e nell'oriente dell'isola non esisteva in effetti tradizione di delitti destinati alle grandi cronache (pensiamo ai casi Notarbartolo e Petrosino). Non si conoscevano gruppi organizzati come quello degli stoppaglieri di Monreale, né capacità logistiche come quelle espresse dai pugnalatori di Palermo, né scuole di malavita come il carcere della Vicaria. Nelle province più a sud, in aggiunta, non era nemmeno scoccato il banditismo impetuoso e carismatico che s'era acceso in altre parti nel periodo post-unitario. Apparivano in ultimo contenute le condotte dei pubblici poteri, dinanzi agli intrighi palermitani del prefetto Medici, del questore Albanese, e così via.

Qual è allora l'humus degli Iblei nell'Ottocento? Alcuni dati sono ricavabili dalle pagine di Serafino Amabile Guastella. Il contadino del circondario modicano sente distanti i poteri e la legge, si sente oppresso dal dazio e dal fisco. "Il Re è come la pulce; entra dove gli piace, succia quel che gli piace". L'eroe popolare è perciò il contrabbandiere (protetto da Sant'Elmo) che rende giustizia al popolo vessato. Le Parità (1884) danno poi conto del radicamento dell'omertà nel contadino. Una sorta di etica del tornaconto che viene resa in maniera assai vivida nel racconto di Fra Illuminato, che il Guastella raccoglie dal chiaramontano Francesco Amato. Il frate vuol denunziare l'autore d'un omicidio di cui è stato testimone, ma lungo la via che lo porta in città, un coniglio, una volpe e un cane cercano in tutti i modi di dissuaderlo, con argomenti varî, incardinati sull'inutilità della denunzia e sui vantaggi del silenzio, e alla sua risolutezza reagiscono col dileggio: "Va dunque, o maledetto spione! Va, vendi la carne battezzata! gridò indignato l'agnello, e ritornò alla mandra senza rivolgersi indietro". Fra Illuminato resiste ai "consigli" come può. Giunge infine alle porte della città, che reca in alto una statua magica, posta lì per dare l'allarme, con la tromba, quando si profila un pericolo o appare un nemico. Il séguito comunque lasciamolo al Guastella:

Fra Illuminato stava già per entrare, quando vide la Statua muoversi furiosamente e porsi in bocca la tromba; sicchè maravigliato le chiese:
- Perchè vorresti sonare? Son io forse un nemico della Città?
- Ne sei il principale, gli rispose la statua. Perché sei venuto qui? Perchè hai sprezzato i consigli degli animali? Sappi, o scellerato, che il giovane che tu vorresti punito diverrà col tempo un gran Santo; lascerà tutte le sue ricchezze ai poverelli di Dio, e ritirato in un deserto piangerà notte e giorno la colpa sua.
Fra Illuminato pensò, pensò a lungo, sì a lungo, che quasi annottava. Poi ritornando lentamente al convento sclamò:
- Dio non vuole che lo denunci!
E nel ritornare che fece, l'agnello, il coniglio e il cagnaccio gli si prostrarono e gli leccarono i piedi.


Nei racconti che lo studioso di Chiaramonte ha tratto dal contado ibleo ritroviamo ancora il senso della roba, sospinto a taluni livelli fino al paradosso. Si tratta, come è evidente, di condotte comuni a tutta l'isola che affondano le radici nella storia, in soprusi lontani, nei drammi irrisolti del paese dopo gl'impeti unitari. Ed entro un dato limite, pure nel circondario modicano, quando entra in gioco l'interesse, scocca la scintilla del delitto. A Ragusa negli ultimi anni del secolo i mulattieri non vogliono saperne di trasportare l'asfalto dalle miniere alla stazione ferroviaria perché si guadagna di più nel trasportarlo fino ai porti. E per mantenere il loro monopolio, giungono ad atti di sordida violenza.

Le province sud-orientali dell'isola esprimono storicamente una mafia debole? Non sempre. E la debolezza può essere comunque solo una variante. La storia di questo secolo testimonia d'altra parte situazioni alterne. È noto per esempio che lo squadrismo modicano fu fra i più efferati della penisola, al punto che i suoi atti, fra cui l'eccidio di Passo Gatta, vennero giudicati riprovevoli all'interno stesso del PNF. Ebbene, tale squadrismo finì per somigliare a una vera e propria cosca, per i caratteri che assunse: la protezione che assicurava agli aderenti, l'omertà che lo innervava, gl'interessi economici che garantiva, il reclutamento nelle file della malavita, e così via. A riassumerne i tratti rimane comunque il capo Felice Corulla, schedato dalla pubblica sicurezza e dai carabinieri per reati di ogni genere e tenutario di bordelli.

Negli Iblei è assente nell'ultimo dopoguerra il fenomeno del banditismo carismatico. Nel catanese imperversano Vincenzo Stimoli, Giuseppe Dottore, Agatino Ciaramidaro e Salvatore Fuselli. Nel centro Sicilia la banda dei niscemesi di Avila diviene una colonna dell'esercito separatista e si rende protagonista il 10 gennaio '46 di una imboscata in cui cadono otto carabinieri. Ciò nondimeno, nel periodo 1943-46 tutte le contrade sud-orientali, incluse quelle iblee, sono infestate da bande. Pensiamo a quella senza storia che si muove nelle paludi della Marza e che i contadini del luogo conoscono come banda cucù. Fatta da latitanti, disertori e renitenti alla leva. Pensiamo ancora a quella che s'istalla a Ibla, in una grotta sotto l'ospedale Arezzo, e composta in larga parte da studenti: alcuni dei quali completeranno poi gli studi.

Obiettivo delle bande iblee sono le dispense dei più agiati, dove si conservano le derrate alimentari. Vengono ispezionati fienili, ville, masserie, palmenti. Vengono sottratti animali. Ma non si pratica il sequestro di persona che invece nel catanese, nel nisseno e nel palermitano è in quegli anni il primo cespite dei banditi. L'assenza di figure carismatiche, capaci di una gestione solida della banda, e la separatezza dalle comunità del luogo non permettono evidentemente di varcare un certo limite.

E nelle città, cosa fa la malavita in quei frangenti? È Maria Occhipinti, protagonista dei tumulti del gennaio 1945, a riportare di alcune presenze subdole di Ibla nel libro Una donna di Ragusa. Dice in particolare di tali Cassarino e Lauretta, riconosciuti come mafiosi di San Paolo. Partecipano alla rivolta dei "non si parte" del gennaio 1944, e una volta in carcere, per delitti comuni, probabilmente in combutta con organi carcerari e giudiziari, accusano e fanno condannare a sette anni, per una supposta estorsione, uno dei capi della rivolta. E questo, pur nella minimalità del caso, ci consegna un carattere non secondario delle mafie, la flessibilità del loro agire in base alle circostanze: con i rivoltosi prima, coi poteri dopo.

Le presenze malavitose negli Iblei, legate al disagio contadino e ai cliché del vecchio malandrinaggio, fino ai primi anni sessanta mostrano caratteri discreti e una incidenza nella vita sociale piuttosto contenuta. Punti di confluenza sono solitamente i quartieri periferici, le mescite, le piazze. Non si uccide, se non in rarissimi casi. Non si conoscono faide familiari degne di menzione. I delitti sembrano mossi dalla casualità piuttosto che dall'intenzione. Come nel caso del pastore Giuseppe Modica, che uccide nel 1961 una guardia campestre, nelle contrade della Marza, al confine fra Ispica e Pachino, per un banale sconfinamento del gregge. L'omicidio è di una efferatezza rara e fa clamore in tutta l'isola. Tramortito con una bastonata, finito con un macigno, mentre implora la vita in cambio del silenzio. Il destino del Modica? Uscito anzitempo per buona condotta ritornerà negli anni ottanta al gregge.

Nel corso decennio sessanta le cose cominciano a mutare. Ci sono gli scambi malavitosi fra Vittoria e Gela, sede del polo petrolchimico e infeudata ai Madonia di Vallelunga. Esistono le attività di Giuseppe Cirasa: contrabbando di sigarette e azzardo. Fra le anomalie vanno poste poi le ricchezze repentine che affiorano in quasi tutti i centri della provincia. I tempi della borsa nera - un grande affare per i più spregiudicati, anzitutto a Ragusa - sono ormai lontani. Il petrolio, scoperto nel '53 dalla Gulf Oil Company, ha elevato il tenore medio di vita ma non ha prodotto ricchezze fuori misura, se non quelle visibili e comunque non improvvise dei subappalti e dell'indotto edilizio. Il miracolo economico infine ha lasciato in Sicilia e nella provincia beneficî del tutto trascurabili, legati alle sole rimesse degli emigrati. Non esiste comunque una casistica giudiziaria di riferimento: in quegli anni i patrimoni personali sono ancora tabù, le banche casseforti inviolabili e la mafia ufficialmente non esiste neppure a Palermo.

 

Brano tratto dal libro Politica e mafia negli Iblei di Carlo Ruta, Edizioni La Zisa, Palermo 1998.

 

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