| | Danilo
Dolci in Sicilia nel racconto di Carlo Levi Carlo
Levi nasce a Torino nel 1902. Si laurea in medicina, ma sin da giovane preferisce
dedicarsi alla pittura. Aderente a "Rivoluzione Liberale", viene persequitato
dal fascismo. Nel biennio 1935-36 viene assegnato al confino in Lucania. Negli
anni successivi, fino al 1942, ripara in Francia. Ritornato quindi in Italia,
viene nuovamente arrestato nel 1943. Nel 1945 dà alle stampe Cristo
si è fermato a Eboli, che viene riconosciuto in tutto il mondo quale
esempio fra i più alti di letteratura civile. Seguono: Paura della libertà,
nel 1946; L'Orologio, nel 1950; Le parole sono pietre, nel 1955;
Il futuro ha un cuore antico, nel 1956; La doppia notte dei tigli,
nel 1959; Tutto il miele è finito, nel 1964. Muore a Roma nel 1975.
Il brano che qui si presenta è tratto da Le parole sono pietre delle
edizioni Einaudi: opera che, quale ideale seguito di Cristo si è fermato
a Eboli, pone il tema dei mali sociali che corrodono l'isola, a partire dalla
povertà. Carlo
Ruta
Correvamo ora, ritornata alla riva del mare e alla strana compagnia dei contemporanei,
attraverso Castellammare del Golfo, sciorinata come un grigio ventaglio alla svolta,
e le villette sparse di Alcamo Marina, e le dune di sabbia di Balestrate, verso
Trappeto e il Borgo di Dio, meta del nostro viaggio di oggi. Eravamo venuti per
vedere Danilo Dolci, l'architetto triestino che dopo due anni di esperienza di
Nomadelfia ha fissato qui la sua vita e il suo lavoro, tra i poveri di questo
villaggio di pescatori e di contadini. Il paese, quando vi entrammo, forse per
l'ora calda, pareva disabitato. Chiedemmo finalmente di lui a una donna che si
affacciò da una soglia e ci avviammo, secondo le sue indicazioni, passata
la ferrovia, per una ripida strada sassosa, fino a una specie di grande capannone
in muratura, di costruzione recente, che pensavamo fosse la sua casa. Anche qui
non c'era nessuno, ci affacciammo a una finestra e vedemmo che l'interno era un
grande stanzone vuoto coi muri tutti decorati di grandissimi disegni lineari,
in matita o in carbone sul fondo bianco del muro, che rappresentavano con una
minuzia infantile e una elegante accuratezza e precisione, le erbe e i fiori dei
campi. Un muratore che passava avviandosi a un'altra costruzione non ancora terminata,
lì vicino, ci disse che quella era l'"Università", dove
si tengono conferenze e lezioni, che la casa a cui stava lavorando sarebbe stata
la sede del Consorzio per l'irrigazione, e che Dolci abitava più in basso.
Di lassù, in quell'ora meridiana, si apriva davanti a noi un largo passaggio
incantevole. La terra dove posavamo i piedi era bruciata dal sole, ma vi nascevano,
frutto evidente di cure amorose, pomodori e ortaggi. Dietro di noi le montagne
funeste che avevamo passato al mattino, e Montelepre intenerita dalla distanza,
al di là della piana di Partinico, e davanti un mare sereno e intatto e
la costa che si dilunga verso Palermo, piena di azzurre grotte inesplorate. Sembrava
un paese felice, nutrito da un sole amico. Entrammo nella casa di Danilo che ci
accolse amichevole e aperto: alto, robusto, con una grossa nordica testa complessa,
gli occhi vivaci dietro gli occhiali, allegro di una interna energia, sempre presente,
sempre rivolto, anche nei minimi gesti, all'azione. È, la sua, una casa
modesta e nuda, con un pianoforte, un tavolo coperto di progetti e di carte, e
il muro bianco, ornato, come quello dell'Università, da un enorme disegno
di erbe e di foglie, opera anche questa, come quelle altre, dei suoi ragazzi.
Cominciò subito a parlarci dei lavori che gli stavano a cuore, del progetto
per l'irrigazione per tutta la zona, che permetterà di cambiare profondamente
la situazione e di combattere la miseria. Ci spiegò tutte le sue altre
iniziative, l'asilo, la scuola, l'assistenza, la lotta contro la pesca abusiva,
e le inchieste, e gli studi, le conferenze, i concerti, insomma, quella attività
che conoscevamo dai suoi scritti, ma che qui prendeva ai nostri occhi la sua giusta
dimensione. Non era, il suo, il tono del puro missionario o del filantropo, ma
quello di un uomo che ha fiducia, che ha fiducia negli altri (una fiducia generale
nell'uomo), e fa sorgere la fiducia intorno a sé, e con quest'arma sola
sente di poter far nascere la vita dove sarebbe impossibile, a poco a poco, per
forza spontanea; che per fiducia si è buttato, quasi a caso o senza scelta,
in uno qualunque dei mille e mille paesi della miseria, e vi si è voluto
radicare, per non essere il filantropo che viene di fuori e che, per quanto faccia,
resta di fuori, facendo in tutto la vita degli altri, tagliando i ponti dietro
di sé. Danilo ci presentò sua moglie, una vedova di Trappeto con
cinque figli, e altri bambini venivano e giravano per la stanza: e in loro e nella
moglie, e nella giovane maestra dell'asilo, e nei muratori, in tutti, c'era la
stessa aria allegra e attiva, come se a quella loro condizione nulla potesse parere
estraneo. Sapevamo delle lotte sostenute, della ottusa ostilità e diffidenza
delle autorità, così simile a quella della polizia e della burocrazia,
realistiche e savie, degli Zar, nei riguardi degli utopici e idealistici populisti
russi. Dolci non ce ne parlò, ma ci descrisse invece le condizioni terribili
di Trappeto e di Partinico che egli conosce casa per casa, famiglia per famiglia,
le malattie, l'analfabetismo, la delinquenza, la prostituzione, gli effetti mortali
di una antichissima miseria, origine sola, secondo lui, del banditismo, e degli
altri mali, conservati volutamente da un'azione di governo che non vuole risolverli
e che butta miliardi per la repressione poliziesca del banditismo, dove basterebbero
milioni per abolirne le cause. Ci mostrò le sue statistiche sulle famiglie
dei banditi, dove la fame, l'analfabetismo e la disoccupazione sono caratteristiche
costanti, in paesi dove la maggior parte della popolazione sono, come qui si usa
chiamarli, "industriali", uomini cioè che si industriano, senza
terra né mestiere, né la possibilità di avere terra o mestiere
per campare e non morire. Queste cose sono conosciute da chi le vuole conoscere,
ma Danilo volle mostrarcele sul vero: le cose reali hanno un linguaggio assai
più chiaro che le parole e le statistiche. Scendemmo con lui al Vallone,
per le strade miserabili e puzzolenti; entrammo nelle case senza pavimento, piene
di mosche e di acque putride, rivedemmo, ancora una volta, come in tanti altri
villaggi e paesi del sud, la grigia faccia della miseria; gli uomini senza lavoro,
"disfiziati", senza volontà e desiderî, le madri senza
latte, i bambini denutriti e ridotti a scheletri. In via Silvio Pellico, una specie
di burrone scosceso tra catapecchie cadenti, in faccia alla casa dove era stato
nascosto, negli anni scorsi, un famoso bandito, vidi la stanza, simile, come le
altre, a una tana senza luce, dove vive uno dei giovani attirati qui dall'esempio
di Dolci, un musicista di Ginevra che fa il pescatore con i pescatori, su questo
mare ridotto sterile e senza pesci dalla pirateria dei pescatori di frodo, tollerata
benevolmente dalle autorità. Poco più su, un uomo ancora giovane,
dal viso smunto, infreddolito per la tubercolosi, cercava, avvolto in uno scialle
di lana, di scaldarsi al sole. In quella totale destituzione gli occhi guardavano
tuttavia Danilo con un lume di speranza, e una certa vaga speranza anche in se
stessi mi pareva leggervi di riflesso. Lo stesso accenno di speranza nascente
in un'ombra serrata trovammo sui visi poveri di Partinico, dove Danilo volle accompagnarci.
Era ancora il solito, tragicamente monotono spettacolo della miseria, forse più
triste perché questa era una miseria di città e perciò con
un senso maggiore di solitudine e di abbandono; singolarmente differente nei vari
quartieri a pochi passi di distanza l'uno dall'altro. C'è una zona che
si chiama Madonna, dietro il vecchio municipio, con la sua grande piazza vuota,
che è la zona dei banditi, dove gran parte degli uomini sono nelle carceri,
e la diffidenza e l'orgoglio e la feroce protesta si leggono nell'aria, nei visi
chiusi delle donne, nelle porte chiuse, nelle strade vuote. È un quartiere
di vaccari, uomini pieni di energia, spinti quindi dalla loro stessa virtù
a rispondere con la violenza all'offesa delle cose, a resistere nella maniera
più elementare, a andare con Giuliano per vivere. Spine Sante è
più squallido; sono poche strade più in là, a pochi passi
dalla chiesa e dal caffè dove ci eravamo fermati al mattino. Nuvole di
bambini, scarni e bellissimi, accoglievano Dolci al passaggio chiamandolo per
nome: - Danine, Danine, - felici di dire quel nome come se pronunciassero una
formula magica. Entravamo con lui in tutte le case e dappertutto inciampavamo
nei problemi più elementari di un mondo schiavo dei limiti della fame e
della malattia; e, ancora una volta, come tanti anni prima, fui costretto, senza
volerlo, a richiamare alla mente vecchie, quasi dimenticate, nozioni di medicina.
A Spine Sante la risposta all'offesa del mondo non è il banditismo ma,
più debole e più straziante, la malattia e la follia. Le strade
sono, anche qui, polverose e sporche, ma nella sporcizia non ci sono residui di
cibo, né bucce d'aranci, né foglie, né torsi di cavolo, né
scatole, né ossa: i cani magri annusano con aria delusa. In poche case
vivono diciassette malati di mente dichiarati, e chissà quanti altri meno
evidenti e clamorosi. Un giovane stava seduto immobile sulla sua sedia, la vecchia
madre ce lo mostrò e provò invano a stimolarlo a parlare; quell'apatico
silenzio schizofrenico durava da anni. Davanti a una porta, con le braccia penzoloni,
stava una giovane col viso asciutto e gli occhi spenti, tranquilla ora, ma, ci
dissero i vicini, quando è assalita dalla fame è invasa dalla furia.
Entrammo in un'altra casa dove vedemmo un uomo chiuso in una gabbia. La piccola
stanza dove viveva tutta la famiglia era stata divisa con delle sbarre di ferro
come quelle degli animali feroci, e nella gabbia camminava avanti e indietro un
giovane dal viso bestiale, dai neri occhi terribili. Nella casa vicina il capo
della famiglia stava in letto, senza muoversi da mesi, chiuso al mondo, pieno
di una sua angoscia nera, negativo. Lasciò che ci avvicinassimo al letto
e si coprì come un morto il viso col lenzuolo. Scendeva la notte, e
partimmo verso Palermo. La piazza di Mondello sfavillava di luci, con banchi di
pesce lungo la riva. Per l'aria tiepida e mite si spargeva l'odore dell'alga e
delle "quaglie", le melanzane fritte incise come un fiore dai cento
petali, e quello dei polipi buttati nei grandi calderoni a bollire, per essere
estratti poi, caldi, violacei e riccioluti, e tagliati sui banchi, mostrando l'interna
bianchezza e le volute barocche dei tentacoli. Dalle grandi ceste di vimini immerse
nel mare venivano portate montagne di ricci e aperti dai pescatori con un colpo
abilissimo di coltello a rivelare il giallo di zolfo e di iodio delle loro viscere.
- È un lavoro pesante, - ci disse il giovane pescatore che li apriva con
così straordinaria grazia. - Non si guadagna da campare, non si trovano
qui, bisogna andare a Capo Gallo, o addirittura a Capo San Vito, un giorno di
barca andare, un giorno tornare, se il mare è cattivo non si pesca nulla;
talvolta va bene, talvolta sono poche dozzine, non ci togliamo la fame. Tratto
da: Carlo Levi, Le parole sono pietre, Einaudi, 1955. Prima
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