| |
10 ottobre 2005 Emergenza
giustizia. Una storia di Ragusa Illustre,
di ora in ora sempre più, Sig. Ruta, desidero esporLe, a proposito
del caso Fera, una vicenda giudiziaria che riguarda la mia famiglia, ad onore
e gloria dell'Ufficio della Procura della Repubblica di Ragusa. Una mia figlia,
or sono più di tre anni, ha presentato contro un noto ginecologo ragusano,
direttore del reparto di ostetricia di un ospedale locale, una denunzia penale
in relazione ad un tristissimo episodio accadutole sotto le cure, prima private
e poi ospedaliere, del professionista anzidetto: la morte, avvenuta a poche ore
dal parto, del bambino che portava in grembo, frutto della sua prima gravidanza.
La denunzia, che non ipotizzava specificamente l'ipotesi di reato da addebitare,
eventualmente, al professionista, era incentrata sul grave comportamento omissivo
tenuto nell'ultima settimana di gravidanza da costui, il quale, pur avendo avuto
la possibilità di visitare mia figlia in ospedale, per ben tre volte, astenendosi,
però, dal disporre gli esami tecnico-scientifici che ormai da lustri si
compiono di routine in qualsiasi presidio ospedaliero (ecografie, tracciati cardiotocografici),
ebbe a rifiutarsi di disporre, ogni volta, a mia figlia che gliene faceva richiesta,
il ricovero, anche in stanza a pagamento, nonché di procedere al parto
cesareo al fine di liberarla, tra l'altro, dall'evidente stato di patologica angoscia
in cui, giorno dopo giorno, si trovava. Il fascicolo relativo veniva affidato,
con provvedimento di magistrato diverso dal Procuratore Fera, ad un suo sostituto,
il quale, ritenendo che si trattasse di denunzia per omicidio colposo, per tale
reato ne disponeva l'iscrizione a registro penale. Il sostituto così
delegato disponeva consulenza medico legale dandone incarico, non come ci si sarebbe
aspettato, ad un collegio di medici specialisti, o, almeno, ad un esperto estraneo
all'ambiente ragusano, ma a un medico, operante a Ragusa in una struttura pubblica
che si occupa prevalentemente di medicina fiscale, il quale, al termine del suo
lavoro, si pronunziava per la mancanza di responsabilità a carico del denunziato,
non avendo ravvisato nella condotta di questi alcun fatto (commissivo) tale che
avesse potuto determinare il luttuoso evento, ponendo in risalto che mia figlia,
quando si era presentata in ospedale teneva in grembo un bimbo già morto,
ma trascurando clamorosamente, e scandalosamente, che mia figlia quando invece
si era presentata, per ben tre volte, nell'arco della settimana immediatamente
precedente, al medico da lei denunziato, aveva un bimbo vivo, e vivace, ma anche
- s'è scoperto dopo - sofferente, che si sarebbe sicuramente salvato se,
almeno in una delle visite ospedaliere dette, fosse stato fatto oggetto di esami
ecografici o cardiotocografici, esami che, come lo stesso consulente affermava,
non furono fatti, a suo sbalorditivo dire, perchè mia figlia si sarebbe
presentata in ospedale, evidentemente per la prima volta, a morte sopraggiunta
e, quindi, letteralmente tacendo sul fatto che, prima del giorno della morte del
bambino, l'indagato aveva "visitato", per ben tre volte, in ospedale,
mia figlia. Il P.M. delegato, di conseguenza, fermo tenendo il reato di omicidio
colposo addebitato all'indagato, chiedeva l'archiviazione al GIP, così
clamorosamente sorvolando sulle omissioni espositive del suo consulente d'ufficio
e senza avvertire la necessità di farsi fornire opportuni chiarimenti.
Pronta opposizione e pronta udienza in camera di consiglio, ove si verifica un
vero e proprio colpo di scena: il P.M. d'udienza, diverso da quello della
richiesta di archiviazione, si pronunzia, invece, per procedere contro il ginecologo.
Gli atti, quindi, tornano all'Ufficio di Procura. Altro colpo di scena: il
fascicolo che, a quel punto, si sarebbe dovuto assegnare al P.M. dell'udienza
in camera di consiglio per consentirgli di portare avanti il suo programma sfavorevole
all'illustre professionista, viene nuovamente assegnato al P.M. che, invece, in
prima battuta, si era pronunziato per l'archiviazione. Manco a dirsi questi
insiste nel mantenere la posizione favorevole all'indagato e torna a chiedere
l'archiviazione, ignorando completamente la diversa posizione assunta, dopo di
lui, dal collega, non più posto in condizione di difenderla e, tanto meno,
di portarla avanti, per cui il GIP, chiamato a decidere tra le due posizioni manifestate
dalla Procura, decide di scegliere quella originaria (di archiviazione) e trascurare
la successiva (di avvio del procedimento penale contro l'indagato). I motivi?
E' presto detto: nei fatti denunziati non è ipotizzabile, ancor prima di
entrare nel merito delle eventuali responsabilità personali, alcun reato:
non l'omicidio colposo perchè, essendo morto il bambino di mia figlia quando
non era ancora nato, né durante il parto, questi non era ancora un "uomo",
ma, evidentemente, ricorrendo ad un'aberrante e ripugnante definizione, un'inerte
pezzo di carne. E giù tutta una dotta, e per molti aspetti inutile,
disquisizione giuridica con corredo di una pronunzia giurisprudenziale, che, più
che datata, sembra appartenere ad un'epoca storica abbondantemente superata, risalente
com'è al 1979. Ma fin qui, niente di male, o quasi. Il fatto è
che, secondo il GIP, non è ipotizzabile nemmeno il delitto di aborto colposo.
E sin qui, ancora, niente di male o quasi. Ma questa volta il fatto, assolutamente
strano e incomprensibile, è che il GIP nessuna spiegazione fornisce dei
motivi per cui non è configurabile l'aborto. L'omicidio no, insomma, e
dice perchè, con tanto di citazione giurisprudenziale. L'aborto no, ma
il perchè lo sa solo lui. E perciò bisogna credergli sulla parola.
La vicenda, come certamente Lei avrà intuito, non è conclusa, essendo
pendente un ricorso per cassazione ed un'istanza di avocazione al Procuratore
Generale di Catania, che come sa a volte interviene per sopperire alle inerzie
degli uffici periferici, nella specie la Procura di Ragusa, retta dal dott. Fera,
per cui mi riservo di metterLa al corrente degli ulteriori sviluppi. Se nel
frattempo riterrà che questa storia che, allo stato, possiamo definire
di "malagiustizia" e di "malasanità" meriti di essere
resa pubblica, sappia che io non ho nulla in contrario e che, anzi, sono a Sua
completa disposizione ed, eventualmente, di chiunque altri ne abbia legittimo
interesse per documentare quanto esposto. Lettera
firmata
prima
pagina | |