L'Iraq invaso
 

25 marzo 2003

L'avventura di Bush e Blair: un nuovo Vietnam?

Le truppe anglo-americane bloccate alle soglie di tutte le città, da una resistenza che potrebbe andare oltre gli schemi del partito Baath e di Husayn. L'assedio forzoso di Baghdad, che gli invasori puntano a distruggere, mentre l'opinione pubblica rumoreggia in tutto il mondo.

 

L'esito della guerra terroristica che Bush e Blair hanno scatenato all'Iraq, alla luce delle cose appare tutt'altro che scontato, malgrado si dica da tempo dei destini dell'Iraq "liberato" e, con i dovuti codici, di come dividere il bottino. Le amministrazioni che hanno voluto l'invasione, a dispetto dell'opinione pubblica mondiale, dell'ONU e di diversi stati forti d'Europa, in realtà hanno fatto male i conti. Si pensava a una "cavalcata" incalzante, che avrebbe dovuto sottrarre a Saddam Husayn tutte le città, risalendo lungo il Tigri, fino alla capitale. Invece, si è dovuto rinunziare a tutto, e, avanzando lungo il deserto, là dove gl'impedimenti militari sono giocoforza minori, si punta all'assedio di Baghdad. E tale correzione strategica, necessitata dalle difficoltà di terreno, può sortire esiti impensabili: di fatto una escalation del conflitto.

Nell'errore di stima ha certo influito la considerazione della passata guerra del golfo, che recava tuttavia altri scenari e condizioni. La "tempesta nel deserto" del 1991 fu una guerra sporca e devastante come tutte le guerre americane del secondo Novecento. A muoverla fu il controllo dei pozzi di petrolio, al pari di altri conflitti regionali, e recava un preciso antecedente: l'Iraq di Husayn aveva fatto proprio, con un blitz militare, il Kuwait, che costituisce la maggiore cassaforte americana in Medio Oriente. Sul piano militare, gli scenari furono quelli di una guerra aperta, combattuta largamente nel deserto, dopo i terribili bombardamenti su Baghdad, atti a fiaccare il controllo strategico del regime. Sul piano internazionale, tutto si svolse sotto l'egida dell'ONU, con l'unione compatta dell'Occidente e la divisione verticale del mondo arabo, in gran parte timoroso della potenza militare di Husayn. In definitiva, gli USA, che reggevano la coalizione, poterono conseguire una vittoria rapida sul terreno, che è costata all'Iraq, durante le operazioni e dopo, con embargo e per effetto delle bombe radioattive, un milione di civili morti.

Adesso le situazioni sono diverse. Sono stati violati a freddo i confini dell'Iraq, e Husayn non ha schierato le sue divisioni nel deserto, consapevole della superiorità tecnica degli invasori, ma attorno alle città, dalle piccole alle grandi, Nassiriya, Bassora, Mosul, Kirkuk, Baghdad, e in tali teatri avranno luogo le battaglie decisive, che non saranno brevi. Al Pentagono si dava per scontato che le popolazioni sciite, la maggioranza in Iraq, si sarebbero sollevate contro il regime e avrebbero accolto con slancio i "liberatori". Ma, a dispetto della propaganda, tutto questo non sta avvenendo. Gli anglo-americani, giudicati invasori e genocidi da tutti gli iracheni, sono finiti quindi nel pantano.

Trecentomila soldati USA, ebbri di tecnologia da robocop, sono in grado sconfiggere in campo aperto le divisioni di Saddam, inclusa l'élite della guardia repubblicana. Ma è difficile che vincano il corpo a corpo con le popolazioni delle città, motivate a una guerriglia che potrebbe andare oltre gli ordini e gli schemi militari del partito Baath. Nelle prossime settimane saranno milioni gli iracheni che, armati di kalashnikov, difenderanno le loro case, le famiglie, i quartieri dove hanno vissuto. I numeri degli uccisi saranno magari cento a uno in favore degli americani. Come nelle paludi del sud-est asiatico negli anni 60-70, quando furono sterminati tre milioni di esseri umani, con l'impiego corrente di armi chimiche, dalla diossina al napalm, i comandi invasori insceneranno il genocidio, incuranti dell'opinione pubblica di tutti i paesi, ma chiunque è in grado di capire quale potrà essere il prezzo da pagare. E per l'America più laida, genocida per vocazione sin dalla "epopea" della frontiera, per le compagnie garantite dal Pentagono e dalla Cia, potrebbe essere l'inizio di un epocale rendiconto.

Carlo Ruta

 

30 marzo 2003

Iraq. Il disastro è servito

Considerazioni sull'invasione anglo-americana

 

Nei circoli dell'Occidente impazza la discussione sul dopoguerra in Iraq, nelle logiche del dare-avere. E se non ci fosse di mezzo un'ecatombe, la cosa sarebbe tutta da ridere. Si dà per scontato che gli americani vinceranno la guerra d'invasione, ma i fatti, sul terreno, dicono altro. Si fa di tutto per nascondere qualcosa che era ritenuto impossibile dagli strateghi dell'impero: l'intero popolo iracheno sta combattendo, motivato a difendere fino alla martirio le città. E vincere contro milioni di persone, coese fino al punto di mettere da parte i tradizionali antagonismi, è una cosa impervia. Il Vietnam insegna.

Si dice che la vittoria dei "liberatori" è scontata, di là dai tempi, perché mezzo mondo sarebbe mobilitato contro l'Iraq di Husayn. Niente di vero. A tutti gli effetti si tratta di una guerra americana, con un'appendice inglese tanto pretenziosa quanto proterva. La coalizione vantata è fatta di servitù economiche e politiche agli USA, quindi di correità materiali e morali, e l'anonimato che hanno preteso oltre metà dei governi solidali, dà la misura del grottesco. L'invasione nasce da motivi egemonici nell'area, non proprio taciuti dal Pentagono e dalla Casa Bianca, che fondano il pretesto nell'11 settembre. Tutto questo, a dispetto dell'ONU, che stava trattando con i governanti iracheni, della Francia, della Germania, della Russia, della Cina, decisamenti contrari a ogni intervento armato.

Nulla in effetti sembra incoraggiare le aspettative del Pentagono. In dieci giorni nessuna città dell'Iraq è caduta, mentre gli invasori, che hanno dovuto sopportare soste sfibranti, hanno subito un centinaio di morti, forse più, migliaia di feriti, la perdita di numerosi elicotteri, aerei, carri armati. Le bombe si sono rivelate tanto "intelligenti" da colpire in Siria, in Iran, addirittura nelle basi di partenza. Sin dagli inizi, le postazioni sono traversate dal disagio. E' sintomatico che un un militare abbia fatto strage di suoi commilitoni a colpi di granata. Va sfandandosi, in definitiva, il mito ipertecnologico, con un esito che ha prostrato le Borse di tutto il mondo: sempre più i militari di Bush appaiono impantanati nel deserto, dove presto giungerà l'estate, mentre, con il moltiplicarsi degli eccidi, sempre più lontani da obiettivi militari, cresce la tensione delle città a resistere.

Non basta. L'intero mondo arabo è in rivolta, come mai si era visto negli ultimi decenni. Al Cairo come ad Amman. In Pakistan come in Indonesia. L'epicentro rimane tuttavia nel Medio Oriente, dove non si inscenano solo dimostrazioni di piazza. In Iraq stanno giungendo volontari da tutti i paesi dell'area, pure distanti da Saddam e dal partito Baath, per combattere contro gli invasori, mentre qualche governo dell'area, nella lista americana dei bersagli prossimi, rifornisce di armi gli iracheni. Si tratta, a ben vedere, del punto di vista arabo che si accende perentorio, a dare il senso di un conflitto che sta assumendo, come ha dichiarato il russo Putin, misure non locali.

Carlo Ruta

 

 

 

1 dicembre 2003

Iraq. La guerra del Pentagono e i valzer delle ipocrisie

 

E' naturale che l'Italia civile si associ al dolore dei familiari e dell'Arma, ma le retoriche, sempre più invasive, non servono a onorare le vittime di Nassiriya, bensì a celare cose che andrebbero riportate invece senza infingimenti. E' il caso di partire da un dato di fatto. L'amministrazione Bush e il Pentagono hanno fatto male i conti. Ancora prima che scoccasse l'invasione, e nei giorni convulsi dello scontro frontale, ostentavano la sicurezza di un dopoguerra prossimo, mentre pregustavano, con il contraente britannico, e in sott'ordine con i paria italiani e spagnoli, i guadagni della "ricostruzione" dell'Iraq. Hanno fatto quindi presto a decretare la fine del conflitto, nonostante si combattesse in gran parte del paese, e tante cose lasciassero prevedere le situazioni che adesso, nelle forme di un'amara disillusione, campeggiano giorno dopo giorno nelle cronache mondiali: l'organizzazione cioè di una irriducibile, totale, cruenta resistenza. In sostanza, Bush e il Pentagono sono finiti fatalmente in un pantano.

Una valutazione congrua dei fatti non può prescindere comunque dal dato originario, comunemente eluso. Con il pretesto di disarmare la dittatura irachena, e in realtà non sono state usate né trovate le armi proibite di cui si assicurava l'esistenza, l'amministrazione USA ha scatenato una guerra illegale, disonorevole, offensiva del diritto internazionale, per la quale il Bush, il ministro Ramsfield e gli strateghi del Pentagono dovrebbero rispondere in una nuova Norinberga per crimini contro l'umanità. Tuttavia, nessuno pagherà un simile conto a titolo personale, fatti salvi i possibili risvolti alle prossime presidenziali. Eppure i capi d'imputazione sarebbero tanti e circostanziabili. Nei sette mesi che corrono fra fine marzo e lo scorso ottobre, i militari di Bush, a fronte dei cinquecento morti subìti, hanno ucciso, secondo stime concordanti, non meno di venticinquemila iracheni, di cui un terzo civili. Una proporzione di cinquanta a uno. Hanno usato armi all'uranio, non meno letali di quelle che avrebbero dovuto trovare negli arsenali iracheni. Hanno bombardato sedi della stampa, convogli civili e diplomatici. Hanno profanato i luoghi sacri dell'Islam. Hanno permesso il saccheggio dei musei e dei siti archeologici, patrimonio dell'intera umanità, alimentando i traffici archeologici da una regione nodale nella storia delle civiltà. E dinanzi a tutto questo vorrebbero passare per liberatori.

C. R.

Voci e iniziative

 

Il sogno americano

Il progetto per il nuovo secolo americano era già pronto nel 1998. È un piano dei centri di ricerca americani di estrema destra per il dominio mondiale degli Stati Uniti. La prima tappa è l’attacco all’Iraq

Jochen Bolsche (Der Spiegel, Germania)

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Gli intellettuali e gli artisti nordamericani contro la guerra (fonte Gianni Minà)

Lettera di Ramsey Clarke al segretario generale dell'Onu.(fonte Nadia Scardeoni)

Il disarmante dossier di Scott Ritter. Lettura di Tommaso Di Francesco

Petrolio: il sangue della guerra

In un vecchio libro il vero obiettivo della guerra all’Iraq

di Agostino Spataro

Le vere ragioni della guerra di Bush

di Agostino Spataro

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