23
maggio 2007
Appunti
a proposito di libertà di informazione in terra di mafia
di
Umberto Santino
Non
ha senso parlare solo dell'informazione in Sicilia, delle esperienze positive
e negative consumatesi nell'isola, degli otto giornalisti uccisi dalla mafia (voglio
ricordarli: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato,
Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano), della Radio dei
poveri Cristi di Danilo Dolci durata appena un giorno, di Radio Aut e di Tele
Jato ecc. ecc. Lo sguardo va necessariamente allargato sul piano nazionale e per
non sfondare porte aperte, più che riferirmi alle grandi testate, più
o meno inginocchiate davanti al potere democristiano prima e berlusconiano dopo,
mi riferirò alla stampa di sinistra da cui era e sarebbe lecito attendersi
qualcosa di più e di diverso.
Un
po' di storia
Cominciamo
dall'assassinio di Peppino: 9 maggio 1978, il Centro siciliano di documentazione
c'era già dall'anno prima. La stampa che allora definimmo "di regime"
scrisse che Peppino era un terrorista e un suicida. Solo il "Quotidiano dei
lavoratori" (tra gli altri Pino Ferraris, che non era un giornalista) e "Lotta
continua" ci diedero una mano per smontare la montatura imbastita da carabinieri
e magistrati. Ma della redazione di "Lotta continua" nessuno venne in
Sicilia. Non venne il direttore Enrico Deaglio, non vennero i vecchi compagni
di Peppino, come Mauro Rostagno, a cui Peppino era legatissimo. Ho visto per l'ultima
volta Mauro tre mesi prima che l'uccidessero e gli ho accennato a Peppino. Ho
capito che il discorso lo infastidiva e ho preferito non insistere.
"Il
manifesto" diede la notizia in modo incredibile. G. R. (Gianni Riotta), che
successivamente sarebbe asceso ai fasti del "Corriere", dell'editoria
e della televisione (dove si dice che come direttore del Tg1 abbia archiviato
il "panino": la rivoluzione che tutti auspicavamo!), scrisse una noticina
striminzita: polizia e carabinieri parlano di attentato, i compagni dicono: "È
stata la mafia". Tutto qui. La notizia non sarebbe stata ripresa e l'anno
dopo quando preparavamo la manifestazione nazionale contro la mafia, la prima
della storia d'Italia, "il manifesto" non dedicò neppure una
riga. Il giornale ha avuto il ruolo che sappiamo su tantissimi temi e abbiamo
seguito con trepidazione quanto è successo a Giuliana Sgrena che ho conosciuto
ai tempi di Comiso nei primi anni '80, e a Nicola Calipari, caduto nella guerra
infinita che insanguina l'Iraq, ma su mafia, Sicilia e Mezzogiorno "il manifesto"
ha sempre scritto poco e male. Bisognerà aspettare molti anni per trovare
qualche pezzo di Guido Ruotolo sulla vicenda processuale che faticosamente cercavamo
di portare avanti assieme ai familiari e ai compagni di Peppino.
A livello
politico gli unici che ci aiutavano erano i compagni di Democrazia Proletaria,
Giovanni Russo Spena, da allora fino alla relazione della Commissione antimafia
sul "caso Impastato" (dopo si è eclissato assieme a tutti i "rifondati",
che evidentemente preferiscono altri interlocutori, in nome di un movimentismo
senza strategia e dell'uso alternativo dello sfintere) e per un po' di tempo Silvano
Miniati e Guido Pollice che mi affidò il compito di scrivere gran parte
della relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1985.
Ma torniamo
alla stampa o più in generale all'informazione. 1979, l'anno dell'uccisione
di Mario Francese, Boris Giuliano, Cesare Terranova e Lenin Mancuso. A Palermo,
sotto i portici di piazzale Ungheria il Centro espone una mostra fotografica,
con fotografie di Letizia Battaglia, Franco Zecchin e altri. Passa Joe Marrazzo,
il notissimo giornalista televisivo. Ci chiede di poter riprendere la mostra e
intervista le persone che la guardano. Intervista Letizia Battaglia e me. Ci chiede
di portare la mostra a Corleone e fa parecchie interviste. Viene fuori un servizio
interessante, ma dell'intervista a Letizia viene trasmessa una battutina sulla
paura, non c'è traccia della mia, in cui parlavo del lavoro del Centro,
che aveva già fatto il convegno nazionale "Portella della Ginestra:
una strage per il centrismo", in cui per primi e poi per anni da soli sostenevamo
la valenza strategica della strage, mentre la storiografia ufficiale parlava della
violenza come espressione della crisi e dell'isolamento del blocco agrario, che
invece si apprestava a vincere mentre avrebbero perso il movimento contadino e
le sinistre. Il Centro aveva promosso nel maggio del '79, primo anniversario dell'uccisione
di Peppino, la manifestazione nazionale contro la mafia, ma evidentemente queste
informazioni "non fanno notizia". Scrivo una lettera di protesta: ci
avete presentati come portatori di pannelli, ma la cosa si ferma lì.
"Samarcanda",
la notissima trasmissione di Santoro, non ha mai dedicato un secondo al Centro
mentre sono state dedicate ore di trasmissione a Leoluca Orlando e ai suoi amici,
tra cui c'erano Carmine Mancuso passato dopo qualche tempo a Forza Italia, e Padre
Pintacuda, che allora sosteneva che il "sospetto è l'anticamera della
verità", successivamente passato nei dintorni di Forza Italia. Quando
è stato ucciso Libero Grassi (1991) pensavamo che ci si desse qualche spazio:
assieme ai Verdi avevamo organizzato l'unica iniziativa pubblica per sostenerlo
(un'assemblea nella sala delle lapidi: eravamo solo in trenta, vistosamente assenti
i devoti di Orlando) ma i redattori della trasmissione non lo sapevano.
12
marzo 1992: uccidono Salvo Lima. Su Lima avevamo redatto due dossier, uno presentato
prima a Roma e poi a Strasburgo nel 1984, con l'allora giovanissimo Claudio Fava
de "I siciliani", una rivista che costituisce una delle pagine più
significative del giornalismo d'inchiesta non solo in Sicilia ma in Italia (a
proposito: i libri di Giuseppe Fava sono da tempo introvabili. Bisognerebbe fare
una nuova edizione di tutte le sue opere). Il secondo dossier su Lima fu presentato
a Roma da Giovanni Russo Spena e da me nel 1989. Lima aveva risposto per iscritto
al primo dossier, un caso unico e debbo dire che la risposta era molto civile.
Subito dopo l'assassinio di Lima "Samarcanda" va in onda da Palermo
al Foro Italico, mi invitano ad andare, vado con i due dossier, parlo con Mannoni,
non sapeva nulla dei dossier ma mi dice che mi darà la parola, attendo
invano per due o tre ore e tolgo il disturbo, anche perché dalla folla
dei presenti si levava un applauso, sciagurato, alla morte di Lima.
Febbraio
1995. Dalla piazza di Terrasini va in onda "Tempo reale". Tutto il tempo
è dedicato al sindaco Manlio Mele che accusava, assieme ad Orlando, il
maresciallo Lombardo, suicida da lì a poco. Nelle vicinanze della piazza
c'era la sede di Radio Aut. Nessuno parla di Peppino Impastato e dei suoi compagni.
Neppure quando uno dalla piazza grida: "Qui non è stato ucciso nessuno".
I giornalisti del giro santoriano evidentemente non sapevano chi era Peppino Impastato.
Anche loro per saperne qualcosa dovranno attendere il film, che ne darà
un'icona da Peter Pan di provincia.
Sulla Rete tre, ai tempi di Sandro Curzi,
per qualche anno c'è stato "Telefono giallo" di Corrado Augias.
Un giornalista si presenta al Centro e ci chiede di collaborare a una puntata
su Peppino Impastato. Collaboriamo, ma poi il giornalista ci comunica che la trasmissione
su Impastato non ci sarà.
Alla Rai, dopo il film su Peppino ci sono
state parecchie interviste a Felicia e a Giovanni ma come Centro non abbiamo avuto
molta fortuna, né prima né dopo. Qualche esempio. Trasmissione di
Minoli (non ricordo come si chiamava). Viene al Centro la De Palma, una giornalista
bravissima, purtroppo morta prematuramente, che ci dedica più di due ore
di registrazione per un'intervista a 360 gradi: su Lima, sui Salvo ecc. ecc. Poi
ci telefona, mortificatissima, dicendo che Minoli non trasmetterà nulla.
Va in onda Nicola Tranfaglia che ha curato un libro in cui su Lima scrive Vasile
che, da buon ex pci, ignora i nostri dossier e il voto dell'allora eurodeputato
comunista De Pasquale contro la mozione presentata da Emilio Molinari sui rapporti
di Lima con la mafia.
"Elmo di Scipio" di Deaglio. Vengono al Centro
due giornaliste giovanissime. Quasi tre ore di registrazione. Trasmettono solo
una battutina di Anna davanti all'albero Falcone. Riprendono gli attori che recitano
i versi del mio Ricordati di ricordare, senza dire di chi è. Su Impastato,
sulla relazione della Commissione parlamentare sul depistaggio delle indagini,
costituitasi su nostra proposta e ai cui lavori abbiamo dato un contributo decisivo,
parlano altri che non hanno avuto nessun ruolo, ma evidentemente sono più
"telegenici".
"Primo piano". Va in onda uno speciale dopo
la proiezione de "I cento passi". Roberto Scardova è venuto al
Centro, mi ha intervistato, gli abbiamo dato il recapito di Felicia. Telefona
che della mia intervista non sarà trasmesso neppure un secondo, perché
si deve dare la parola a Gigi Lo Cascio, l'attore che interpretava Peppino, e
sulla relazione della Commissione antimafia, che senza il Centro non si sarebbe
mai fatta, debbono parlare in tandem Beppe Lumia e Russo Spena.
Da qualche
tempo chiediamo alla Rai di fare un video su Peppino e sul dopo, che rimane quasi
sconosciuto (il film si ferma al funerale), ma finora non si è potuto realizzare.
È andata e va meglio con altre televisioni, dalla Spagna alla Finlandia
agli Stati Uniti all'Olanda e alla Svizzera, che spesso ci mandano le cassette:
una forma di emigrazione mediatica che ci porta a pensare che non sarebbe una
cattiva idea togliere le tende dal paesetto Italia.
Sull'Ordine
dei giornalisti e su Magistratura Democratica
Nel
novembre del 1997 l'Ordine dei giornalisti ha iscritto Peppino nell'elenco dei
giornalisti professionisti e in seguito alle condanne di Claudio Riolo e mia per
diffamazione a mezzo stampa in seguito alle citazioni in giudizio civile di Francesco
Musotto e Calogero Mannino abbiamo organizzato delle iniziative di dibattito e
riflessione. Nel dicembre 2003 abbiamo parlato di "Libertà di critica,
libertà di ricerca", in un seminario nazionale organizzato assieme
alla Facoltà di Lettere, all'associazione Articolo 21, a Libera e a Magistratura
Democratica. Abbiamo parlato dei disegni di legge in discussione, che non promettono
nulla di buono. Gli atti del convegno sono stati raccolti in volume, ma le nostre
proposte (per esempio, togliere la competenza su temi come questi alla giurisdizione
civile e penale e attribuirla a un giurì d'onore; prevedere come sanzione
la replica, la correzione, l'integrazione, non la pena pecuniaria che riduce l'onorabilità
delle persone a un genere da supermercato) non hanno avuto seguito.
Una
parentesi sui nostri rapporti con Magistratura Democratica. Ottimi nei primi anni,
con la nostra partecipazione al convegno nazionale del 1980 (i relatori mi chiesero
di utilizzare miei scritti senza citarmi, perché temevano un'eccessiva
politicizzazione, dopo qualcuno di loro ha lasciato la toga per la politica) e
a un seminario nazionale del 1982, inesistenti per circa vent'anni (era il periodo
in cui l'ipergarantismo, dettato dalla diffidenza per un'estensione alla mafia
del "teorema Calogero" elaborato per i terroristi, in Md era alle stelle),
ripresi negli ultimi anni, con i convegni nazionali del 2001 e del 2005. Dopo
l'infatuazione per Arlacchi e le sue teorie sulla mafia inesistente come realtà
organizzata (per convincersi dell'esistenza della mafia strutturata doveva attendere
le dichiarazioni di Calderone), sulla mafia tradizionale in competizione per l'onore
e la mafia imprenditrice che scopre la competizione per la ricchezza solo negli
anni '70, che sono delle emerite sciocchezze (ma nel volume che raccoglieva gli
atti del seminario del 1982 l'opera arlacchiana veniva definita "essenziale
per la comprensione del fenomeno mafioso" e Giuseppe Borré nell'introduzione
faceva continui riferimenti all'Arlacchi e ignorava completamente la mia relazione,
che ho riletto in questi giorni e sembra scritta oggi), le mie analisi sulla mafia
come realtà complessa, come soggetto politico, sul blocco sociale egemonizzato
dalla borghesia mafiosa sembrerebbero entrate in circolo, ma mi pare che si stia
facendo strada un'altra infatuazione a base di Supermafia planetaria e onnipotente
e di "voglia di mafia", espressione prescientifica che lascerei al linguaggio
popolare per designare i desideri alimentari delle donne incinte.
Nel convegno
su "Mafia e potere" del 18 e 19 febbraio 2005, conclusosi con ovazioni
a Orlando anche da parte di magistrati che evidentemente hanno dimenticato i suoi
attacchi a Falcone, si è discusso dell'esito del processo ad Andreotti.
Rimango del mio avviso: il processo ha avuto una conclusione in piena coerenza
con il "barcamenismo" italico. Si parla di reato commesso fino al 1980,
con una prescrizione calcolata al minuto secondo e un'assoluzione per insufficienza
di prove per gli anni successivi che non poteva non avallare la canonizzazione
di Andreotti, già avviata ad opera dello stesso Santo Padre con l'abbraccio
in occasione della santificazione di Padre Pio, che è il massimo che la
Chiesa possa offrire, se nella classifica della devozione il frate con le stimmate
ha battuto tutti, compreso Gesù Cristo. Il rapporto di Andreotti con Salvo
Lima, e quindi indirettamente con la mafia, è documentato fino alla morte
di quest'ultimo: non sarà stato rilevante penalmente ma resta gravissimo
sul piano etico-politico. Comunque, insistere sulle colpe di Andreotti ormai mi
pare in ritardo con la storia. Sulla scena ci sono ben altri personaggi che si
ritengono al di sopra e al di fuori della giustizia e che sono un pericolo per
la democrazia. Ma la vulgata vuole che bisogna stare attenti a non demonizzare
troppo, altrimenti Berlusconi diventa invincibile...
Sulle
riviste
Qualche
parola sulle riviste teoriche della sinistra, anche se hanno una scarsissima diffusione.
Sulle pagine di "Marx 101" le mie riflessioni su mafia e dintorni hanno
avuto un certo spazio, e anche su "AltrEuropa" e su "Alternative",
di cui scrissi l'editoriale programmatico del primo numero. Poi è successo
qualcosa. Un mio pezzo per una progettata rubrica di "AltrEuropa", in
cui esprimevo la mia contrarietà all'abolizione dell'ergastolo per stragisti
e mafiosi, è stato censurato. La rubrica non è nata e ho invitato
i compagni della redazione a fare una letterina a Fidel Castro per chiedergli
l'abolizione della pena di morte a Cuba, dove Fidel l'ha applicata anche ad avversari
politici come Ochoa, condannato a morte per un traffico di droga in cui era coinvolto
pure il fratello del dittatore, ovviamente scagionato. Proposta non accolta e
fine dei rapporti. Per la nuova serie di "Alternative" mi sono visto
retrocesso dal comitato di redazione al comitato scientifico, che per tutte le
riviste è solo un elenco di nomi, più o meno prestigiosi, che non
contano nulla per la linea della rivista. Per la serie attuale di "Alternative"
non mi hanno neppure informato. Lo stalinismo è un vizio duro a morire
anche per chi si professa convertito alla nonviolenza.
Sulla "Rivista
del Manifesto" nel settembre 2001 ho scritto un pezzo sulle elezioni regionali,
ponendo alcuni problemi sulla sinistra in Sicilia, in crisi dagli anni '50 (la
prima e ultima vittoria delle sinistre alla elezioni regionali è del 20
aprile 1947, dieci giorni prima della strage di Portella della Ginestra). La rivista
doveva aprire un dibattito. C'è stato solo un intervento di Forgione che
ha ignorato totalmente il mio articolo. In seguito la rivista ha chiuso le pubblicazioni.
In Sicilia, tra le riviste che hanno avuto un ruolo positivo vanno ricordate
"CxU", chiusa ormai da tempo, "Città d'utopia" (la
redazione di Palermo era costituita dal Centro) che dopo dieci anni di ottimo
lavoro ha anch'essa cessato le pubblicazioni, mentre ormai da più di trent'anni
si pubblica "Segno", con cui abbiamo avuto per anni ottimi rapporti
purtroppo interrotti quando infuriava l'orlandismo con il suo carico di bigottismi.
La mia proposta di aprire un dibattito sul ruolo di Orlando è stata respinta,
con la giustificazione che bisognava "fare quadrato" e "non rompere
il fronte". Poi è accaduto quello che avevo puntualmente previsto:
alle elezioni comunale del 1990 Orlando, capolista con al numero 2 Di Benedetto,
legato a Lima, ha portato al massimo storico la Dc e dimezzatogli alleati di centrosinistra.
Ma da allora non c'è stato nessun rapporto con i redattori della rivista.
A Messina da più di dieci anni si pubblica il settimanale "Centonove",
impegnato in un'attività di informazione e di inchiesta in un contesto
difficile.
A livello nazionale c'è "Narcomafie", con cui
collaboriamo fin dal primo numero. Una rivista che bisognerebbe diffondere meglio
e fare conoscere di più, ma le mie proposte, come componente del comitato
scientifico, di fare delle presentazioni, costituire delle redazioni locali, non
trovano grande accoglienza. La rivista è legata a Libera e qui bisognerebbe
aprire un discorso su di essa, sul difficile rapporto mio e del Centro Impastato
con Libera nazionale che mi ha portato nel 2005 alle dimissioni, su vicende recenti
che hanno portato allo scioglimento di Libera Palermo, ma in questa sede bastano
questi accenni.
Negli ultimi mesi abbiamo avviato un rapporto con alcune pubblicazioni
dell'area nonviolenta, con la costituzione di un gruppo di studio su nonviolenza,
mafia e antimafia, che ha organizzato un convegno nazionale nel maggio 2005.
Ultime
notizie
Tra
le ultime notizie ci sono le mie dimissioni da consulente della Commissione parlamentare
antimafia, del febbraio 2005. A livello nazionale, brevi su "l'Unità"
e sul "Manifesto", nulla su "Liberazione". Sia chiaro: il
presidente della Commissione Centaro faceva il suo mestiere e tra i suoi compiti
c'era quello di "dimostrare" che la mafia è solo un fenomeno
criminale e che il rapporto mafia politica è un'invenzione delle "toghe
rosse". A tal fine ha utilizzato anche uno spezzone di una mia frase sul
terzo livello, in cui affermavo che quella rappresentazione mediatica (la mafia
come un edificio a tre piani: al pianterreno i gregari, al secondo i capi, al
terzo una supercupola politico- finanziaria) è inadeguata per rappresentare
un sistema relazionale che è molto più complesso e che il rapporti
tra mafia, politica e istituzioni è costitutivo del fenomeno mafioso. Ha
preso la prima parte e ha cestinato il resto. Un'operazione che si commenta da
sé. Ma le mie dimissioni sono state soprattutto una critica aperta per
le opposizioni che non hanno fatto nulla di significativo, sia perché le
persone più impegnate badavano più ai problemi dei loro partiti,
alle campagne elettorali, ai salti da un Parlamento all'altro, agli iperpresenzialismi
mediatici, alle esibizioni teatrali ecc. ecc. che al lavoro nella Commissione,
ma soprattutto perché hanno mostrato di non avere capacità e volontà
adeguate per imporre contenuti e pratiche alternativi.
Ho ricevuto una lettera
da Centaro in cui mi comunica che "l'Ufficio di presidenza integrato dai
rappresentanti dei Gruppi nella seduta del 16 febbraio ha deciso all'unanimità
di concludere immediatamente il rapporto di consulenza con Lei instaurato, fra
l'altro corrispondendo al Suo desiderio". Non so se sia vero, se è
vero, non posso che esprimere la mia gratitudine ai rappresentanti dei gruppi
parlamentari di sinistra che hanno mostrato di non meritare la collaborazione
mia e del Centro Impastato. A fine legislatura è arrivata una relazione
di minoranza in cui si scopiazzano malamente le mie teorizzazioni sulla borghesia
mafiosa, che vengono fatte convivere con le fantasticherie sulla mafia-industria
della protezione privata. In ogni caso una presa di posizione tardiva e inefficace.
Qualche accenno al quadro attuale. "Telejato" deve battersi contro
la Bertolino, difesa da Alfredo Galasso, vecchio compagno d'armi di Orlando e
di Pintacuda nelle accuse a Falcone e ora tra i fondatori della Fondazione Caponnetto.
E, con tutte le querele che le piovono addosso, mi sembra davvero un evento straordinario
che "Telejato" ci sia ancora.
Dei nuovi arrivati posso dire che
"L'isola possibile" mi pare troppo gracile e "Casablanca"
non so se avrà un futuro, come mi auguro.
Noi come Centro Impastato
continuiamo a lavorare, totalmente autofinanziati perché altri centri studi
e fondazioni preferiscono mungere la mucca Regione Sicilia con le leggine fotografie
e i rappezzi alla Finanziaria. Ci sono state polemiche, tardive, con padre Bucaro,
gestore del Centro Borsellino, che è stato sciolto in seguito alle voci
su una sua incriminazione per riciclaggio, non seguita da rinvio a giudizio, ma
sono tanti quelli che per fare un'iniziativa hanno bisogno dei fondi pubblici
arraffati in qualche modo. E finché a sinistra e nella stessa antimafia
non si avrà il coraggio di cambiare registro non c'è da attendersi
nulla di buono. Tranne che non faccia qualche miracolo il responsabile di "Antimafia
2000" che è un miracolo vivente, ha le mani bucate dalle stimmate
(quella supplementare sulla fronte nel frattempo è sparita), sa tutto sulla
Madonna di Fatima, sugli Ufo e su Nostradamus e organizza convegni con la Facoltà
di Lettere di Palermo e con la partecipazione dei magistrati più impegnati.
Ma mi guardo bene dal partecipare a questi spettacoli, non credo nei miracoli
e di fronte a questa idea di Dio e dintorni, fatta a immagine e somiglianza di
un'umanità non proprio esaltante, sono rigorosamente ateo.
Per
finire
Dal
2002 è in atto a Palermo la lotta dei senzacasa, che è riuscita
a sfuggire alla solita trappola della guerra tra poveri e si è caratterizzata
come esempio di antimafia sociale, con la richiesta, in parte soddisfatta, che
vengano assegnate ai senzatetto le case confiscate ai mafiosi. Ad eccezione dell'inserto
palermitano del quotidiano "la Repubblica", che ha dedicato una certa
attenzione, c'è stato solo qualche articoletto su "l'Unità"
e sul "Manifesto", più di cronaca che di riflessione, nulla su
"Liberazione", che continua a dedicare pagine su pagine all'amore anale
e alla pornografia alternativa. Contenti loro...
Di borghesia mafiosa ormai
parlano tutti, o quasi. Ma pare che sia una teoria orfana di padre. Di recente
alla nuova trasmissione di Santoro il sostituto procuratore Antonio Ingroia l'ha
attribuita a innominati "sociologi", nonostante sappia perfettamente
che il sociologo è stato uno ed uno solo e ha nome e cognome. Così
va il mondo...
Fonte:
www.centroimpastato.it