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L'immagine storica del sud-est siciliano |
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Lo sguardo sugli Iblei negli iter del moderno di Carlo Ruta Il vaglio dell'area iblea nelle letterature in genere segue un corso composito, nell'ambito più esteso della materia siciliana. Agevolato dalla contiguità con Siracusa, appare vivido nell'antichità, con il lustro di Camarina che riesce a dare eroi e pure trionfatori alle Olimpiadi, esiguo rimane nel medioevo arabo-normanno, malgrado lo zelo dei cartografi e geografi del tempo, alterno e con ricorrenti deficit si mostra infine nell'età moderna, mentre si dipanano in modo vario le nozioni dell'archeologia e della storia. Esulando comunque dall'età classica, che imporrebbe altre misure, un significativo snodo viene certo col Fazello, che superando il confine della cronaca di corte, giunta all'acme nell'isola con le chiose di Falcando, si reca nei luoghi, indaga i ruderi, medita le fonti. È infatti con una disposizione inusuale che il monaco saccense s'introduce nel Vallo del sud-est e nella contea modicana, nel 1544, per darne conto nella prima decade dell'opera De rebus siculis. Non mancano beninteso errori, come quello mutuato da Pausania di situare Mozia nei pressi di Pachino. L'esito rimane nondimeno produttivo. È con lui che si rende visibile infatti l'identità dell'antica Camarina, nel cui sito si reca due volte in un decennio. E dalle sue note prende le mosse agli inizi del secolo seguente il germanico Cluverio, nel descrivere la città scomparsa e l'esiguità delle rovine, già esposte a continui saccheggi. Mentre la romana Vittoria Colonna, moglie del conte di Modica Luigi Enriquez-Cabrera, avvia la bonifica e il popolamento del fondo Boscopiano, nei pressi dell'antico sito. Riguardo agli Iblei, non può dirsi tuttavia che il Seicento dia esiti di rilievo. Se si esula dalle note di Giovanni Massa sul litorale della contea, e dal lavoro di Rocco Pirri sulla Sicilia sacra, nel quale non manca un computo delle chiese nel sud-est, con copia di dettagli sui prelati, le origini, le dignità dei monumenti, i diritti e i privilegî. Fra gli eruditi dell'isola si arroventa invece a ogni livello la contesa municipale, che già nel secolo precedente ha visto schierati i due maggiori storici del tempo: Maurolico con Messina, Fazello con Palermo. E in tale cornice si colloca la Modica illustrata di Placido Carrafa, data alle stampe nel 1653, con una nota del palermitano Vincenzo Auria. Mentre Agostino Inveges difende con impeto lo status della "felicissima", come già Mariano Valguarnera, e Pietro Ansalone rivendica alla città dello stretto la dignità di capitale. Nel primo Settecento, lo slancio di Antonino Mongitore per Palermo non nuoce comunque alla sua nozione dell'insieme, come testimonia la celebre Sicilia ricercata, in cui la tradizione del racconto fantastico viene intonata ai motivi del grandioso tipici della mentalità barocca. Al centro della scena è una varietà di "fenomeni" isolani: le antiche fonti e le rovine, le torri di guardia e i porti, i mostri marini e i morbi, e ancora, le grotte, i bagni, i terremoti. È naturale e insistente allora il rimando ai classici, che dà corpo a un riepilogo del mito. E pure gli Iblei che si aprono sul mar d'Africa godono di alcune chiose. Mentre risalta il taglio epocale inferto ai luoghi dal terremoto del 1693, che lo storico palermitano raffigura come summa delle calamità dell'isola. Seppure ai bordi del moderno, la storiografia dell'isola è d'altra parte in movimento nel secolo dei lumi, mentre non si placa ovunque la disputa sui santi. Se nella Sicilia ricercata del Mongitore punti focali sono dunque la precarietà del suolo e il discontinuo della meraviglia, sul solido delle cose poggia invece il Lexicon siculum di Vito Amico, priore del convento benedettino di Catania. Il vaglio dei siti è meticoloso infatti, e se puntuale è il raccordo con le letterature antiche, in debito conto vengono tenuti gli archivî locali e la pubblicistica coeva. La contea modicana non fa eccezione per altro. Pur con un particolare accento sul dato religioso, che riflette i caratteri del tempo, il quadro delle città iblee appare definito. Mentre si chiarifica la vicenda dei casati dominanti, dalle gesta dei Chiaramonte e dei Cabrera al governo austero degli Enriquez. Di là dalle intenzioni e dalla forma letteraria, il priore etneo si rivela dunque un attendibile storico dei luoghi. Con l'imporsi dei motivi neoclassici e il prorompere dei lumi, l'isola viene recuperata intanto alle rotte del Grand Tour. A onta delle difficili premesse, ben figurate dalla clamorosa "svista" di Chevalier de Jacourt, che nell'Encyclopedie del 1765 cita Palermo come inesistente, quasi a rimarcare un ineludibile distacco. Il sud-est rimane tuttavia fuori o ai margini degli itinerarî. Fatte salve le antichità aretusee, che vengono raggiunte di solito per mare. E il credito di cui godono i viaggiatori in tutto il continente e oltre fa sì che il circolo della conoscenza in quel crepuscolo di secolo si chiuda per il Vallo con un evidente deficit. Non bastano d'altra parte le note di Houël, Denon, Dolomieu e pochi ancora a mutare il corso delle cose. Mentre il principe Paternò Castello, referente locale di non pochi voyageurs, dal suo feudo di Biscari si dedica agli scavi di Camarina e allo scandaglio della Cava d'Ispica, la plaga iblea viene associata invero alle malarie e ai briganti. E Modica, che nel Vallo è la città più popolosa, non giunge a fuoriuscire dal suo atavico riserbo. Pure in Sicilia passano comunque le lesioni dei phi-losophes, malgrado le oscurità diffuse, di cui dà uno scor-cio la vicenda Vella. Di là dall'ombra, si fa più accorto allora lo sguardo sugli Iblei: come testimonia nel 1808 il viaggio del palermitano Balsamo. Il quesito rimane la povertà dell'isola, su cui hanno argomentato nordeuropei come Seume e Stolberg, economisti come Scrofani e Arnolfini, il poeta Meli e perfino il viceré Caracciolo. Con la comune denunzia del lassismo baronale. E per lo studioso di Palermo, che ha viaggiato a lungo in Inghilterra e nelle Fiandre alla ricerca di spunti di riforma, l'agricoltura vittoriese è già una risposta, avvertendo nelle sue duttilità i caratteri del nuovo. Nel medesimo alveo si colloca per altro l'agronomo Sestini quando a una adunanza dei Georgofili toscani discute sulle colture vinicole dell'Ippari. Sulle spinte di Paternò Castello si anima poi la vicenda Camarina, che s'accompagna tuttavia con le predazioni e la dispersione dei reperti. E gli esiti più maturi giungono nella temperie del positivismo, con gli studi di Julius Schübring, Paolo Orsi e Francesco Saverio Cavallari. Mentre prendono corpo, indotte dalla medesima atmosfera, le indagini demologiche di Serafino Amabile Guastella e le ricerche del Pitré, che del primo si avvale nella stesura della nota Biblioteca. Nel concetto dell'isola si consuma intanto una curiosa nemesi. Spentasi via via l'autorità dei voyageurs, con il variare delle fonti, si polverizza in poco tempo l'immagine felice di Palermo. Sotto il peso ovviamente delle cose. I protagonisti sono magistrati, inquirenti parlamentari, giornalisti. I nomi sono noti: Ulloa, Rizzotto, Jacini, Bonfadini Alongi, Cutrera, Colajanni, Ferri, De Felice, e altri ancora. L'esito è sorprendente: la capitale dell'isola viene assunta come centro d'una piaga purulenta, cui viene contrapposta l'amenità di quel sud-est che prima era ritenuto regno delle epidemie, delle bande, degli assalti maghribini. Con qualche riserva invero di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, che non riescono a marcare un confine netto fra le culture delle due Sicilie. Corroborati per altro da alcune note smagate del Guastella. Nel definire comunque l'ex città "felice", sempre più ricorre la parola mafia, destinata a guada-gnare peso e senso nel secolo venturo. Si giunge così al nostro Novecento. Con le indagini su Camarina di Biagio Pace, che chiudono non pochi insoluti della plaga. Con le riletture del barocco ibleo di Boscarino e Blunt, che rendono giustizia al lavoro di Gagliardi. Con il noto compendio di Mack Smith, da cui esce un adeguato ricalcolo della Sicilia feudale. E ancora, sia pure a titolo generale, con la lezione di Braudel, che rivaluta gli accessi secondarî della storia. Il recupero è più vario beninteso. Nelle arti, nella narrativa, nel cinema, cui corrispondono dagli anni cinquanta in su le riletture del Guastella. Mentre l'ombra viene e va, e al riserbo specialistico si alternano le invadenze dell'oleografia. E qui il gioco delle nemesi riappare. Con l'immagine dell'"isola felice" che si sfarina e ribocca nell'incongruo. Come già quella di Palermo. Sotto il peso ancora delle cose.
Un Vallo in ombra nelle rotte del Grand Tour di Carlo Ruta Per i visitatori dell'ultimo Settecento, epoca cruciale nei corsi mediterranei del Grand Tour, il Val di Noto è solo uno sfondo, il paesaggio da cui balza la Siracusa delle grecità: con i suoi templi, le latomie, la fonte aretusea, il teatro, i miti, i lasciti di storia. Nei resoconti dell'epoca, in cui tutto viene commisurato ai canoni del classico, la sua presenza appare per ciò inconclusa. E così è già con Patrick Brydone, di cui è nota l'influenza su altri viaggiatori. Se fervido e adeguato si mostra infatti quando dice della Pentapoli e dei suoi resti, parco e perfino liquidatorio appare quando scrive d'altro, non celando qui e là il suo intimo distacco. Come accade a Capo Passero, quando dovendovi sostare per necessità di mare, la prima notte sceglie di dormire ancorato al largo. È tuttavia nel confronto con le architetture coeve che quegli uomini del nord danno in pieno la misura del rifiuto. Dopo il terremoto del 9-11 gennaio 1693, che ha inferto una lesione epocale a tutto l'oriente siciliano, le città sono risorte - nei medesimi siti o altrove - con una spessa fisionomia barocca, e vengono per questo censurate. A partire da Noto che, quando non viene omessa, ricorre nei diari come offesa all'arte. Nei moderni recuperi dell'ideale classico, come è evidente, non c'è posto per le volute e le curve di architetti siciliani in auge quali Vermexio, Gagliardi, Sinatra, Palma. Né viene concepito l'estro che anima scalpellini e capimastri, a onta delle locali committenze e del rigido mandato tridentino. Di là comunque dalla comune ripulsa del barocco, non manca in taluni la volontà di porsi oltre: come in Vivant Denon quando, dall'isola di Malta invasa dalla peste, giunge a Siracusa. Il francese, che con i suoi compagni viene sottoposto dall'ufficio igiene a un autentico cilicio, è attirato come tutti dalle grecità, che annota con acume, ma non si sottrae ad altre visuali dell'antico, recandosi per esempio alla Cava d'Ispica, le cui origini all'epoca, malgrado le indagini del principe di Biscari, restano largamente ignote. Solo tuttavia con Jean Houel, che dimora in Sicilia per ben quattro anni, si apre la chance d'un computo più idoneo. Volendo riparare alle omissioni di Reidesel e Brydone, il paesista punta infatti a una indagine minuta. Mentre percorre il canovaccio della Siracusa antica, e lo fa con pagine pregnanti, si volge così deciso alle cose e ai luoghi circostanti, fino a spingersi nel fondo degli Iblei: meglio di quanto non abbia fatto il fran-cese Dolomieu, che pure ha forzato a più livelli le rotte siciliane del Grand Tour. Quell'itinerario incomodo consente comunque a Houel di fissare tratti che in Denon appaiono solo delineati, aiutandosi con disegni a guazzo che mirano al dettaglio, e senza perdere il contatto con la vita, i costumi, le abitudini locali. Il pittore di Rouen non muta però il corso delle cose. La natura del sud-est non incanta ancora. La Cava d'Ispica e Pantalica, malgrado i fervori del principe di Biscari, non destano gran curiosità. Il barocco che domina gli abitati rimane infine il sigillo manifesto d'una minorità e forse d'una infamia. Il Voyage, che rimane all'epoca la più ponderosa indagine sull'isola, non incontra per altro il successo dei cinque volumi in-folio firmati da Saint-Non. L'occasione è dunque persa. Per il tedesco Münter l'area iblea è solo una pista malagevole che apre a Siracusa. E Goethe va perfino oltre: cancella la città aretusea dai propri itinerari, ritenendo che dell'antica repubblica resti solo il nome. A favorire quel rifiuto concorrono poi altre ragioni: l'assenza di locande, il ricorrere inusuale di malattie infettive, le febbri malariche intorno alle paludi, il pessimo stato delle vie, il pericolo di bande nelle gole di Noto e nelle campagne di Pachino. Mentre Palermo e Catania gareggiano per lusso e vitalismo, nonostante le carestie e i morbi, il sud-est, che pure comprende la facoltosa Contea modicana degli Henriquez-Cabrera, rimane in realtà privo d'un capoluogo che sia anche centro di richiamo. La stessa Siracusa, malgrado le pompe del clero e del Senato, rimane in fondo una città in ripiego, scarsamente popolata, ristretta nel dedalo di Ortigia, che nella Pentapoli era solo una possente rocca e la dimora dei tiranni. È un dato inoltre l'angustia che stringe ovunque le élites locali, man mano che vanno a spegnersi gli slanci del dopo terremoto. E a mitigarla non bastano alcuni audaci, come Landolina e Gaetani, che si sono assunti la custodia delle arti. Rimane Palermo per altro la dimora ambita di non pochi titolati: a partire da quel cosmopolita Statella che Goethe incontra alla corte di Carlo Caramanico. Il distacco è allora inevitabile. Se quegli uomini del nord, che pure non mancano d'impeti roussoviani, si mostrano inidonei a un vaglio rigoroso nelle contrade del sud-est, il languore provinciale, che resta comunque un modo di percorrere la storia, agevola in essi il senso del precario: come appare nitido in Denon quando nello specchio di mare che corre da Gela a Capo Passero gli viene impedito di toccare terra per evitare un possibile contagio. L'urlo che si leva perentorio dai moli e dagli spalti: "Speronara di Malta, al largo", accompagnato da colpi di archibugio e dai dinieghi delle potestà, rimane in effetti l'emblema d'un timore notturno che rinnova chiusure e malintesi, fino al limite dell'irreparabile. Ed è così che l'ombra ribocca nel secolo venturo.
I testi qui proposti sono tratti rispettivamente da La contea di Modica raccontata e Viaggi in Val di Noto, editi da Edi.bi.si. di Palermo nel 1998.
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L'area iblea nelle foto di Giuseppe Leone
Tomba di Archimede. Siracusa
Catacombe.di Siracusa
L'orecchio di Dioniso. Siracusa
Resti di tempio a Siracusa
Il papiro di Siracusa
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Bibliografie essenziali sugli Iblei e il Val di Noto
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Siracusa
Siracusa
Siracusa
Ispica
In un feudo dello sciclitano
Noto
Noto
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