Da Il processo. Il tarlo della Repubblica

di Carlo Ruta, Eranuova edizioni, Perugia, 1994

 

 

 

L'eversione virtuale

Nel paese è ricorso a lungo il fantasma del golpismo, con due riferimenti esterni: la Grecia dei colonnelli dal maggio '67, e il Cile di Pinochet dal settembre del '73. Recentemente infine, dopo l'avvento di Donatella Di Rosa, s'è detto a iosa d'una "variante tecnologica" del colpo di Stato, che avrebbe dovuto avvalersi di ordigni al neutrone per colpire Quirinale e Saxa Rubra, nella primavera del '94. In realtà, nessun golpe dichiarato e cruento, nelle forme anzidette, s'è avuto mai nei decenni della Repubblica, e tutto s'è risolto in una interminata e profittevole minaccia. Non sono mancati invece colpi d'entità minore, "intimi", ben dissimulati nelle pieghe dei poteri. Ne danno esempio i nessi fra Portella e la nascita del centrismo; la tragica vicenda di Aldo Moro, che segnò un ulteriore, indicibile smacco per la Repubblica, e da cui sortì la supremazia incontestata di Giulio Andreotti; e ancora, la "decapitazione" che subì la Sicilia nei primi anni Ottanta, con l'assassinio di Dalla Chiesa, Chinnici, Costa, La Torre, Mattarella, Reina, Insalaco, e altri.

In fondo lo scenario che Oliver Stone espone con il suo JFK, l'assassinio di Kennedy nel '63 come intima "sovversione" dei poteri, bene si attaglia ad alcune vicende italiane del secondo dopoguerra, che in una tale prospettiva andrebbero dunque rivisitate.

Tornando al colpo di Stato "classico", l'idea compiuta e diffusiva d'un tale evento (si omettono qui, perché di nature differenti, la vicenda della "legge truffa" del '53, combattuta come illiberale dalle sinistre, gli eventi tragici del governo Tambroni, e il contenuto allarme nelle dirigenze comuniste e socialiste durante gli avvii del centro-sinistra) ha una precisa datazione: l'11 maggio 1967. Di lì, in effetti, il golpe virtuale è diventato quasi una nuova categoria della politica; e comunque una macula non più eludibile, sulle cose del presente.

L'inchiesta di Lino Jannuzzi (Finalmente la verità sul Sifar: 14 luglio 1964: complotto al Quirinale), apparsa sull'"Espresso" quel giorno, giungeva peraltro in un clima d'inquietudini. Da mesi, infatti, il settimanale di Eugenio Scalfari e altre testate battevano sugli intrighi del Sifar , con legittimo allarme. Nel paese permaneva, inoltre, l'emozione per il golpe dei colonnelli greci, avvenuto il 21 aprile.

Pur nella levità dello stile, le tonalità complessive erano assai grevi: quelle acconce a rendere un dramma scampato alla politica e alla storia solo per una inezia. L'incipit, in particolare, era solenne:

Roma. Il 14 luglio del 1964 fu la giornata più calda dell'anno: 36 gradi all'ombra. Due generali di divisione, undici generali di brigata, e mezza dozzina di colonnelli, in piedi impettiti sull'attenti, stipati nella stanza del comandante generale dell'arma dei carabinieri, sudavano. Né era pensabile che ci si potesse sedere, spalancare le finestre, farsi venire su delle grenite dal bar all'angolo di viale Romania. Sarebbe stato più confortevole, ma assai sconveniente, e incompatibile con la solennità del momento. Calmo e severo, nonostante fosse il più grasso e il più sudato di tutti, il comandante generale, Giovanni De Lorenzo, stava concludendo il rapporto agli ufficiali: "Stiamo per vivere ore decisive. La nazione, tramite la più alta autorità, ci chiama e ha bisogno di noi. Dobbiamo tenerci pronti per gli obbiettivi che ci verranno indicati".

E passo passo Jannuzzi spiegava, con dovizia di dettagli, il congegno golpista che, a suo dire, era stato messo in moto col beneplacito del Quirinale, e ch'era rientrato appena in tempo, dopo l'assenso di Pietro Nenni a ritornare nella compagine di governo.

Mai un'accusa tanto forte, alto tradimento, aveva incrociato la mitica Arma e la presidenza della Repubblica. E in tal senso, l'inchiesta segnava una svolta nei corsi del dissenso italiano. Oggetto di denunzia non era infatti il consueto binomio mafia-politica, che pure permaneva intatto e nodale. Il bersaglio s'era elevato in quel caso alle istituzioni e ai corpi più "carismatici" e rappresentativi dello Stato. Quell'inchiesta veniva peraltro confortata, una settimana dopo, da un'intervista di Eugenio Scalfari al senatore Ferruccio Parri il quale, rife-rendosi a un colloquio col generale De Lorenzo su quanto era accaduto quel 14 luglio del '64, praticamente confermava le tesi di Jannuzzi, gettando ulteriori ombre sul Quirinale. Così concludeva Parri: "Al di là della buona fede, delle intenzioni e delle condizioni fisiche che a mio parere spiegano l'atteggiamento del capo dello Stato non posso negare che esso sia stato obiettivamente di estrema gravità". Più cauto si mostrò invece Pietro Nenni che tuttavia, pur riprovando un supposto vezzo dell'"Espresso" a "romanzare" gli eventi della politica, non negava che nel '64 ci fosse stato "un tentativo d'imporre al paese un governo di destra, il governo della Confindustria" e che il presidente Segni si fosse mostrato "assai sensibile alle pressioni di gruppi interessati a codesta operazione" .

 

L'alveo stregato

Al pari d'altri episodi di denunzia, a essere processati e condannati, in quella occasione, furono Jannuzzi e Scalfari, pur riuscendo a provare, in sede di dibattimento, la legittimità delle accuse. Solo il posto in parlamento offerto dai socialisti evitò loro il carcere. Le inchieste dell'"Espresso" sul Sifar e il Piano Solo restarono comunque un evento politico fra i più rilevanti di quella stagione, e provocarono di fatto lo scioglimento del servizio segreto . E non solo. Pur senza poterne avere cognizione, avevano annunziato, e per certi aspetti inauguravano esse stesse, l'alveo ove sarebbe scorsa, nel bene e nel male, la politica del decennio successivo: le regie occulte che indulgevano al golpismo, a garanzia dello statu quo ; l'incalzare di eccidi e d'altre violenze; i sobbalzi di furore, legittimi e no. Pure i Gap feltrinelliani, prima espressione d'un dramma che segnerà l'intero decennio Settanta, presero corpo dall'assillo d'un imminente golpe.

In altre parole, se in precedenza le tessiture del crimine erano per lo più stanziali, confinate com'erano nel "laboratorio" Sicilia , e dunque eludibili, da quel periodo esse pervadevano tutta la peni-sola. La politica italiana, che già s'era compromessa con le mafie, accentuava, così, i suoi caratteri di perversione. La legalità, il dibattito parlamentare, l'ossequio formale alla Costituzione venivano confinati infatti in uno spazio sempre più esiguo e razionato, in favore d'un regno stregato e ribocchevole, ove i demonî della Repubblica potevano manipolare a piacimento le cose dello Stato, e godere di licenze inusitate.

Nel decennio Settanta la vita delle istituzioni, già laida e immiserita, segnava insomma il prevalere d'un abominevole doppio che resisterà fino ai nostri giorni. E basti qui pensare all'oscuro protagonismo di Gladio, che un presidente della Repubblica difende con impudenza inaudita, alla Rosa dei venti, alla Loggia massonica di Gelli, che oggi si pretende innocua e legittima, in ultimo alla Falange armata. Il tutto riconducibile largamente a entità, corpi e servizi "traviati" per costituzione. Gli esiti ben si conoscono: un succedersi interminato di delitti che oggi, mentre si reclamano ancora i rendiconti, si vorrebbero omettere dalla storia.

 

Sussulti luterani

Andando volutamente "fuori tono", come era nel suo stile, così Pier Paolo Pasolini nel novembre del '74 apriva una sua requisitoria nel "Corriere":

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione di potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori delle stragi più recenti .

E seguitava di questo passo, reiterando ad ogni capo quell'assunzione di conoscenza. Aggiungeva, altresì, di non possedere prove, se non quelle derivanti dall'"istinto" d'intellettuale, che porta a ristabilire la logica "là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero": una funzione alta a cui tanti protagonisti della cultura, giornalisti, e politici d'opposizione a suo dire avevano variamente abdicato.

Non so quanto valga un riferimento al Zola che irrompe nell'affaire Dreyfus con il suo J'accuse. Di certo, comunque, per Pasolini non era più tempo d'elusioni. La chiusa, poi, recitava come segue:

"Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato".

Parole che prefiguravano già un esito di processo al regime, con risvolti golpistici che andavano ben al di là degli squadrismi che riboccavano allora nella penisola: utili a garantire invece lo statu quo democristiano, come Pasolini era ben consapevole. E qui, sia pure con le dovute correzioni, il raccordo con le cose odierne è davvero palpabile e stupefacente.

Ebbene, quell'articolo era solo un segnale, la traccia d'un contenzioso civile che lo scrittore di Casarsa avrebbe esplicitato un anno dopo, quando dal "Mondo" del 28 agosto 1975 urlò la necessità d'un processo autentico al "Palazzo", con vent'anni d'anticipo sull'effettivo collasso della prima Repubblica, asserendo che senza una tale assise " è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per questo paese".

Pensava, lo scrittore di Casarsa, a un procedimento penale a carico dei maggiori esponenti democristiani, Andreotti, Gava, Rumor e altri, che li vedesse imputati per tutto lo sconcio di tre decenni: connivenze con la mafia; alto tradimento in favore di una nazione straniera; collaborazione con la CIA; ruberie di Stato; uso illecito di enti come il SID; responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna; e altri reati, infine, connessi a quel metodico saccheggio di cultura che lui in quel frangente aveva lungamente denunziato come genocidio.

Un processo inusuale, ovviamente, il suo; permeato di simboli, di paradossi, di metafore ; e assai distante dai canoni e dai ritmi della giustizia ordinaria, che anzi lo scrittore vedeva irretita nel circolo delle correità, come potere fra i poteri . Un processo espressionistico e talora financo concettoso, che riconduce in sostanza a una riforma della politica, come acquisizione definitiva degl'italiani. Scriveva Pasolini: "Io non chiedo tragedie, e non mi importano le punizioni. Ma mi sembra che non si possa delineare una coscienza politica dell'"immagine del nostro avvenire" se non si consolida una coscienza politica scandalosa e fuori da ogni conformismo, di ciò che è stato il nostro recente passato. È solo attraverso il processo dei responsabili che l'Italia può fare il processo a se stessa, e riconoscersi".

E qui stava il nocciolo dell'inattualità di quella sfida: nel reclamare un sommovimento luterano, che ponesse al centro della politica le coscienze, anziché le ragioni di Stato e i loro correlati di delitto e di menzogna.

 

Il silenzio

La provocazione del processo, giungeva in un'Italia indolente e smagata, e non solo per le ferie d'agosto. Dire delle reazioni, infatti, è dire d'un silenzio confuso e innaturale (o, come lo scrittore stesso annotò, d'un muto "bosco di querce"), rotto appena da alcune flebili voci: Firpo, Valiani, qualche altro. Pasolini cita financo per nome le persone: Moravia, Bocca, Petruccioli, Zanetti e altri, da cui vorrebbe una risposta. Dice: "Questa volta non mi va di essere ignorato". Aveva pure cercato una possibile sponda politica e morale alle sue parole nel partito di Berlinguer, ma la storia in quel frangente procedeva in altri corsi. Il Pci, infatti, dopo il disastro cileno di Unidad Popular, consumatosi nell'autunno del '73 con le direttive della Cia, puntava ormai al patto con la Dc. Così si esprimeva Enrico Berlinguer in un drammatico intervento su "Rinascita", nell'ottobre del '73: "La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggoranza del popolo italiano". D'altronde, se la sinistra tradizionale si mostrava indisponibile a offrire un seguito alla provocazione pasoliniana, niente di giovevole poteva sortire da quella gio-vane, che i processi aveva acquisito il vezzo di celebrarli in strada, fatuamente, a suon di slogan.

Tutto finiva lì, dunque. E in quel clima surreale, appena due mesi dopo, si compiva il destino dello scrittore. Cadde infatti assassinato, nei pressi di Roma, in un contesto che ancora oggi lascia adito a dubbi. È possibile che un sedicenne, reo confesso, abbia potuto compiere da solo un simile delitto?

 

La trama interminata

Se è logico che il delitto finisca sempre col generare altri delitti, bisogna prendere atto che nella prima Repubblica tale regola è stata sospinta fino all'indicibile. Due eccidi, in particolare, rimangono senza eguali, anzitutto per numero di vittime: il 27 giugno 1980 un Dc9 dell'Itavia venne colpito nel cielo di Ustica, causando 81 vittime, e solo 36 giorni dopo, il 2 agosto, una bomba esplodeva alla stazione di Bologna, uccidendo 85 persone, e ferendone diverse centinaia. Due eccidi che da soli hanno prodotto un numero quasi triplo dei morti avutisi per mano dei militari di Honecker dinanzi al muro di Berlino, nel corso dei decenni.

Due eventi prossimi fra loro, ma assai diversi, a ben vedere. Con buona possibilità "fortuito" il primo, effetto forse di un'azione di guerra nei cieli italiani, e tuttavia bene incardinato nelle trame più recondite di questo paese, e non solo d'esso: basti pensare a quel che s'è attuato dopo per deviare ogni ricerca della verità . Di certo studiato il secondo, e conseguenza non tanto d'un pericolo "esterno", virtuale o in atto, quanto d'un cozzare intimo di poteri. Due eventi, ad ogni modo, che s'è cercato in mille modi d'occultare e di falsare. È la storia dell'ipotesi missile, la più verosimile, e la più osteggiata, nel caso Ustica. È la storia della coppia Fioravanti-Mambro, che a tutti i costi si vuole esecutrice dell'eccidio bolognese.

Con Ustica accade comunque qualcosa di nuovo, che in certo senso fa scuola e indica un percorso. A scortare e a sollecitare in tutti i modi le inchieste che si susseguono negli anni sono adesso i familiari delle vittime, coordinati da Daria Bonfietti. Non è tutto, ma si deve certo a loro se su quel disastro aereo ancora oggi il livello d'attenzione rimane più alto che su ogni altro delitto della prima Repubblica, malgrado gl'intrighi che lo contornano.

Ustica e Bologna, per il resto, pur con la loro inaudita gravità, per numeri e poste in gioco, vengono a ribadire un canovaccio noto. Incalzata da un dissentire esiguo ma tenace, la prima Repubblica ha espresso in effetti una parola d'ordine precisa: ricondurre ogni delitto, di qualsiasi misura e ge-nere, in un perimetro definito d'indolenze e di non memoria. E lo si è fatto con ogni mezzo: falsando i fatti, annichilendo i testimoni, ostacolando il vero. S'è finito così per allargare fino all'inverosimile il concetto di normalità; fino a potervi includere ogni inciviltà e oltraggio.

Come in una sorta di realtà virtuale, ogni fatto delittuoso è stato "ricomposto" a piacimento dei poteri. La morte di Calvi e quella di Sindona per anni e anni sono state registrate come suicidio, con l'apporto della stampa, benché fosse palese sin da subito, per entrambe, la logica dell'assassinio. E così pure la morte di don Bisaglia, che indagava sulla misteriosa fine, archiviata a sua volta come "disgrazia", del fratello Antonio, fra i massimi esponenti della Dc . D'"incidente aereo" sono uffi-cialmente morti Mattei e il generale Mino. In "conflitto a fuoco" sono morti i quattro brigatistidi via Fracchia a Genova, che s'erano in realtà già arresi. A "incidente bellico" viene imputata la morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin in una via di Mogadiscio. Le recenti bombe di Firenze, Milano e Roma, dietro cui s'intravedono ancora i poteri della Repubblica, il Sisde in primo luogo, sarebbero infine opera di Totò Riina.

Siamo davanti a un curioso, tragico paradosso. Nei paesi d'oltrecortina bastava l'arresto o l'esilio d'un intellettuale per cagionare, di volta in volta, uno scandalo mondiale; tutto assurgeva a simbolo del male, e nessuna tragedia è passata all'oblio. Lo stesso Honecker, in effetti, è stato alla fine processato, per le vittime del muro. In Italia, invece, e questo vale pure per altri paesi d'Occidente, tutto è stato congegnato in modo tale che nessuno paghi. Si stenta infatti a ricercare i nessi, e ancora oggi vigono le regole di sempre.

 

I labirinti

Bisogna prendere atto che tale logica "correttiva", con l'ausilio provvido dei media, ha largamente retto nel paese, malgrado l'incalzare delle accuse. Dolci prepara dei dossier su Bernardo Mattarella, Salvo Lima, Calogero Volpe, e altri; li consegna di persona a Roma, ma tutto si perde nello studiato rimpallo fra i palazzi, e i tre parlamentari restano lungamente in auge. Pantaleone accusa Giovanni Gioia; vince pure in tribunale, ma l'iter del politico dc non ne risente affatto. Allo stesso modo, nessuna testimonianza vale a impedire, per decenni, la carriera di Antonio Gava ai vertici dello Stato. Costui già nel '69 era stato d-nunziato da Maria Antonietta Macciocchi per affarismo e altro. Nel '76 il partito di Berlinguer, per ragioni affini, s'era opposto, con buon esito nonostante le difese di Cossiga, alla sua nomina a sottosegretario agl'Interni. Nel 1984 Giuseppe Marrazzo, nel libro Il camorrista, lo indicava come contiguo al boss Nuvoletta. Ebbene, alla chiusura degli anni Ottanta eccolo nominato ministro dell'Interno. E l'umorista Michele Serra pensa bene di chiosare che per battere la mafia s'è adottato il metodo omeopatico.

Il testimoniare, pure se ostinato e aguzzo, viene privato d'ogni efficacia sulle cose. I libri riportano di fatti che non lasciano memoria. È il caso dei piani Victor e Mike, nella vicenda Moro. Ne scrivono nel settembre del '78 i giornalisti Padellaro e Martinelli, ma non succede niente. Solo tre lustri dopo, quando è Francesco Cossiga a "rivelarli", se ne coglie il nocciolo perverso. Tutto viene manipolato dai giornali, e dalla tv di Stato, che ritaglia a volontà le indagini di Claudio Savonuzzi, di Ennio Mastrostefano, di Marrazzo, d'altri.

Le commissioni d'inchiesta (Antimafia, P2, Sindona, Stragi) compilano rapporti su rapporti, raccolgono infinità d'indizi. Ma tutto viene deviato su binari orbi; talora con l'appiglio del massimo "segreto", come nei casi del "Piano Solo", le cui carte d'inchiesta solo dopo due decenni sono state rese pubbliche e della "polveriera" di Pafundi. A oltre un decennio dalla istituzione, vengono finalmente pubblicati i documenti dell'Antimafia: cinquanta tomi blu d'oltre mille pagine ognuno, in carta pessima, privi di guide, d'indici e di note. Nemmeno gli addetti sono tuttavia in grado di consultarli appieno. E nessuna carriera, ovviamente, ne riceve danno. Il 17 marzo 1981 sembra aprirsi una consistente falla: due inquirenti milanesi im-pegnati nelle indagini su Sindona, rinvengono alcune liste di nomi in una residenza del "venerabile" Licio Gelli. Pare d'essere vicini al cuore infetto della Repubblica. Alcune pagine di storia vengono riscritte , ma mentre si procede tutto si fa vischioso. Altre porte chiuse si profilano nel fondo. E lo stesso avviene poi con Gladio.

Tale è insomma la perizia nell'eliminare prove e documenti, che la storia più recente si fa remota, quasi una sorta di archeologia, con reperti che sfuggono di mano giorno dopo giorno. E chi s'azzarda a varcare le soglie del proibito, regolarmente muore.

A favorire peraltro tale ordine di cose è pure la scarsa guardia delle opposizioni in alcuni frangenti decisivi. Dopo il crollo dell'impero sindoniano, per citare un caso emblematico, Giulio Andreotti può patrocinare ancora, a tutti i livelli e con un'impudenza inusitata , il "salvatore della lira", senza che nessuno scandalo venga sollevato da parte del Pci . Solo pochi uomini si trovano così ad avversare a fondo quel gigantesco intrico di politica, finanza e mafia, e l'avvocato liquidatore Giorgio Ambrosoli, per volere di Sindona, paga la sua audacia con la vita. Negli anni successivi, invero, la condotta comunista cambia, come fa fede, nel 1982, la relazione D'Alema in sede di Commissione, ben definita riguardo alle correità andreottiane. E' il periodo in in cui Berlinguer leva la sua voce sulle illegalità patenti della politica. Ma il Belzebù italiano, intanto, s'è portato oltre.

 

Epilogo italiano

Il presidente ha inteso meglio d'altri che s'approssima la fine e senza badare ai protocolli e alle dignità della funzione, decide di azzardare. Comincia così il lungo "fabulare" di Cossiga: due anni interi del suo mandato; una sorta di psicodramma dinanzi alla nazione e alla politica, a rivendicare, nella sostanza, la legittimità d'ogni trascorso, in nome della ragion di Stato e, di riflesso, una storica e plenaria assoluzione.

Le sue dichiarazioni, impetuose e contundenti, spaventano gli "amici", che si cautelano tenendosi a distanza, e allarmano gli oppositori. Certifica che "nella P2 ci sono dei patrioti" ; difende i giudici massoni; si autodenuncia per Gladio; rimbrotta i magistrati; invita l'Arma dei carabinieri a giudicarlo. Solo le dimissioni, il 28 aprile del '92, lo salvano dall'impeachment.

E proprio da quella primavera la prima Repubblica, sempre più corrosa dal delitto, prende a sfaldarsi giorno dopo giorno sotto gli assalti delle procure, scioltesi dai vecchi lacci coi governi, e, di riflesso, della pubblica opinione. Sul terreno della corruzione cadono così, uno alla volta, i De Michelis, i Pillitteri, i De Donato, i De Lorenzo, i Craxi, i Martelli, gli Altissimo, i Pomicino, gli Andò, i Signorile, i Capria, i Prandini, i Misasi.

Nei poteri avanza adesso il sentimento di crepuscolo, e ci si acconcia a tutte le pensabili evenienze. Si vogliono imporre le impunità, accada quel che accada. Anche stavolta monta nel paese la diceria del golpe. Viene agitato ancora il fantoccio dell'eversione. In qualche sede occulta si mettono a punto nuovi disegni di stragismo, e nel maggio 1992 scocca il primo letale appuntamento, nell'autostrada di Capaci. Si cerca, insomma, l'impunità, nella continuità sostanziale fra il prima e quello che verrà. E ogni mezzo è buono per giungere allo scopo.

La magistratura s'è dispiegata intanto su varie linee, e incede, come mai prima, nei dominî delle mafie. Così anche per gli Andreotti, i Gava, i Pomicino, i Mannino, i Mastrantuono, i Vitalone, i Carnevale, i Barbaccia, i Contrada, eredi naturali di Portella, suona il tempo dei consuntivi. Ex uomini di mafia, gli stessi che avevano consentito a Falcone e Borsellino di tracciare la carta delle cosche, adesso cominciano a dire del rimosso; cioè del nesso, a lungo sottinteso, con la politica. Sul filo della parola, e con le caducità della parola, si prende così a percuotere. Parlano Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Baldassare Di Maggio, Gaspare Mutolo, Leonardo Messina, Giuseppe Marchese, altri. Narratori insoliti, non si sa quanto veritieri, che tuttavia mostrano un concetto elaborato delle cose. Dal loro raccontare, infatti, esce un mondo coerente, ove ogni tessera sembra trovare una logica e una posizione. Il ricordo di Mannoia risale financo a Bernardo Mattarella , delle cui prossimità mafiose si diceva peraltro dai tempi di Giuliano. Un accenno e basta. I magistrati non amano giudicare i morti. E la storiografia non è intrigata dal parlato dei "pentiti".

Dal raccontare di questi uomini "inesistenti", come è noto, partono due inchieste sull'ex capo del governo. La procura di Palermo lo inquisisce per concorso in associazione mafiosa. Quella di Roma, per l'omicidio di Mino Pecorelli, in accordo coi boss Pippo Calò e Stefano Bontade.

Adesso va tutto riveduto. Se il passato remoto può rimanere tremulo e indistinto, quello prossimo e il presente non consentono più alibi di sorta. Dalla relazione della Commissione antimafia, siglata dal senatore Violante, si legge al punto 64: "Risultano certi i collegamenti di Salvo Lima con gli uomini di Cosa nostra. Egli era il massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che fa capo a Giulio Andreotti. Sulla eventuale responsabilità politica del senatore Andreotti, derivante dai suoi rapporti con Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento". E pure i commissari dc votano a favore.

Salvo Lima è stato già ucciso. L'ex esattore Ignazio Salvo lo seguirà qualche mese dopo. La farina del demonio, che a lungo s'è tenuta intatta, va guastandosi adesso con celerità.

 

Processi e no

Tra gli esordi della Repubblica e il presente, a ben vedere, si coglie una logica rispondenza. Si è partiti con Scelba e Mattarella, per chiudere con Andreotti e Lima. Le scene e gli umori sono mutati; sono altri i personaggi, ma le trame hanno retto uguali nei decenni, fino a noi. E al capolinea ecco balenare l'occasione dei processi: tutti quelli che non sono mai stati celebrati. La verità pare incedere, adesso, nelle regioni stregate delle mafie, dei Servizi, delle massonerie occulte, dei corpi armati.

Ma qualcosa s'è modificato, intanto, nel paese. (...) Si riedifica la politica sulle macerie delle tangentopoli, ma pure sui silenzi e sull'offesa. Nel processo Cusani, in particolare, si consuma l'ipocrisia d'una nazione. È una maratona giornaliera di ore e ore in tutte le Tv; è il tema d'obbligo di tutti i quotidiani. Niente viene omesso: dal lessico curioso di Di Pietro, alle biro di Spazzali. Un processo rispettoso dell'audience, che compete bene col talk show e la soap-opera, e che semplifica ad arte, per le platee italiane, la vicenda binaria del presente: bene e male; crimine e castigo. Infine la sentenza, con diretta simultanea di tutte le reti nazionali: solo con via Fani s'è arrivati a tanto. Altri processi, d'importanza assai maggiore, sembrano venire invece da aule remote. Quello a Contrada e quello ai vertici del Sisde ne danno prova. Senza più dirette, né enfasi, né indugi, nei dettagli.

È il caso Andreotti, infine, a dare la misura del ritorno. Il grande "Belzebù", nel cui album figurano l'alfa e l'omega dell'infamia nazionale, sembra non indigni e intrighi più nessuno. Tutto appare lento, intorbidato, spento. I magistrati possiedono documenti a iosa, ma niente si fa per schiodare quest'uomo dal Senato. S'ingrandiscono, invece, fino al paradosso le inezie, come il "bacio di Riina", per invalidare l'accusa per intero. Un "non caso", una vicenda che sguscia, una maledizione che rimane. Con un "paese reale" che largamente tace.

Su tutti i processi incombe adesso un pessimo destino. S'apre un propagandare ruvido e incandescente, in chiave "garantista", a opera di anchormen targati Fininvest. Un argomentare lecito, di primo acchito: la civiltà del diritto, il dramma di Tortora, la dignità delle persone, qualunque sia la colpa. A leggere le filigrane, però, le logiche appaiono altre: il voler porre argine alle riboccanti verità su mezzo secolo di trame. La seconda Repubblica disvela così la sua natura: un grande vallo a difesa della prima. E dalle massime corti di giustizia giungono segni inequivoci d'intesa: essere mafiosi non è più reato e la loggia di Gelli non fu eversiva . Ben si capisce allora perché Carmelo Bene, vocato per mestiere al tragico, abbia consacrato Totò Riina all'eroismo.

Pareva giunto il tempo di rovesciare il vaso degli orrori, tutto invece comincia a rifluire nel silenzio e le ombre persistono a fare e a disfare la politica, secondo tradizione. E il pensiero corre a Ustica, su cui proprio in questi mesi si mettono alla prova inediti congegni di riparo. Il grande libro delle verità che tanti uomini del passato, sovente in solitudine e a rischio della vita, hanno tentato di sfogliare, resta dunque chiuso, e largamente intonso, mentre riappare tragicamente il bubbone, con le bombe di Firenze, Milano Roma. La storia si ripete con agghiacciante precisione. Ieri si è addossato tutto ai banditi di Giuliano, adesso ai corleonesi di Riina. E il resto non fa storia.

 

 

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