L'isola vissuta di Jean Houel di
Carlo Ruta
Jean
Houel dimora in Sicilia dal 1776 al 1880, quando la proiezione mediterranea del
Grand Tour è arrivata già a un decisivo snodo. Il francese
di Rouen, che conosce l'isola per avervi sostato intorno al 1770 nel recarsi a
Malta, vuol consegnare all'Europa uno scandaglio nuovo fondato sul rigore, e vuol
integrare in particolare Riedesel e Brydone, di cui ha letto i resoconti, trovandoli
erronei e incompleti. Per realizzare la sua impresa, Houel conta per altro su
un buon bagaglio: conosce la lingua del luogo, utile per muoversi entro i Valli
con disagi contenuti; è pittore e architetto insieme, capace dunque di
figurare senza ausilio d'altri e con le giuste cognizioni le realtà di
cui viene a conoscenza. Ad
attirarlo di più nell'intimo è ovviamente la Sicilia antica, che
rimane il motivo forte delle sue escursioni e per ciò stesso delle chiose.
Non diversamente da altri viaggiatori, in quel residuo di Settecento: quando l'isola
delle grecità si trova elevata di botto a paradigma dell'arte. Ora,
Houel rimane nell'isola troppo a lungo, nel secondo definitivo viaggio, perché
il suo annotare possa risolversi, come in Brydone e altri, in un rapido inventario
di cose e d'impressioni. Gli viene nondimeno difficile esulare dai cliché
del tempo, estetici e non solo. Malgrado il coinvolgimento pieno nel vivere locale.
Nei quattro volumi in-folio del Voyage, che escono fra il 1782 e il 1787,
restano evidenti comunque le singolarità, a cominciare dal nesso fra la
scrittura e le 264 tavole a guazzo, recante una formula che non è facile
rinvenire nelle opere coeve. Houel annunzia nella prefazione: "Avvaloro i
miei disegni con i miei scritti e confermo i miei scritti con i miei disegni".
E usa le immagini come avvio, da cui puntualmente si stacca per dare corso alla
narrazione, che procede poi per proprio conto, con forti caratteri visivi. Nell'annotare
i monumenti, le cose e i fatti che lo attirano riesce a muoversi agevolmente in
più terreni: tiene conto dei precetti delle scienze, si tuffa risoluto
nella storia, in estensione e in profondo, entra con levità nelle leggende,
di cui cerca di cavare il senso, aiutandosi di solito con un provvido umorismo.
Tutto quello che si anima nell'isola lo attrae, e le feste in primo luogo, che
racconta dalle postazioni più diverse, privilegiando le interne e marcando
volta a volta l'elemento popolare. Con il puntiglio del cronista documenta le
grandi celebrazioni siciliane: Sant'Agata a Catania, il Corpus a Siracusa, Santa
Rosalia a Palermo, ma non tralascia le minori, come quella rurale e antica della
mietitura. L'effetto
è in definitiva quello d'un affresco su una Sicilia segnata da laceranti
opposti, ma ricca di fervori e di coralità, dove la festa, chiamata a ricomporre
contese ataviche di censo, aiuta almeno a pareggiare i conti con il tragico delle
carestie e dei morbi. Il raccontare di Houel non reca beninteso gl'incantamenti
di Brydone. Abbonda invece di minuzie che lo rendono a tratti greve e perfino
notarile. Ed è così in fondo che il pittore di Rouen, già
poco vocato all'arte della sintesi, paga il suo impeto di completamento e di rettifica.
Dal lato
estetico Houel tiene un contatto duplice con la Sicilia del suo tempo: loda con
enfasi le virtualità degli isolani nelle arti in genere, ma da convinto
classicista disapprova il gusto di talune architetture. In poche righe risentite
liquida Noto, trovandola caricata e illogica, e con il medesimo malanimo si distoglie
dal barocco che contorna il Duomo catanese, ritenendo che non faccia onore alla
città. Tradisce nondimeno un qualche fascino quando dice della villa di
Palagonia e dei suoi "mostri". Le oppone sì un gran rifiuto,
ma non giunge all'invettiva di Goethe e d'altri, scorgendovi comunque il transito
del genio. Anche
le pagine sull'Etna seguono un iter definito. Nell'orizzonte culturale degli europei
il motivo della montagna gode già, invero, d'una sua vitalità, alimentata
per altro dalle fortune di Rousseau. È tuttavia con Patrick Brydone che
il mito etneo, denso di opposizioni e di toni empedoclei, s'accende in tutto il
Nord, fino a diventare uno dei temi forti del Grand Tour. Con il piglio
del naturalista, Houel indaga gli effetti delle lave, illustra le proprie tesi
sui vulcani, appunta le bizzarrie del clima e il combinarsi curioso della materia
con la vita, ma dà conto pure delle sue emozioni, nel solco brydoniano
appunto, recando così un personale apporto all'epica dell'ascesa. Palermo
è una "scoperta" in fondo. Sulla scia di Brydone, in quei decenni
infatti i voyageurs ne rilanciano in Europa il mito, cavato di netto dal calcolo
locale. E Houel segue quel corso senza indugio, esaltando le vocazioni ludiche
e l'amenità del sito, mentre, diversamente da Goethe, sottace il più
possibile le lesioni sociali che si dipanano dal Cassero e, per una volta, la
ripulsa che sin dagli esordi lo accompagna. Lo sguardo sulla capitale è
ampio beninteso, ma i canoni dell'epoca occludono pure a lui diverse prospettive:
specie nel computo delle arti medievali, che restano per lo più in penombra
o poco valutate. Trova di pessimo gusto la cattedrale, un ibrido il palazzo di
Ruggiero, di poco conto i mosaici, e a salire nei secoli, fredde le sculture del
Gagini. Con riguardo si volge invece alla cappella Palatina, dolendosi però
che l'opera non richiami i modelli degli antichi. E ugualmente greve è
il giudizio sul barocco, che, come è consuetudine dell'epoca, e tanto più
nella resa della città "felice", s'apre comunque a un recupero
d'insieme. Messina
poi. Rientrato a Parigi, Houel ne scrive dopo il terremoto del 1783, mentre le
tempere, che risalgono agli anni siciliani, danno conto di quel che era: piazze
ordinate, fontane, il profilo imponente della Palazzata, simbolo della città
moderna, cui il pittore riesce tuttavia ad unire, su disegno dai luoghi, una immagine
del dopo. Il sisma ha solo completato peraltro il dramma del centro peloritano,
già flagellato dalla peste del 1743, che ne ha dimezzato gli abitanti,
spento l'agonismo, cancellato per sempre le virtualità di capitale. Già
quella che Houel vede è dunque una città in caduta, da cui viene
però attirato, al pari di altri, per i suoi tesori d'arte, gli scenari,
le feste della Vergine, le memorie che debordano nel mito. Catania, infine. Luogo di transito per antica tradizione, in quei decenni la città etnea viene passata al vaglio e annotata da un discreto numero di visitatori, che trovano conforto in due personaggi di nota dignità come il canonico Giuseppe Recupero e il principe Ignazio Paternò di Biscari: studioso di vulcanologia il primo, esperto e mecenate di archeologia il secondo. Delle facoltà di entrambi beneficiano infatti da Borch a Denon, da Roland de la Platière a Houel, fino a Goethe. Quella che si presenta ai viaggiatori è una città d'impianto razionale, imponente, ariosa, cinta alle spalle da una terra fertile che induce la gente a rimanere. E in questa Catania fastosa e caduca a un tempo, nella cui storia di crolli e risorgenze il naturalista Borch vede realizzarsi il mito dell'araba fenice, Houel dimora in più occasioni, per sei mesi almeno. Nel Voyage, il pittore di Rouen prende le mosse ancora dalle antichità, frutto per lo più degli scavi privati del principe di Biscari, ma si volge d'impeto al presente, al quotidiano delle vie e del contado, ai colori della festa patronale, dando conto d'un vitalismo dichiarato che dinanzi all'oscura signoria del suolo, e della montagna in primo luogo, s'alza di fatto come uno scongiuro.
Prefazione del libro Viaggio a Catania di Jean Houel, Edi.bi.si. Messina 2003
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