Jean Houel: I festeggiamenti di San'Agata a Catania.


Jean-Pierre-Luois-Laurent Houel nasce nel 1735 a Rouen, in Normandia. Nel 1755 si trasferisce a Parigi, dove pratica la tecnica dell'incisione, specializzandosi in paesaggi: attirato in particolare dall'arte dei fiamminghi. Nella capitale entra in contatto con il marchese Marigny e il cavaliere d'Havrincourt, che agevolano in vario modo la sua carriera artistica. Nel 1768, con l'interessamento di Merigny, ottiene una licenza d'ammissione all'Accademia di Francia a Roma, dove si reca nel 1769. In compagnia di d'Havrincourt, in quel periodo si reca in viaggio a Napoli e soggiorna qualche tempo in Sicilia. Nel 1772 rientra a Parigi, ove, all'apice ormai della maturità artistica, frequenta gli Enciclopedisti, Jean-Jacques Rousseau, il salotto di Madame Geoffrin. Nel 1775 espone con successo al Salon una serie di vedute siciliane, mentre si dispone a un nuovo viaggio nell'isola, più accurato del precedente, motivato a correggere e integrare il resoconto di Reidesel e quello, assai più fortunato, di Brydone. A tal fine ottiene una gratifica dal governo, che gli consente di recarsi in Sicilia, in cui dimora dal 1776 al 1779, e lì realizza le 264 tavole a guazzo che comporranno il telaio del Voyage pittoresque. Nel 1780 è a Parigi, dove per finanziare l'opera pone in vendita i disegni, che vengono acquistati in gran parte dal re di Francia e da Caterina di Russia. Nel periodo 1782-1786 possono perciò uscire a Parigi i quattro volumi del Voyage. Nella stessa città muore nel 1813. I disegni vengono raccolti poi al Louvre parigino e all'Ermitage di San Pietroburgo.

Carlo Ruta




Prima Festa di Sant'Agata

Dura diversi giorni, come tutte le grandi feste celebrate in Sicilia. Comincia il cinque febbraio ed è aperta da una fiera durante la quale sono accordate franchigie ai mercanti che vi si recano e che attira molte persone a Catania. Vi si vendono stoffe, sete, galloni, cappelli, molti articoli di orificeria, gioielleria e merceria. La fiera ha luogo in una serie di botteghe costruite sul sagrato e nelle vicinanze della chiesa di Sant'Agata.
Il primo giorno di festa, sin dal mattino i sei Giurati, il Capitano di Giustizia, il Patrizio, il Sindaco e il Notaio del Senato, si recano tutti con un gran corteo di cavalieri e gentiluomini alla chiesa della santa, dove trovano esposti i palî, cioè i premi delle corse di cavalli che dovranno aver luogo per le strade i giorni seguenti; questo modo di onorare i santi è comune a tutte le città della Sicilia. Alcuni staffieri riccamente vestiti prendono questi palî e li portano in processione. Il primo, che è anche il più ricco, è di broccato d'oro; è destinato alla corsa dei cavalli più pregiati, che vengono chiamati ginnetti. Lo porta il Capociurta, cioè il più giovane ufficiale delle guardie di notte, affiancato da due cavalieri. Gli altri palî sono portati nello stesso ordine. Ce n'è uno viola e colui che lo vince riceve in cambio un premio di danaro, mentre il palio è riportato alla santa e le viene offerto in omaggio. Lo stendardo della città, di colore celeste, e quello del re, rosso fuoco, sono portati l'uno da tre ufficiali, l'altro da quattro, fra il Patrizio e il Capitano di Giustizia. I membri del Senato, i tamburi, le trombe, gli oboe, i fagotti, seguono gli stendardi e i palî che sono portati in processione al palazzo comunale, dove restano esposti al pubblico.
La sera, verso le quattro del pomeriggio, nelle vie, si svolgono tre corse di cavalli diversi. Ad ogni corsa partecipano da sei a otto cavalli: i ginnetti che abbiamo già nominato, le giumente e i guardalori, cavalli di qualità inferiore. Il primo premio o palio è valutato ottantaquattro delle nostre lire tornesi, il secondo settantadue, il terzo trentasei. Questi palî, che sono delle stoffe di broccato tessute d'oro e d'argento, della lunghezza di sei braccia, sono ornati di nastri e coronati di alloro e vengono portati in trionfo. I cavalli destinati alla corsa vengono eccitati ad arte per più di un'ora prima della partenza. Montati da ragazzi giovanissimi, essi partono con impeto, volando in mezzo alla folla e alle carrozze sistemate ai due lati delle strade.
Il secondo giorno della festa i grossi ceri, o piuttosto le grosse torce, sono riunite in una piazza, sistemate su un piedistallo e trasportate su certe lettighe assai simili a portantine. Di lì la strana processione muove verso la Cattedrale: ogni cero è preceduto dal console o dal sindaco della corporazione che lo offre. Giunti alla chiesa e disposti in bell'ordine, sono poi benedetti.
Il terzo giorno il sole si è levato in un cielo terso e senza nuvole. I nobili a cavallo si sono riuniti in gran pompa per accompagnarsi ai Senatori e agli Ufficiali che scortavano; partiti dal palazzo senatoriale, passando per la strada dove si è svolta la corsa, si sono recati dall'altro lato della città in un luogo appositamente preparato per ricevere il Senato. Marciavano in quest'ordine: ventiquattro uomini armati di alabarde, poi quattro bandiere portate dalle guardie di notte, seguite da quattro suonatori di timpano, sei trombettieri, tutti a cavallo, un corpo dalle ricche divise, poi i nobili, gli ufficiali del Senato, i giudici, i capitani di giustizia, i senatori, i paggi e infine la grande e superba carrozza del Senato seguita da molte altre vetture.
Giunti nel luogo dove erano attesi, ognuno ha preso posto secondo il suo rango. Immaginatevi uno scanno lungo almeno otto tese, ricoperto di velluto cremisi, decorato da galloni d'oro e arricchito da cuscini, alle cui estremità si agitavano al vento bandiere celesti. I senatori, vestiti di panno dorato e di una toga nera infilata sopra la veste, erano seduti su questo scanno fra le due bandiere che con il loro sventolio indicavano anche in lontananza il punto centrale della festa. I nobili a cavallo, disposti a semicerchio, si tenevano ai due lati di questa estremità della lizza, chiusa dal banco dei senatori. Questo era il traguardo. Il popolo fu sistemato ai due lati della strada e, come il centro fu libero, si spararono due colpi, al quale risposero con altri due colpi i direttori della corsa dall'estremità opposta della strada. Al segnale di via, i cavalli partirono.
I senatori assistettero alle tre più belle corse di cavalli, che si svolsero con ordine, celerità ed anche abilità da parte dei giovani cavallerizzi. Si distribuirono i premi ai vincitori, i quali tornarono alla fine al punto di partenza con la fronte coronata di fiori, seguiti dai premi conquistati e portati in trionfo dalla folla acclamante ai cui occhi appaiono come degli esseri privilegiati dal destino. Il Senato tornò poi al municipio nello stesso ordine in cui era venuto, ma preceduto da fiaccole, mentre ai due lati della strada risplendevano una quantità innumerevole di lumini che disegnavano colonne, portici, piramidi, o altri elementi architettonici.
Il quarto giorno i nobili, sempre a cavallo come il giorno prima, ma vestiti diversamente, percorsero con i senatori la magnifica strada che dalla Cattedrale conduce alla porta d'Aci. Qui su un lungo scanno simile a quello già descritto, prese posto il Senato tra le due bandiere. In questa via si raccolgono davanti ai senatori tutti i gigli e gli altri doni offerti alla Santa e il grande carro a lei dedicato. Il carro, i ceri, i gigli, i nobili a cavallo, i senatori seduti, offrivano uno spettacolo fra i più straordinari.
Al calar della sera, i nobili vennero a riprendere il Senato e lo condussero alla piazza della Cattedrale; essi fecero il giro della piazza e i senatori, scesi dalla grande carrozza, andarono di nuovo a sedersi su un lungo banco con gli ufficiali di giustizia, in mezzo alle bandiere. Tutti i gigli, che avevano seguito la processione, furono sistemati sulla piazza e accanto ai senatori fu messa la grossa, enorme torcia che il Re doveva offrire alla Santa. Ebbe allora inizio la grande processione di tutti gli ordini religiosi del Paese: Cappuccini, Frati Minori, Riformati, osservanti ed altri frati; poi i seminaristi, i canonici della collegiata, i canonici soprannumerari, i vicecanonici, ed infine i canonici titolari, poiché ve ne sono di diversa specie.
Vennero poi i gigli offerti dalle corporazioni: era già calata l'oscurità della notte, ma le luminarie diffondevano luce da ogni parte. Ogni piramide era illuminata e preceduta dal suo console e dai maestri della corporazione a cui apparteneva; quando passava davanti al Senato lo salutava con uno scoppio di razzi. Il carro, sontuosamente illuminato, veniva al seguito di queste piramidi; dietro procedeva il corpo di giustizia e l'enorme cero reale. Allora tutta la città si abbandonava a una gioia tumultuosa e delirante. Da ogni parte si sente gridare: viva Sant'Agata! Per tutta la notte la città resta sveglia. La grande campana della Cattedrale suona ogni mezz'ora; ogni ora si sente una salva di cannone e già molto tempo prima che spunti l'alba la popolazione affolla il sagrato della chiesa.
Ed eccoci al quinto giorno: allo spuntare del sole le porte della Cattedrale si aprono all'improvviso e l'interno della chiesa appare splendente di luci. La folla lancia grida di gioia; prende il busto di Sant'Agata dall'altare e lo porta sotto un arco di trionfo, chiamato la Bara. Il busto, in argento e a grandezza naturale, occupa la parte anteriore dell'arco, dietro si pongono le reliquie della santa, il suo velo, la sua mano il suo piede, una delle sue mammelle, un braccio; non si è potuto infatti ritrovare tutto il suo corpo. Queste reliquie venerate sono chiuse in un'urna d'argento, a forma di una piccola chiesa gotica, dono, come mi è stato detto, di uno dei principi francesi che hanno regnato in Sicilia. La piccola cupola che copre sia il busto che l'urna è sostenuta da sei colonne corinzie, tra le quali sono sospese diciotto lampade. Descriverò ora la processione che segue.
La Bara è sistemata su un'enorme lettiga sollevata e portata a spalle da cento uomini. Non appena varcata la soglia della chiesa, scoppi ripetuti di mortaretti tentano di farsi sentire attraverso il chiasso sfrenato, le acclamazioni e le grida della folla, che esprime la sua gioia con moti e trasporti smodati.
All'uscita della chiesa, la processione passa per la porta della Marina, segue le mura della città finché arriva ad un'altra chiesa. Il corteo si ferma due volte lungo il cammino prima di giungere a questa stazione. Là si depone la Bara per permettere a tutti di riposarsi e di mangiare.
È sul lungomare che si svolge la processione e che si può ammirarla per intero; ed è qui che bisogna prender posto per godersela bene.
Essa è aperta da tutte le torce, grandi e piccole, trasportate da tanti uomini quanti ne richiede il loro peso; le più piccole sono sistemate su un cavalletto costruito appositamente e chiamato baretta, portato da molti uomini come se fosse una lettiga. Tutte queste torce occupano un grande spazio, perché gli artigiani appartenenti alle diverse corporazioni si raggruppano attorno alla loro torcia, come intorno a una bandiera, e inoltre molta gente viene a mettervisi in mezzo ballando in tondo, saltando, facendo mille contorsioni, e gridando continuamente: Viva Sant'Agata! Vengono poi gli sbirri o guardie degli ufficiali di giustizia, poi le guardie di giorno e di notte. I nobili, i senatori e il Vescovo li seguono, tutti a cavallo. I monaci del convento carmelitano dell'Indrizzo, incedono preceduti da una croce e da una splendida bandiera. Molta gente che impugna una bandiera cammina confusamente davanti a una moltitudine di barette che reggono grossi ceri. Seguono poi dei saltatori e una quantità di uomini che trascinano, servendosi di una robusta corda, la bara, o l'urna, di sant'Agata, benché questa sia portata da cento uomini, cinquanta per ogni lato. Due uomini seguono la bara l'uno dietro l'altro, e con un campanello danno il segnale di fermarsi o riprendere la marcia tutti insieme.
Dopo il pranzo la processione ricomincia, la Santa viene portata in giro per il resto della città, e poi riportata nella Cattedrale facendola entrare per la stessa porta dalla quale era uscita, sempre facendosi largo in mezzo alla folla, e sempre benedetta, applaudita e invocata. Quando la Bara è entrata nella chiesa, si mette il busto della Santa sotto un baldacchino e le reliquie sotto un altro, e si portano entrambi sull'altare, poi nelle nicchie dove stanno abitualmente. Le grida del popolo e la benedizione dei preti mettono fine alla cerimonia.
Non devo dimenticare di dire che vi sono in questa processione molti penitenti bianchi, cioè uomini avvolti in un sacco bianco che li rende irriconoscibili, e che molti peccatori si conciano allo stesso modo. Invece molte donne, di ogni condizione sociale, si coprono, col pretesto della penitenza e della modestia, con la mantella nera, cioè un grande velo che le nasconde totalmente dalla testa ai piedi, tranne un occhio soltanto che serve loro da guida; in tal modo nel loro velo nero le donne sono altrettanto irriconoscibili di quanto non lo siano gli uomini nel loro sacco bianco. Così mascherate, esse seguono la processione e corrono attraverso tutta la città, fermando ogni uomo che conoscono o che fanno mostra di conoscere: concittadini o stranieri, preti, monaci, gente di ogni specie, senza eccezione alcuna; a questi chiedono e si fanno dare la fiera, che consiste per lo più in dolciumi o qualche altra sciocchezza. Gli attacchi delle donne, la difesa che oppongono gli uomini, i loro tentativi di indovinare chi esse siano, tutto ciò da luogo talvolta a delle schermaglie verbali assai piccanti. È un gioco che ricorda gli intrighi dei balli all'Opéra di Parigi; ma tali scherzi, sotto il velo della religione, ne portano con sé altri, e questi a loro volta ne producono di ancora più scabrosi. Io stesso ho visto accanto a me, mentre passava la processione, delle giovani donne che si scambiavano carezze, s'infilavano le mani nel petto, si baciavano, benché fossero circondate dalla folla che si accalcava intorno a loro da ogni parte. Ma in mezzo al gaudio pubblico ed universale, qualsiasi testimonianza di gioia appare legittima e non sembra altro che una innocua espressione di piacere o di amicizia: io sono stato testimone di molte scene di questo tipo. Ma qual è il paese in cui le feste, i pellegrinaggi, le cerimonie religiose non hanno prodotto degli abusi?

 

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