Siracusa e oltre

dal Voyage pittoresque des isles de Sicile

di Jean Houel

 

Jean Pierre Louis Laurent Houel nasce nel 1735 a Rouen, in Normandia. Nel 1755 si trasferisce a Parigi, dove pratica la tecnica dell'incisione, specializzandosi in paesaggi. È attratto dall'arte dei fiamminghi. Nel 1768 ottiene una licenza d'ammissione all'Accademia di Francia a Roma, che raggiunge l'anno successivo. Di lì si reca a Napoli e in Sicilia. Nel 1772 rientra a Parigi, dove frequenta il salotto di Madame Geoffrin. Entra in contatto con gli Enciclopedisti e con Jean-Jacques Rousseau. Nel 1775 espone con successo al Salon una serie di vedute siciliane. Dal 1776 al 1779, ottenuta una gratifica dal governo, dimora nuovamente in Sicilia dove compone le 264 tavole del Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, che esce a Parigi, in quattro volumi, dal 1782 al 1787. Muore nella capitale francese nel 1813. Il brano seguente è tratto dall'opera citata. La traduzione è di Annamaria De Somma.

 

Siracusa

Interno della grotta chiamata l'orecchio di Dionigi

Guardando la parete superiore di questa grotta si può constatare se mi sono sbagliato quando ho detto che la sua entrata preannunciava qualcosa di singolare. È evidente che la piccola parte del soffitto concavo contribuisce a creare l'eco che si verifica nella cavità; eco che sarebbe molto più decisa e quindi molto più forte se le pareti non fossero in più punti tappezzati d'erba e di muschio, la cui vegetazione è costantemente assicurata dall'acqua di un canale che scendendo dall'alto filtra in continuazione attraverso i pori della pietra. Questo tappeto verde disturba il propagarsi dei suoni. Questa eco straordinaria, gode di tale fama in tutta la Sicilia che qualunque visitatore, siciliano o straniero, che venga a Siracusa e che non abbia sentito l'eco, è considerato come uno che poco o nulla abbia visto di questa città.

Tutti quelli che vanno a visitare la grotta, vi giungono fortemente prevenuti. Alcuni vi portano degli strumenti musicali, col risultato di produrre una strana cacofonia, non priva di una certa armonia. La confusione dei suoni produce degli effetti singolari: incantevole per gli uni, sgradevole per gli altri. C'è chi vi porta pistole e fucili, e allora l'effetto dell'eco è così violento che a stento lo si può sopportare; un orecchio delicato rischierebbe di diventar sordo. Ho disegnato nella tavola dei cacciatori che fanno questa esperienza nel giorno di San Nicola, festa che richiama moltissima gente. Mentre uno spara, un altro soffia in un corno e ne risulta un chiasso infernale.

Ho molto ammirato, nel visitare la grotta, l'arte con cui è stata creata, e ugualmente ho ammirato quelle vicine […]. Si nota dalle pareti il modo regolare e preciso con cui la pietra è stata cavata, uno strato dopo l'altro, ad uguali altezze e sempre ben livellati. Questo metodo è regolarmente seguito dappertutto: e dimostra che presso questo popolo, in quei secoli in cui fiorivano le arti, tutto, fino alle più piccole cose, veniva eseguito con la massima cura e con la più rigorosa esattezza.

Le grotte [vicine] sono attualmente abitate da alcuni uomini che vivono dedicandosi alla fabbricazione del salnitro. Le fornaci, il fuoco, il fumo, le rendono simili all'ingresso degli Inferi. Le caverne sono ampie e molto alte; i soffitti, molto regolari, sono sostenuti da pilastri di diversa grandezza, che si avuto cura di conservare al momento dei lavori di scavo. Questi pilastri rudimentali presentano delle aperità che, unite alle irregolarità del suolo, tanto all'ingresso quanto sul fondo delle grotte, creano degli effetti molto suggestivi che si moltiplicano a ogni passo: grossi massi di roccia che il tempo ha staccato e continua a staccare dal soffitto o dalle pareti, giacciono rovesciati in ogni senso e presentano superfici e spigoli che, in qualsivoglia prospettiva, creano un gioco di chiaroscuro in un contrasto così armonioso, che non potevo impedirmi di rimanerne estasiato e conservarne l'impressione ancora molto tempo dopo aver lasciato quei luoghi.

Se il sole, la mattina o il pomeriggio, penetra in queste caverne, i suoi raggi convergendo tutti in un unico punto creano degli effetti straordinari: schizzano faville tutt'intorno, penetrano in ogni anfratto, illuminano della luce più viva anche il fondo delle grotte. La luce, proprio come i rumori, rimbalza per quelle cavità irregolari e profonde, colpendo le rocce che la riflettono; essa ha agli occhi degli spettatori un effetto simile a quello che hanno al suo orecchio i suoni modulati dagli echi, quando si perdono in lontananza. Immaginate, se potete, questi giochi di luce e l'intera gamma di colori che il sole nel suo cammino fa nascere successivamente su tutti gli anfratti che offrono le spaccature delle rocce; vi accorgerete che essi non possono non offrire all'occhio di un pittore sensibile uno spettacolo dei più interessanti e suggestivi.

 

Veduta del Teatro di Siracusa

Benché distrutto dal tempo e dalla barbaria, questo monumento presenta ancora una bellezza capace di parlare al cuore degli uomini. Se si esamina la sua forma generale in tutti i suoi particolari e si contemplano i resti maestosi che rivelano il loro disegno primitivo, tutto ci affascina, tutto parla agli occhi e allo spirito con un linguaggio muto e al tempo stesso eloquente; tutto rivela il grande genio dell'architetto. Egli fu tanto ardito che osò rinunciare all'arte della costruzione, arte i cui prodotti, per quanto solidi, sono sempre soggetti alla consumazione del tempo. Questo architetto pensò invece che sarebbe stato più facile, più immediato, più sicuro, per trasmettere un monumento ai posteri, tagliarlo direttamente nella pietra; ed egli se lo rappresentò nel seno di questa roccia, come uno scultore vede la statua nel blocco di marmo da cui la tirerà fuori. Ebbe bisogno, dunque, per realizzare la sua grande idea, di liberarla dalle rocce che la imprigionavano. Egli le asportò come elementi superflui; aiutò, per così dire, la natura a partorire questo miracolo dell'arte. Sembrava che egli l'avesse trovato - questo teatro - già formato nel suo seno, pronto per essere esposto all'ammirazione degli uomini; sembrava che egli, depositario del suo segreto, le avesse solo dato una mano per aiutarla a dare alla luce la sua creatura. È questo pressappoco il ruolo degli uomini nell'esecuzione dei loro più grandi progetti; essi non fanno altro che modificare le opere della natura; ed è solo lasciando alla natura il ruolo più importante nell'attuazione delle loro opere che queste si mostrano più belle e più durevoli nel tempo.

Il teatro di Siracusa aveva, secondo l'uso, una forma semicircolare. L'arena, la parte più bassa, era il luogo dove si svolgevano le danze, i combattimenti, le cerimonie religiose o civili; misurava centoventi piedi di diametro. Nell'emiciclo i gradini erano disposti a formare diversi piani che si innalzavano man mano che si allontanavano dal centro; misuravano nel loro punto più alto quasi novanta tese di circonferenza, contro sessanta tese di diametro. Circa diecimila persone potevano prendervi posto comodamente, contando pure la galleria formata da un colonnato che girava tutto intorno alle gradinate superiori. Il popolo poteva così godersi lo spettacolo che si teneva a volte al centro di questi gradini, nell'arena e a volte di fronte, nel luogo chiamato scena. Qui, come in tutti i nostri teatri, si innalzava una facciata di uno stile architettonico splendido. Questa parte era elevata di qualche piede rispetto al suolo ed era qui che gli attori rappresentavano tragedie, commedie e altri spettacoli, come pantomime o danze.

I posti più vicini all'arena erano quelli che offrivano una migliore visibilità ed erano riservati ai personaggi più autorevoli. Due grandi recinzioni separavano le gradinate in tre piani, che servivano a distinguere i cittadini appartenenti ai diversi ordini dello stato, che non assistevano insieme, bensì separatamente, allo spettacolo. Si poteva comunicare dall'uno all'altro di questi piani mediante piccole scale che attraversavano le gradinate.

Dovunque si trovassero, gli spettatori potevano ammirare le rappresentazioni teatrali o gli avvenimenti dell'arena ed erano essi stessi un'attrazione gli uni per gli altri. In questo teatro, non si davano solo spettacoli, ma si celebravano anche cerimonie religiose, si compivano sacrifici, si intonavano cantici; esso serviva di volta in volta come tempio, teatro, palazzo del Senato, luogo di riunione dei cittadini; in talune circostanze vi si procedeva all'esecuzione dei criminali condannati al supplizio. Dopo essere stato teatro di questi grandi e santi uffizi, di questi convegni politici o di questi tristi esempi di giustizia rigorosa, il luogo era dedicato al pubblico divertimento. Si esibivano funamboli, lottatori, vi si svolgevano combattimenti di animali, danze in cui l'agilità, la scioltezza, la grazia del corpo si manifestavano in mille modi, aggiungendo bellezza all'armonia delle voci e a quella degli strumenti. Una musica deliziosa e ammaliatrice produceva in questi luoghi sonori gli effetti più piacevoli per gli spettatori, che uscivano con rimpianto e con una passione ancora più viva per lo spettacolo.

Questo teatro resistette parecchi secoli, ma non poté sopravvivere alle infinite vicissitudini che si abbatterono su Siracusa. Durante gli anni di disordine e di oscurità succeduti ai momenti di grande splendore artistico, tutte le parti costruite in pietra e adattate alla roccia di base sono andate distrutte; gravi mutilazioni sono state apportate per edificare miserabili costruzioni senza importanza, senza gusto e prive di ogni stabilità. Dopo un lungo periodo di barbarie, questo nobile edificio è diventato un luogo abbandonato e la natura, sempre attiva, ha ripreso il sopravvento sul capolavoro, cancellando a poco a poco tutto ciò che l'arte aveva creato usurpandolo a lei. I loro caratteri disparati confusi insieme hanno contribuito a formare un'opera nuova: un miscuglio di rocce grezze e squadrate, in cui si distingue una cinta di gradini e un profondo fossato, alberi, erbe, muschio, sedili, alcuni distrutti altri ben conservati, separati da fossi colmi di terriccio, fiori cresciuti sui sedili dei senatori e dei cittadini. Più in là scorrono acque abbondanti che servivano un tempo per il teatro; esse sono state portate da lontano grazie a magnifici e costosissimi acquedotti ed oggi servono a tenere in vita la rigogliosa e fresca vegetazione del luogo; ma esse vi si perderebbero se l'interesse dell'uomo non le avesse incanalate e sfruttate per mettere in movimento le ruote dei mulini del circondario. Ve ne sono molti che arricchiscono il paesaggio, insieme alle case, alle capanne, agli alberi, ai resti architettonici, ai rovi che si arrampicano sulla roccia, ai ricchi grappoli di un vigneto incolto che forma delle nicchie naturali. Tutto questo spettacolo, illuminato da un sole sfavillante, i cui raggi si riflettono dappertutto, forma un insieme armonioso, spesso molto pittoresco, di luci e di riflessi. […].

L'occhio, avido di godimento, scorre con rapidità i mille particolari che gli si offrono; è attirato di volta in volta dallo splendore della campagna, e della roccia selvaggia, dalle macchie di vegetazione costituite dai grandi alberi e dagli arbusti, che creano un contrasto incantevole con la riva sabbiosa del grande porto di Siracusa. Le acque tranquille che riflettono le nuvole nei loro aspetti più vari, a volte luminose a volte buie, contribuiscono ad accrescere la bellezza del quadro.

Sulla sinistra di questo bacino immenso si vede la città moderna. Le sue mura si estendono in lontananza e si confondono con la campagna, dove alcune colonne si innalzano in mezzo agli alberi. Più lontano si possono vedere degli sfondi pittoreschi che si stagliano su un mare sconfinato a volte blu intenso a volte verde scuro, secondo i vapori contenuti nell'atmosfera, creando incessantemente durante il corso della giornata immagini diverse deliziose e del tutto sorprendenti. I vari giochi di luce prodotti dalle nuvole, dalle onde e dall'apparire di navi sullo sfondo di questo quadro, contribuiscono a creare uno spettacolo fra i più vivi e incantevoli che si possono immaginare.

 

Tempio di Minerva a Siracusa

Il Tempio di Minerva è uno dei più antichi della città, e tuttavia è quello che meno si trova in cattivo stato rispetto agli altri, di cui avanzano solo alcuni resti. Aveva sei colonne di fronte e quattordici su ogni lato, contando quelle angolari. Alle estremità del santuario c'erano due colonne più grosse di quelle del perimetro esterno del tempio; esse segnavano l'ingresso per il quale si accedeva nel piano ambiente; infatti qui il santuario era formato da tre parti, in quanto a ogni estremità interna c'era una piccola anticamera attraverso la quale bisognava passare per entrare nel santuario vero e proprio, dove si trovavano l'altare e la divinità. Dall'esterno del tempio si accedeva in queste anticamere attraverso tre intervalli o intercolunni; di lì si passava poi nel santuario che si trovava dietro una porta chiusa. I muri erano decorati all'interno da nicchie scavate su ogni lato, ed erano sormontati da una volta, secondo quanto ci riferisce Mirabella. Il tempio è di ordine dorico, come si può notare dalle colonne di uno dei lati, ancora esistenti.

Mirabella afferma che il tempio era lungo circa ventisette tese e largo dieci e mezza. Le costruzioni moderne che stringono l'edificio da ogni parte mi hanno impedito di misurarlo esattamente, ma le mie parole basteranno forse a renderne l'idea d'insieme. È ancora Mirabella a riferire che al di sopra del tempio si innalzava una torre quadrata alla cui sommità era sospesa l'egida di Minerva, enorme scudo di rame dorato. I raggi del sole che esso rifletteva vivamente lo rendevano visibile dal mare, anche a grande distanza. I naviganti che partivano dal vasto porto, dopo aver rivolto voti a Giove Olimpico sull'altare eretto in suo onore sulla sponda vicino al suo tempio, si imbarcavano e portavano con loro vasi, dolci, miele, incenso, fiori ed aromi. Lasciavano la riva con queste provviste e quando non riuscivano più a scorgere l'egida della dea le gettavano in mare per offrirle a Nettuno e a Minerva e pregavano queste divinità di concedere loro una felice navigazione.

 

Cerimonie del Corpus Domini

Arrivai a Siracusa alla fine del mese di maggio, periodo in cui si dà inizio ai preparativi del Corpus Domini. Questa solennità è importante non solo per le processioni del Santissimo Sacramento che durano otto giorni, ma soprattutto per le feste chiassose che vi celebrano le due confraternite che sono rispettivamente sotto la protezione del Santo Spirito e di San Filippo. Non c'è abitante di Siracusa che non faccia parte di una di queste due confraternite. Né il sesso né la condizione sociale può dispensarlo; e perfino gli stranieri che si stabiliscono in questa città sono costretti ad iscriversi ad una delle due; si ha solo la libertà della scelta, ma colui che avesse l'ardire di restarne al di fuori, le avrebbe subito tutt'e due contro e sarebbe costretto ad abbandonare Siracusa; e forse persino la sua vita sarebbe in pericolo.

Non avevo la minima idea dell'esistenza di questi sodalizi; perciò un mattino fui molto stupito di incontrare per strada magistrati e ufficiali miei conoscenti, che camminavano in fila con una corda al collo, una corona di spine sulla testa, un cero in mano, facendo di tanto in tanto smorfie e contorsioni. Mi avvicinai e riconobbi fra loro un francese, dal quale ero stato invitato a pranzo. Mi diede un'occhiata e girò la testa con un'espressione così contrita che ebbi voglia di ridere, ma me ne astenni perché non capivo il significato di ciò che vedevo. Mi recai da lui all'ora del desinare: attrici e cortigiane si trovavano nel suo salotto decorato con oggetti di un lusso profano. Quando accennai alla scena del mattino, il mio ospite si mise a ridere e mi disse: "Bisogna farlo; anche voi se voleste stabilirvi qui sareste costretto a far parte di una di queste confraternite"; e aggiunse: "questo non ci impedisce di divertirci, vedete queste signore; ma ora pranziamo, essere buoni confratelli non ci proibisce di essere altrettanto buoni e allegri commensali".

Queste confraternite si contendono continuamente il primato della devozione e spesso i confratelli meno devoti sono proprio quelli che dimostrano più ardore e si abbandonano alle manifestazioni più strane. Ma esse raddoppiano la loro attività nel periodo dell'ottava del Corpus Domini; allora si alternano a gara in marce trionfali e grandiosi spettacoli pirotecnici fragorosissimi. Per rendere più solenne la festa, si innalza sulla piazza della Cattedrale una costruzione che deve rappresentare un grande edificio; è il punto centrale dove arrivano e da cui si muovono tutti i personaggi che prendono parte a queste feste e debbono realizzare diverse scene che si susseguono durante parecchi giorni. Le confraternite partecipano a questi giochi seguendo i loro rispettivi schemi convenzionali. Queste scene, coordinate di attimo in attimo, si chiudono con un colpo da maestro che pone fine ai festeggiamenti. Tutte le feste alle quali ho assistito nelle diverse città della Sicilia mi hanno dimostrato che questo popolo ama lo spettacolo in modo sfrenato e quest'amore ci spiega perché nel periodo di maggiore splendore delle belle arti i loro antenati abbiano costruito tanti teatri, circhi, anfiteatri, naumachie, ippodromi così belli, regolari ed ampi.

Quasi tutti i confratelli partecipano ai preparativi della festa con un'attenzione e uno zelo veramente stupefacenti: vi impegnano tutta la loro capacità e tutta la loro intelligenza; e nonostante il fracasso della folla, malgrado l'apparente confusione che regna, si rimane stupiti per l'enorme lavoro svolto in così breve tempo. Questa attività, nata dalla devozione, è frutto dell'entusiamo e ci mostra cosa sarebbe in grado di fare questo popolo se le sue passioni fossero guidate e rivolte verso mete più utili. Tutto questo sforzo è perduto in varie decorazioni che si distruggono ogni anno, si rinnovano periodicamente per distruggersi di nuovo. Lo zelo ardente che anima i confratelli del Santo Spirito e di San Filippo è ingigantito dall'emulazione che li spinge a superarsi l'un l'altro. Lo spirito di parte accresce le forze naturali già esaltate dalla devozione: ognuno è persuaso che niente è impossibile e in realtà il loro operato supera ogni immaginazione, e la gloria di tanto successo va tutta in onore del santo sotto il cui stendardo si marcia.

 

Da Siracusa a Ispica

In uno spazio di circa dieci tese si possono notare una grande quantità di bassorilievi, per la maggior parte in pessime condizioni, tutti comunque piuttosto rovinati. Le mutilazioni inferte a queste sculture sono più opera degli uomini che del tempo. I pastori dei dintorni prendono talvolta delle pietre e, per ingannare il tempo, senza cattiva intenzione, colpiscono e frantumano le mani e le teste di queste figure, senza rendersi nemmeno conto del motivo per cui lo fanno. Essi distruggono per il gusto di distruggere, come bambini che rompono i giocattoli ricevuti in dono e li rimpiangono poi quando non li hanno più.

 

Castello di Ispica

In verità è solo un ciglione sporgente che si stacca nettamente dalla parete rocciosa che corre lungo tutta la cava di Ispica. Il suo aspetto e le abitazioni scavate nella pietra, gli hanno valso la qualifica di castello; le case sono però state scavate molto tempo prima che si pensasse a costruire manieri, prima cioè che venissero in Sicilia popoli stranieri. La parete rocciosa è lunga cinquanta tese. […] L'assenza quasi totale di strade, di sentieri o di scale attraverso cui si possa giungere alle case, costituisce una prova di grande antichità o un indizio per credere a destinazioni particolari. Per accedere alle grotte era necessario far uso di scale di legno o di corda o aggrapparsi a qualche asperità che la roccia conserva ancora o che il tempo non ha ancora completamente cancellato. Ma in qualunque modo gli abitanti riuscissero ad arrivare alle loro dimore, si comprende che vivevano di continui terrori, che li spingevano a scegliere insediamenti irraggiungibili. Ho visto in molti posti gente che abita case scavate nella roccia, su certe colline lungo la Senna o la Loira; ma sono accessibili facilmente. Si è ritenuto più rapido, più comodo e meno dispendioso scavare nella montagna piuttosto che staccarne parti, tagliarle, trasportarle, metterle insieme e costruire un edificio. Sono contadini che vivono tranquilli, lontani dalle leggi e da una gendarmeria oppressiva. Le precauzioni per impedire che si giungesse alle loro case, il luogo in cui le scavano, l'espediente di usare solo scale sospese, che non giungessero fino a terra, e la preoccupazione che la loro dimora avesse solo un'entrata stretta a forma di pozzo, e di difficile accesso, sono tutti questi i motivi che ci confermano, negli antichi abitanti di Ispica, uno stato di paura cronico.

La loro cura nell'apprestare strutture di difesa, lascia supporre che questi uomini avessero una conoscenza sia pure embrionale di certe tecniche primitive. Avevano bisogno di strumenti di ferro e probabilmente possedevano abiti e qualche mobile. Li fabbricavano essi stessi o se li procuravano attraverso il baratto? E ancora: avevano davvero qualcosa da scambiare? E che cosa hanno i selvaggi d'America per ottenere fucili, pallottole, polvere, coltelli ed acquavite se non pelli d'animali? La Sicilia, fin dal tempo di Omero, era celebre per le sue greggi. È certo che i Fenici, nelle loro navigazioni, soprattutto quando tornavano dalla Spagna e dalle Ebridi, era in quest'isola che prendevano bestiame e frutta. Nacquero così i primi scambi, che insieme agli utensili diedero ai Siculi i primi terrori che li spinsero a nascondersi sui monti per sfuggire ai pirati che, da tempo immemorabile, imperversavano su questo mare.

 

Cava d'Ispica

La cava è lunga otto miglia e può quindi immaginarsi quale enorme quantità di abitanti abbia avuto, se tutte le grotte o ambienti scavati nella roccia sono stati abitati contemporaneamente; ma è probabile che siano stati aperti in epoche diverse. Una prova ulteriore è che non si vede dove sotterrassero i morti, giacché una popolazione tanto numerosa avrebbe richiesto immense catacombe. Ritengo, tuttavia, che uomini dai costumi così elementari, non ambissero a tombe fastose, atte a trasmettere ai posteri le glorie dei grandi personaggi; ma era pur necessario deporre i cadaveri da qualche parte; e di solito più i popoli sono semplici più onorano i morti.

Mi sono sempre chiesto e non sono mai riuscito a sapere come gli uomini arrivassero agli abituri più elevati, giacché ce ne sono alcuni scavati molto in alto che non hanno passaggi con gli ambienti sottostanti e che, per quanto siano lontani l'uno dall'altro, non sono comunicanti.

All'estremità settentrionale della cava si incontra una vasta cinta, dove sorse, in epoca molto posteriore, una villa greca. La parete, in tutta la sua altezza è bucata da grotte sepolcrali, adorne di iscrizioni greche. Hanno scavato anche ai piedi della roccia, un po' più in alto del fondo della cava, e qui le abitazioni, realizzate con cura, fanno pensare che siano dovute all'opera di architetti abilissimi; puoi notare infatti ogni sorta di comodi accessori: piccoli corridoi, scalette di disimpegno, ecc. Potresti insomma abitarci benissimo e, senza cambiare nulla della sua struttura, esse si potrebbero sistemare in maniera confortevole. Nel luogo che gli abitanti di queste umili case chiamano "la drogheria", perché le grandi nicchie quadrate scavate nelle pareti laterali delle camere lo fanno rassomigliare ad un negozio di speziale, ci sono delle specie di panche, o meglio delle vasche esagonali sul pavimento e non si sa quale scopo avessero questi strani manufatti. Non lontano da qui, quasi all'inizio della cava, s'innalza una collinetta che racchiude la più grande catacomba della Sicilia; profonda ventitré tese, è costituita da tre gallerie parallele; quella centrale è la più estesa, lungo quelle laterali si aprono piccole grotte, quasi tutte piene di sarcofaghi. Ne ho contati quattrocentocinquanta disposti in tutti i sensi, di ogni grandezza e per tutte le età: alcuni sono lunghi solo diciotto pollici. Le tre gallerie hanno una sola entrata.

Alcune antiche grotte, che contenevano sarcofaghi, sono abitate oggi da brava gente che vive della coltivazione di frutteti; il bestiame è condotto ad una sorgente pura e abbondante e una terra fertile soddisfa tutti i loro bisogni. Questi uomini semplici mi accolsero con una bontà e una schiettezza veramente commoventi. Ritornando a Spaccaforno, ho osservato che le acque che scorrono ai piedi dello sperone roccioso e che seguono serpeggiando i sentieri della cava, scompaiono improvvisamente per riapparire poi, molto più lontano, sotto forma di laghetti suggestivi dai quali precipitano in mille bellissime e pittoresche cascate.