La Sicilia dei tedeschi, in un articolo di Hugo von Hofmannsthal
Poeta
e drammaturgo, Hugo von Hofmannsthal (Vienna 1874 - Rodaun 1929), lega il suo
nome alle esperienze del neo-romanticismo e del simbolismo. Fra le sue opere più
significative: Der Tod des Tizian del 1892, Electra del 1903, Jedermann
del 1911, Der Rosenkavalier del 1911, Die Frau ohne Schatten del
1919, Die ægyptische Helena del 1928. Dopo un viaggio in Sicilia,
avvenuto nel 1924, pubblica sul giornale "Neue Freie Presse" l'articolo
Sizilien und wir, per riproporlo, nel 1926, quale prefazione al saggio
di P. Hommel Sizilien. Landschaft und Kunstdenkmäler. La traduzione
qui presentata è tratta dal quarto volume dell'opera antologica Delle
cose di Sicilia, edita da Sellerio nei primi anni ottanta, a cura di Leonardo
Sciascia. Carlo
Ruta
Noi e la Sicilia
Non v'è tedesco che, nel toccare il suolo di quest'isola, non trovi nel
genio di Goethe un inseparabile compagno. A ciascun passo troviamo i segni del
suo cammino; già ci erano familiari questi nomi; già, prima ancora
che li vedessimo, avevamo visto queste baie e questi monti attraverso di lui.
Il suo ricordo non ci abbandona un istante. Su quest'isola passano inavvertiti,
quasi senza lasciare traccia, i secoli; e il suo spirito, che sempre coglie quanto
di regolare ed eterno vi è in ogni cosa, ci dà profili del paesaggio
con la precisione di un geografo e il gioco delle luci con l'occhio di un pittore.
Il suo racconto passa dall'architettura agli usi della gente; tratta dei costumi
del popolo, del lavoro dei campi, di cerimonie religiose, di gendarmi, della preparazione
del cibo, della cura degli animali domestici, dell'irrigazione degli orti, con
un segno di matita sicuro, asciutto e insinuante insieme. Qui di volta in volta
è artista, qui botanico, viaggiatore di commercio, antropologo o forse,
dovremmo dire, è tutto ciò contemporaneamente. Qui porta al vertice
la sua arte, che è l'arte stessa di vivere; e con essa raggiunge ciò
che è dentro e ciò che è fuori di noi. Qui nessuna guida
invisibile lo affianca, nessun Palladio, nessun Michelangelo attraverso i cui
occhi guardare. Qui è solo del tutto, immerso nelle cose che divengono
il suo proprio linguaggio, l'unica voce delle sue parole. Mai, dunque, fu tanto
se stesso, mai tanto padrone di sé. Il soggiorno in Sicilia è il
suggello di un viaggio che fu la grande avventura della sua vita. Mai i suoi sensi
si compenetrarono l'un l'altro più armoniosamente, mai quell'insieme di
doni rari e contrastanti ebbe più perfetta fusione: la libertà dell'anima
e il suo dominio, un entusiasmo vibrante e la capacità di controllarlo,
una fermezza che sfiora il rigore e una tenerezza che tutto accetta. Mai il suo
spirito fu in più superbo equilibrio tra l'assoluto e il relativo che nel
momento in cui pose il piede su questa felice terra inondata di luce. Si abbandona
con trasporto al piacere del particolare - e da esso trae nuova forza lo spirito
- e a quello più alto di una sintesi ordinata. Si abbevera senza posa alla
sorgente della vita e tutto sembra ai suoi occhi di eguale misura; poi, con l'arte
di ricomporre le forme nella memoria, si solleva con leggerezza a ogni passo del
racconto e, senza battiti d'ali affannosi, si libra tra precetti universali. Mai
fu più distante dallo spirito romantico, più grandiosamente classico,
più lontano dai conflitti tra materia e spirito, tra passato e presente.
Essi si conciliano senza sforzo nella dimensione perfetta del suo contegno interiore.
Vive assieme alla terra in cui si trova e da essa riceve la forza di cui si era
spogliato. Respinge da sé tutto ciò che ha minacciato questa terra,
che l'ha offesa e violentata; i terremoti, le guerre, le feroci e irrequiete azioni
degli uomini. Respinge la storia che porta questo con sé. Ritto in piedi,
maestosamente, contempla. Forse mai, dai tempi di Platone, un mortale si aggirò
con tanta calma serena negli orti delle Esperidi delle platoniche idee. La sua
Sicilia sembra a prima vista più luminosa, più intensa, quasi più
vera di quella che ci circonda. Così, oscilliamo tra la seduzione di queste
contrade popolose, di questi giardini odorosi e silenti, di questi panorami superbi
e l'inesprimibile incanto che è racchiuso nelle sue pagine. L'una non è
meno reale dell'altro, ma tutto è presente nelle sue immagini; tutta la
natura, tutto l'agitarsi degli uomini, il crescere delle piante, persino il divenire
delle pietre. Ogni singola cosa parla di se stessa, tutte insieme parlano un linguaggio
sublime, altissimo, che ci tocca nel profondo. Vediamo crearsi un quadro incomparabile
dinnanzi ai nostri occhi. Chi lo dipinge ci è sempre accanto a darci, assieme
all'arte, la gioia della sua presenza. Con inesauribili metafore, gioca di fronte
a noi con gli oggetti: nulla è così concreto che egli non possa
unirvisi, poi dall'intima essenza delle cose riemerge e ci chiama. D'un tratto
è svanito. Ha fatto ritorno nel suo quadro davanti ai nostri occhi e siamo
di nuovo soli, con una tela dipinta. Rabbrividendo, copriamo il quadro con un
drappo e ci volgiamo alla realtà, meno familiare, meno levigata e cristallina,
alla più insidiosa realtà che però è nostra. L'arcano
di essere figli del nostro tempo ci sfiora, e la diversità dei secoli.
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