Da Gulag Sicilia

di C. Ruta, Rubbettino editore, 1993

 

 

La cognizione d'un male

È sovente l'arte, e quella del narrare anzitutto, a fornire - talora oltre gl'intendimenti di chi la esercita - la chiave del mutamento; quasi serbasse in sé un sismografo, pronto ad annotare ogni sussulto del vivere, pur segreto.

Nelle righe o nelle filigrane del romanzo siciliano del secondo dopoguerra, ancor piú che nei resoconti di cronaca, di storia e di sociologia, è possibile rinvenire, a ben vedere, un remoto, oscuro strappo: il lento profilarsi d'un disastro. L'isola, in particolare, comincia ad apparire preda d'un maleficio, che la rende un livido teatro di disfatte civili, di poteri demoniaci, di violenze cie-che e inutili.

Un tal destino s'avverte nettamente nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, soprattutto nelle dieci paginette di conversare tra il principe Salina (nei cui ragionamenti è racchiusa tutta la malinconica filosofia del narratore) e il timoroso emissario del Governo, Chevalley che, del resto, già dal giovane Tancredi aveva appreso alcune attitudini del luogo: il figlio del barone Mùtolo sequestrato e restituito a pezzi; il parroco avvelenato; il Circolo dei Civili falcidiato da una singolare roulette russa ("Li guardi bene, Chevalley, s'imprima la scena nella memoria: un paio di volte all'anno, uno di questi signori vien lasciato stecchito sulla propria pol-troncina: una fucilata tirata nella luce incerta del tramonto, e nessuno capisce mai chi sia stato a sparare").

L'isola, per Salina/Tomasi, ha le sembianze della morte: "Tutte le manifestazioni si-ciliane sono manifestazioni oniriche, anche le piú violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa…". E al senso di morte si coniuga, fatalmente, una presunzione di deità: "i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti…". Il futuro, infine, per il principe, è un incantesimo perenne e insieme, una perenne degradazione: "Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli, e pecore, continueremo a crederci il sale della terra".

Analogo maleficio è rinvenibile nelle opere di Leonardo Sciascia, a partire dal Giorno della civetta (1961), in cui è la storia - subíta piú che vissuta - ad essere indicata come la grande colpevole del pervertimento: "… quale altra nozione [il capomafia don Mariano] poteva avere del mondo, se intorno a lui la voce del diritto era stata sempre soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?". Da qui, una trama di violenze e di dominio che, come la "linea della palma", il narratore di Racalmuto vedeva spostarsi, fatalmente, verso il "continente".

I tratti demoniaci del potere nell'isola furono pure al centro del lungo scandaglio nar-rativo di Giuseppe Fava, autore di Gente di Rispetto, Prima che vi uccidano, La violenza, Il proboviro, e di diverse altre opere teatrali. Per lo scrittore catanese, che nell'indagare i fatti siciliani dell'oggi era solito ricorrere a metafore forti, la mafia del dopoguerra "non era piú quella cosa antica e feroce per la difesa della "roba", ma una violenza oscura e vasta che aggrediva l'intera società".

La lacerazione pervaderà, pian piano tutta la narrativa siciliana, sino a noi, in forme diverse. Penso a Stefano D'Arrigo, autore di Orcynus Orca, in cui larga parte vi ha l'aleggiare mitico del mostruoso e dell'ignoto ("Vossia vede che non c'è regola né legge per lui, viaggia, viaggia, non trova ricetto, non vive se non corre e sterminia, l'orca è la Morte…"); e, ancora, per ultimo, a Vincenzo Consolo; al suo Nottetempo, casa per casa, nelle cui pieghe s'avverte, velatissimo, il disastro del presente ("Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell'insania").

Narratori, quelli fin qui citati (e altri ne andrebbero aggiunti), ben distanti fra loro, per cifra stilistica e per indole; eppure accomunati dalla medesima scoperta: quella d'un male ontologico, ben radicato nel cuore palpitante della Sicilia.

Mi preme rimarcare il carattere di scoperta, perché un tale addensarsi, nella letteratura dell'isola, d'irredimibili orrori, costituisce una sconvolgente novità. In Capuana, Verga, Pirandello, De Roberto,Vittorini, e nello stesso Brancati, infatti, d'un simile bubbone corrodente, v'è solo qualche esile traccia (cui non era estraneo, nei primi quattro, soprattutto, il clamore dell'inchiesta di Franchetti-Sonnino del 1876, e di altre successive). Pur non lesinando, ognuno d'essi, biasimi, e persino rampogne, verso le multiple ombrosità siciliane: la protervia dei ceti alti e danarosi, il gallismo, la libido del possesso, il pregiudizio, il commediare, il gusto del comando, il pettegolezzo: mali che, se nell'isola tralignano sovente nel caricaturale, a ben vedere, sono propri, in buona parte, e in una certa misura, dell'umanità tutta.

Lo stesso teatro pirandelliano, pur pregno di lutto e di sortilegi, era ben lontano dal voler testimoniare una insania etnica, incurabile, dei siciliani. Significativo, del resto, che nella monumentale opera del Pitré sugli usi e i costumi della Sicilia, ben poco, e quasi di sfuggita, rigu-ardi la "cultura mafiosa".

Stesso rilievo va fatto per i resoconti dei viaggiatori stranieri del Sette-Ottocento, provenienti in larga parte, dal Nord Europa, per i quali la Sicilia era tutto fuorché terra stregata. Goethe s'innammorò di Palermo, dove soggiornò a suo agio parecchi giorni; l'architetto francese Viollet-Le Duc definí i siracusani, musicali, estremamente fieri e d'indole greca; impressioni favorevoli dell'isola ebbero Alexandre Dumas, Edmondo de Amicis, che vi soggiornò due volte (scriveva in un resoconto dell'ultimo viaggio, con un'enfasi allora comune: "O divina Sicilia! Quanti italiani, che hanno corso il mondo per diletto, morirono o moriranno senza averti veduta!"), e parecchi altri. Persino il sensibilissimo Friedrich Nietzsche, varcato lo stretto nel 1882, rimase incantato da Messina e dai suoi abitanti.

La mafia, è innegabile, c'era già allora, e quanto fosse ben radicata, lo testimoniano il minuzioso rapporto di Pietro Ulloa (che già nel 1838 annotava: "Non vi è impiegato in Sicilia che non sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a tirar profitto dal suo ufficio") e le inchieste di Romualdo Bonfadini (1876), dei già citati Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, di Salvatore Cammareri Scurti (1889), e d'altri. A darne conto, del resto, anche la narrativa e il teatro, con un filone (assolutamente minore, e questo dovrebbe far pensare) che va da I mafiusi di la Vicaría di Palermu di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca (commedia scritta nel 1863, probabilmente su incarico d'un capocosca palermitano), a Cavalleria di Porta Montalto (1884) di Emanuele Scalici, a Scunciuro (1908) di Alessio Di Giovanni, a Mafia (1921) di Giovanni Alfredo Cesareo, fino a Piccola Pretura (1947) di Guido Lo Schiavo. Del morbo siciliano si occuparono, ancora, diversi studiosi e osservatori, per proprio conto: da Gino Alongi (La Maffia nei suoi fattori e nelle sue manifestazioni,1886), a Napoleone Colajanni (Nel regno della mafia,1900), a Cesare Mori (Tra le zagare oltre la foschia,1923).

Ben diverse dalle odierne, le cosche di quella stagione agivano in penombra, quasi di soppiatto, protette da osservatissimi silenzi. Di rado, poi, intervenivano in maniera traumatica nel corso degli eventi politici. Nel primo mezzo secolo di monarchia sabauda di omicidî "eccellenti" - se mettiamo da canto l'oscuro episodio dei pugnalatori di Palermo, a ridosso dell'unità - se ne contarono appena un paio: quello del senatore Leopoldo Notarbartolo, avvenuto nel 1893 (di cui si discute ancor oggi), e quello del poliziotto americano Joe Petrosino, ai primi del nostro secolo (tanto fu il rumore che ne sortí perfino una fortunata serie di fumetti a lui dedicata).

Oltre l'incalzare d'atti criminosi, comunque, la mafia era, anzitutto, uno sfondo scuro nella vita nell'isola, un vizio segreto del pensare, per quanto non privo d'antecedenti nobili (scriveva Colajanni: "La Mafia in Sicilia sotto i Borboni divenne l'unico mezzo per gli umili, pei poveri, pei lavoratori per essere temuti e rispettati, per ottenere la forma di giustizia ch'era compatibile in quelle condizioni e che non era possibile ottenere nelle forme legali"). Un ascesso maligno, insomma; ma non l'apocalisse ch'è oggi. Lasciava aperti, infatti, non pochi varchi d'autonomia nel vivo della coscienza, ai quali la grande letteratura dell'epoca attingeva largamente.

 

I demoni

In altre parole, nel secondo dopoguerra, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, motivo dominante - consapevole o meno, poco importa - dell'invenzione letteraria è stato il disvelamento della differenza, fatta coincidere, questa, col mostruoso; quasi che le grottesche creature marmoree di Villa Palagonia, si fossero moltiplicate, giorno dopo giorno, fino a pervadere la Sicilia intera.

Gli eventi andavano veramente in quel verso. Proprio da quella stagione, infatti, si è andato instaurando nell'isola un meccanismo di potere reticolare, ubiquo, opprimente; fosco ed enigmatico, almeno quanto il castello e il tribunale kafkiani. Era il tempo del nuovo Capitale, che per la Sicilia ha voluto dire poli ferrosi e fumiganti, casse danarose (aperte anzitutto alla mafia), abbandono della terra, e ancora, funzionamento pieno dell'autonomia; cioè pingui burocrazie locali, strade, dighe, porti, (non pochi i lavori inutili e quelli interminati), cemento ovunque. Un modernismo turbinoso e posticcio che ha sconvolto, in pochi anni, le sembianze millenarie dell'isola, lasciando, tuttavia, irrisolti (talora li ha perfino peggiorati) i suoi atavici problemi: miseria diffusa, epidemie di tifo e di epatite, mancanza d'acqua, mortalità infantile altissima, grotte abitate, e cosí via.

Quel che economisti e sociologi chiamano, con un tecnico eufemismo, "modernizzazione senza sviluppo" (vedansi i densi lavori di Peter e Jane Schneider), sul piano antropologico e politico fu, in realtà, un disastro senza precedenti. Peraltro tralucente pure dal linguaggio giornalistico del tempo, che si empí, come mai prima, di terminologie biblico-religiose e locuzioni guerresche: dagli esodi contadini alle diaspore intellettuali, dal sacco di Agrigento alle mani su Palermo, dalle cattedrali nel deserto alle santabarbare prossime a brillare.

La Sicilia era diventata, per certi versi, un sistema di dominio a sé, abominevole, conchiuso e tuttavia riboccante; che pian piano avrebbe d-vorato ogni presenza, fino a sostituirsi alla realtà tout court. Emblemi - riguardo a quel primo tempo "eroico" - ne furono, a vario titolo, i Ruffini, i Mattarella, i Salvo, i Milazzo. Quest'ultimo, in particolare, ben testimoniò una Sicilia out sider, capace di esperimenti anomali e clamorosi, che andavano ben oltre il consentito. Per bizzarria della storia, a salvarsi dai mostri, alimentati dalla malamodernità, fu proprio la prima vittima: il popolo di emigranti - perlopiú contadini - disseminatosi in tutta l'Europa; ben oltre, dunque, il nascente reticolo. Non è forse casuale - e il fatto meriterebbe oppurtune indagini - che nelle varie destinazioni (Norditalia, Francia, Germania, Belgio, e cosí via), in quei decenni, non sia stata esportata alcuna mafia.

Il potere sortito da quella temperie, negli anni ha lievitato oltremisura, fino a farsi presenza viscosa, straniante e pervasiva. Come un demone notturno, s'è insinuato subdolamente in ogni trama, attirando il volere generale nel gioco pervertito del comando. Il consenso in Sicilia è, per ciò, primigenio; a garantirlo è, infatti, la compresenza, nell'agire d'ognuno, di due anime viziose: quella del privilegio e quella della sudditanza. Non l'homo homini lupus di Hobbes è il punto di partenza, bensí l'illibertà incisa nella coscienza della gente.

 

Le luminarie spente

Michel Foucault, muovendo dalla convinzione che è la volontà di potenza il basamento dell'agire umano, anche il piú nobile, riteneva che il centro di tale potere, il suo tabernacolo, fosse situato nel sapere: l'occhio discreto che, come il panopticon di Bentham, vede tutto senza esser visto. Tesi ardua, se è vero che le culture, oltre a giustificare e presiedere ogni nefandezza, come è accaduto sempre, hanno generato, con i loro segreti scrigni di sapienza e bellezza, pure le uniche chances di libertà praticabile. In altre parole, la loro storia, pur ricca di orrori e di miserie, è anche storia d'un affrancamento combattuto, desiderato, lambíto.

Ebbene, l'equazione dello studioso degli Annales, sapere uguale potere, mi pare non trovi alcun appiglio in un luogo anomalo come la Sicilia, dove la nuova mala signoria se ne ride d'ogni razionalità, che non sia la piú banalmente pratica, negando cosí in toto, e all'origine, qualsiasi chance d'autonomia entro i propri confini.

In particolare, la trama del dominio è tanto fitta (tutti sono i sorveglianti di tutti) e le coscienze sono tanto annichilite (ognuno è il supercensore di se stesso) da non richiedere quasi alcun esercizio di convalida. Sicché, la cultura che ambisce a un ruolo giustificante, si riduce a un fungibile moncone, talvolta a un ninnolo; quella, invece, che pende verso l'affrancamento, vive il dramma della negazione, cioè, dell'inesistenza civile. Una parola d'ordine, insomma, traversa l'isola: quella di annichilire i testimoni.

Emblematica, in proposito, la sorte della cultura a stampa, che ha subíto persino delle sensibili involuzioni. Si vedano, per esempio, gli indici di lettura: son cosí bassi rispetto alle medie nazionali (che già non sono affatto esaltanti), in alcune province in particolare (Enna, Caltanissetta, Trapani, Agrigento e Ragusa), da sembrare falsi. Basta, peraltro, dare un'occhiata alle cose d'un tempo (operando le debite proporzioni, ovviamente), per capire quanto l'oggi sia degradato. Nel Seicento, ipotecato dalla con-troriforma, e al fondo del decadimento civile (l'isola era sconvolta da carestie, pesti, terremoti, congiure e inani tumulti), erano abituali le proteste dei librai palermitani per via dei troppi libri che si vendevano, abusivamente, "in ogni cantonera". Nel secolo successivo, d'altronde, i libri (fatto inconsueto nell'intera penisola, secondo Stendhal) giungevano perfino dall'estero, dalla Francia in primo luogo. Era, infatti, l'arcivescovo di Palermo, Filangieri, a lamentare che un torrente di libri "pericolosi" dalle regioni oltremontane era venuto a inondare la Sicilia. Lagnanza che ben testimonia le difficoltà dei maggiorenti d'allora nel contenere il vento illuministico che, grazie proprio ai libri, soffiava forte pure nell'isola.Riguardo alla Sicilia post-unitaria, infine, pure uno studioso come Napoleone Colajanni (osservatore inflessibile e disincantato dell'Italia fin de siècle) rilevava quanto giornali e libri avessero contribuito a destare nell'isola molte coscienze.

I fervori culturali di quelle epoche (seppur relativi) sono, del resto, confermati pure dagli sviluppi dell'arte tipografica. Nel Settecento i libri dei palermitani Epiro erano diffusissimi in tutta l'Europa; nell'Ottocento, poi, stampatori come Sandron, Giannotta, Principato e D'Anna tenevano testa, con buoni esiti, ai Treves e i Le Monnier.

L'emarginazione del sapere, in Sicilia, non avviene bruciando i libri, secondo gli spicci dettami del vecchio Santo Uffizio, bensí re-cidendone la necessità, o il desiderio, dalla mente d'ognuno. Come? Relegandolo, in buona parte, negli antri scuri della ricerca, nel semibuio delle biblioteche comunali (quelle dell'isola sono le meno fruibili d'Italia), nelle polverose sacrestie, nelle fondazioni create ad hoc, nei fatiscenti archivi di stato; cioè museificandolo. Fatti salvi i libri dal rogo, se ne suggerisce, semmai, un utilizzo decorativo. Un cofanetto della Recherche proustiana può diventare un soprammobile; l'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert, ovviare a un vuoto d'arredo; la Treccani, testimoniare uno status. È, dunque, la nemesi delle vuote forme. I tomi a stampa non son piú bottino di sapienza, protesi di memoria, custodi del tempo, ma solo luminarie spente.

Sí, siamo entrati nell'evo delle immagini via etere, delle realtà virtuali, dei computer, e Gutenberg non regna piú nel mondo come una volta; ma nell'isola s'è toccato proprio il fondo. Tutto, infatti, è un cupo, dimorante oltraggio alla ragione: polvere e apatia minano le vecchie e le nuove carte (non è raro che finiscano tra i rifiuti urbani); le poche librerie rimaste, per almeno dieci mesi all'anno, son ferme e mute come cimiteri; nelle scuole si sconsiglia, apertamente, ogni lettura che esuli dai testi comandati (solitamente dozzinali); sontuose biblioteche vanno in rovina portandosi appresso antiche aure francesi; il passato tutto diventa un disvalore. Il fatto poi che anche la Sicilia venga colpita, di riflesso, dal "gusto nazionale" (grazie ai mass media), anche nelle lettere, e che bene assorba il libro del momento, non muta affatto il suo stato di calamità. È solo moda.

 

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