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Serafino Amabile Guastella Le parità e le storie morali dei nostri villani |
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Prefazione Ho tentato desumere gli affetti, le credenze, il senso morale dei villani nostri dai loro apologhi, che intitolano parità, e dalle loro leggende morali, alle quali dànno nome di storie. Lavoro arduo per molte ragioni, e principalmente per la ritrosia dei villani a narrarle: sicchè bisogna coglierle a volo, quando, a documento di qualche azione di morale un po' dubbia, si servono di esse, come gli avvocati si servono dei cavilli. Il lavoro com'era da aspettarsi è riuscito monco e malamente distribuito, perchè nè potei raccogliere quegli apologhi, e quelle leggende che mi sarebbero state necessarie, e perchè delle raccolte molte si riferiscono a un dato sentimento morale, e poche o forse nessuna ad un altro. Comunque si voglia, offro il mio lavoro come scarso materiale a quei valentuomini, che in Italia e fuori Italia si dedicano con forti studi alla psicologia popolare. Agosto 1883 I Non so del resto della Sicilia; ma a lamentarci del villano della nostra antica Contea è proprio un lamentarci della buona misura, come si dice in dialetto. Certo non è più il tipo antico, ma, scaduto com'è, è sempre un bel tipo: laborioso, allegro, motteggevole, rassegnato alla volontà di Dio, dal linguaggio sentenzioso, dalla testa dura e dai garetti di acciaio. Egli è vero che in lui c'è molto dello sbracato, e che, simile al cane dei Casti(*) , è . . . . . Un po' falso, un po' mordace, Un po' avido, un po' vendicativo, ma diamine, chi è senza difetti nel mondo? Una sola cosa per altro è difficile che si perdoni, ed è il duro egoismo in chè s'inguscia dal primo all'ultimo giorno dell'anno: egoismo tenace da cui, come il riccio, solleva il capo nelle occasioni solenni più per l'occhio del mondo che per il risveglio di affetto. Una volta chiesi a un villano: Dimmi un po'; perché sei così duro di cuore? E il villano, guardandomi con un mezzo sorriso canzonatorio, mi rispose con una storia: - Dicono gli antichi (1) che una volta in Roma ardea una fierissima persecuzione contro i cristiani; nè sapean più cosa inventare per istraziarli: li squartavano, li arrostivano, li bollivano nelle caldaie. Le spie e gli sbirri passeggiavano per conoscere chi fosse e chi non fosse cristiano. Certo non lo portavano scritto sulla fronte: Afferràteci, chè siamo cristiani. Ma le cattive genti non mancavano: ed ecco che si presenta il capo sbirro al Re di Roma, e gli disse: Sacra Corona, volete conoscere i seguaci di Gesù Cristo? Fate agguantare tutti quelli che hanno la barba così e così. Allora il Re ordinò che fossero scannati tutti coloro che avean la barba così e così: e ci fu uno scanna scanna, tanto che in un fiat il sangue correa per le vie come un fiume. San Paolo Apostolo si trovava a Roma, ma non sapeva ancora di quell'ordine; nè d'altronde temea per sè stesso, perchè, essendo l'uomo più dotto di tutto il mondo, era amico del Re e di tutta la corte reale. Or dunque essendo intento a leggere e a scrivere vede presentarsegli innanzi due poveri cristiani, tremanti come una foglia, i quali gli dissero: Tu solo puoi salvarci; I birri uccidono tutti quelli che hanno la barba come l'abbiam noi. Tu che sai far di tutto, tu che hai letto ogni libro, è facile che sappi anche radere. Ràdici dunque per l'amore di Gesù Cristo. San Paolo trasse il rasoio e l'arrotò; poi fece la saponata; poi si sedè innanzi allo specchio, e cominciò a menar colpi sulla sua barba. I due poveri cristiani, atterriti e con la morte nell'anima, gli dissero: - Potenza di Dio! Ti radi tu? Ma non sai che siamo inseguiti? Non sai che forse ci han veduto entrare in tua casa? Tu, sei amico del Re, nè potresti avere timore; ma noi saremo squartati. Non hai dunque carità? - La vera carità comincia da noi, rispose l'Apostolo. Egli è vero che sono amico del Re, ma alle volte… Chi sa! È meglio che mi metta in sicuro. Se poi resterà tempo, e non sarete scannati, raderò anche voi. Fortuna volle che San Paolo avesse il tempo di radere anche gli altri due, perché da lì a poco vennero gli sbirri, e, vedendoli senza barba, se ne tornarono col pugno pieno di mosche. E da quì nacque il proverbio: San Paolo prima rase la barba sua, e poi quella degli altri.(2) Or dunque, soggiunse il villano, l'ha intesa la storia di San Paolo? Se non mi amo io stesso, chi diavolo si prenderà fastidio di me? Non lo sa che il povero è fuggito come la peste? Nè per questo intendo dire che il nostro villano sia invincibilmente duro di cuore. Oh questo, no! ma gli affetti suoi, oltrecchè brevissimi di durata, son così lisci, che ti scivolano fra le mani; e dopo quegl'impeti momentanei si rannicchia con una specie di abitudine nell'esclusivo amor di sè stesso, e l'assapora e lo va dirigendo a bell'agio. E in virtù appunto di pensare unicamente e intensamente alla sua persona; sa a tempo e a luogo scavar fuori una certa moralità capziosa, sottile, piena di ripieghi e sottintesi, capace di dare i punti ai più cavillosi casisti. Ed è bello vedere il fine sorriso degli occhi, con chè sembra far la chiosa alle sue sentenze, profferite con la voluttuosa lentezza di chi succia una caramella. Del resto, si sa, il villano non ama i lunghi ragionamenti, ma concentra tutta quanta la sua dottrina in un proverbio, o in un apologo, ch'egli intitola parità, o in qualche bizzarra leggenda, o in qualche bizzarra leggenda, da lui chiamata storia, tanto più creduta quanto più inverosimile. Ed anzi nei casi dubbi è la storia quella che preferisce, perchè la tiene in conto di verità a ventiquattro carati, laddove alla parità, considerata come fatto realmente avvenuto, non ci crede per nulla, ma crede alla moralità che racchiude, e la stima lo stillato dell'antica sapienza. Da quali fonti il popolo abbia tratte quelle parità e quelle storie sarebbe difficile investigare; ma sembra che talune di esse derivio dal mondo orientale, come lo dimostrano certi speciali caratteri, e certi non accidentali confronti; e che altre abbiano un'origine relativamente moderna; ma sì le prime che le seconde a poco a poco sono state ritagliate o accresciute per successive evoluzioni conformandosi all'indole, agli affetti e alle nuove credenze del popolo. Il nostro villano si consola della sua povertà con l'esempio di Gesù Cristo; e anzi crede col suo grosso buon senso, che se tutti quanti fossimo ricchi, addio fave! Il mondo non potrebbe sussistere. Oh se lo crede! Ma crede eziandio che codesta divisione di chi ha tutto, e di chi non ha nulla sia una birbonata solenne. Del resto un certo equilibrio ce lo trova anche lui, perchè il ricco ha centomila malanni: ha i reumi e la gotta e la calvizie e la vista debole e le indigestioni e i denti cariati, e non so quante altre diavolerie; ed egli al vento, alla neve, al sollione, alla pioggia è sempre vegeto e sano. Il ricco ha un'infinità di grattacapi, ed egli è senza pensieri, o ha quel solo di frodare meglio i padroni. Spesse volte il ricco lo tratta senza carità, e gli dà in faccia del ladro, del tanghero, dell'animale; ed egli allora ama ripetere i versi di una canzone: Adamu fu lu zuccu, e nui li rami, La vera nubirtà su' li custumi, e li ripete per tacciar d'ingiusta la disuguaglianza sociale tra i figli di un medesimo padre; ma poi, per reazione di orgoglio, stimandosi più utile e più morale del ricco, dà a sè stesso il titolo di figlio di Dio, e al potente quello di figlio del diavolo. Quando Domineddio pensò di crear l'uomo, mi raccontava una volta un vecchio castaldo di mai famiglia,(3) avea fatto due modelli, ed era incerto quale preferirebbe dei due. L'uno era di creta finissima, inverniciato e dorato, una meraviglia a vedersi; e l'altro di creta rustica, fatto come vien viene e in fretta. Ma siccome tra creatura e creatura non manca mai l'equilibrio, alla bella statua invece di cervello Dio aveva posto un diamante, e in luogo di cuore uno scabro pezzo di ferro; laddove nella brutta invece di midolla ci era un tappo di sughero, e una palla d'oro per cuore. Poscia, pensandoci meglio, Dio lasciò da parte la sua statua bellissima, e diede vita a quell'altra. Lucifero, eterno nostro nemico, passando un giorno pel paradiso terrestre, vide la statua abbandonata, e, per far dispetto a Domineddio, si chinò e le soffiò in bocca la vita. Ebbene: noi berretti, soggiunse con un fine sorriso il castaldo, discendiamo dalla creta rustica animata da Dio, e voi altri cappelli dalla creta finissima animata dal diavolo; ed è per questo che siete dotti, ma senza timore di Dio, e senza pietà per le miserie del povero. Che il diavolo perciò voglia aiutare i ricchi è cosa che va pe' suoi piedi; e il villano non se ne lamenta. Ha però la suprema consolazione di dire: Ci rivedremo nella valle di Giosafatte. E allora!… Dissi che il villano non ha passioni, o le ha di breve durata: e dissi male, perchè ha un odio profondo pel birro, e un vivo e costante affetto per l'asino. Posto al bivio di scegliere fra la morte della moglie o del ciuco, non starebbe in forse un momento. Un'altra donna è fresca, come cinicamente si esprime; ma, invece, a comprare un altr'asino s'impantanerebbe nei debiti, e a trarsene fuori ci vorrebbe l'aiuto di Dio. Ora, in argomento sì vivo, e che ha tanta parte nella vita di lui, la parità non potea certo mancare; e non manca di fatti: ed anzi è delle più belle e delle meglio scolpite. Un giorno il Signore Dio benedetto, infastidito dai tanti lamenti degli uomini, volle fare la distribuzione dei beni e dei mali, in modo che a ciascun ceto toccasser degli uni e degli altri. I primi ad accorrere furono i cavalieri,(4) i quali, non trovando lotta od ostacolo, si acciuffarono le ricchezze, le terre, le onorificenze e tutti i divertimenti di questo mondo; ma non poterono acciuffar la salute, che fuggì via spaventata. In secondo luogo vennero i preti e i monaci, i quali dissero al Signore: O Signore, noi ci contentiamo dei soli beni del paradiso; ma poi, pensandoci meglio, si accorsero che coi beni del paradiso non billisce la pentola; sicchè spazzaron via quel tanto, che fu dimenticato dai cavalieri. E anch'essi ebbero la quota dei mali, e fu il rinunziare alla donna. I monaci e i preti, a dir vero, non restarono rassegnati a quella privazione; e dissero e fecero e tempestarono, ma Domineddio fu ostinato: e volle anzi che portassero la gonnella, per significare che le donne dovessero riguardarle come sorelle, non come mariti od amanti. Ultimi e senza fretta giunsero finalmente i villani, i quali trovarono il campo delle distribuzioni nudo come un ginocchio, all'infuori del ciuco che pascolava lì presso. - E noi, o Signore, chè cosa faremo? dissero a Domineddio. Eravamo poveri, e ora lo saremo sette tanti di più. - Chi non si affretta non mangia, rispose il Signore. Perchè siete venuti sì tardi? Ora il solo bene che vi resta è codesto. E così dicendo additò l'asino, che ragliava e sgambettava per la campagna. - E il nostro male, o Signore? - I vostri mali son molti, ma il principale è lo sbirro.(5) Difatti l'asino è il compagno, l'amico, direi quasi, il solo parente del contadino. Lo cura, lo netta, gli lava gli occhi cisposi, bada che il basto non gli punga le schiene. Ogni notte si alza tre o quattro volte dal letto, e con amorosa insisstenza osserva se manchi di paglia, se sia sdraiato, se per caso la cavezza gli si attortigli alla strozza. Nel giorno di San Vito fa benedirlo dal prete, perchè il Santo lo preservi dai morsi dei cani idrofobi, e fa benedirlo nel giorno di San Silvestro, perché il glorioso pontefice lo difenda dai lupi. I figli spesso strillan per fame, ma all'asino non manca mai il manipoletto del fieno, o un pugno d'orzo, o se non altro la paglia. E quando la povera bestia non fiuta più il cibo, e tien pensoloni le orecchie, e le sbattono i fianchi come mantici da fucina, oh allora è pietosa scena a vedere con quanta angosciosa sollecitudine il contadino lo vegli, il curi, gli lisci il pelo, gli somministri rimedi. Egli che per le malattie della famiglia non spenderebbe un centesimo, per la guarigione dell'asino darebbe un occhio del capo. Del resto il nostro villano ama l'asino, ma non questo o quell'altro, perchè è pronto sempre a cambiarlo, spesso per necessità di averne uno di minor pregio, più spesso per desiderio di averne uno più giovane, o più robusto, o con minori vizi del suo. Di cambio in cambio, e di disgrazia in disgrazia, qualche volta si riduce a possederne qualcuno, che, a scannarlo pel solo cuoio, sarebbe un atto di previdenza; ma il villano non si smarrisce di animo, e aspetta con ansietà la fiera di Palazzolo. Or per San Lorenzo, chi nol sappia, c'è in Palazzolo una delle più grosse fiere dell'isola nostra; ma, terminata la vera, ne sorge un'altra quasi da burla, instituita pel cambio degli asini malandati: specialità che in dialetto è significata con le parole di cànciu a la curcata, o cànciu ri Palazzuolu. La sera del nove agosto, vigilia di San Lorenzo, in un campo predisegnato va dunque a ridursi la strana processione degli asini da scarto, tratti a furia di stenti da questo o da quell'altro comune vicino. Potenza divina! A niuno verrebbe in testa che quelle povere bestie fossero sottoposte a tanta infinità di malanni. Bisogna vederle per crederlo. Ce n'è di ogni sorta: asini senza coda, o senza orecchie, o senza pelo, o con radi brani di pelle come neri scogli in un mare rossiccio; e ne n'è dei zoppi e dei ciechi e dei rognosi, e dei rattratti, e degli accartocciati come pergamene, e degli spolpati come periodettidel Rubbi, e dei gonfi come metafore del Guerrazzi; e ce n'è di quelli che hanno o nelle schiene, o nella groppa, o in una coscia di tali orribili buchi da entrarci agevolmente una mano; e di quelli con una sola occhiaia; e di quelli rosicchiati dai vermi; e di quelli che di quattro hanno tre piedi soltanto; e di quelli che hanno una sola metà del deretano, perché l'altra metà è stata mangiata dai lupi; e ce n'è dei vecchi, e degli stravecchi, specie di Matusalemmi asinini, che più non han forza di ragliare o di fiutare l'orina. E tutti quanti, senza eccezione alcuna, solcati da orrendi guidaleschi, che mettono a nudo la carne illividita o marciosa. Gli asini, appena arrivati in quel campo, guardan malinconicamente la terra, e vi si sdraian sfiniti, perchè, per Santa Nifissa! è stata una mezza fatica di Ercole l'averli menati fin lì. E allora i proprietari di essi, prendono i capestri, e li buttano e li rimescolano tutti quanti in un mucchio. Ora il cambio degli asini si reca ad effetto appunto col rimescolamento di quei capestri. Allo schiarire del giorno l'un dopo l'altro ciascuno di quei villani piglia un capestro nel mucchio: il primo, che gli venga alle mani; e con quell'atto acquista legalmente la proprietà dell'asino sconosciuto, al quale appartiene il capestro preso a casaccio. Le recriminazioni, le bestemmie, l ingiurie son tali che la parola non ha potenza di riprodurre; ma i lamenti non approdano a nulla, dacchè la consuetudine della fiera non ammetta pentimento od appello.(6) II Dopo l'asino, ma molti gradini in giù, e quando non abbia altro da fare, il villano ama anche la moglie: ma l'ama di quell'amore comodo e senza grattacapi, come si ama il gattino natoci in casa, o il rosaio che abbiam piantato in un testo: un po' per abitudine, un po' per bisogno. Quando ei prende moglie è stimolato dal bruciore del sangue, ma a cento doppi dal desiderio di metter casa anche lui; e per metter casa l'amore e la bellezza ci sono per un dippiù, ma la chiave dell'edifizio è la dote. Nè crediate ch'ei resti freddo all'aspetto della bellezza, e non la desideri nella moglie. Tutt'altro!… Difatti uno dei suoi canti, anzi uno dei più ripetuti, lo dice a lettere di scatola: Lu sàbbatu si ciama allèria cori: Miatu cu' l'ha bedda la muggèri! E cu l'ha brutta ci scura lu cori, Cci rispiàci lu sàbbatu ca veni. La bellezza che vagheggia il villano è per altro un po' diversa da quella che vagheggiamo io e voi, miei lettori: perocchè, a somiglianza dei cinesi, ei la ripone nell'adipe, nelle schiene robuste, nelle tinte calde, e anzi tutto i quei seni voluminosi, che sembrano scoppiare sotto il busto, e prender di assalto le ascelle. A dir breve, ei preferisce quei fardelli di carne, che in dialetto denominiamo sciacquate, parola intraducibile, atta a significare la ricca procacità delle curve, la rigogliosa salute e la nettezza della persona. All'opposto le gracili, le delicate, le bionde, quelle che nel suo gergo denomina pale di baccalà, quando anche fossero belle come Madonnine del Cinquecento, oh quelle lì son merce da cavalieri, nè gli riscaldano il sangue. Chè diavolo dovrebbe farsene di quelle pupattole, che gli si rompono fra le mani? Pel villano la moglie all'occorrenza dovrà far le veci dell'asino; dovrà portar sulle spalle il sacco di grano, e le fascine di legna. E poi… sarà una buaggine, ma ei la crede come il Vangelo. Dio lo perdoni! Ei crede che le sciacquate nove volte su dieci riescan fedeli al marito, laddove le pale!… Non pertanto posto al bivio tra la magra che gli reca un dippiù di biancherie o di stoviglie, e la grassa che glie ne reca di meno, il villano, con dispiacere sì e di malgarbo, preferisce sempre la prima. In tavola ci vuol pane e coltello, dice nel suo proverbio; e dice benissimo, perchè nei matrimoni bisogna pensare anche ai figli. Una volta un povero topolino stava per essere acchiappato da un gatto, e mandava guaiti sì mesti, sì lamentevoli, che spezzavano il cuore. Un villanello, che stava lì presso a zappare, sente quei gridi, ne ha compassione, e con un ciottolo volge in fuga il gattaccio. L'indomani mentre il villanello era occupato a sputarsi le mani per ripigliare il lavoro, vede presentarglisi una Signora, vestita come una regina, e bella come un raggio di sole. Lo salutò per nome, e gli disse: - Io sono il topolino, che tu salvasti dal gatto. Dimmi chè cosa brami, perchè sono una Fata; ma sappi che una sola grazia io posso concederti. - E a me basta una sola, rispose il villano; L'unica cosa che desidero è di menare a moglie la donna più bella che ci sia in questo mondo. La Fata torse il muso, poi si trasse da petto un ritrattino: - Vien quì, figliol mio. Ti piacerebbe codesta? - Oh Dio! com'è bella!… Chè capelli! Che labbra! Questa, questa sola desidero. La Fata trasse dal seno un altro ritratto: - Vien qui, figliol mio, e dimmi cosa ti sembra di questa? - Questa? questa è più brutta del peccato mortale. - Ebbene, figliol mio, replicò la Fata, questa donna che ti è sembrata sì brutta è quella stessa che ti è sembrata sì bella. Ora ha sedici anni: da quì ad altri venti diverrà come quella; si ridurrà calva, sdentata, rugosa, e ingiallita come una mela posta a disseccare. Bada a te, perché non posso concederti più di una grazia. Scegli piuttosto una moglie ricca, che una moglie bella: a quarant'anni ed anche prima dei quarant'anni, le brutte e le belle parranno una sola cosa, ma il denaro non scaderà di pregio giammai.(1) Non ho trovato sul mtrimonio che questa parità sola; ma ci è una sfilza di proverbi ingiuriosi, e di frasi canagliesche contro la povera donna. Essa è toppa, è sacco, è mulino in cui moliscono tutti; è fontana in cui si dissetano anche i porci; è cagna che alza sempre la coda, e via di questo andare feccioso:(2) e ne sa più del diavolo, e sembra sorella della pigrizia, e ha la testa dura come un macigno.(3) La sua pietà religiosa è pretesto per andare da mane a sera, divozione di calcagna, come diciamo con una frase vivissima; nè trovano compassione gl'ineffabili dolori del parto, perchè la donna tra l'impastare il pane e il figliare, terrebbe per minor fastidio il figliare.(4) In argomento sì vivo le leggende son copiosissime, ma tutte quante sì oscene da infangarvisi a ogni tratto. Non pertanto ne scelgo una delle più comuni in Sicilia, ingegnandomi di fare come si fa nel ballo dell'ova, cioè di muovere il piede in modo di non ischiacciarne qualcuno. San Silvestro aveva una sorella: un vero cancro, una vera fogna di vizii; una di quelle donnacce che volgono in beffa i sette Sacramenti, e accarezzano i sette peccati mortali. Nè eran valse ammonizioni e minacce, nè valso il timor dell'inferno, nè le sante prediche del pontefice. San Silvestro, che per ostinazione non la cedeva a uno svizzero, volendo finirla una volta per sempre, un giorno senza molti preamboli le avvince le ginocchia con una pastoia di ferro, e le dice: Vediamo, se ancora avrai grilli pel capo! Ma i grilli non li dimise, nè la pastoia fu rimedio. Il papa si incaponì maggiormente: e un bel giorno la chiuse in una stanzina, e le murò porta e finestra, tranne un angusto foro, donde le veniva sporto il cibo della giornata: eppure per quel foro l'incontinenza entrava ed usciva come una gattina di casa. Il povero papa si morse un dito, e sclamò: Ah, se non fossi papa!… Come vorrei strozzarla di cuore!… Ma non perciò volle dargliela vinta, e, dopo avere escogitato un mezzo migliaio di rimedi si attenne a quello eretico di caricarsela su le spalle giorno per giorno, e aggirarsi per le campagne deserte, dove non comparisse vestigio di uomo. E nondimeno una volta… e su le stesse spalle del Santo… e senza ch'egli se ne accorgesse!…(5) Eppure è una crudele ingiustizia lo svillaneggiare in tal modo la donna del contadino. È lei la vera martire della famiglia; è lei che va al mulino col sacco sulle spalle; è lei che porta l'acqua dalla fontana con la brocca sul capo; è lei, che in su la notte, munita di un lanternino, va a lavare i poveri cenci: e vi si reca di notte, perchè le lavandaie di mestiere, durante il giorno, non le cederebbero il posto; è lei che dall'alba a sera tarda, o inferma, o incinta, o affamata, si sciupa gli occhi a rattoppare gli stracci, che l si sfilacciano fra le mani; a riammagliare le calze sparse di buche; a rassettare i bambini; a mangiarsi il cervello per trovar modo di comprare il sapone per la mutanda (6) del marito, o di rifornire con una nuova la pentola che non trattiene un gocciol di acqua, o di racconciare la vecchia cassa rosicchiata dai sorci, giacchè è Lei che deve pensare a tutto, dall'acqua al sale, come dice ella stessa. Col salario settimanale del marito essa compra il frumento, lo molisce, lo impasta, e di quei cinque o sei grossi pani ne lascia uno solo per la famiglia, sia anche una vera nidiata. E allora, non dico per saziare quella nidiata di bimbi, ma perchè non le periscan d'inedia, essa si reca in campagna a raccoglier lumache, o erbe mangerecce, e parte ne vende, parte le mette a bollire: o compra un po' di quei cibi, che son la provvidenza del povero: i lupini, le carrubbe, i fichi d'india, le pastinache, secondo la propria stagione. Nè sta in ozio un momento: ma fila, o annaspa, o tesse, o fa calze, o va a giornata per raccoglier magliuoli, o per isgusciar fave, o per nettare frumento, o per vagliare farina. Finchè dura la messe spigola dietro il marito, e guadagna più del marito; nelle raccolte dell'olio, del cotone, de le carrubbe si rimpannuccia, compra canape per la tela, o qualche gingillo di oro, che impegnerà nei bisogni. Da Giugno a Natale su per giù la providenza non manca; ma dopo Natale il freddo e la fame, dice il proverbio. E il freddo e la fame non si fan mica aspettare, ma picchiano inesorabilmente all'uscio del povero, specie negli anni di carestia, e in quei terribili mesi, che il contadino denomina mesi grandi, perchè gli stenti della famiglia fanno sembrarli interminabili:(7) mesi, in chè si è dato fondo alle magre provviste; e il frumento e le fave son cresciuti di prezzo; e il lavoro è divenuto scarso, o è mal retribuito, e spesso è interrotto dalle intemperie. Oh in quei mesi grandi! È l'agonia che sta fra le nude pareti. Cinque o sei bimbi scalzi, laceri, mezzo nudi, con le carni color rosso ruggine, con le faccine gialle e infossate, avvolti entro un putido e grasso vortice di fumo, tossono orribilmente e strillano dalla fame, mentre la madre livida, scarna affamata, con gli occhi gonfi dal fumo si ammazza a soffiare sui tizzoni verdi per destarne la fiamma. A quei gridi acuti dei figli, a quel pianto che non ha, nè può avere conforto, essa dà in un tremito con sembianze scomposte, e cerca racquetarli con le promesse, colle minacce, e coi calci. E si racquetan davvero per un momento, ma da lì a poco incominciano a cacciar stridi più spaventevoli, e ad avvoltolarsi rabbiosi sul pavimento ghiacciato. L'infelice donna esce a furia da casa, e cerca avere a credito un pane, un pugno di fave, qualsiasi cosa che possa mettersi in bocca dei bimbi; ma, oh, quante volte ritorna con le mani vuote e la disperazione nel cuore! E non potendo più reggere a quei strilli, a quella fame, a quella fiera agonia si avvinghia le mani alle fauci, e grida con voce rauca dalla rabbia: - O Cristo di misericordia!… Son forse io sola la peccatrice nel mondo?… Sono stata la sola a configgervi i piedi? Perché siete senza pietà? Ne muoion tanti, e questi soli non muoiono!… Per questi soli non c'è nè angina, nè colera, nè vaiuolo, nè il diavolo che se li pigli! Sia maledetta chi si marita! Il padre in campagna, che mangia e beve e sta in pace… e io qui… in questo inferno! Ed esce di nuovo, e fa… di tutto perchè ritorni col pane. III Le malattie bazzicano poco col villano dacchè forse incontrino viva resistenza nella scabra pelle, nelle ossa durissime, nello spietato egoismo, e anzitutto nella temperanza di lui. Se non fosse pel mal di punta o per la malaria, soprattutto per la malaria, il villano camperebbe cento anni: ma la malaria, una volta entratagli nel corpo, non ne esce, o finge di uscirne, e va e viene senza cerimonie come un amico di casa. Non è rado però che qualche altra malattia colga l'occasione d'introdurvisi di straforo. Il villano nei primi giorni non se ne dà per inteso, e la crede una tristurazza, parola che non denota nulla di preciso, ma può denotare una infinità di cose, e sopratutto un mal essere indeterminato; ma, col non darsene per inteso, nove volte su dieci si riduce a tale, che rade volte la scampa, e io stesso ne ho veduto morire qualcuno sull'asino, che lo trasportava da villa. Siamo ai primi di aprile. La gnora Concetta, massaccia di carne, con le setole nel mento, in sull'uscio di casa è intenta a far quattro chiacchiere con le vicine: ed ecco che una voce stridula le grida da un rialto della via: - Gna Cuncè, affrettatevi: mettete le lenzuola nel letto, che vostro marito lo stan portando ammalato. La misera sente cascarsi le braccia, prega una vicina, che le rifaccia il letto, e, schiamazzando e graffiandosi, e accomapagnata da una processione di vicine curiose, corre incontro la marito. E lo vede venire curvo sull'asino, avvoltolato entro la giucca,(1) in compagnia di un altro villano, che lo sostiene perchè non istramazzi; e, appena vedutolo, grida come una energumena: - Massa Bla', Massa Bla', chè cosa è stato? Che cosa vi sentite? Parlate; non mi fate morire. Ed in vece di massar Biagio, che non può aprire la bocca, risponde l'altro villano: - Niente, niente: non v'impaurite; non gridate come una gazza. È una tristurazza. Dategli il sale inglese, e domani starà meglio di noi. Vien chiamato il medico; ma in fatto di medicina la villana ha idee preconcette, che si accordan pochissimo con la scienza. Anzi tutto ammette la dieta, e crede che il vero farmaco sia da ricercarsi in quelle voglie insistenti del malato, derivate dall'istinto della conservazione. Nè forse ha torto del tutto; ma ne esagera la virtù in siffatta guisa, che se l'ammalato, per un supposto, avesse desiderio di una fetta di polipo, glielo darebbe senza uno scrupolo al mondo. Or dunque la villana chiama il medico per l'occhio del mondo; ma la vera, la viva fede l'ha nelle dottoresse del proprio ceto, le quali, al letto dell'ammalato, assumono il sussiego scientifico, e, dirò anzi, la sollennità pedagogica degli antichi dottori di Salamanca, descrittici dal Lesage. Il pover massar Biagio giaceva da otto giorni, infermo; il medico andava e veniva, e nondimeno si era sempre al principio: nè si cantava, nè si sonava, come si dice in dialetto. La povera moglie non sapea più a qual santo votarsi. Avea accesa la lampada all'EcceHomodi Spaccaforno, avea promessi i pendenti alla Addolorata di Modica, e le trecce a San Sebastiano di Melilli, da recargliele a piedi scalzi; e aveva fatto voto di fare il trapasso (2) per la vigilia di San Giovanni, e di far celebrare una messa in suffragio delle anime sante del Purgatorio; ma, a farlo apposta, nè l'Ecce-Homo, nè la Madonna, nè i Santi, nè le anime benedette sembrava volessero accettarne le offerte. Or dunque mentre la povera gnora Concetta piangeva in silenzio, e cacciava le mosche dalla faccia dell'ammalato, ecco che, come il Deus ex machina giunge improvvisamente la zia Sara. Conoscete la zia Sara? È un portento, è un oracolo, a detta del volgo. Oh, come è vero Dio, se avesse appreso a leggere!... La zia Sara si accosta al letto, guarda lungamente l'infermo, ne tocca i polsi, ne osserva le orine, e torce il muso in aria significativa. Poscia domanda: - Che cosa gli ha ordinato il dottore? - Bicchieri, risponde mestamente la gna Cuncè, facendo uso di quella figura comune del contenente pel contenuto. Eccolo qui: lo speziale me l'ha fatto pagare ventidue soldi. La zia Sara, l'osserva, l'agita, l'odora; poi le dice con accento di convinzione profonda: - Il medico ve l'ammazza. E voi non gli date nulla?... - Qualche mezzo biscotto, all'insaputa del medico, perchè dice che il cibo gli sarebbe veleno. La zia Sara risponde in tuono dottorale: - I medici, che prescrivon la dieta ai villani, dovrebbero esser legati alla mangiatoia. Sappiate che tutte le malattie del ceto nostro derivano dal difetto di cibi sostanziosi. Sentite che voglio contarvi una parità. Quando il Signore cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, essi si ricoverarono in una misera grotta, si vestiron di foglie di fico, e, come Dio volle, da mattina a sera a lavorare la terra. Un giorno la povera Eva ammalata, tremante di freddo, corcata sopra uno strame di erbe, si pose a piangere tanto, che gli occhi le avea disseccati. Il Signore, che è sempre padre di misericordia, ebbe compassione di Lei, e le mandò l'Angelo Gabriele, il quale le disse così: Eva, non pianger più, chè a te mi manda il Signore. Prendi questo cassettino, dove stanno racchiusi i rimedi per tutte le malattie; ma bada di non aprirlo, perchè i rimedi volerebbero, nè potresti più riafferrarli. Soltanto quando tu o Adamo o i tuoi figli giacerete infermi, t'inginocchierai pregando Dio benedetto di darti il rimedio; e il rimedio uscirà dal cassetto senza bisogno di aprirlo. Eva, appena sparito l'arcangelo, s'inginocchiò e pregò Dio del rimedio; ed ecco dal cassettino esce un piccione. Gli tirò il collo, e fece un brodo che la tornò da morte a vita. L'indomani e gli altri giorni consecutivi, Eva inginocchiata e piangente pregò Dio per la medicina opportuna, e volta per volta uscì un piccione dal cassettino. E la stessa cosa avvenne nelle malattie di Adamo e dei figli. Un giorno però Caino ed Abele, giocando fra loro, aprirono il cassettino, e tutti i rimedi volaron via come i passeri all'approssimarsi del nibbio. Eva fe' salti da pazza per afferrarli, ma non afferrò che un piccione, il quale era sul punto di volare. - Non ti affliggere, disse Adamo. Il Signore non vorrà punirci di una colpa non nostra; e forse volle significarci che l'unico rimedio per ogni malattia, è il brodo di piccione.(3) Codesta parità, la quale, come ognun vede, è una variante del vaso di Pandora, fu condensata dai nostri villici in un distico, che suona così: A lu malatu vroru ri picciuni, Ca all'omu sanu ci abbasta lu pani. - Via, massa Bla', state allegro, gli dice la zia Sara, nè v'inghiottite tutte le fandonie dei medici. La vostra malattia l'ebbi anch'io, mentre ero zitella; e se obbediva al medico, burr!... i vermi mi avrebbero fatta la festa. Figuratevi, massar Biagio mio; la fame mi mangiava viva, e il medico non sapeva e non voleva somministrarmi che acqua di altea, o acqua di gramigna a mia scelta, e andava ripetendo a mia madre: Dieta! dieta! ola figlia via muore. La dieta è forse buona pei ricchi, ma venircela a predicare a noi, che litighiamo sempre con la fame!... Basta: dopo nove giorni mi sentivo sfinita; avrei dato un occhio del capo per un morso di pane, ma il medico sempre duro: Dieta e bicchieri! Or, non potendone più, dissi a mia sorella: Senti, Vicè, se mi dai qualche cosa da mettermi in bocca, ti do l'anello che ho in dito. E Vincenza, colta l'occasione che mia madre era a sentir la messa di mezzogiorno, mi diede un bel piattello di fave coi cavolie le cipolle. Le divorai, e volli anche due dita di vino. Massar Biagio mio, ve lo giuro sull'ostia consacrata, sentii ristorarmi tutta, tanto che sarei potuta alzarmi dal letto. La sera al solito venne il medico, e, tastandomi il polso, mi disse: Sta allegra, Saridda, che la febbre è scemata. Non potrei dargliela una briciola di berlingozzo? gli chiese mia madre. Se la volete al camposanto, dategliela pure, rispose il medico, agro come un limone. Mia madre, che aveva di già saputo il contrabbando delle fave, la sera tirò il collo a un galleto, e vi so dir io che sentivo ritornar la salute a misura che me lo spolpava. Me ne mangiai il petto ed il collo; e il resto la dimane prima della visita del dottore, e ci bevvi di sopra, e ci dormii un paio di ore. Quando venne il medico trovò che la febbre se ne era andata: e allora, rivolgendosi a mia madre, le disse in aria di trionfo: Gna Venturina, se avessi ceduto alle vostre stolide preghiere di darle il briciolo del biscotto, il frammento del berlingozzo, la fettina della mela, a quest'ora non sareste vestita di nero?... Mia madre, che non era dolce di groppa, ad udir questo sproposito rinnegò la pazienza. - Sì, sì, gli rispose, rallegratevene pure con la vostra dieta! Senza le fave e il galletto a quest'ora Saridda sarebbe in mano ai becchini. Il medico, rosso come una cresta di gallo, ci svillaneggiò in modo feroce, e l'indomani istesso citò mia madre a pagargli le visite. - Dunque, za Sara, che cosa prescrivete per l'ammalato? - Scannate un galletto o un piccione, e dopo il primo bollore pestatelo in un mortaio; poi riponetelo nella pentola con un po' di cannella, e uno spizzico di noce moscata; e dopo che l'avrete mangiato, mi saprete dire, massar Biagio, se starete meglio di noi. - Za Sara, sclamò l'infermo con impeto di tenerezza, accostate la faccia, che voglio baciarvi di cuore. - Però il cibo solo non basta. La febbre dovrà uscire dal corpo a via di fregagioni. Pestate un po' di lumache e di nipitella, aspergetele di olio e di pepe, e fregatene tutte le giunture... E domani me ne darete poi la risposta. E la gnora Concetta che ha una fede vivissima nella scienza della zia Sara, dà il galletto all'infermo, e gli strofina le articolazioni; ma per iscrupolo di coscienza gli fa ingolare anche i bicchieri del medico, dicendo: - Chi sa!... alle volte!... anche il medico dovrebbe saperne! Non pertanto passa l'indomani, passa l'altro giorno, ne passano altri tre, e la febbre non vuol andar via nè con le fregagioni, nè coi galletti. La zia Provvidenza, che è una cugina dell'ammalato, scuote la testa, e borbotta fra i denti: La zia Sara fa la pariglia col medico! Facciamo come vogliono: me ne lavo le mani... Muoia o campi, me ne lavo le mani!... - Ma chè cosa vorresti dargli?... prorompe la gnora Concetta... Borbottate fra i denti, scotete la testa, e poi non volete dare il vostro parere. Via, sentiamo; non state sui puntigli; chè colpa ci ho io, se la zia Sara fu chiamata prima di voi? - La malattia del cugino è febre biliosa, risponde la zia Provvidenza. Guardategli il bianco degli occhi, e le pinne delle narici. Lo vedrebbero anche i ciechi... Perchè non gli avete recitata l'orazione del Re Costantino?... - E voi la sapete? - Se la so! Ne ho guariti centinaia con quell'orazione! ma non basta: bisogna ad ogni due ore che prenda un cucchiaio di decotto: nipitella e foglie di nespolo, dolcificati col mosto cotto. - Foglie di nespolo?... ma non ho inteso mai servano come rimedio. La zia Provvidenza punta dal dubbio risponde in tuono di pitonessa: - La sapete la parità delle piante? - Non l'ho intesa mai. - E in questo caso, cugina mia, non aprite scioccamente la bocca. Una volta adunque tutte le piante e l'erbe, che ci sono nel mondo si lamentarono col Signore, e gli dissero: Signore Iddio, Voi a ciascuna di noi avete data una speciale virtù, e non pertanto è rimasta, e rimarrà sconosciuta. Ci duole il cuore a veder morire tanta povera gente, quando con le virtù che avete dato, ci sarebbe agevol cosa salvarle. Perchè, o Signore Iddio, volete che gli uomini ci conoscano per le foglie, anzicchè pei pregi nostri? E il Signore rispose: Sapete perchè? Perchè gli uomini gurarirebber tutti, e si mangerebber fra loro. Ma non voglio lasciarvi scontente del tutto, e di tanto in tanto darò alla donna il dono di scoprire la virtù di qualcuna di voi: ma perchè non ne invanisca avrà la disgrazia di non esser creduta. Favola significativa.(4) Ed ora avete capito?..(.5) A malgrado l'orazione di Re Costantino,(6) a malgrado il decotto di foglie di nespolo della zia Provvidenza, e a malgrado i galletti e le fregagioni della zia Sara, e, bisogna esser giusti, a malgrado i bicchieri del medico, il malato non migliorava: sicchè le vicine cominciavano a torcere il muso in segno di malaugurio, e le due medichesse medesime a veder buio pesto. L'indebito prolungamento della malattia cominciò a destare il dubbio in qualche vicina che potesse esser l'effetto di un sortilegio: e codesto dubbio trovò due fiere sostenitrici nelle due medichesse, le quali videro in quella credenza l'ancora di salvezza della loro riputazione. Ma in questo caso, si sa, ci vuole una specialista: e come specialista, chi potrebbe lottare con la Stefanù, la quale, com'è vero che dobbiamo morire, non ha l'eguale in Sicilia nello scoprire e nel distruggere i sortilegi? La Stefanù, che vien chiamata in fretta e furia, guarda un momento l'infermo, lo fissa nelle pupille come se volesse magnetizzarlo, poi dice: È fattura: non ci è da ribattere; è chiara come questo raggio di sole; e mi meraviglio che voi, za Sara, e voi za Pruviriè, che in fatto di medicina non avete le pari, non ve ne siate accorte al primo momento. Gna Cuncè mia, non gridate, chè ora ho bisogno di calma; ma, santa morte! non gridate, che non potrei far nulla. Za Sara, porgetemi l'arcolaio. La Stefanù congegna una crocina di canna in uno dei corni dell'arcolaio; prende due foglioline di valeriana e le mette sul capezzale; immerge un pugno di sale entro una brocca di acqua, e ne sparge le pareti ed il pavimento. - Voi dite che è una fattura davvero? grida la gnora Concetta. E perchè sopra mio marito? E perchè Dio permette che le streghe maledette abbiano un siffatto potere? - Gna Pruviriè, datemi l'agoraio. Perchè Dio lo permette? In questo potrò appagarvi, specie che potrò parlare e operare contemporaneamente. Or dovete dunque sapere che un giorno Lucifero (sia meledetto in eterno!) trovandosi nelle campagne di Spaccaforno afferrò una capra - Datemi un momento le forbici - afferrò una capra e la rese pregna. Venuto il tempo del parto, la capra, invece di partorire uno o due capretti, diede alla luce una bambina siffattamente mostruosa, che si cadea tramortiti al vederla. Figuratevi: ogni capello era un serpente... Gna Cuncè, mettete un altro guanciale sotto il capo dell'ammalato... Come dunque dicevo, ogni capello era un serpente che si rizzava e fischiava; e gli occhi pareano due candele accese, e accecavano al solo fissarle. La partorì sotto un albero di noce, e Lucifero le legò l'ombelico con refe rosso... A proposito di refe rosso, datemene un'agugliata... le legò l'ombelico con refe rosso, e quel tanto che recise dell'ombelico l'infilzò tuto di aghi e di spilli. Poscia, baciandola in volto, le disse: Tu sei la vera mia figlia... - Gna Cuncè, avete una noce? - e io vo' dotarti delle mie sette virtù. E quali sono codeste virtù? interrogò la bambina, che cominciò a parlare fin dal primo momento. Lu suli ccu la luna po' aggrissari, Iri ppi l'aria comu va lu vientu, Mmienzu li porti ciusi trapassari, L'uomu cciù forti addivintari lientu, L'amici stritti falli cutiddiari, Mariti e moggi sciarri ogni mumientu. Uomini e donni po' fari ciuncàri, Duluri fuorti, e non aviri abbientu. - E quando sarò morta, chi terrà le mie veci? - Le terrà, rispose Lucifero, chi avrà cuore di farsi tua seguace; ma per farsi seguace tua è necessario che vi si prepari col celebrare la mia quaresima, cioè col commettere un peccato mortale ogni giorno per quaranta giorni consecutivi.(7) La gnora Concetta, le due medichesse, e le altre vicine, tremanti, spaventate, si segnavano la fronte, e picchiandosi in petto andavan ripetendo: Iddio sia benedetto! Gesaccàmaria! (8) Non ci accosento, con ci acconsento, o Signore! Intanto la Stefanù, avendo dato termine alle operazioni preliminari, domandò alla padrona di casa: - Non avete trovato nulla nello spazzare la casa? - Nulla, nulla affatto, ve lo assicuro, neanco uno spillo. - Non avete cercato bene. Date a me la scopa, che troverò ben io la fattura. E qui si dà a scopare con cura miticolosa; non lascia inosservato un granello di povlere, guarda sotto la cassa, sotto il letto, dietro le immagini dei Santi incollate con pane, e ritrova finalmente tra la cannàra (9) e il pagliareccio un guscio di noce avvoltolato in un matassino di refe nero. Tutte quante tramortirono pel terrore; ma ben tosto ebbe il sopravvvento un'ira feroce, e non s'intese più che un concetto d'imprecazioni e di stridi. - Vergine Immacolata! proruppe la povera moglie, se mi fate scoprire la strega, fo voto di andare scalza per tutta la dodicina vostra. E voi, Stefanù, non potrete aprirmi la mente? La Stefanù senza rispondere domanda alla sua volta: - Avete prestata qualche camicia, o qualche berretto, o qualche calza di vostro marito? - Prestato? Ah, sì, ho prestato la camicia dello sposalizio a Iacopazza la nera, perchè mi disse voler fare la simile allo zito di sua figlia Palma. - E non sapete che Palma doveva sposar vostro marito, prima che si fosse impegnato con voi? Uno spazio di luce illuminò tutte le astanti, sicchè gridarono come ossesse: - È stata lei! è stata lei!è stata la Iacopazza! - Zitto gridò! Stefanù... Gna Cuncè, chiudete la finestra e la porta. Ed ora anoi: inginocchiamoci tutte, strecciamo i capelli, sporgiamo le poppe, baciamo la terra, e dite tutte con me: O Signuri, 'un cci accunzientu!... Acqua e sali, senz'abbientu!... Acqua e sali, o Gran Signura, Ppi livari sta fattura. Acqua e sali, o San Ciuvanni, Ppi stutari stu fuocu ranni. Acqua e sali, acqua e sali! Setti jastimi supra li Majiàri. Sicca la lingua, abbirmati li dienti, Li carni sfatti, 'gni (ogni) pili 'n sirpenti. L'uocci abbrusciati, vilènu ni ll'ossa! Setti jjastimi supra la so fossa! (10) La voce di quel terribile sortilegio si sparse ben tosto nel paesello, e Iacopazza la nera non potea più passar per le vie, perchè da ogni uscio, da ogni finestra, da ogni terrazzo le veniva buttata acqua e sale, mista a maledizioni terribili.(11) Ma il medico, potrà dirmi il lettore, chè figura ci fa in questo guazzabuglio? Il medico è come l'Arlecchino delle commedie dell'arte, che riceveva busse da nemici e da amici, giacchè se l'ammalato guarisce è stato il Santo a fargli il miracolo; se muore, è stato il medico ad ammazzarlo. IV Il marito è il despota, il padrone assoluto, il pascià della famiglia, ed è siffattamente puntiglioso dell'autorità sua, che ad ogni sospetto si adombra. Alla moglie dà del tu, e vuol esser ricambiato col voi; e guai se in un impeto di tenerezza essa volesse deporre quel voi. In quel caso le guanciate non si farebber mica aspettare. Guai alla casa dove canta la gallina, dice egli con alterigia. Quando la moglie non è pronta a ubbidire, o ha dimetnicato il comando, vien da lui rimbrottata con sozze e stomachevoli ingiurie; ma quando la miseria si ricorda che anche essa è di carne, e strilla e rimbecca l'ingiuria, il villano scioglie la cinghia dell'asino, e mena colpi rabbiosi. Un giorno domandai ad un villano: (1) Dimmi un po', perchè bastoni la moglie? Nè Dio, nè le leggi ti danno un diritto sè iniquo. E il villano, guardandomi in atto di meraviglia, come se mirasse un fenomeno, ricorse alla storia per cavarmi quel pregiudizio dal capo. Quando Domineddio creò Adamo lo fece Re di tutte le cose create, e, menandolo attorno pel paradiso terrestre, gli mostrò ad uno ad uno tutti gli animali utili e tutti i nocivi, ammaestrandolo a fuggir questi e a servirsi di quelli. Questo è il bove, e servirà ad arare la terra; questo è l'asino, e ti porterà sopra il dorso; questa è la pecora e ti darà il latte e la lana; questo è il cane, e ti guarderà la casa dai ladri; questo è il gatto, e te la terrà netta dai topi; questo è il gallo, e t'indicherà i cambiamenti del tempo. In quel punto Adamo vide venire Eva, uscita allora allora dalla mano di Dio, e veniva tutta smorfiosa e tutta adorna di fiori. - E questa, o Signore Iddio, a chè cosa potrà servirmi? - Questa? Questa te l'ho creata per partorirti i figliuoli, ed essere la tua compagna; ma non ti esca di mente che il padrone sei tu, ed essa è la tua serva in tutto e per tutto. - E, ditemi un po', soggiunse Adamo, se non volesse obbedirmi con qual mezzo potrei costringerla? Il Signore gli additò un grosso vigulto di quercia, e gli disse: - Sai tu come si chiama cotesto? - Si chiama verga, rispose Adamo. - T'inganni, replicò il Signore. Quando la scaricherai sulla moglie per raddrizzarla cambierà di nome, e sarà chiamata Ragione.(2) Ma non si creda che il nostro contadino sia sempre di umor fastidioso, che anzi ama scialarsela, e principalmente nella messe, nella vendemmia, e nella raccolta dell'olio, tempi di sazietà e di allegria, nei quali uomini e donne vivono un po' mescolati, e un po' alla cosacca. Allora ei scherza, e ride e gioca con le donne dell'anto; (3) ma quegli scherzie quei giochi sono una laida miscela di sudicerie e di crudezze; ne so come le donne possan trovarle di gusto loro, e ricambiarle all'uopo con altre sguaiate indecenze. Quando il villano si trova nel paesello natio maschera un po' quella soverchia libertà di modi e di linguaggio adoperato nei campi. Ride e gioca, egli è vero: ma sono scherzi un po' freddi, sono sudicerie semivelate, son punture che non passano la prima pelle, come dice egli stesso. Il riso si mangia col grasso, è una delle sue favorite sentenze; e intende significare che il vero condimento dell'allegria sono l'allusione oscena, la frase scollacciata, e lo scherzo, che prende a calci il pudore. Ecco qui: c'è uno zitaggio. Una cinquantina di persone tra parenti e amici: gli adulti nell'unica e ampia stanza, i fanciulli su gradini dell'uscio, perchè nella casetta non ci è posto per tutti. La stanzona per quell'occasione è stata spazzata dai ragnateli, è stata scopata con diligenza, ed è adorna di tre fila di sedie, tutte dispaiate, perchè si è dato il ripulisti a quelle delle vicine e delle parenti. Il letto degli sposi occupa un angolo della casa: un bel letto di parata, non c'è da sofisticare; coi guanciali di ranna (4) larga tre dita; con una coltre bianchissima, ove è tessuta la chiesa della SS. Annunziata di Comiso;( 5) con lenzuoli nuovi, novissimi, di tela di casa, egli è vero, ma tela di sedici e di tre vitte,( 6) che costò mezzo porco... Sul capezzale ci è l'acquasantino, con un ramuscello di ulivo e una crocina di palma; ci è il rosario venuto dai luoghi santi; c'è una collezione delle Madonne più taumaturghe; la Madonna di Gulfi di Chiaramonte, la Madonna delle Grazie di Modica, la Madonna di Alemagna di Terranova, la Madonna della Neve di Francofonte, la Madonna dell'Orto di Gran Michele, la Madonna Addolorata di Monterosso, la Madonna del Màzzaro, di Mazzarino, e via e via e via, tutte incollate sul muro, l'una accanto all'altra. Fra gli invitati ci è sempre il poeta, e costui sa farsi largo fra la comitiva, e intonare una canzone alla sposa: canzone sudicia nove volte su dieci, e quando non lo è nella parola, lo è sempre nell'allusione, come è la seguente: Signura zita, siti bemminuta, Rumàni fazzu a bbui la bollivàta. La vostra vigna sta sira si puta, E ddumani si trova virignàta (vendemmiata). La scenetta che vi descrivo l'ho tuttora fitta nella memoria, perchè ragazzino dai sei ai sette anni fui invitato una volta ad una di quelle festicciuole dal castaldo di casa, che maritava una figliuola di undici anni e tre mesi; (7) una vera bimba, vestita di color rosa e nera come un tizzone. La madre della sposa, rossa, affacendata, sudata, corre qua e là; provvede a tutto; non ha riposo un momento: ed ecco che il poeta (si chiamava compar Mariano ed era innanzi con gli anni) le grida: Za Catarì, riposate un momento. Che diavolo! Siete in una saponata; sedetevi qui sulla mia sedia. La zia Caterina, che non ne può più, si china per riposarsi un momento; ma in quel punto istesso le vien tolta la sedia; ed essa stramazza. E tuttora ho negli orecchi il riso largo e sfacciato di tutti quei contadini; e quel baccano di frizzi e di allusioni sozzissime, perchè la povera vecchia era caduta con le gonnelle scomposte. Passa un po' di tempo. Un altro villano grida a una giovinetta: Tufa', chè diavolo ci hai su quel braccio? - Dove? risponde Teofania. - Qui, proprio qui. E il villano le dà un sì furioso pizzicotto che la costringe ad urlare. Fra le convitate ci era un'ortolana: nè brutta, nè bella, ma con un paio di poppe da scambiarle per mappamondi. Le si accosta il poeta, e le dice in tuono serio: - C'è delle lattughe (8) nell'orto vostro? - Diamine! vorreste lattughe in Agosto?... - Voi mentite come un notaro. Eccone qui due bellissime. E ridendo le caccia la mano fra i mappamondi. E uomini e donne a ridere tutte quante. E le donne, oggetto di sì sguaiati scherzi, mi duole dirlo, fingono di adirarsi, ma in cuor loro ne ridono, e ne fan tema di chiacchiere compiacenti. Il gran fatto dei matrimoni contadineschi è il banchetto; ma il banchetto non offre che tre sole specialità: una sfuriata di brindisi, ricambiati dall'uno all'altro, i doni alla sposa, e un imbriacamento, che suol esser di rito. Ho tuttora negli occhi il banchetto, di cui feci parte quand'ero ragazzo. Una talvolta enorme coperta di enormi boccali di vino: nè i commensali eran tutti quanti villani, ma ci erano i pezzi grossi. Senza contare me, che ero un ragazzino, ci era il padre Giammarìa (9) un cappuccino allegro, vecchietto, e secco come un'aringa, un po' parente del castaldo; ci ra la mammana e lo scarpaio di casa, e il sagrestano maggiore della parrocchia, e un calderaio dal naso rosso e peloso, e, ciò che mi dava nei nervi, una serva di casa mia, zia dello sposo. E, a farlo apposta, quella serva me l'avean posta accanto, a tavola. Apriti, terra! Tutte le mie nozioni pratiche delle disuguaglianze fra servi e padroni eran strappate via crudamente. Il banchetto era una meraviglia: prima un gran piatto d'insalata; poi i maccheroni natanti nel sugo di pomidoro; poi lo stufato, con grossi pezzi di lardo; poi il tonno fritto con le cipolle; finalmente le cassatelle dolci; e vino e vino ad ogni piatto, e starei per dire ad ogni boccone: ma i brindisi cominciarono col tonno; e il primo, com'era di rigore, fu diretto a me dal castaldo, il quale alzandosi, e asciugandosi la bocca con la manica del robone, sclamò: Ccu stu vinu - bellu e finu Fazzu un brinnisi ô (al) patruni, Ca n'ha fattu tantu anùri. E per me, che mi vergognavo e volevo sparire sotto la tavola, rispose il padre Giammaria, che era seduto alla mia dritta: Lu patruni è picciriddu, Nun ha pinna e calamaru, Ma fa un brinnisi ô massaru. E mi costrinse a bere; e dopo quel brindisi venne la volta di tutti gli altri, sicchè s'incrociarono come i diavoli della Zisa. Dopo le cassatelle dolci venne portato un gran piatto adorno di fiori, e fu collocato nel mezzo; ed era lì che ciascun dei commensali dovea deporre il dono alla sposa: chi un anello, chi una piastra, chi un fazzoletto di seta, e chii fibbioni di argento pel cincitore, (10) chi questo, chi quell'altro oggetto. Costume grazioso, ma tale che dà luogo alla gara, perchè nessuno vuol restare da meno, e lo terrebbe anzi a vergogna. Il solo padre Giammaria offerse il dono più povero, cioè un agoraio di bosso, lavorato con le sue mani, dicendo: - Noi Cappuccini non possiamo possedere oro ed argento. Vi offro quel che mi permette di offrirvi la regola del Patriarca. Dopo che il piatto fu ripieno dei doni, e i commensali si diedero a masticar càlia e avellane torrefatte e fave infornate, lo sciupo del vino fu in proporzioni sì larghe, che gli occhi eran diventati lucidi come occhi di gatti, sicchè il padre Giammaria, credè opportuno fare un po' di predicozzo inculcando a non ne bever dell'altro; ma il poeta della comitiva rispose con la storia del glorioso Vescovo San Martino. San Martino, signori miei, era uno di quei Santi, che dovrebbero servir di esempio a quei preti e quei frati, che sono avari comele cimici... Non lo dico già per Voi, o Padre Giammaria... I Cappuccini son poveri, ma quel che possono lo danno senza farsi pregare. Or dunque San Martino era un santo caritatevole: il suo non era suo, e spesso per vestire un nudo denudava sè stesso. Aveva però il viziaccio di ubbriacarsi ogni giorno. Difatti dall'alba a mezzogiorno spargeva elemosine sopra elemosine; ma da mezzogiorno a sera si tappava in casa, tirava il catenaccio alla porta, e lì in mezzo ai fiaschi e ai boccali non voleva sentir di malinconie, ruinasse anche il mondo. I preti, che erano e si sentivano umiliati dal confronto col Vescovo, fecero al papa un diavolo di denunzie; e il papa, imbizzitosi, gli scrisse che cessasse dall'ubbriacarsi o l'avrebbe scomunicato. Ora avvenne un giorno che San Martino uscì a passeggiare in campagna. Incontra un povero, e gli dà il danaro che ha in tasca; ne incontra un altro, e gli dà l'orologio; ne incontra un terzo e gli regala l'anello di Vescovo. Non avendo più da dare, agli altri poveri che incontra prima dà gli stivali, poi la tonaca, poi le sottobrache, poi le calzette, poi la stessa camicia, sicchè rimane con la sola cappa, e bisognò avvoltolarvisi come un bimbo tra le fasce. Era ridotto in sì miserevole stato quando incontrò un altro povero; ma questi era un povero, di quei che non se ne vedono più: nudo come un pidocchio, affamato, pieno tutto di piaghe, che destava il pianto a guardarlo. Il Santo non istette in forse un minuto, e, spogliatosi della cappa, stava per rivestirne il mendico. Ma che? il povero, trasformandosi mirabilmente, apparve esser Gesù Cristo in persona. San Martino si buttò allora faccia a terra, piangendo e picchiandosi il petto, ma il Signore, afferrandolo pel braccio, lo sollevò, e gli disse benignamente: - Domandami le grazie che desideri, e fo giuramento che ti saranno concesse; ma non domandarmi la grazia dell'anima. - E perchè, o Signor mio? - Perchè te l'ho concessa da un pezzo. - O Signore Iddio benedetto, rispose il Santo, voi sapete che ho il vizio di ubbriacarmi, e che il papa vuole lanciarmi la sua scomunica. Io vorrei dunque che nè il Santo Padre mi scomunicasse, nè io cessassi dal bere a mia voglia. - Sta di buon animo, ripose Gesù Cristo, chè porrò rimedio a tal guaio. Egli è vero che il bere smodatamente è peccato: ma è peccato quando si beve nelle taverne, o, come hai fatto tu, in propria casa: non è già peccato nelel occasioni solenni, e soprattutto nei banchetti nuziali; e tu sai che in Cina io feci il miracolo di cambiare l'acqua in vino, perchè i commensali bevevano come spugne. Or dunque da oggi in poi, invece di chiuderti in casa, assisti a tutti i banchetti di nozze, che nella tua città non mancano mai, dà la benedizione in mio nome, e bevi quanto sai bevere.(11) Spesso le povere case dei contadini sono rallegrate da chiassosa allegria, più spesso son rattristate dal pianto: ma oh quante volte non vi si svolgono di quelle scene intime, crude come morsi di vipera, note per lo più al solo occhio di Dio! Nello scorso ottobre (1882) conobbi in Modica una Grazia L... contadina in sui venti anni, che aveva una bambina e un piccino al capèzzale. Certo non era bella; ma aveva un sì mesto sorriso negli occhi, e un'aria di sì affettuosa bontà in quel suo volto scarno, pallido e delicato, che quella immagine l'ho tuttora viva negli occhi. La poveretta era tisica, e lo sapeva; non pertanto andava incontro alla morte con rassegnazione di santa. Un giorno, instigata dalle vicine, si recò in casa del medico; e al ritorno il marito fu sollecito a domandarle: - Chè ti ha detto il dottore? - Mi ha detto che ho il mal sottile. Il marito fece un balzo, e si percosse la testa. - Come! È il mal sottile che hai? Ma se ciò si avvera, son ruinato! E nei tre o quattro mesi, che potresti ancora campare, chi baderà alla mia persona? Chi alle faccende di casa? Questa è una mazza che mi cade sul capo. - Per carità non gridate, che finchè le braccia mi reggano, mi ingegnerò di servirvi. Il dottore però ha detto, che dovremmo dare a balia il bambino. Il marito fece un altro balzo furioso: - Dario a balia? E il danaro te lo dà forse il dottore? - E non potreste aiutarmi voi stesso? - Io? Ma la testa dove l'hai? Nelle scarpe? Io? Ma non sai che per San Martino dovrò pagare l'ultima rata della casa, e che le poche lire poste in serbo mi bastano a malapena? Ma... darei l'anima al diavolo! Dove hai potuto prenderlo quel mal sottile? Dare il piccino a bàlia? Se tu potessi guarire, vorrei dare in pegno anche gli occhi, ma dacchè non puoi cavartela... Oh i bei consigli, che ti sa dare il dottore! Un altro giorno l'infelice donna pregò il marito che le desse qualche soldo per una tazzina di brodo, perchè, Dio santo! a mandar giù il solo pane le riusciva impossibile. - E dove vuoi che li peschi? Rispose il marito, che le voleva bene a suo modo. Se quel ladro di tuo padre mi avesse dato il tanto che mi promise, oh allora!... non natarei con le zucche...;(12) ma ieri comprai il basto nuovo per l'asino, e, a scuotermi come i sacchi, non mi cascherebbe un centesimo. Cerca ingegnarti a la meglio. Diamine! Che non ci sia una vicina da darti a credito un galletto o un piccione? E poi... alla fin fine, perchè non impegni i pendenti? - I pendenti son della bambina, nè voglio toccarli. Passarono alquante settimane. Il bambino le era morto avvizzito, ed essa si era trasfigurata in tal modo che parea la morte dipinta. Il marito vedendola a quegli estremi, le disse in tono affettuoso: - Grazia, tu sai che sempre ti ho voluto un gran bene, a malgrado che tuo padre mi promise mari e monti, e poi mi diede.... il vento dell'Africa; e Dio sa come mi duole il cuore a vederti in sì misero stato; ma ad occultare la verità, chè cosa ci si guadagna? Stamane sono andato dal medico, e mi disse che tutto al più potrai campare un'altra settimana. M'intesi una stretta al cuore; ma con chi pigliarcela? Or, Grazia mia, mettiti nei miei panni: vedovo non ci posso restare, chè ho bisogno dichi mi serva; e poi... c'è la bambina, nè posso mettermela in tasca. Potresti dirmi: Ma il padrone non siete voi? Sì, lo so che il padrone son io, ma ti ho voluto e ti voglio bene, e mi piacerebbe far le cose di amore e di accordo. Fra le vicine di casa c'è Giorgia, c'è la Preziosa, c'è la Maria Stella, tutte e tre da marito. Quale preferiresti per me? - E perchè chiedete il mio parere? rispose singhiozzando la moglie... Sia che si voglia... purchè... purchè... non mi maltratti la figlia. E diede in uno scoppio di pianto. - Via racquètati, te ne prego. Sceglierò la Preziosa, che vorrà bene al la bimba. Grazia pianse segretamente ed a lungo, e tutto quel giorno volle la bimba ai suoi fianchi; e le carezzava i capelli, e la guatava, senza staccarle gli occhi dagli occhi. L'indomani era domenica, e Grazia disse al marito: - Fatemi un piacere, l'ultimo che vi domando. Dite alla Preziosa, che venga a vedermi. E Preziosa venne sollecita. Baciò l'inferma, e carezzò la bimba, cui diede una bella chicca; ma l'inferma, sollevatasi a mezzo letto, le disse: - Senti, Preziosa: Siamo state amiche come sorelle. Ora io sto per morire, e tu per pigliare il mio luogo. Nè te ne serbo rancore: meglio tu che un'estranea. Or se vuoi che io mora in pace dovrai giurarmi su questo Crocifisso, che fu benedetto dal papa, dovrai giurarmi che a questa orfanella le vorrai sempre bene, nè farai differenza tra questa, e i figli che vorrà darti il Signore. Dovrai giurarmi che le conserverai questi pendenti; e in ogni primo lunedì reciterai una posta del santo rosario in suffragio dell'anima mia. Preziosa piangendo si punse il dito con uno spillo, e poi lo punse all'inferma; e, raccogliendo in un fiocco di cotone le due stille di sangue, lo pose fra i piedi del Crocifisso. Terribile giuramento che i villani non rompono impunemente.(13) Grazia brillò in volto di una gioia quasi celeste, e, volgendosi a la figliola: - Senti, Teresella. È questa ora la tua mamma, e tu le obbedirai sempre, e sempre le vorrai bene... Ed ora Preziosa recita ogni primo lunedì il rosario per la povera morta.(14) V Vivendo a stecchetto dal primo all'ultimo giorno dell'anno, il nostro villano ha proceduto il Prudhon nella teorica che la proprietà sia il furto legale: anzi ritiene per fermo che il vero, il legittimo padrone della terra dovrebbe esser lui, che la coltiva e feconda, non l'ozioso e intruso possessore che ingrassa col sudore degli altri. E da codesta persuasione sgorga in lui una serie di pensamenti, che, quando più, quando meno, discordano dal Vangelo e ha creato un ingegnoso embrione di etica civile con tante distinzioni e sotto distinzioni da disgradarne uno scolastico. Una delle più curiose leggende su questo argomento è quella che va sotto il nome di "botte di San Gerlando", nella quale il perdono divino pel furto si concede quasi per nulla, e il ladro viene glorificato col dono dei miracoli. Eccola quì, netta e precisa, come l'ho sentita da una donna del popolo.(1) Ci erano una volta un fratello e una sorella: il fratello era un ladro dei più famosi, e si chiamava Gerlando; la sorella si chiamava Marta ed era una vera reliquia.(2) La misera pregava notte e giorno il Signore pel ravvedimento del fratello, ma lui era un marmo, e la lasciava predicare a sua voglia. Ora un giorno ella gli disse: - Gerlando mio, me la vuoi fare una grazia?... Una volta, chè cosa ti costa? una volta sola ti prego di recarti a piedi del Confessore. - Lo farei, rispose il fratello; ma la penitenza che mi darà il Confessore nè voglio, nè intendo farla. La povera Marta andò dal confessore, e gli raccontò la faccenda. E il confessore le rispose: - Digli che non gli darò penitenza. A Santa Marta tornò il cuore nel petto, e tutta lieta disse al fratello: - Gerlando mio, va pure di buona voglia, che il confessore non ti darà la penitenza. Andrai, non è vero? - Andrò di sicuro, che la promessa è promessa: ma nè oggi, nè domani, nè il giorno susseguente, perchè a dirtela in confidenza, si ha a svegliare la casa di quel tale riccone; ma dopo che sarà fatto il colpo, andrò a confessarmi e te ne fo giuramento. Da lì a due giorni il colpo fu fatto, e Gerlando, fedele alla parola data, andò dal confessore, e ad uno ad uno gli snocciolò tutti i peccati. Il confessore stette alquanto soprapensieri, poi gli disse: - Ho promesso di non darti penitenza, nè te ne darò. Solamente da oggi innanzi in ogni cosa che tu sii per fare, dovrai dir così: Santu Macari! Zoccu 'mmo' fattu a tia, ar àutru 'un fari. - Oh! questo è nulla, e vi prometto di farlo. Erano trascorsi una quindicina di giorni, e i perversi compagni vennero una sera in casa di lui, e gli proposero un altro furto; ma Gerlando rispose immediatamente: Santu Macari! Zoccu 'mmo' fattu a tia, ar àutru 'un fari. I compagni proruppero in una sfuriata di bestemmie: - Chè linguaggio è cotesto? Ti sei forse convertito? Ti sei venduto alla polizia? Ma se l'è così, tu sei capace di vomitar le budella. E senza dargli tempo di difendersi, e di chiamar soccorso lo afferrarono e lo strozzarono. In quella casetta ci era una stanzina con una botte; e fu lì che Santa Marta senza dir gallo o gallina seppellì il fratello proprio sotto la botte. E siccome per tirar innanzi la vita l'unico mezzo eran quelle quattro gocce di vino, la meschinella si diede a venderlo a minuto: ma per quanto ne levasse altrettanto ne crescea, talchè la botte era sempre la stessa. Nè ciò era tutto: ma quel vino, potenza di Dio! aveva la virtù di guarire i malati, fossero anche agli ultimi sgòccioli. La notizia di quei fatti maravigliosi andò alle orecchie del Vescovo, il quale, volendo vedere con gli occhi suoi, seguito da Capitolo in cappa magna, e precesso dalla Croce si recò in quella casetta e costrinse Santa Marta a svelarle la verità. E Santa Marta, tremante come una foglia, non solo gli raccontò ogni cosa, ma sollevando la balata gli mostrò il cadavere del fratello. Allora il Vescovo prendendo la stola e l'asperges disse al cadavere: - In nome di Dio, dimmi chi tu sei. Sei un mago, uno spirito maligno, o un'anima benedetta? E il morto rispose: - Io sono Gerlando, quel ladro famoso, che era lo spavento della Sicilia, ma per aver detto ai compagni, che mi proponevano un altro furto: Santu Macari! Zoccu 'mmo' fattu a tia, ar àutru 'un fari. fui strangolato da loro, e sepolto qui dalla mia santa sorella. Dio però in virtù delle parole che dissi, e che mi fruttaron la morte, mi ha annoverato fra i santi Martiri, e mi ha dato la virtù dei miracoli nel nome suo. Il vescovo racchiuse il santo corpo in un'arca di argento e gl'innalzò una bellissima chiesa. Avvi in questa leggenda un fatto morale, non indegno di esser notato; ed è il nessun conto in che si tiene la restituzione degli oggetti derubati, la quale, in materia di furto, è il cardine dell'assoluzione ecclesiastica. Nè codesta omissione può o deve recar meraviglia, perocchè è conseguenza logica ed immediata della teoria dei compensi escogitata dal proletario. Difatti ei tiene per fermo, che ne spetti a lui solo l'esame nei furti grossi o minuti che va commettendo. Spesso, secondo lui, riesce pari e patta: e in questo caso non se ne dà più pensiero; ma quando il furto, secondo i suoi calcoli, ecceda l'equo compenso, non restituisce il superfluo, ma per mettere in salvo la coscienza, ritaglia una porzioncina del furto, e ne fa oblazione a chiese, a conventi, a immagini prodigiose, o ne fa celebrar messe in suffragio delle anime benedette. Ad ogni modo il furto è peccato. Nè il villano il miscrede prechè l'ha detto Dio, nè c'è da ribattere. Ma da furto ci corre. Se un contadino rubi, verbigrazia, un covone di grano, o un cestello di uva, o un paniero di fichi a un altro contadino, àpriti terra! tutta l'acqua del mare non basterebbe a lavarne la colpa, dacchè rubare al povero sia un rubare a Gesù Cristo: nè d'altronde il ladro ha lavorato in quel campicello per far crescere le spighe di quel covone, o far matuare l'uva e i fichi rubati: condizione indispensabile dell'onesto compenso. Le leggende che tuonano contro siffatto peccato son così orribilmente paurose, e le pene son così diaboliche da far riscontro alla più cupe visioni del Medio Evo, dalle quali forse derivano. Ed io ne trascelgo una soltanto, narratami da una buona e onesta massara.(3) Si conta che una volta c'era un vecchio staffiere, il quale, dopo aver servito lungamente e onestamente un padrone ricco e vizioso, fu scacciato senza pietà perchè era divenuto tremulo e mezzo cieco. L'infelice non si era però allontanata dal feudo, dove la più gran parte dell'anno soggiornava il padrone, e dove per la carità del castaldo aveva un buco per dormire, e un rimasuglio di minestra per acquetare alla men peggio la fame. Un giorno, che era più estenuato e affamato del solito, sdraiato sopra un letamaio per riscalducciarsi le membra si volse al Signore, sclamando iratamente: - O Signore, voi non siete giusto! Centinaia di prostitute, di ruffiani, di adulatori e di ladri fanno a gara per dare al diavolo l'anima del mio antico padrone; e ne han carezze e regali, e mangiano e bevono come porci; ed io, che ho perduta la salute per lui, io che l'ho servito senza rubarlo, eccomi quì come il Santo Giobbe, solo come un romito... come un pazzo... come un appestato! No, non siete giusto, o Signore! E il Signore gli rispose: - O vecchio imbecille, perchè te la prendi con me? Non sai forse il proverbio: aiutati, che Dio ti aiuta? - E in chè modo potrò aiutartmi, o Signore, or che son divenuto tutto tremulo, e che la vista mi basta appena per non dar della testa in un albero? E il Signore soggiunse: - A quel tanto di cibo che ti somministra il castaldo aggiungi il dippiù che sia necessario per isfamarti, e prendilo senza scrupoli sui beni dell'antico padrone: ma bada, veh!... sopra i soli suoi beni. Il vecchio staffiere, a quelle parole sentì rinvigorirsi lo spirito, e da quel momento, andando attorno con la forcella, faceva allegre scorpacciate di tutto quanto gli veniva sotto l'unghie. E di questo passo era diventato liscio e lucente; ma con la grassezza gli era entrata in corpo l'insolenza. Ora una volta, ispirato dal demonio, vide una contadina che portava un uovo ad un santo eremita, abitante in una grotta vicina; e subito sentì un desiderio sfrenato di sorbirsi quell'uovo. Ed entrato nella grotta, e vedendo l'eremita dormente, acciuffò l'uovo, gli fece due forellini, e... burr!... lo sorbì in unico sorso. Non l'avesse mai fatto! che in quel punto sentì la voce di Dio tonare col fragore del fulmine: - Sii maledetto, o vecchio staffiere, dacchè rubando al povero hai rubato a me stesso! E in quel medesimo punto si aprì una voragine di fuoco, che inghiottì quel ribaldo. Intanto l'eremita si era destato, dandosi pietosamente ad orare; e, durando in quell'orazione udì una voce paurosa che parea uscisse dal fondo della voragine: - Salvami, o santo eremita! Salvami con la tua preghiera! Salvami, chè son nell'inferno! E l'eremita in visione vide il vecchio staffiere con le mani e le labbra rotte e sanguinolenti, divorate senza posa da furiosi mastini, e senza posa rinate; e vide un sozzo demonio che gli dava la berta, mostrandogli l'uovo.(4) Il Santo eremita si genuflesse, sparse i capelli di cenere, e pregò per quell'anima tormentata, dicendo: - Signore, Signore Iddio, io, miserabile verme, l'avrei perdonato, e voi non vorrete perdonare, Voi che siete il padre delle misericordi? E il Signore gli rispose: - Sono anche il padre della giustizia. Cessa dunque dalle vane preghiere. Se colui mi avesse crocifisso una seconda volta, forse per le tue preghiere avrei potuto salvarlo da codesti tormenti; ma chi rubo il povero non isperi mai misericordia. Or da codesta leggenda, importantissima per lo svolgimento dei concetti morali dell'uomo sgorga una teorica che sotto varii nomi e sotto varii sistemi ha fatto, e farà sempre capolino nel mondo: cioè che la reità non consista nell'appropriarsi l'altrui (chè anzi, secondo la morale del volgo, in taluni casi è prescritta), ma unicamente nel rubare il necessario. Cosicchè non è il valore del furto, nè le circostanze che l'accompagnano, sian anche crudeli, ma la povertà dell'individuo derubato, che costituisce la colpa morale. E nell'egual modo il povero che commetta un furto per isfamarsi, e lo rinnovi perfino ogni giorno, non solo è privo di qualsiasi colpabilità, ma quel furto, costituendo il dritto alla vita, è assolutamente imposto da Dio. Il date pauperibus quod superest, non è, secondo il volgo, un precetto morale inculcato ai ricchi, ma un dritto che ha il povero di appropriarsi il necessario, e di appropriarselo come gli torna più comodo. Un secondo concetto morale, che sgorga dalla leggenda parmi sia questo. L'irrevocabilità delle pene infernali sta a disagio nell'intelletto del popolo, e, non potendo discrederlo, cerca una scappatoia nell'intercessione dei Santi, o in una promessa di Gesù Cristo; e fa sì che per singolari eccezioni qualche dannato sia tratto alla visione di Dio. Difatti nella leggenda che ho narrata, Gesù Cristo ammette la possibilità che un dannato possa esser tratto in paradiso. Or codesta credenza che diede vita nell medio evo alla leggenda dell'imperatore Traiano, e che è accennata in qualche azione sacramentale del Calderon, vige nel nostro popolo con le fiabe di Fra Giovannone, del Prete senza pensieri, della Madre di San Pietro, e con altre parecchie. (5) Un'altra eccezione, che spoglia il furto da ogni idea di colpa, gli è quando si rubi per soddisfare alle voglie di un ammalato; ed anche questa eccezione fluisce dalla teoria del dritto alla vita. Nella leggenda di San Ginepro il santo frate ruba e taglia il piede ad un porco, per sollievo di un frate infermo, che si struggea di siffatta voglia; e, rimproverato da San Francesco, discolpa il furto e se ne gloria. Non poche altre leggende potrebbero all'uopo racimolarsi, ma io starò pago ad una sola, che ha per protagonista il più simpatico fra tutti i Santi, quello che è venerato dal popolo con culto e devozione più schietta, dico il patriarca San Giuseppe: e la sceglierò a preferenza, perchè intorno ad essa leggenda ci è un canto popolare incompleto. La madre Sant'Anna, inferma e vecchiarella, avea perduto l'appetito, e andava deperendo ogni giorno. La sua santissima figlia le cucinava cone le sue mani or questo or quell'altro manicaretto, figuratevi con quanta soavità di gusto! con quali odori di paradiso! (6) Ma la Madre Sant'Anna ne assaggiava un boccone, e al secondo aggrinzava il naso, nè c'era verso a inghiottirlo. Un giorno, che parve un po' migliorata, chiamò il patriarca e gli disse: - Genero mio, stamano ho voglia di fichi freschi. - Come! dice San Giuseppe. Siamo in gennaro, e avete di simili voglie? E dove potrei trovarli? - Li troverai nell'orto di Tal dei Tali, dove appunto ce n'è un albero maraviglioso. San Giuseppe si grattò il capo, sapendo per intesa che sarebbe stata cosa più facile destar pietà nel diavolo, anzicchè in quel dannato usuraio chenon dava nulla per nulla, neanco gli sputi. A buon conto prese per mano il bambinello Gesù, e adagio, adagio in campagna. Cammina, cammina, giungono all'orto e si avvengono in quel bellissimo albero. L'usuraio era lì: una bestiaccia tutto fiele e con occhi di basilico; e San Giuseppe, cavandosi umilmente il berretto, disse a quella bestiaccia con voce piana e soave: - La madre Sant'Anna, che da lungo tempo è ammalata, ha nausea di ogni cibo, ma avrebbe voglia di uno o due di codesti fichi freschissimi. Se avessi danaro, darei quel tanto che vorreste; ma il tempo è scarso, il lavoro non corre, sicchè ve li domando per l'amore di Dio e a titolo di compassione. L'usuraio non si degnò rispondere, ma, agitando, il randello, fece conoscergli chiaramente che se non se la svignava a corsa, gli avrebbe rotte le spalle. Il povero San Giuseppe chinò dolorosamente la testa, e si pose la via fra le gambe; ma pervenuto a tal luogo donde potea vedere e non esser veduto si appiattò col Bambino, raccomandandogli di non piangere. Aspetta, aspetta: aspettò tanto che finalmente vide partire quel ribaldo usuraio. E allora sbucò anch'egli, camminò in punta di piedi, e, arrampicatosi sull'albero, spiccò più che potè di quei fichi. Ed ecco che il proprietario, il quale sospettando di qualche gherminella stava sull'avvisato, agguanta pei piedi il patriarca che già scendeva dall'albero, e mena legnate da orbi. Alle strida dolorosissime accorse il Bambino, il quale, lampeggiando negli occhi e sollevando la Croce, gridò con fierissima voce: - Sii maledetto, perchè rifiutasti un fico ad una povera inferma! Sii maledetto, perchè bastonasti un povero vecchio! Sii maledetto, perchè non senti pietà pei poverelli di Dio! Da questo momento sarai costretto sino al giorno del giudizio a urlare per fame come i lupi del bosco.(7) VI Le idee di furto nel villano non essendo determinate dal concetto legale della proprietà di fatto, ma da quello speculativo della proprietà naturale, che ha per norma il lavoro, ne sussegue che i convincimenti di lui corrano in direzione opposta delle prescrizioni dei codici. Difatti in ogni perturbazione sociale quelle idee vengono a gallo, come nel 1837 in Monterosso, dove i villani si elessero perfino un Re del loro ceto;(1) come nel 1820 in Ragusa, dove i villani erano intestati a dividersi il territorio;(2) e come ce ne fu in Modica un embrione di desiderio nel 1860. Or dunque se il contadino sottrae qualche tumulo di frumento, qualche cafiso di olio, e qualche barile di vino,(3) o chè altro si voglia in un campo, che ha lavorato con le sue mani, non ne ha il menomo scrupolo, nè se ne confessa,(4) ma lo crede un onesto ed esiguo compenso. Codesto onesto compenso potrà però esercitarsi con tranquilla coscienza quando la roba è tuttora nei campi, non quando è stata riposta nei recipienti opportuni: perchè, riposta che sia, il compenso cessa e subentra il furto più o men grave a seconda dei casi. Nè dico con ciò che tali teoriche siano rese ad atto da tutti i nostri villani. Oh questo, no! ma dico che tutti quanti le credono lo stillato della vera giustizia, e dove sorga differenza è più nei mezzi, che nella cosa in sè stessa. Ma dove tutte le opinioni si amalgamano in una sola è nella credenza inveterata del volgo, che rubare al Re sia azione lecita, e su per giù meritoria; e che anzi si possa farlo in ogni luogo, e in ogni tempo, e con qualsiasi mezzo, non esclusa la violenza, ove rendasi ncesessaria. La roba del Re è roba del pubblico. Chi diamine l'ignora? Ed anzi il popolo, non pago del primo, ha formulato un secondo proverbio: Chi ruba il Re non ruba a nessuno. E quì giova avvertire che per roba del re i contadini nostri intendono le rendite dello Stato, e, non so per qual figura retorica, anche quelle del Comune, e delle amministrazioni sociali. Il Re è come la pulce, sentenzia il villano; entra dove gli piace, e succia quel che gli piace. Il contadino crede con tanta buona fede in codeste dottrine di giustizia distributiva, che le puntella con certe leggende tra buffonesche e maligne, nelle quali il protagonista è sempre un santo dei principali e qualche volta Dio stesso. E, quel ch'è peggio, ha profilati certi tipi di Santi a immagine e similitudine sua, diversi da ogni concetto storico, ma consoni maravigliosamente alle credenze e all'indole propria. Or se dottrina non controversa, anzi non soggetta al menomo dubbio, è il considerare il furto al re come lecito, il modo più spiccio di rubare al Re è il contrabando. E difatti il contrabbandiere assume nella fantasia popolare contorni èpici di sì abbaglianti colori, da disgradarne i più maravigliosi paladini del ciclo carolingio. Pel popolo il contrabbandiere quanto all'audacia cede ben poco a Rinaldo e ad Orlando, ma quanto ad astuzia metterebbe nel sacco tutti gli Ulissi e i Sinoni del mondo. E poi il contrabbandiere è la provvidenza del povero, laddove il Re ne è la gragnuola. Il re ci affama? E il contrabbandiere cerca aprirci la bocca. Il re tassa maledettamente i tessuti? E il contrabbandiere con la mitezza dei prezzi rende possibil la compra. Il re battezza per tabacco le foglie del carrubbo, della cicoria, del fico e di altre simili porcherie? E il contrabbandiere soltanto ci riempie la pipa di un po' di tabacco cristiano, nè ci assassina sul prezzo. È il contrabbandiere soltanto che ristabilisce l'equilibrio tra l'ingordigia di chi vende e la lesineria di chi compra. E ove mancasse ogni altro argomento di lode, la sola considerazione che la fa a fucilate col birro, avrebbe sempre un gran peso nel criterio del volgo,(5) e l'ecciterebbe a parteggiare per lui.(6) Ed ecco una leggenda su codesto argomento. Nei tempi dei tempi sulle coste della Calabria viveva un Sant'Elmo, povero eremita, che abitava in una tetra caverna, e per sostenersi andava attorno con le bisacce. Nessuno, neanche i più poveri, ricusavano al Santo la fetta del pane, o la scodella de la minestra e finchè visse solo se lapassava da papa. Ma Sant'Elmo avea un fratello, con sette bambine come le canne dell'organo, e sì povero... sì povero, che quando morì ebbero a seppellirlo con la sola camicia. Fu giocoforza allora che il servo di Dio accogliesse come proprie le sette bimbe dle morto, e cercasse vestirle e alimentarle a la meglio. A quel cangiamento di scena, la gente, che solea essergli larga di elemosina, aggrinzò il naso dicendo: Fossimo bestie! Dovremmo metterci sulle spalle anche le nipoti di lui? Venga un'altra volta per la cerca, e gli si daranno sassate e non pane. Il povero Sant'Elmo si buttò in ginocchio, baciò i piedi del Crocifisso, e con grandissimo pianto si diede a pregare. - O Signore Iddio, è forse cosa giusta, che io sia punito per un'azione virtuosa? Ed è forse giustizia che queste innocenti mi periscano fra le mani? E mentre così parlava gli comparve un uomo di statura gigantesca, con in mano una lanterna che spandeva una luce maravigliosa. Sant'Elmo cadde a terra dallo spavento, ma il gigante, dandogli animo, gli disse amorevolmente: - Non t'impaurire, o balordo. Io sono San Cristoforo, e a te mi manda il Signore. Prendi questa lanterna, e con essa e per essa saprai trarti dalla miseria. - E chè volete che ne faccia? rispose Sant'Elmo in aria di malcontento. Questa lanterna riempirà forse la pentola? M'impasterà forse il pane? Mi darà una tonaca nuova o le gonnelle de le mie bimbe? E quando per ristorarmi lo stomaco avrò bisogno di due dita di vino lo succerò forse da la lanterna? - O Elmo, rispose San Cristofaro, tu pensi con le calcagna, nè vedi più in là de la barba. Mi chiedi chè cosa potrai farne de la lanterna? Ascoltalo bene, e non fartelo scappare dalla memoria. Tu sai che quando la tempesta infuria fra questi scogli, e la notte scende nera sul mare, i poveri contrabbandieri s'ingegnono a sbarcare il lor carico: ma quante volte non periscono fra gli scogli! Quante volte non son presi dai doganieri che sorvegliano le coste! Tu con questa lanterna rischiarerai i seni e le punte delle sogliere per trarre in salvo quegl'infelici. E ora lamèntati, se tu sai! E da quel giorno Sant'Elmo nelle notti più orride, quando il fischio dei venti rispondeva all'urlo del mare, accendeva la prodigiosa lanterna, saliva in cima a le rocce, e si riduceva alla grotta con le bisacce gonfie di doni. E in tal modo ebbe l'agio di maritar le nipoti, e divenne più santo di prima.(7) Nè credano i miei lettori che la protezione del Santo sia cessata, or che è morto da tanti anni e tanti secoli: chè alle preghiere di chi l'invoca scende dal cielo con la lanterna accesa, e salva le navi, che stan per rompersi fr le punte degli scogli insidiosi.(8) Or se il furto, secondo l'etica dei villani, è permesso in taluni casi; se il contrabbando non fa una ruga su la coscienza; i ripieghi, le vie coperte, i tranelli, le restrizioni mentali per accoccarla altrui son la rivincita dell'astuzia sulla stupida burbanza, l'unica forza del debole contro il soverchiatore potente. Dacchè l'eguaglianza sociale fra gli uomini, pensa il villano, è ed è stata un nome vuoto, senza soggetto, è necessità che i poveri vivano sui ricchi, e i piccini sui grandi, e i deboli sopra i forti. È il fatto perenne del verme entro il frutto, del bruco nel cavolo, della formica che vive del frumento dell'aia, e via dicendo con infinità di altri esempi. Il villano in quei tentativi non è più quel goffo, quel gocciolone che vorrebbe far credersi; ma si ripiega come un gomitolo, striscia come serpe, s'insinua come punta di lèsina, entra per gli occhi e per le orecchie di chi ha destinato a sua preda. E dato il caso che qualcuno ne conosca gl'intendimenti e li disapprovi, egli si caverà d'impiccio con una delle sue parità: per esempio con questa: Quando ci fu il diluvio universalel Dio comandò a Noè di metter nell'arca tutte le specie degli animali, maschio e femmina per ogni specie, e tutti quanti i cibi appropriati al loro diverso modo di vivere. Ora il primo giorno che Dio fe' la chiama di tutte le bestie, una per una, per somministrare il cibo, udì una vocina sottile, come se venisse articolata da un fil di capello: - E a me, Patriarca santo, perchè non dai nulla? Non son forse anch'io creaturina di Dio? - Chi diavolo sei? domandò il Patriarca. - Sono il pidocchio. Tu dimenticasti salvarmi; e io e la mia compagna cercammo trarci in salvo, arrampicandoci sulla tua persona. - E ora dove sei? - Sono su la tua testa. - Ti assicuro, o pidocchio, che non avevo inteso a parlare di te. E, dimmi un po', di chè vivi? - Vivo di sudiciume. - In tal caso, pidocchio mio, mettiti il cuore in pace, perchè l'arca è novissima, e di sudiciume non ce n'è quanto potrebbe volar via con un soffio. Ma io fece il danno, e io farò la penitenza, e giacchè ti salvasti sulla mia testa, rèstaci alla buon'ora, e mangia di quel che trovi. E d'allora in poi il pidocchio visse e moltiplicò sulle teste degli uomini. Or bene, noi villani, mi soggiungea il narratore, siam diventati comeil pidocchio. Il Signore si scordò di noi, e noi dovremmo vivere a spese dei ricchi. E se i ricchi hanno il pugno chiuso, tanto peggio per loro!... per aprirglielo il solo rimedio è l'astuzia.(9) VII È tempo di fiera. Lo zio Rocco, un cosaccio nero e peloso, con un occhio scerpellato, furbo e bugiardo come uno zanni, dice in cor suo: San Giorgio benedetto! (1) Se non m'ingegno or ch'è tempo di fiera potrò cantare il labia me aperies. (2) Io non possiedo a questi quarti di luna che due sceleratissime piaghe: una giumenta stravecchia, che ha più vizii che peli, e una piastra falsa, che un ladro di cavaliere mi appioppiò, e poi negò avermela data. Bisogna che in questa fiera mi disfaccia dell'una e dell'altra. Quella benedetta giumenta era davvero il Giobbe della sua specie: era vecchia, bolsa morvosa, col falso quarto e non so con quanti altri malanni; ma quindici giorni prima il furbo villano aveva posta ogni cura ad ingrassare, a lisciare, a verniciare, a tirare a pulito quella maledetta anticaglia. Le aveva segati i denti; le avea rigonfiate di aria, mediante un'incisione, le enormi conche sugli occhi; e un paio di ore prima, le aveva fatto inghiottire un'anguilla viva, perchè non tossisse e non le sbattessero i fianchi; le avea ficcate nelle nari due spugnettine per rattenerne lo scolo; avea coperta di pece e tacche l'ugna col falso quarto, e strofinate con foglie di euforbia le magre poppe per darla a credere pregna. E quasi ciò fosse poco l'avea rifornita di basto nuovo, di cavezza nuova, di ferri nuovi; le avea intrecciata la coda con cordella di un bel rosso fiammante; e insaponata, e strigliata ch'era una bellezza a vederla. Datosi principio a la fiera lo zio Rocco cominciò a sbirciare, a fiutar dapertutto, a far studii fisionomici su centinaia di persone, a indettarsi con questo o con quell'altro compare, talchè avea l'apparenza di un doganiere o di un birro. - Rocco, a chi intendi accoccarla? gli domandò un giovinastro. Bada: non sempre ride la moglie del ladro. - E a chè cosa dovrei badare? chi è minchione, suo danno. La sola ricchezza del povero è l'astuzia; e se la ponessimo da canto, potremmo legarci una pietra al collo. Noi siamo come Giovannuzza.(3) La sa Vossignoria la parità su Giovannuzza? - No; e ti prego anzi contarmela. - Dicono i nostri antichi che quando il Signore creò gli animali domandò a ciascuno di loro qual virtù preferisse, e ciascuno preferì questo o quell'altra virtù. La volpe a furia di morsi e di sotterfugi si era posta a capofila per esser la prima a rispondere, e difatti il Signore le domandò: - Comar Giovannuzza, tu chè cosa desideri? E comar Giovannuzza rispose: - Io desidero la forza, o Signore. In quel punto il leone con un colpo di coda la balzò dieci passi lontano, e poi disse: - La forza tocca a me, perchè sono il leone. La volpe si era novamente posta a capo fila, e il Signore le domandò un'altra volta: - Comar Giovannuzza, quale è la virtù che desideri? - Dacchè non mi è toccata la forza, o Signore, datemi almeno la sfacciataggine: Ma in quel punto una mosca le volò sopra la testa, dicendo: - La sfacciataggine tocca a me, che sono la mosca. E il Signore gliela concesse. - Via, comar Giovannuzza, non affliggerti, le disse Domineddio, chè questa volta sarai proprio contenta. Dimmi chè cosa pretendi? - O Signore, rispose la volpe, son sicura che in questo porco mondo sono gli sfacciati ed i forti quelli che ingrassano alla barba degl'imbecilli e dei deboli; ma essendomi state rubate codeste doti, datemi almeno l'astuzia, che se non mi farà viver da papa, non mi farà crepare di fame. Favola significa: Voi cappelli avete acchiappato la forza e la sfacciataggine, e a noi berretti è rimasta l'astuzia per tirare innanzi la vita.(4) Lo zio Rocco mentre parlava col giovinastro avea sbirciato con la coda dell'occhio un certo prete, biondo e rotondo come una firttella di riso, con un faccione di uomo dabbene in cui gli occhi cerulei, stupidi anzicchè no, e velati da occhiali verdi, facean contrapposto a un becco di pappagallo, che gli serviva da naso. Del resto chi voglia rappresentarselo intero gli metta in mano una forcella, sul capo un cappellaccio di paglia, lo insacchi tutto quanto entro un soprabito lungo, largo, intabaccato e pieno di enormi tasche, gli tagli i calzoni al ginocchio, gli adorni le scarpe con fibbioni di argento, e lo avrà netto e sputato. Dimenticavo dirvi che era seduto sopra uno sporto de la via, e chiacchierava con un villanzone, che tenea per la briglia un bellissimo ciuco, vispo e gagliardo. - Ecco qui il fatto mio, disse Rocco tra sè: Codesto prete dee aver tanto cervello, da beccarselo un pulcino in un morso. Gli si accosta adunque in aria graziosa, e, cavandosi il berretto, gli dice a bruciapelo: - Le bacio le mani. Vostra Riverenza vuol forse vendere l'asino? - No; vorrei soltanto cambiarlo con un'asina mansueta, o con una cavalla non troppo giovine, perchè con gli anni che ho e con le abitudini sedentarie quest'asino è troppo vivace per me. - Voglio servirla io. Vostra Riverenza si fidi di Rocco, chè le darò una giumenta, mansueta come l'agnello pasquale; una giuementa, privo di Dio!, che a scrutarla col lanternino non le troverebbe il menome vizio: bella di vista, sincera come l'oro, e tale che in tutta quanta la fiera non potrà trovarne una simile. Ma non devo occultarle che è pregna, la qual cosa non farà forse al fatto di Vostra Riverenza. - Oh quanto a questo ci ho più piacere che dispiacere. M'impedirebbe per qualche mese di cavalcarla, e non ci sarebbe altro danno; Ma dov'è codesta vostra giumenta? - Eccola qui, dice trionfalmente il villano. Chè ne dice, eh? Non sembra dipinta? La guardi un po' con l'occhio del cuore. |