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Brani di Serafino Amabile Guastella |
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Il barone Serafino Amabile Guastella nasce a Chiaramonte Gulfi, negli Iblei, il 6 febbraio 1819. Conclusi gli studi umanistici, ottiene la cattedra di latino e greco presso il Liceo Classico di Modica, dove trascorrerà di fatto l'intero iter di docente. La prima prova letteraria compiuta è il poemetto Vestru, che stende nel 1860, e che lascia tuttavia a lungo nel cassetto. Nel 1875 destina alle stampe Padre Leonardo, volumetto di racconti che per contenuti e moduli narrativi annunzia gli approdi più maturi. Nel 1876 dà alle stampe Canti popolari nella Contea di Modica. L'anno successivo esce la prima edizione de L'antico carnevale della contea di Modica. Nel medesimo periodo entra in contatto col palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916), pioniere della nascente scienza demopsicologica, mentre stringe solidi legami con il toscano Alessandro D'Ancona, filologo e studioso di poesia popolare. Assorbe, inoltre, l'humus del verismo verghiano, che fra il 1880 e il 1883 esprime opere come Vita dei campi, I Malavoglia e Novelle rusticane. Nel 1882, con la pubblicazione di Vestru, Guastella apre un sodalizio duraturo con gli stampatori Piccitto e Antoci di Ragusa, che facilitano la diffusione delle sue opere. Nel 1884 dà in pubblicazione il suo capolavoro, Le parità e le storie morali dei nostri villani, giocato su un sapiente calcolo fra letteratura e obblighi di ricerca. Nell'anno successivo esce in stesura definitiva L'antico carnevale, con dedica ad Alessandro D'Ancona. Guastella muore nella cittadina natale il 6 febbraio 1899. La vicenda del Guastella si colloca in un quadro nazionale concitato e ricco insieme di fermenti intellettuali, in ragione soprattutto delle disparità di vita e delle distanze culturali che interessano il paese, nei frangenti successivi all'unità. Anche in Italia peraltro le spinte positivistiche di metà Ottocento volgono a esiti importanti. Con l'insorgere delle letterature veriste, che recano una spessa impronta siciliana con Verga e Capuana, e con la crescita, appunto, dell'indagine folklorica, che proprio in quella stagione - con Pitrè anzitutto - assume caratteri di scienza: mentre da altro versante incalzano le inchieste dei Sonnino, dei Villari, dei Jacini, e d'altri ancora. In tale clima, il barone di Chiaramonte s'inventa una nicchia adeguata al suo carattere discreto: un laboratorio d'indagine che riesce a contenere negli orizzonti minimi del contado ibleo; elabora via via un tipo personale di scrittura, assai duttile nel combinare generi diversi; acquisisce infine, in virtù anche dei contatti che riesce a stabilire con gli studiosi più autorevoli dell'epoca, D'Ancona e il Pitrè in primo luogo, un metodo adeguato, mentre tiene l'occhio fermo all'Europa, alle lingue, al dibattito francese. Quello di Guastella è, in definitiva, un corso di maturazione lento ma sostanziale, che a partire dal 1860, anno cruciale della vicenda unitaria, si dipana lungo tre decenni a diversi livelli: dalle strofe dialettali di Vestru alle pagine d'invenzione di Padre Leonardo, dai bozzetti impietosi de L'antico carnevale della Contea di Modica alla compiuta indagine de Le parità e le storie morale dei nostri villani. Opere segnate tutte - pur nella diversità d'impegno - dal raccontare sapido, l'ironia tagliente e amara, la comicità delle situazioni che fa da pendant al tragico siciliano, inteso pure nelle sue allegorie e nelle sue facoltà di simbolo. Entro una linea di letteratura, comunque, che già si acconcia a ricevere e a irradiare Pirandello. Il "barone dei villani" - come viene chiamato nelle città del circondario - non incontra la vera fortuna letteraria, beninteso. Per le sue atipicità di studioso e di scrittore, prima che per le note ritrosie e la fissità voluta nella Sicilia più recondita. Gode tuttavia di un suo séguito di lettori: specie dal 1882, quando entra in contatto con gli editori Piccitto e Antoci di Ragusa, noti nell'isola per il nitore dei caratteri, i fregi, le legature, le qualità di stampa. E, quel che forse più lo appaga, raccoglie la stima di chi opera nel campo, a cominciare dal Pitrè, che commenta con risalto i suoi lavori, via via che escono, e lo coinvolge nella stesura della sua ponderosa "Biblioteca". In una cornice simile di dignità riconosciute e di tepori regionali, l'opera di Guastella traversa i decenni e il vallo dei due secoli, con destino alterno: fra luci tenui e recuperi d'ombra. E con tale immagine inconclusa e avvinta dal precario, coerente peraltro con l'indole del chiaramontano, giunge allo snodo dei nostri anni '60, quando viene riletta e indagata da Leonardo Sciascia, Italo Calvino e altri ancora, con le mire di renderle il dovuto negli archivi delle lettere italiane. C. R.
Da Le parità e le storie morali dei nostri villani Non so del resto della Sicilia; ma a lamentarci del villano della nostra antica Contea è proprio un lamentarci della buona misura, come si dice in dialetto. Certo non è più il tipo antico, ma, scaduto com'è, è sempre un bel tipo: laborioso, allegro, motteggevole, rassegnato alla volontà di Dio, dal linguaggio sentenzioso, dalla testa dura e dai garetti di acciaio. Egli è vero che in lui c'è molto dello sbracato, e che, simile al cane dei Casti , è ... un po' falso, un po' mordace, Un po' avido, un po' vendicativo, ma diamine, chi è senza difetti nel mondo? Una sola cosa per altro è difficile che si perdoni, ed è il duro egoismo in che s'inguscia dal primo all'ultimo giorno dell'anno: egoismo tenace da cui, come il riccio, solleva il capo nelle occasioni solenni più per l'occhio del mondo che per il risveglio di affetto. Una volta chiesi a un villano: Dimmi un po'; perché sei così duro di cuore? E il villano, guardandomi con un mezzo sorriso canzonatorio, mi rispose con una storia: - Dicono gli antichi che una volta in Roma ardea una fierissima persecuzione contro i cristiani; nè sapean più cosa inventare per istraziarli: li squartavano, li arrostivano, li bollivano nelle caldaie. Le spie e gli sbirri passeggiavano per conoscere chi fosse e chi non fosse cristiano. Certo non lo portavano scritto sulla fronte: Afferràteci, chè siamo cristiani. Ma le cattive genti non mancavano: ed ecco che si presenta il capo sbirro al Re di Roma, e gli disse: Sacra Corona, volete conoscere i seguaci di Gesù Cristo? Fate agguantare tutti quelli che hanno la barba così e così. Allora il Re ordinò che fossero scannati tutti coloro che avean la barba così e così: e ci fu uno scanna scanna, tanto che in un fiat il sangue correa per le vie come un fiume. San Paolo Apostolo si trovava a Roma, ma non sapeva ancora di quell'ordine; nè d'altronde temea per sè stesso, perchè, essendo l'uomo più dotto di tutto il mondo, era amico del Re e di tutta la corte reale. Or dunque essendo intento a leggere e a scrivere vede presentarsegli innanzi due poveri cristiani, tremanti come una foglia, i quali gli dissero: - Tu solo puoi salvarci; I birri uccidono tutti quelli che hanno la barba come l'abbiam noi. Tu che sai far di tutto, tu che hai letto ogni libro, è facile che sappi anche radere. Ràdici dunque per l'amore di Gesù Cristo. San Paolo trasse il rasoio e l'arrotò; poi fece la saponata; poi si sedè innanzi allo specchio, e cominciò a menar colpi sulla sua barba. I due poveri cristiani, atterriti e con la morte nell'anima, gli dissero: - Potenza di Dio! Ti radi tu? Ma non sai che siamo inseguiti? Non sai che forse ci han veduto entrare in tua casa? Tu, sei amico del Re, nè potresti avere timore; ma noi saremo squartati. Non hai dunque carità? - La vera carità comincia da noi, rispose l'Apostolo. Egli è vero che sono amico del Re, ma alle volte… Chi sa! È meglio che mi metta in sicuro. Se poi resterà tempo, e non sarete scannati, raderò anche voi. Fortuna volle che San Paolo avesse il tempo di radere anche gli altri due, perché da lì a poco vennero gli sbirri, e, vedendoli senza barba, se ne tornarono col pugno pieno di mosche. E da quì nacque il proverbio: San Paolo prima rase la barba sua, e poi quella degli altri. Or dunque, soggiunse il villano, l'ha intesa la storia di San Paolo? Se non mi amo io stesso, chi diavolo si prenderà fastidio di me? Non lo sa che il povero è fuggito come la peste? Nè per questo intendo dire che il nostro villano sia invincibilmente duro di cuore. Oh questo, no! ma gli affetti suoi, oltrecchè brevissimi di durata, son così lisci, che ti scivolano fra le mani; e dopo quegl'impeti momentanei si rannicchia con una specie di abitudine nell'esclusivo amor di sè stesso, e l'assapora e lo va dirigendo a bell'agio. E in virtù appunto di pensare unicamente e intensamente alla sua persona; sa a tempo e a luogo scavar fuori una certa moralità capziosa, sottile, piena di ripieghi e sottintesi, capace di dare i punti ai più cavillosi casisti. Ed è bello vedere il fine sorriso degli occhi, con chè sembra far la chiosa alle sue sentenze, profferite con la voluttuosa lentezza di chi succia una caramella. Del resto, si sa, il villano non ama i lunghi ragionamenti, ma concentra tutta quanta la sua dottrina in un proverbio, o in un apologo, ch'egli intitola parità, o in qualche bizzarra leggenda, o in qualche bizzarra leggenda, da lui chiamata storia, tanto più creduta quanto più inverosimile. Ed anzi nei casi dubbi è la storia quella che preferisce, perchè la tiene in conto di verità a ventiquattro carati, laddove alla parità, considerata come fatto realmente avvenuto, non ci crede per nulla, ma crede alla moralità che racchiude, e la stima lo stillato dell'antica sapienza. Da quali fonti il popolo abbia tratte quelle parità e quelle storie sarebbe difficile investigare; ma sembra che talune di esse derivino dal mondo orientale, come lo dimostrano certi speciali caratteri, e certi non accidentali confronti; e che altre abbiano un'origine relativamente moderna; ma sì le prime che le seconde a poco a poco sono state ritagliate o accresciute per successive evoluzioni conformandosi all'indole, agli affetti e alle nuove credenze del popolo. Il nostro villano si consola della sua povertà con l'esempio di Gesù Cristo; e anzi crede col suo grosso buon senso, che se tutti quanti fossimo ricchi, addio fave! Il mondo non potrebbe sussistere. Oh se lo crede! Ma crede eziandio che codesta divisione di chi ha tutto, e di chi non ha nulla sia una birbonata solenne. Del resto un certo equilibrio ce lo trova anche lui, perchè il ricco ha centomila malanni: ha i reumi e la gotta e la calvizie e la vista debole e le indigestioni e i denti cariati, e non so quante altre diavolerie; ed egli al vento, alla neve, al sollione, alla pioggia è sempre vegeto e sano. Il ricco ha un'infinità di grattacapi, ed egli è senza pensieri, o ha quel solo di frodare meglio i padroni. Spesse volte il ricco lo tratta senza carità, e gli dà in faccia del ladro, del tanghero, dell'animale; ed egli allora ama ripetere i versi di una canzone: Adamu fu lu zuccu, e nui li rami, La vera nubirtà su' li custumi, e li ripete per tacciar d'ingiusta la disuguaglianza sociale tra i figli di un medesimo padre; ma poi, per reazione di orgoglio, stimandosi più utile e più morale del ricco, dà a sè stesso il titolo di figlio di Dio, e al potente quello di figlio del diavolo. Quando Domineddio pensò di crear l'uomo, mi raccontava una volta un vecchio castaldo di mia famiglia, avea fatto due modelli, ed era incerto quale preferirebbe dei due. L'uno era di creta finissima, inverniciato e dorato, una meraviglia a vedersi; e l'altro di creta rustica, fatto come vien viene e in fretta. Ma siccome tra creatura e creatura non manca mai l'equilibrio, alla bella statua invece di cervello Dio aveva posto un diamante, e in luogo di cuore uno scabro pezzo di ferro; laddove nella brutta invece di midolla ci era un tappo di sughero, e una palla d'oro per cuore. Poscia, pensandoci meglio, Dio lasciò da parte la sua statua bellissima, e diede vita a quell'altra. Lucifero, eterno nostro nemico, passando un giorno pel paradiso terrestre, vide la statua abbandonata, e, per far dispetto a Domineddio, si chinò e le soffiò in bocca la vita. Ebbene: noi berretti, soggiunse con un fine sorriso il castaldo, discendiamo dalla creta rustica animata da Dio, e voi altri cappelli dalla creta finissima animata dal diavolo; ed è per questo che siete dotti, ma senza timore di Dio, e senza pietà per le miserie del povero. Che il diavolo perciò voglia aiutare i ricchi è cosa che va pe' suoi piedi; e il villano non se ne lamenta. Ha però la suprema consolazione di dire: Ci rivedremo nella valle di Giosafatte. E allora!… Dissi che il villano non ha passioni, o le ha di breve durata: e dissi male, perchè ha un odio profondo pel birro, e un vivo e costante affetto per l'asino. Posto al bivio di scegliere fra la morte della moglie o del ciuco, non starebbe in forse un momento. Un'altra donna è fresca, come cinicamente si esprime; ma, invece, a comprare un altr'asino s'impantanerebbe nei debiti, e a trarsene fuori ci vorrebbe l'aiuto di Dio. Ora, in argomento sì vivo, e che ha tanta parte nella vita di lui, la parità non potea certo mancare; e non manca di fatti: ed anzi è delle più belle e delle meglio scolpite. Un giorno il Signore Dio benedetto, infastidito dai tanti lamenti degli uomini, volle fare la distribuzione dei beni e dei mali, in modo che a ciascun ceto toccasser degli uni e degli altri. I primi ad accorrere furono i cavalieri, i quali, non trovando lotta od ostacolo, si acciuffarono le ricchezze, le terre, le onorificenze e tutti i divertimenti di questo mondo; ma non poterono acciuffar la salute, che fuggì via spaventata. In secondo luogo vennero i preti e i monaci, i quali dissero al Signore: O Signore, noi ci contentiamo dei soli beni del paradiso; ma poi, pensandoci meglio, si accorsero che coi beni del paradiso non billisce la pentola; sicchè spazzaron via quel tanto, che fu dimenticato dai cavalieri. E anch'essi ebbero la quota dei mali, e fu il rinunziare alla donna. I monaci e i preti, a dir vero, non restarono rassegnati a quella privazione; e dissero e fecero e tempestarono, ma Domineddio fu ostinato: e volle anzi che portassero la gonnella, per significare che le donne dovessero riguardarle come sorelle, non come mariti od amanti. Ultimi e senza fretta giunsero finalmente i villani, i quali trovarono il campo delle distribuzioni nudo come un ginocchio, all'infuori del ciuco che pascolava lì presso. - E noi, o Signore, chè cosa faremo? dissero a Domineddio. Eravamo poveri, e ora lo saremo sette tanti di più. - Chi non si affretta non mangia, rispose il Signore. Perchè siete venuti sì tardi? Ora il solo bene che vi resta è codesto. E così dicendo additò l'asino, che ragliava e sgambettava per la campagna. - E il nostro male, o Signore? - I vostri mali son molti, ma il principale è lo sbirro. Difatti l'asino è il compagno, l'amico, direi quasi, il solo parente del contadino. Lo cura, lo netta, gli lava gli occhi cisposi, bada che il basto non gli punga le schiene. Ogni notte si alza tre o quattro volte dal letto, e con amorosa insisstenza osserva se manchi di paglia, se sia sdraiato, se per caso la cavezza gli si attortigli alla strozza. Nel giorno di San Vito fa benedirlo dal prete, perchè il Santo lo preservi dai morsi dei cani idrofobi, e fa benedirlo nel giorno di San Silvestro, perché il glorioso pontefice lo difenda dai lupi. I figli spesso strillan per fame, ma all'asino non manca mai il manipoletto del fieno, o un pugno d'orzo, o se non altro la paglia. E quando la povera bestia non fiuta più il cibo, e tien pensoloni le orecchie, e le sbattono i fianchi come mantici da fucina, ohe allora è pietosa scena a vedere con quanta angosciosa sollecitudine il contadino lo vegli, il curi, gli lisci il pelo, gli somministri rimedi. Egli che per le malattie della famiglia non spenderebbe un centesimo, per la guarigione dell'asino darebbe un occhio del capo. Del resto il nostro villano ama l'asino, ma non questo o quell'altro, perchè è pronto sempre a cambiarlo, spesso per necessità di averne uno di minor pregio, più spesso per desiderio di averne uno più giovane, o più robusto, o con minori vizi del suo. Di cambio in cambio, e di disgrazia in disgrazia, qualche volta si riduce a possederne qualcuno, che, a scannarlo pel solo cuoio, sarebbe un atto di previdenza; ma il villano non si smarrisce di animo, e aspetta con ansietà la fiera di Palazzolo. Or per San Lorenzo, chi nol sappia, c'è in Palazzolo una delle più grosse fiere dell'isola nostra; ma, terminata la vera, ne sorge un'altra quasi da burla, instituita pel cambio degli asini malandati: specialità che in dialetto è significata con le parole di cànciu a la curcata, o cànciu ri Palazzuolu. La sera del nove agosto, vigilia di San Lorenzo, in un campo predisegnato va dunque a ridursi la strana processione degli asini da scarto, tratti a furia di stenti da questo o da quell'altro comune vicino. Potenza divina! A niuno verrebbe in testa che quelle povere bestie fossero sottoposte a tanta infinità di malanni. Bisogna vederle per crederlo. Ce n'è di ogni sorta: asini senza coda, o senza orecchie, o senza pelo, o con radi brani di pelle come neri scogli in un mare rossiccio; e ce n'è dei zoppi e dei ciechi e dei rognosi, e dei rattratti, e degli accartocciati come pergamene, e degli spolpati come periodetti del Rubbi, e dei gonfi come metafore del Guerrazzi; e ce n'è di quelli che hanno o nelle schiene, o nella groppa, o in una coscia di tali orribili buchi da entrarci agevolmente una mano; e di quelli con una sola occhiaia; e di quelli rosicchiati dai vermi; e di quelli che di quattro hanno tre piedi soltanto; e di quelli che hanno una sola metà del deretano, perché l'altra metà è stata mangiata dai lupi; e ce n'è dei vecchi, e degli stravecchi, specie di Matusalemmi asinini, che più non han forza di ragliare o di fiutare l'orina.E tutti quanti, senza eccezione alcuna, solcati da orrendi guidaleschi, che mettono a nudo la carne illividita o marciosa. Gli asini, appena arrivati in quel campo, guardan malinconicamente la terra, e vi si sdraian sfiniti, perchè, per Santa Nifissa! è stata una mezza fatica di Ercole l'averli menati fin lì. E allora i proprietari di essi, prendono i capestri, e li buttano e li rimescolano tutti quanti in un mucchio. Ora il cambio degli asini si reca ad effetto appunto col rimescolamento di quei capestri. Allo schiarire del giorno l'un dopo l'altro ciascuno di quei villani piglia un capestro nel mucchio: il primo, che gli venga alle mani; e con quell'atto acquista legalmente la proprietà dell'asino sconosciuto, al quale appartiene il capestro preso a casaccio. Le recriminazioni, le bestemmie, l ingiurie son tali che la parola non ha potenza di riprodurre; ma i lamenti non approdano a nulla, dacchè la consuetudine della fiera non ammetta pentimento od appello.
Da L'antico carnevale della contea di Modica Fra l'illustrissimo signor Governatore generale della Contea, il quale risiedeva nel castello di Modica, e l'il-lustrissimo signor Capitano della X Sergenzia dell'isola, il quale risiedeva nel castello di Scicli, covava da lungo tempo un rancore fiero e acerbissimo, velato però in ambedue da inchini profondi, e da larghi sorrisi che si diffondeano per tutti i muscoli delle loro facce illustrissime, quando avvenia d'incontrarsi. E la causa era questa. Fra i privilegi grossi e minuti, che spettavano al Governatore ce n'era uno grossissimo, cioè che una trombetta degli alabardieri dovesse, mercè tre squilli di tromba, annunziare alla città l'istante preciso in cui quel rispettabile personaggio degnavasi sedere a mensa. E fin qui era nel suo diritto: ma il guaio stava in ciò, che anche il Capitano della X Sergenzia fruiva del privilegio medesimo; e l'uno e l'altro pretendeano che appartenesse esclusivamente a sè solo. Nei tempi ordinarî la faccenda dava luogo a suppliche, a delegazioni, a borbottamenti scambievoli; ma quando venia il carnevale, quando, la licenza spaziava come in proprio elemento, i rancori dei due nobili personaggi traevano alimento dalle caricature officiose e dalle parodie, taglienti come rasoi, scagliate dai partigiani delle due parti contro il malcapitato rivale dell'illustre padrone. Gli alabardieri dall'una banda, e i soldati dall'altra nel escogitavano di sì pungenti, anzi di sì ribalde da trar fuori dai gangheri ogni pigra natura di uomo pacifico. Considerate qual effetto dovesser produrre su due patrizî , su due ostinati sostenitori dei loro diritti. La faccenda, com'era da pre-vedersi, andò a terminare in litigio, e i litigi in quell'epoca eran ben più seria cosa degli attuali, perocchè il diritto s'ingarbugliava siffattamente nel fitto ginepraio delle forme processuali, che per distrigarsene, ci volea del bello e del buono. Nè ciò era tutto: ma perchè un contendente potesse menar vanto della vittoria era mestieri di tre sentenze uniformi, e, ottenuto anche questo, si entrava in un ginepraio piú fitto, cioè la esecuzione legale della sentenza. Nel caso nostro la Magna Curia avea deciso a favore del Governatore generale della Contea, ma la Sacra Regia Coscienza, cioè il Vicerè, assistito da un giudice e da tre curiali, avea deciso a favore del Capitano. Come diamine trarsi d'impaccio? Si ricorse, in ultimo appello, al Concistoro, perchè gli Henriquez Conti di Modica, Almiranti di Castiglia, e potentissimi in Corte difendeano a spada tratta il loro Vicario, e per la stessa ragione il Vicerè non meno potente, nè meno curvato sotto il peso dei titoli, sostenea a viso aperto il Castellano di Scicli. Il Concistoro, dopo lunghi anni di tergiversioni, emise finalmente una sentenza a doppia faccia, come la politica spagnuola, che a quella epoca si sostenea a via di espedienti, e decretò che il privilegio venisse accomunato a ciascuno dei contendenti, senza ombra di preminenza. Qualora però il Governatore si trovasse per avventura in Scicli, che d'altronde era paese della Contea, l'onore dei tre squilli spettava de jure al Castellano; e se costui, per ragione di ufficio, si trovasse in Modica, che militarmente apparteneva alla stessa Sergenzia, le trombe doveano squillare pel Governatore soltanto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qualche volta il carnevale venia scelto di preferenza, quasi a correttivo della licenza soverchia, per qualcuna di quelle odiose esecuzioni, le quali traevan radice dallo arbitrio eccessivo, religioso o sociale. Tale fu una scena barbarica, avvenuta in Chiaramonte sul declinare del secolo scorso, e che delinea con profili quasi fotografici le nostre condizioni in quello scorcio di tempo. Lascio che il Molè Mallo la descriva nel suo diario con quella sua brutale e sgrammaticata schiettezza: "Ieri ultima domenica di Gennaio è stata frustata coram populo per mano del Boja la contadina Rosa di Cunta, sopranominata la getta palle la quale tenea illecita tresca con il figlio del Barone di Canzeria. Ed ecco come andò il fatto. Il padre haveva minacciato di deseredarlo, se non lasciava quella prattica disonesta; ma il figlio che era stato legato da quella sozza femina per maleficio del Demonio, avvegnacchè (come dice Iacobo Springerio nel suo Malleus maleficarum) queste donne svergognate son tutte quante in segreto accordo con Satanasso, non l'importò nulla delle minaccie del padre, e dei savj consigli dei Sacerdoti e sequitò in quella vita bestiale; quare al Barone li montò la mosca al naso, e andò a Palermo per ottenere l'ordine di frustare la meretrìce, e restare in aeternam rei memoriam a spavento de li perversi e delli dissoluti. Dunque la giornata di ieri valde mane, essa fu trasportata nella carcere delle femine, e il Boja, che era arrivato da Palermo li tagliò i capelli, quali li haveva lunghissimi, e li rase le ciglia con il rasoio. Allora che poi suonarono vent'hore nella chiesa di S. Francesco, la medema fu posta al cavallo di una asina zoppa, e fu denudata fino alla cintura in mezzo a due labardieri, che li fecere fare il concorso. Precedevano prima un trombetta, e due tam-burinieri, e poi il Precone dell'Università, che ad ogni svolta di strada, andava bandizzando: Popolo di Chiaramonte, ecco che passa la femina senza timore di Dio. Il Boja di tanto in tanto li veniva applicando un colpo di frusta nelle spalle, ma arrivati che furono avanti le case del Barone di Sant'Antonio, la mala femina parse cadere dall'asina, e smarrì li sentimenti, ondecchè li medici, allegando timore di vita, non volsero che prosequisse quello spettacolo. E questo dispiacque assaissimo alla popolazione, che in tutto quanto il tragitto non haveva cessato di fischiare, di profferire ingiurie, e di gettare immondizie su quella malvaggia, e dispiacque anchora alle persone savie e timorate, riflettendo equamente che quel deliquio era opera del Demonio per non fare soffrire alla sua Protetta il restante di quella humiliazione. Alla sera poi il Barone convitò a cena tutte le Autorità ecclesiastiche e secolari; ma il figliuolo scostumato non comparse, e non si sa ove fuggì". E qui il cronista passa ad altro, nè si dà un pensiero al mondo di narrarci se la povera Rosa morì di febre cerebrale, se fu ricondotta in carcere, o se fu bandita dalla terra nativa, come era vezzo di quei tempi e di quelle occasioni. Era il vero experimentum in corpore vili: nè un teologo di quella fatta, un Commissario della Sacra Santa Inquisizione potea occuparsene senza avvilir la dignità dell'ufficio. In altro fascicolo del diario parla però del fuggiasco dicendo: "Sono horamai due anni, che è scomparso D. Giuseppe figlio del Barone di Canzeria, e non si sà quello che ne è avvenuto. Taluni dicono che fa il cameriere sotto nome mentito, altri dicono haverlo veduto nei contorni di Castrogiovanni con una tonica di eremita. Utinam! ma non ci credo". E piú non parla di Rosa, nè del complice disgraziato. Nè tali sentenze eran rade, ma sgorgavan logicamente dai due principali concetti, che informavano la nostra legislazione penale, cioè la necessità di punire il delitto a qualsiasi costo, e d'infondere un salutare spavento nel popolo. L'impunità della colpa essendo ripetuta (e non a torto) la maggior piaga sociale, era uopo che venisse lasciato un larghissimo arbitrio al magistrato, per supplir col criterio morale alle prove dubbie, o monche, o difettose del reato, che intendeasi punire. Nè il magistrato si trovava a disagio, ma in quella indigesta colluvie di comenti, allegazioni, racimolazioni e consulti, che sussidiavano il nostro Dritto, trovava materia a credere infallibile il proprio giudizio, e a congegnar la sentenza a tale apparato scenico, che fosse acconcio a scuotere la fantasia popolare: teatralità criminale, tra grottesca e feroce, che però spesse volte riusciva ad effetto contrario. Tale fu la sentenza eseguita in Modica nel 1761, e proprio nel giorno 13 gennaio, primo giorno di carnevale. Un tal Modica, probabilmente plebeo, e forse anche bastardo, come può desumersi dal cognome, speculava sulla bellezza della moglie, una giovanetta di famiglia Cannata. In paesi pettegoli come i nostri, specie in quel tempo, le delazioni non si fecero attendere, tal che la G. C. di Modica, dopo un breve processo diede la sentenza: quod praedicti Iugales de Modica et Cannata fustigentur cum zottis per totam hanc civitatem, opportantes Iste de Modica cornua in capite, et Ista de Cannata ferulam in manibus, et hoc ad exemplum aliorum et Ista poena adulterj et lenoncinj etz. La sentenza che aveva ad invocazione il nome di Gesú era sottoscritta dai tre Giudici Napolino, Poidomani e Lorefice. Che spasso pel popolino!... E quanta soddisfazione cristiana per le persone timorate di Dio! Ed ora consideriamo un po' il carnevale dal lato della licenza anticristiana.
Gli scioglilingua del circondario di Modica Il carattere distintivo dell'indovinello plebeo, sia in Sicilia che in ogni altro paese di Europa, è uno sforzo, quasi sempre ingegnoso, di rapprensentare gli oggetti comuni con tale ambiguità di frase da convenire a cose o ad atti osceni: sicchè la mente di chi ascolta venga tratta in errore, e corra non al vero, ma al significato apparente. E tali confronti spesso son côlti con meravigliosa sagacia, ma per lo più manifestati sguaiatamente, e non rado col tecnicismo del vocabolo. Or siffatta specie d'indovinello non solo è la più diffusa, non solo è accolta con maggior simpatia dalla plebe, ma è quasi l'unica che sia ripetuta nei loro allegri convegni anche da fanciulle oneste, e da spigolistre fanatiche. Egli è vero che l'oscenità sta tutta nell'immagine, e quasi mai nell'oggetto; ma non pertanto riesce penoso il considerare come la plebe riponga in isguaiate sozzure lo spirito, la facezia, e quella schietta allegria che ci vivifica il sangue. L'indovinello plebeo, che non piega ad oscenità, considera l'oggetto da un lato solo, e spesso dal meno caratteristico: sicchè, a spremerne il senso, ci vuol del bello e del buono. Qualche volta è riposto nel doppio significato, cui si presta il vocabolo nella pronunzia; qualche altra nel suono dell'oggetto; più spesso in qualche carattere fisico, e segnatamente in quello che attira più l'attenzione. Chi, ignaro dei costumi nostri, udisse da vecchie e da fanciulle plebee quella lunga e spudorata filza di enigmi, che cadon loro di bocca, e le grasse risa che ne susseguono, e i ripicchi mordaci tirati a rima, e rimandati dall'una e all'altra con furia di razzi, dovrebbe argomentare che la plebe nostra sia tra le più corrotte di Europa; eppure s'ingannerebbe alla grossa. La plebe siciliana, specie quella della Contea di Modica, era, e l'ho detto in altri lavori, una razza gagliarda e religiosissima: di onestà talmente ombrosa, da parer ridicola ai giorni nostri, in cui è divenuta rara perfino l'apparenza dell'onestà. Nè potea avvenire altrimenti; perchè l'idea di Dio stava in cima ad ogni pensiero: e quell'idea era ordine, provvidenza e giustizia riparatrice; perchè il rispetto alle Autorità costituite era uno dei dogmi della vita di allora; perchè, a dir breve, l'agricoltore aveva idee di agricoltore, e l'operaio quelle del proprio mestiere: nè s'impermalivano in desideri e allucinazioni, che faceano a calci col loro tenore di vita. La qual cosa se era una barbarie, come è sentenza di molti, era non pertanto un'onesta e santa barbarie, che li rendeva meno infelici. Però, seguendo il consiglio dell'Ecclesiaste, che ogni cosa ha il suo tempo, la plebe nostra avea giorni di stravizzi quasi legali: giorni di allegria schietta e schiamazzatrice, i quali potean considerarsi come una specie di sfiatatoio igienico, che rinvigoriva il sangue, e rianimava gli spiriti. Difatti nel giorno di S. Martino era tenuto in conto di cattivo cattolico chi non si ubbriacasse sconciamente. Diamine! l'ubbriachezza era di rito, pirchì si aria a fari onuri a lu Santuzzu gluriusu. Nel giorno dell'Ascensione al contrario si rapinava il latte da tutte quante le mandre pir fàrisi lu cori biancu, cioè purificarsi dalle colpe commesse: per Natale il trascurare il gioco era atto poco meno che peccaminoso, perchè si gioca pir fari divèrtiri lu Bammineddu. E se per Carnevale gl'indovinelli sbracati non potean propriamente mettersi fra gli atti cristiani, la plebe però riteneva che il buon Dio in quei dati giorni chiudesse un occhio, come appunto i savi padri di famiglia fingono non accorgersi di qualche sregolatezza dei figli: ma, cessato il carnevale, cessava anche la tolleranza; e neppure il più vituperato ribaldo avrebbe osato ripetere il meno sozzo di quegli enigmi, perchè la 'nnivinàgghia fora tempu diventa uffisa di Diu. Or la nuova generazione è meno restia a ripetersi; forse e senza forse è meno ruvida, meno ignorante, meno sudicia delle generazioni che la precessero: ma se ha guadagnato in conoscenze e pulitezza di modi, ha perduto in onestà di costumi, sostituendo i lupanari e le bische alle sante gioie di famiglia, e l'odio velenoso e l'invidia implacabile alla rispettosa affezione che il popol minuto serbava ai proprietari terrieri. La metrica dell'indovinello in gran parte è nell'endecasillabo, congegnato a distico, sia rimato sia assonante; o a tetrastico, o ad ottava con rime alternate. Frequenti ben anco sono i versi settenarî e ottonarî; sconosciuto il decasillabo, del quale se c'è qualche verso è da attribuirsi a vizioso orecchio del poeta, o dei ripetitori. Tranne le Domande, dei nostri enigmi pochisimi sono in prosa, e forse originariamente avean rima e misura poetica, come traple qual e là: ma in prosa od in versi, sboccati o no, è difficil cosa il raccoglierli, quando non si è in carnevale. E qui cade il dubbio: Gl'indovinelli, che ripete la plebe, son fattura tutti di poeti plebei? Mi sia lecito dubitarne. Fra quei raccolti da me, quattordici son dell'Abate Antonino Galfo da Modica; due son opera del canonico Bonaccolti da Caltanissetta; tre son di quella splendida intelligenza, che fu Monsignor Vito Corallo da Chiaramonte; tre del Dottore Emanuele Garofalo, uno del Beneficiale Stefano Melchiore, ed è quello conosciutissimo sulla tabacchiera, ed uno, quello sul telaio, del canonico Rosario Castro. Di parecchi altri ignoro la paternità, ma son così ingegnosi e sottili, e taluni di essi han tal linguaggio di gala, e tale aggiustezza di misura e di rima, che, a crederli opera popolana, ci vorrebbe proprio uno sforzo. Se l'elemento letterario si è largamente infiltrato nell'indovinello plebeo, a sua volta è la fantasia popolana che ha fatto un buco nell'enigma lettarario, e vi si è adagiato comodamente. Il poeta volgare non dà alcuna importanza ai caratteri secondari, ma si concentra in quel solo, che più colpisce l'immaginazione, e lo delinea in immagini di stupenda efficacia. Sconosce l'arte di ombreggiare e colorare opportunamente, e sdegna sopratutto l'ordine delle idee, che vanno a sbalzi, e a tentone. Viceversa è il legame delle idee, è l'arte di lumeggiarle, e di tirarle a pulitura, chò che rende diversa la poesia culta dalla vulgare: sicchè a conoscersi le rifazioni dell'uomo culto, o i rimaneggiamenti del po-polano, certo non ci voglion occhi di lence, e valga questo esempio pei molti, che se ne potrebber citare.
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