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Le collusioni fra istituzioni, banditi e mafia nella sentenza di Viterbo |
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La sentenza di Viterbo, emessa i 3 maggio 1952 dalla corte d'assise di Viterbo, presieduta dal magistrato Gracco D'Agostino, venne elogiata al tempo anche da Girolamo Li Causi. Eppure era indicativa del clima e del bisogno di "cassare" al più presto la questione. Si tenga conto che nemmeno la pubblica accusa sentì il bisogno di proporre delle indagini sui presunti i mandanti dell'eccidio, nonostante le chiamate in correità dei banditi e d'altri. Si trattò in sostanza di una sentenza modello, che in un certo senso farà scuola. E che pure non poté fare a meno di segnalare lo sconcio delle collusioni di organi di polizia e magistratura con banditi e mafia. Segnalazioni che finirono tuttavia in un rimbrotto "morale". Se ne offre qui uno stralcio. Carlo Ruta
Affidata alla sola Arma dei CC la funzione che, fino all'eccidio di Bellolampo (agosto 1949), era stata propria dell'Ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia, sorge il contrasto tra carabinieri e pubblica sicurezza, nonché altri organi, pure appartenenti alle forze armate dello Stato. Onde si ebbe questa situazione davvero strana: l'ultimo ispettore di PS (Verdiani), cui era affidata la direzione dell'organo creato per la repressione della delinquenza associata, e specificamente per la repressione del banditismo che faceva capo a Giuliano omise di consegnare anche una sola carta al Comandante (Luca) delle Forze Repressione Banditismo e non fece neppure nulla conoscere di quella che era l'organizzazione confidenziale di cui si era fino a quel momento servito. Per cui il nuovo organo dovette incominciare a costruire ex novo quell'edificio che era stato già costruito a spese dello Stato e nell'interesse esclusivo della generalità dei cittadini. Ma anche durante l'attività del Comando Forze Repressione Banditismo l'Ispettore di PS Ciro Verdiani malgrado non dovesse più occuparsi del bandito Giuliano, continuò ad occuparsene, iniziando e mantenendo con costui una corrispondenza epistolare attraverso il capomafia Nino Miceli, nonché il capomafia di Borgetto Domenico Adamo, ricevendo inoltre un memoriale che il capo della banda scrisse intorno al delitto di Portella della Ginestra. D'altra parte, quando già il procedimento per tale fatto aveva avuto il suo primo inizio avanti la Corte D'Assise di Viterbo nel giugno 1950, Verdiani trasmise il memoriale anzidetto al Procuratore Generale Pili della Corte di Appello di Palermo, ma non indirizzando il memoriale presso il suo ufficio. E si ebbe ancora qualche cosa di più interessante: l'Ispettore Verdiani non esitò ad avere rapporti con il capo della mafia di Monreale, Ignazio Miceli, ed anche con lo stesso Giuliano, con cui si incontrò nella casetta campestre di un sospetto appartenente alla mafia, Giuseppe Marotta in territorio di Castelvetrano ed alla presenza di Gaspare Pisciotta, nonché dei mafiosi Miceli, zio e nipote, quest'ultimo cognato dell'imputato Remo Corrao, e dal mafioso Albano. … E quel convegno si concluse con la raccomandazione fatta al capo della banda ed al luogotenente di essere dei bravi e buoni figlioli, perché egli si sarebbe adoperato presso il Procuratore Generale di Palermo, che era Pili Emanuele, onde Maria Lombardo madre del capo bandito, fosse ammessa alla libertà provvisoria. E l'attività dell'ispettore Verdiani non cessò più; poiché qualche giorno prima che Giuliano fosse soppresso, attraverso il mafioso Marotta pervenne o doveva a Giuliano pervenire una lettera con cui lo si metteva in guardia, facendogli intendere che Gaspare Pisciotta era entrato nell'orbita del Colonnello Luca ed operava con costui contro Giuliano. Si ebbe così, in modo che non poteva essere più preciso ed evidente, un superamento di quelli che sono i limiti imposti agli ispettori di Polizia, i quali sono certamente organi dello Stato, e come tali, devono eseguire la volontà che trovasi espressa in disposizioni di leggi, intendendo questa espressione in modo del tutto generica. Non può essere consentito ad alcuno anche se occupi un alto grado nella gerarchia statale, porsi al di sopra, o meglio al di fuori di quella che è la volontà dello Stato. Anzi, più elevato è il posto della gerarchia statale, più imperiosamente deve essere avvertita la necessità di osservare le disposizioni di legge. La volontà dello Stato, a proposito delle persone indiziate di reato, è espressamente enunciata all'art. 204 C.P.P.: l'ufficiale di Polizia Giudiziaria e gli agenti di Polizia giudiziaria procedono di loro iniziativa all'arresto in caso di flagranza di reato, a norma degli articoli 235 e 236 dello stesso codice e, negli altri casi, procedono per ordine o per mandato di cattura delle autorità competenti. Ora, non pochi erano i mandati di cattura giacenti presso l'Ispettorato Generale di PS per la Sicilia, di cui fu ultimo capo il Verdiani, emessi dall'autorità giudiziaria contro Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta, e tutti per reati gravissimi, ad incominciare da quello per la uccisione di persone appartenenti alla stessa PS, cui, con altezza di funzioni apparteneva il Verdiani, per finire a quello relativo alla strage di Portella della Ginestra ed a quelli relativi alle aggressioni compiute contro le sedi del partito comunista di vari paesi della provincia di Palermo. Malgrado ciò, l'Ispettore Verdiani iniziò a mantenere rapporti con il capo e con il luogotenente della banda, trascurando di porre in esecuzione uno dei tanti mandati di cattura di cui egli non poteva non essere a conoscenza, dato l'incarico che aveva: presiedere all'Ispettorato di PS, creato proprio per operare contro la banda Giuliano. E non manca fra le lettere esibite dalla difesa del bandito Gaspare Pisciotta qualcuna in cui il Verdiani, rivolgendosi al Giuliano scrive: "Caro Salvatore". Certamente Giuliano, per prendere parte al convegno che ebbe luogo nella notte precedente il Natale 1949 nella casa di campagna del mafioso Marotta, in territorio di Castelvetrano, e per potere in tranquillità consumare le fette e gustare i liquori portati dall'Ispettore Verdiani, dovette essere più che sicuro che questi si sarebbe recato in quel luogo in condizioni tali da non poter tentare neppure di mettere in esecuzione alcuni dei tanti mandati con cui l'autorità giudiziaria ne aveva da tempo ordinata la cattura. Ma era certamente l'Ispettore Verdiani colui che non doveva proporre od accettare che un convegno avesse luogo, perché tra i due doveva ergersi una insuperabile muraglia costituita dai cadaveri dei non pochi agenti di PS che, in adempimento del dovere promanante dall'esercizio delle proprie funzioni, avevano trovato la morte nel tentativo di stroncare l'attività della banda e del capo; cementata la muraglia, dal sangue di tanti civili e di tanti militari che pure avendo lasciata la vita o nelle vie di centri abitati o lungo le strade della zona dove dominava incontrastata la banda di Salvatore Giuliano. Tra i due: Ispettore Generale, o qualunque altro funzionario di PS e capo della banda, doveva esistere un abisso incolmabile, perché il primo doveva operare obbedendo a quella che era la volontà dello Stato, mentre l'altro contro questa volontà aveva operato e continuava ad operare. Altro rilievo non può non essere fatto: è risultato nel dibattimento che confidente dell'Ispettore generale di PS per la Sicilia fu Salvatore Ferreri, conosciuto anche come Totò il palermitano, ma definito come pericoloso pregiudicato, appartenente alla banda Giuliano, già condannato in contumacia alla pena dell'ergastolo per omicidio consumato allo scopo di rapinare una vettura automobile. L'ispettore Generale di PS Messana negò ed insistette nel negare di avere avuto confidente il Ferreri, ma la negativa da lui opposta deve cadere di fronte all'affermazione del capitano dei Carabinieri Giallombardo, il quale ripetette in dibattimento che Ferreri fu ferito dai carabinieri presso Alcamo, ove avvenne il conflitto in cui restarono uccise quattro persone; e, ferito, il Ferreri stesso chiese di essere portato a Palermo, spiegando che era un agente segreto al servizio dell'Ispettorato e che doveva subito parlare col Messana. Dal desiderio manifestato dal Ferreri di voler essere portato a Palermo e dal desiderio di voler parlare col Messana si può dedurre con la massima sicurezza, che Ferreri era in rapporti con il Messana. La Corte sa bene che l'opera del confidente è, può dirsi, anche legislativamente riconosciuta; del confidente si trova fatta menzione nell'art. 352 C.P.P., secondo cui gli ufficiali di Polizia Giudiziaria sono autorizzati a non fare il nome del confidente che loro abbia fornito notizie intorno a reati: ma vi è anche un limite che, sebbene non scritto in alcuna norma giuridica, deve essere ugualmente osservato, quando trattasi di scegliere chi si presenti a fare il confidente. Negò anche il Messana di avere rilasciato al Ferreri una tessera di riconoscimento che gli consentiva di circolare liberamente per la Sicilia e consumare altri delitti, come nella notte in cui ebbe luogo il conflitto di Alcamo, nel quale fu ferito. Ma non esclude che ciò possa avere fatto qualcuno di coloro che più direttamente con lui collaboravano nell'Ispettorato PS per la Sicilia, il capo gabinetto o il segretario particolare, facendo così intendere che la tessera di riconoscimento potè effettivamente essere stata rilasciata a Ferreri. E da questa conclusione può avere conferma anche l'altro fatto, che cioè anche di tessera o di tesserino potè essere stato munito Gaspare Pisciotta il quale potè anch'egli circolare liberamente per la terra di Sicilia tanto più che il teste Luca confermò in pieno l'affermazione di Pisciotta, su tale punto, cioè di avere strappato il tesserino firmato da Messana. Ed a rilievi ed osservazioni non si sottraggono neppure due ufficiali appartenenti entrambi al Corpo Forze Repressione Banditismo. È chiaro che la Corte intende fare esplicito riferimento allo allora Colonnello Luca e al Capitano Perenze, entrambi appartenenti all'Arma dei Carabinieri. Erano riusciti costoro, disciplinatamente e coraggiosamente coadiuvati dai militari dell'Arma sottoposti al loro comando, a ridurre di molto il numero dei componenti della banda Giuliano; di questa residuavano, nell'aprile del 1950, soltanto dei monconi. Dopo l'arresto di Mannino e Badalamenti Nunzio, la banda, come tale, poteva dirsi più non esistente; restavano ancora in stato di libertà: il capo, colui che ne era il luogotenente, cioè Gaspare Pisciotta e qualche altro, ad esempio: Salvatore Passatempo. Anche per costoro, il lugotenente di Salvatore Giuliano non meno temibile di costui, erano presso il Comando delle Forze di Repressione del Banditismo non pochi mandati di cattura, che diventarono delle carte senza rilevanza di sorta, ma che pure quel Comando aveva il dovere di eseguire e non custodire nel cassetto di qualche scrittoio soltanto per impedire che qualche folata di vento li facesse disperdere. Al fuorilegge Gaspare Pisciotta fu possibile avere abboccamenti con il Colonnello Luca, iniziare e svolgere trattative con costui ottenere anch'egli non uno, ma due tesserini che gli consentirono di attraversare liberamente il territorio dell'Isola, portare anche armi automatiche, ottenere il cosidetto certificato di benemerenza, mentre non bisognava dimenticare che ad opera dei banditi di Giuliano, tra cui era Pisciotta, erano caduti diversi militari dell'Arma obbedendo al proprio dovere ed osservando il giuramento prestato. E fu possibile a Pisciotta Gaspare, in epoca successiva alla morte di Giuliano, essere accolto come ospite nell'appartamento occupato a Palermo del Capitano dei CC Perenze: essere accompagnato da costui in vari esercizi commerciali di tessuti per acquistare stoffe che corrispondessero al campione che il fuorilegge portava addosso; essere accompagnato dallo stesso Capitano, per ordine del colonnello Luca, in gabinetto analitico, perché fosse sottoposto ad esame radiologico ed il pagamento della lastra consegnata a Pisciotta fu fatto dal Capitano stesso ed è da ritenersi con denaro dello Stato; essere restituito allo stato di libertà in cui restò fino a quando gli agenti della questura di Palermo non riuscirono a catturarlo, mentre aveva sulla persona una pistola americana carica di quattordici proiettili, con uno in canna, ed altro caricatore sulla persona. Ed il Generale Luca affermò che offrì al Pisciotta un passaporto per emigrare e che Pisciotta poteva emigrare quando voleva da un momento all'altro, oppure chiedere la taglia che il Ministro degli Interni aveva posto per Giuliano. E tutto ciò avveniva mentre trovavansi pendenti molti mandati di cattura contro Gaspare Pisciotta, che restavano ancora chiusi nei cassetti dell'Ufficio del Comando Forze Repressione Banditismo. Non rientra nei compiti della Corte indagare ed accertare le cause che possono spiegare l'atteggiamento assunto dai due ufficiali dei carabinieri nei confronti del fuorilegge Pisciotta Gaspare; essa qui non può rievocare le manifestazioni in cui si concretizzò un tale atteggiamento, in contrasto con la funzione che è propria al corpo delle forze destinate alla repressione del banditismo, manifestazioni che culminarono in alcune affermazioni fatte in dibattimento dall'uno e dall'altro. Si tratta di fatti talmente rilevanti e talmente fuori del comune che anche sotto tale punto di vista il processo può ben essere detto eccezionale. Ed anche questa, che è una decisione di un organo giurisdizionale, deve avere una sola e costante finalità: essere quanto più è possibile obiettiva, in modo che non sia, anzi non appaia neppure ispirata a quello che potrebbe essere detto uno spirito di casta. Quindi, dopo avere ricordato i fatti avanti enunciati, la Corte non può non fare menzione di un'altro fatto anch'esso eccezionale: Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari PS anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d'Appello di Palermo: Emanuele Pili. In dibattimento l'ispettore Generale PS esibì l'originale di una lettera a lui inviata dal capo della banda in cui si legge quanto segue: "se lei riconosce che sia necessario farlo sentire anche a S. E. Pili può dirglielo e se chi sa vuole parlarmi personalmente sono a ciò disposto! (egli, il bandito, anzi il capo della banda) ed incontrarmi di nuovo con Pili mi farebbe piacere, perché sarebbe di grande conforto".
Prima pagina -------------Giuliano e lo Stato
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