Giuliano e Portella: il primo intrigo della Repubblica

di Carlo Ruta

 

C'è tanta gente a Portella della Ginestra, il primo maggio del '47, accorsa da San Cipirrello, San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, a rinnovare una tradizione che, ripristinata dopo la caduta del fascismo da cui era stata repressa, risale all'ultimo Ottocento. Come in altre occasioni l'atmosfera è vivida, quella d'una festa, corroborata comunque da una particolare contingenza. In tutte e tre le cittadine alle elezioni del 20 aprile ha vinto il Blocco del popolo: quando a Montelepre, Giardinello e Partinico, nello stesso circondario, si è avuta una netta vittoria dei separatisti di Varvaro, su indicazione di Giuliano.

Da tempo è animazione nelle campagne, dove le camere del lavoro guidano le occupazioni, forti dei decreti Gullo e Segni, che consentono ai contadini di far propri, associati in cooperative, i terreni mal tenuti e incolti. E restii a subire gli eventi, i proprietari dei feudi reagiscono come è consuetudine, mentre fanno le loro puntate sulla politica. Timorosi delle sorti del vecchio latifondo, hanno sostenuto il separatismo di Finocchiaro Aprile, ma hanno fatto presto a togliere il "mandato" quando nell'incalzare degli eventi ne hanno avvertito la caducità. Hanno incrociato allora il partito monarchico, cavandone una postazione autonoma per chiamare a intese, e un'arma da brandire all'occasione. Ma si tratta di un contratto a tempo, giocato ancora sulle tattiche. Mentre s'accende nell'isola la febbre contadina, i proprietari di terre, con il loro seguito di gabelloti, campieri e capimafia, trovano infine una sponda nel centrismo DC, che nel palermitano reca le movenze e gli stili di Bernardo Mattarella.

Nel paese il clima politico è ugualmente mosso. Nel febbraio del '47 è stata ufficializzata la dottrina Truman per il contenimento dell'influenza sovietica, e già dal '46 si medita l'esclusione dei social-comunisti dai governi d'Europa. Ma in Italia, dove le elezioni politiche sono previste a ottobre, si colgono segnali che allarmano le dirigenze centriste e i loro referenti d'oltre oceano. I partiti di Nenni e di Togliatti hanno conquistato, insieme, città rilevanti come Genova e Torino, e vincono in Sicilia alle regionali del 20 aprile. Esito quest'ultimo che, come attestano taluni documenti dello State Department, agevola il convincimento, tanto in USA quanto in Italia, che i comunisti siano ormai troppo forti perché li si possa battere in terreno aperto. Nel medesimo tempo si consolida al Viminale la posizione del calatino Mario Scelba, proteso al ruolo di uomo forte della Repubblica.

Di tali tensioni non sembra esserci comunque traccia nel primo maggio di Portella della Ginestra. Si stenta perciò a capire, al crepitio delle mitraglie, di essere caduti in un agguato. Il bilancio è tragico: un-dici morti e decine di feriti.

La notizia dell'eccidio si diffonde con rapidità, in Italia e all'estero. Si cerca di capire, nonostante la concitazione del momento. Per il comunista Girolamo Li Causi, che si reca alla prefettura di Palermo, è una rappresaglia di mafia. E dello stesso avviso si mostrano, nell'ufficialità, i comandi dei carabinieri. Di altra opinione si dichiara invece l'ispettore di PS Ettore Messana, con tristi precedenti in pace e in guerra, e coordinatore in Sicilia della lotta al banditismo. In prefettura, dinanzi al dirigente comunista, lascia cadere infatti le seguenti parole: "Per me la strage è stata compiuta da Giuliano". E al ribattere di Li Causi su come faccia a saperlo, aggiunge: "Ho fatto semplicemente un'ipotesi. Quella è zona dove comanda Giuliano". Dettaglio curioso se si considera che il bandito di Montelepre fino a quel momento non ha mai teso agguati ai contadini.

L'ispettore medita. È consapevole della gaffe. E nel tentare di correggerla ne commette un'altra. Poche ore dopo, quasi a volere scusarsi, telefona a Li Causi: "Senta onorevole, se lei vuole, io resto fuori dalle indagini su Portella. Mi faccio da parte". Per sentirsi replicare: "Lei prende ordini dal ministero degli Interni, dica a lui queste cose, non a me, che non ho veste alcuna". Nella medesima giornata trasmette il suo rapporto al Viminale, con qualche dettaglio significativo: "Confidenti sicuri, di cui non è possibile per ovvie ragioni rivelare i nomi, avevano avvertito subito l'ispettorato di pubblica sicurezza che l'autore del delitto era stato Giuliano e la sua banda …". Alludendo, come si saprà più avanti, al bandito Salvatore Ferreri, detto Fra' Diavolo.

I conti di Messana non tornano però ancora. Presente all'eccidio di Portella, Ferreri nelle ore che seguono è in montagna, sotto il controllo diretto di Giuliano e dei fratelli Pianello, confidenti a loro volta dei carabinieri, e non si capisce come abbia potuto avvertire il suo "protettore", tanto più se si tiene conto delle precarietà della telefonia, priva ancora della teleselezione, e delle difficoltà dei luoghi. Il coordinatore della lotta al banditismo, che di lì a poco verrà rimosso, travolto dalle accuse di Li Causi, sapeva allora già prima dell'agguato? Tanti elementi logici e fattuali dicono di sì.

La politica intanto si posiziona. Il giorno seguente, Portella è tema di discussione alla Costituente, dove per paradosso si trova a commemorare i morti il democristiano Bernardo Mattarella, il cui nome correrà non poco nel prosieguo degli eventi. Mario Scelba, dal canto suo, accetta in toto il "teorema" di Messana, mentre assicura, senza chiarire, che l'eccidio non può essere politico. Nel giro di pochi mesi verrà comprovato in effetti che il primo maggio sulle balze della Pizzuta, antistante al pianoro, era appostato Giuliano coi suoi uomini.

Con l'ausilio e il paravento dei banditi, insistono comunque le tensioni, in quella primavera siciliana che contraddice smaccatamente le "garanzie" di Scelba. Il 22 e il 23 giugno assalti vengono portati a sezioni comuniste di Partinico, Carini, Cinisi, Borgetto, Monreale, San Giuseppe Jato: con diversi uccisi e decine di feriti. Nei primi due centri vengono lanciati manifestini a firma di Giuliano, ma opera visibilmente di altri, e consonanti con le tesi del Fronte antibolscevico, di ispirazione monarchica e fascista, attivo dal '45. Vi si leggono le seguenti parole: "Quegli uomini che vogliono a ogni costo buttarci in grembo a quella terribile Russia dove la libertà è una chimera e la democrazia una leggenda, e per i quali, noi che amiamo la nostra Sicilia, dobbiamo sentire sdegno e ribrezzo, debbono essere senz'altro lottati. E io ho assunto questo impegno. Ma perché ciò riesca è indispensabile che tutti i cari fratelli siciliani mi seguano, per aprire un nuovo ciclo di storia veramente fulgida e gloriosa che dovrà redimerci, rendendoci degni di questa nobile Sicula terra". In quale gioco s'inserisce allora il capobanda di Montelepre? Chi gli ha potuto ordinare di posizionarsi intorno a Portella il primo maggio del '47? A quale trama rispondono gli assalti alle sezioni comuniste nel giugno successivo?

In quel periodo è attivo nel paese James Angleton che, già artefice per conto dell'OSS dell'"Operazione Italia", guiderà in via informale i servizi segreti della Repubblica fino alla nascita del Sifar. Con lui sono agenti di spicco come Offie Carmel, Henry Tasca, Brennan Earl, Frank Bruno Gigliotti. Tutto questo con la condivisione di De Gasperi e i supporti logistici di Scelba che, noto per il suo puntiglio anti-comunista, diventa il primo interlocutore dell'amministrazione USA. Nell'attesa delle elezioni politiche, il territorio nazionale è perciò teatro di attività a vari livelli, nel solco della dottrina Truman. E alcune tracce, già rilevate dagli osservatori coevi, comprovano che Portella, al pari di altri delitti prima e dopo, converge in tale quadro.

I primi incontri fra Giuliano e i comandi statunitensi risalgono al '44, come testimonia una foto del capobanda con il boss Vito Genovese, nelle vesti di ufficiale di collegamento. Il contatto s'intensifica tuttavia dal '46, quando, entrato in gioco il maggiore Michael Stern, appare possibile un gioco consonante in chiave "antibolscevica". In una lettera di Giuliano, di poco anteriore a Portella, si legge: "…non credeti tali di poter lottare anch'io quei vili rossi, vi prego di venire qualcuno a prendere degli accordi e prendere qualche appunto qua in Sicilia che io stesso le illustrerò". E a testimoniare la frequentazione con il maggiore, così chiude: "Se qualcuno di voi vienite non venire indivisa ma vestiti in borghesi anche per magior sicurezza vi fareti accompagnare dallo stesso Stern in modo che anche la mia famiglia ne stia più tranquilla". Un dato è infine sintomatico: appena una settimana dopo l'eccidio, il militare si rivede con Giuliano, ufficialmente per un servizio giornalistico, che uscirà su una rivista americana, in sostanza per discutere di armi, come si legge in un successivo messaggio del bandito.

D'altra parte, indizi coerenti appaiono, già in quei frangenti, sulla condotta di Scelba. Come riportato, Messana e i comandi dei carabinieri, obbligati a rendere conto di tutto al Viminale, dispongono di informatori nella banda. Al pari di costoro, l'uomo forte della Repubblica è perciò in grado di conoscere anzitempo i movimenti di Giuliano. I contatti stretti con gli americani e i parlamentari DC dell'area, in particolare con Bernardo Mattarella, partecipe all'affare, rendono d'altra parte impossibile che attività fuori le righe possano verificarsi senza il suo consenso, o addirittura senza che sia informato. E in effetti solo in tale sapere anticipato che si dipana da Palermo a Roma, trova senso l'uccisione, poche settimane dopo l'agguato, dei fratelli Pianello, in contatto con il capitano Paolantonio, e di Fra' Diavolo. Giuliano sa che nella banda operano confidenti di polizia e carabinieri, ma anziché giustiziarli come fa coi traditori, si limita a sorvegliarli, recando punti di contatto con gli stessi referenti. In sostanza, Fra' Diavolo e i Pianello gli tornano utili, per lanciare messaggi e tenere i mandanti sotto scacco. Si apre quindi un curioso circuito, in cui gli elementi più esposti finiscono con l'essere proprio i delatori del prima-Portella, recanti loro malgrado cognizione della trama. Di qui la loro rapida uscita di scena, che lascia in ogni caso delle sbavature.

In definitiva, l'eccidio del primo maggio non può essere una storia a sé, come ha assicurato Scelba alla Costituente, ma è parte di un disegno, che si dipana dall'intimo delle istituzioni, in raccordo con emissari d'oltre oceano. E il seguito va in tale senso.

Nell'imminenza delle elezioni politiche, la tensione è allo zenit. I massimi organi della sicurezza americana sanciscono che in caso di vittoria del Blocco del popolo, va usata la forza. Partite di armi giungono quindi alle dirigenze DC e perfino ai cospiratori del Fronte antibolscevico. Ecco come ricorderà il momento Francesco Cossiga: "Alla vigilia del 18 aprile ero armato fino ai denti. Mi armò Antonio Segni. Non ero solo, eravamo un pugno di democristiani riforniti di bombe a mano dai carabinieri. La notte del 18 aprile la passai nella sede del comitato provinciale della DC di Sassari. … Prefettura, poste, telefoni, acquedotto, gas non dovevano cadere, in caso di golpe rosso, nelle mani dei comunisti". Con il supporto della mafia, nell'isola viene quindi naturale aggiornare il patto con Giuliano, che firma proclami filo-atlantici, rilanciati senza commenti dal primo quotidiano di Palermo, e fa convergere i voti del circondario sulla DC, in particolare su Bernardo Mattarella.

Si tratta tuttavia dell'ultimo accordo col bandito, giacché dopo il 18 aprile lo scenario muta. Il pericolo "rosso" si allontana, e di conseguenza lo scontro che è stato paventato. Alla forza d'occupazione sopravviene la NATO, che disloca le sue basi in tutto il territorio nazionale, mentre le trame, necessarie alla tutela dello statu quo, si trasferiscono in un territorio più celato, in cui insistono a fare scuola Gigliotti, Tasca, Angleton e altri agenti d'oltre oceano. Nello specifico dell'isola, va quindi sanata la lesione di Giuliano, in particolare quella apertasi con Portella, pericolosa alla politica e alle istituzioni che si sono vistosamente compromesse. Ma il bandito non ci sta e minaccia. Il 2 ottobre scrive a "L'Unità": "Se non fosse per la grande sincerità che la natura mi ha dato, oggi potrei mostrare una lettera che un amico intimo del signor Scelba, proprio alla vigilia delle elezioni, mi mandò e conteneva la promessa che sopra ho detto, lettera che io, dopo averla letta, per eventualmente non comprometterlo, ho stracciato". E il 24 novembre così si rivolge ai parlamentari DC siciliani: "Nelle nostre zone non si è votato che per voi e così noi abbiamo mantenuto le nostre promesse, adesso mantenete le vostre". Un risvolto di tale insolvenza sembra per altro la sua intenzione di rapire Bernardo Mattarella, di cui dirà il bandito Antonino Terranova ai magistrati.

Prima che si giunga alla soppressione di Giuliano occorre comunque bonificare il campo. Parte perciò un nuovo capitolo della macchinazione. Per contenere la veemenza accusatoria del bandito, che vanta adesso un memoriale coi nomi, vengono incarcerate e rese ostaggio la madre e la sorella. Contestualmente parte il lavoro d'intelligence dell'ispettore Ciro Verdiani, già funzionario dell'OVRA, d'intesa con il procuratore di Palermo Emanuele Pili. Compito del funzionario di PS, formalmente esonerato da ogni incarico in Sicilia, è di avvicinare il capobanda, indurlo a consegnare il memoriale e a compilarne uno che scagioni la politica, prima che si apra il processo di Viterbo. In cambio promette beneficî ai familiari incarcerati e a lui medesimo, con la "garanzia" di Pili. Infine, dopo l'eccidio di Bellolampo, con sette carabinieri uccisi, entra in campo il Corpo antiguerriglia del colonnello Luca, mentre i comandi locali dell'Arma, in particolare Perenze, Lo Bianco e Paolantonio, organizzano un gioco più minuto, con l'irretimento di Gaspare Pisciotta, perché l'affare venga chiuso al tempo giusto.

Intanto, la tela rischia di smagliarsi. Il 29 gennaio 1949 il bandito Giovanni Genovese dichiara al giudice istruttore di Palermo, che alcuni giorni prima di Portella, lui testimone, Giuliano avrebbe ricevuto una lettera con la committenza dell'eccidio. E la veridicità dell'episodio è sostenuta da dati coincidenti. Verrà infatti convalidata dalla sentenza di Viterbo con queste parole: "Che la lettera … abbia una qualche relazione con il delitto che, a distanza di qualche giorno soltanto fu consumato da Giuliano e dalla banda da lui guidata, pare alla corte non possa essere posto in dubbio". Restano inoltre sostenute le rimostranze di Giuliano che, sollecitato da Li Causi a fare i nomi, in una lettera autografa, uscita su "L'Unità" il 30 aprile 1950, così scrive: "Scelba vuol farmi uccidere perché io lo tengo nell'incubo per fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere tutta la sua carriera politica e financo la vita".

Il lavorio dei carabinieri e di Ciro Verdiani va comunque in porto. Pisciotta si rende disponibile a Perenze, Lo Bianco e Paolantonio, che gli assicurano una cospicua taglia e l'impunità. E ne ricava intanto un salvacondotto con la firma apocrifa del ministro Scelba, che ovviamente sa. Dal canto suo Giuliano, pur di ottenere la liberazione dei congiunti e confidando nell'espatrio, consente alla richiesta del funzionario di PS. In realtà, con una lettera datata 24 aprile 1950 si è dichiarato già unico responsabile di Portella. Ma il documento è stato in qualche modo corretto dalla missiva anzidetta a "L'Unità", che testimonia certo il rovello del bandito. Completa quindi la "confessione" con un memoriale datato 28 giugno, destinato tramite Pili ai magistrati di Viterbo, con cui scagiona espressamente Mario Scelba. E a quel punto il gioco è fatto. Appena una settimana dopo, nella notte fra il 4 e il 5 luglio, il capobanda viene ucciso.

Dopo tale epilogo balzano però fino allo scandalo le trame di Stato che ricoprono la vicenda. Perenze e Luca inscenano la farsa di uno scontro a fuoco nella via Mannone di Castelvetrano, facendone rapporto al capo del Viminale, che ovviamente sta al gioco. Giuliano è stato ucciso invece dentro una abitazione, nel sonno, da Gaspare Pisciotta, che dieci mesi dopo si autoaccuserà. A caldo dei fatti, sulla scorta di testimonianze e rilievi tecnici, i militari e il ministro vengono comunque sconfessati da due giornalisti, Tommaso Besozzi e Nicola Adelfi, dalle colonne de "L'Europeo". L'affare Giuliano-Portella resta segnato dall'imperfezione.

A quel punto, la tensione dei mandanti si sposta su Pisciotta, che più di prima costituisce un pericoloso testimone. I carabinieri temporeggiano, lo nascondono, lo governano, pensano forse, lui concorde, a un espatrio cautelativo, ma il 30 dicembre di quell'anno la PS lo arresta: forse per rappresaglia verso l'Arma, di certo senza calcolo complesso. In realtà, nella concitazione di quei tempi, qualcosa continua a sfuggire alla regia. E ancora una volta il gioco si scombina.

Sentitosi ingannato, l'ex luogotenente di Giuliano è deciso a fare i nomi dei politici, nel vivo del processo di Viterbo, che richiama giornalisti da vari continenti. In una udienza spiega: "Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: il deputato DC Bernardo Mattarella, il principe Alliata, l'onorevole monarchico Marchesano e anche il signor Scelba… Furono Marchesano, il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella… Dopo le elezioni del 18 aprile 1848, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l'incontro tra noi e i due mandanti è avvenuto in contrada Parini, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte prima del 18 aprile fossero mantenute. I due tornarono allora da Roma e ci hanno fatto sapere che Scelba non era d'accordo con loro, che egli non voleva avere contatti con i banditi". E le rivelazioni di Pisciotta s'intrecciano con quelle di altri banditi, in particolare con quelle di Antonino Terranova, mentre dalle deposizioni di Verdiani, Perenze, Luca, Paolantonio e altri risalta la linea torva delle collusioni, dei vuoti, delle falsificazioni.

Tuttavia, come già l'istruttoria di Palermo, il processo di Viterbo scivola volutamente nell'incongruo. La pubblica accusa, che soggiace alla politica, non chiede infatti di procedere contro i possibili mandanti, mettendo in difficoltà la stessa corte giudicatrice, che pure non si espone sulla portata dell'eccidio. Si legge nella sentenza: "Non è la Corte investita del potere di esercitare l'azione penale. Essa è un organo giurisdizionale il quale conosce di un reato in base a sentenza di rinvio, ovvero in base a richiesta di citazioni, e non può trasformarsi in organo propulsore di quelle attività che sono proprie di altro organo, il Pubblico Ministero".

La condanna dei banditi, non chiude in ogni caso la vicenda di Portella. Pisciotta non si placa: inveisce, accusa, minaccia altre rivelazioni, chiede l'istituzione di una commissione d'inchiesta. E con l'enfasi che gli è propria, con una lettera che invia al presidente della corte d'assise, datata 10 ottobre 1952, puntualizza: "Non si cerca la verità, ma si cerca di coprire con tutti i mezzi la verità. Faccio appello fin da ora a tutti i signori sottonotati: Miceli, Marotta, Albano, Rimi, che io ho ripudiato quali spie e doppiogiochisti, ed agli onorevoli Alliata, Marchesano, Cusumano, nonché Scelba e Mattarella, che è giunto il momento in cui dovranno assumere le loro responsabilità, perché io non mi rassegnerò mai e continuerò a chiederlo fino all'ultimo respiro: desidero sempre una inchiesta parlamentare. Gaspare Pisciotta. 10 ottobre 1952. Poscritto: Anche agli alti prelati toccano le loro responsabilità, ma verrà il turno anche per loro, e la signorina Margherita Bontade ne sa qualcosa. Firmato: Pisciotta".

Ancora una volta, dalle dichiarazioni di Pisciotta affiora una mappa dell'intrigo, degna di una meticolosa verifica giudiziaria che non giungerà mai, a conferma di un meccanismo chiuso di correità. Tutto accelera comunque la sorte del bandito, che il 9 febbraio 1954 viene avvelenato all'Ucciardone.