| Il governo e l'uccisione di Giuliano, nella relazione di minoranza dell'Antimafia del 1976 | ![]() |
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La Commissione antimafia fece presto a perdere la parvenza di unitarietà interna che aveva conservato nelle sue prime mosse. Analisi più dignitose e attinenti ai fatti potettero perciò venire dai commissari d'opposizione, come testimonia la relazione di minoranza del 1976, firmata fra gli altri da Pio La Torre e Cesare Terranova, in opposizione a quella siglata dal DC Carraro. Vi si legge fra l'altro: "Il Governo si servì della mafia per eliminare il bandito. Giuliano doveva essere preso morto perché non potesse parlare. Si creò, così, la messinscena della sparatoria nel cortile De Maria a Castelvetrano". E ancora: "Tutti gli organi dello Stato furono in verità coinvolti in una operazione che doveva servire ad impedire che si accertasse la verità sulle collusioni fra alcuni uomini politici e la banda Giuliano. Ma per raggiungere questo risultato si fece ricorso alle cosche mafiose che ne uscirono rafforzate e accresciute nel loro peso politico". Di tutt'altro tenore rispetto alla relazione Berardinetti, con maggiore obiettività si evidenzia in realtà il nesso fra la politica, e il nome di Bernardo Mattarella risalta stavolta con evidenza, e la banda Giuliano. Segna quindi un significativo progresso sulla via della verità su Portella, e un superamento del limite Berardinetti, offrendo una precisa indicazione alla storiografia e al giornalismo d'inchiesta, quando l'argomento veniva fatto proprio da una pubblicistica di infimo livello, impostato saldamente sul mito di Giuliano. Carlo Ruta
Dalla Relazione di minoranza 1976. Relatore Giuseppe D'Alema
1. Il nodo del 1943 Bisogna avere presente che sempre, nei momenti di crisi, il popolo siciliano ha riproposto la sua aspirazione all'autogoverno; nel 1860 come nel 1893 ed ora, nel 1943, al crollo del fascismo. In realtà, il popolo siciliano vide nella caduta del fascismo il crollo dello Stato accentratore, poliziesco, protettore delle ingiustizie sociali; lo Stato che aveva detto sempre "no" alle sue aspirazioni all'autogoverno ed alla giustizia sociale. Ed è questa la componente sana, più genuina, dell'indipendentismo siciliano. Certo, gli agrari, ancora una volta, fanno leva su questo sentimento per distorcerlo ai loro fini: essi temono, infatti, che dal crollo del fascismo sorga uno Stato nazionale diverso, in cui la classe operaia e le masse contadine possano avere - come poi, in effetti, hanno avuto - un ruolo diverso; temono "il vento del nord". Giungiamo così al nodo del 1943: al punto fondamentale, cioè, della nostra inchiesta. Un rinnovato alimento la mafia lo ricevette dal modo in cui avvenne la liberazione della Sicilia nell'estate del 1943. Nella loro manovra, gli agrari, all'inizio, si incontrarono con le forze di occupazione angloamericane che, anche in Sicilia, si appoggiavano a gruppi sociali conservatori. C'è infine l'utilizzazione, da parte dei servizi segreti americani, del gangsterismo siculo-americano nella preparazione dello sbarco in Sicilia e l'insediamento di sindaci mafiosi in numerosi centri dell'isola. Tutto ciò venne favorito dalla debolezza dei partiti antifascisti in Sicilia e dalla mancanza di una lotta di massa per la liberazione. Ma la convergenza della mafia sulle posizioni separatiste durò poco: proprio perché la mafia deve appoggiarsi al potere politico, appena si rese conto che il Movimento per la indipendenza della Sicilia non aveva alcuna prospettiva di conquistare il potere, cambiò bandiera. Una parte della mafia e del mondo agrario, quando si accorsero che il Movimento per l'indipendenza della Sicilia non aveva alcuna prospettiva di conquistare il potere nell'isola, tornò ai vecchi amori col vecchio personale politico dello Stato pre-fascista, con i vecchi notabili che si erano schierati sulle posizioni del Partito liberale e dei gruppi monarchici e qualunquisti che pullulavano in quel periodo. In questo quadro, non bisogna trascurare le grandi manovre che l'aristocrazia terriera siciliana compì alla vigilia del referendum del 2 giugno 1946: l'accordo sull'ipotesi di staccare la Sicilia dall'Italia, nel caso di vittoria della Repubblica, e di insediare in Sicilia la monarchia sabauda, come punto di riferimento per un ritorno vandeano verso il continente. Da qui i collegamenti realizzati dai monarchici con il bandito Giuliano, fino alla strage di Portella della Ginestra. 2. Rapporto mafia-banditismo-Governo La Commissione parlamentare antimafia non può rifiutarsi - come fa la relazione di maggioranza - di trarre conclusioni politiche dalla drmmatica vicenda della strage di Portella della Ginestra e dalla morte di Giuliano. È fuori dubbio che Giuliano, sparando a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, intendeva compiere una strage in occasione della Festa del lavoro in una zona nevralgica della provincia di Palermo dove la Cgil e i partiti di sinistra si erano notevolmente sviluppati. Tale strage si colloca in un momento decisivo della vita politica siciliana: all'indomani delle elezioni della prima assemblea regionale siciliana aveva visto i partiti di sinistra, uniti nel Blocco del popolo, conquistare la maggioranza relativa dei voti e quindi il diritto ad assolvere ad un ruolo decisivo nel governo regionale, e mentre c'è la crisi dello schieramento antifascista sul piano nazionale e internazionale, e a Roma si apre la crisi di governo con l'obiettivo di escludere il Pci, e il Psi dal Governo per bloccare le riforme delle strutture economiche e sociali del Paese. Risulta evidente che ad armare la mano di Giuliano furono forze collegate al blocco agrario siciliano (e anche a centrali straniere) che intendevano sviluppare un aperto ricatto verso la Dc per indurla a rompere con i partiti di sinistra in Sicilia contribuendo così ad accelerare anche la rottura sul piano nazionale. D'altro canto, la banda Giuliano diede un seguito alla sua azione terroristica, e dopo la strage di Portella, nelle settimane successive, si ebbero attacchi alle sedi del Pci e del Psi e delle Camere del lavoro in numerosi comuni del palermitano (S. Giuseppe Iato, Partinico, Monreale, S. Cipirello, eccetera) nel corso dei quali furono assassinati o feriti numerosi lavoratori. Più in generale, nella gran parte della provincia di Palermo si creò un clima di terrore che rendeva impossibile l'esercizio delle libertà democratiche da parte dei partiti di sinistra e della Cgil. Tale clima di terrore venne alimentato sino alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 che segnarono una profonda modifica dei rapporti di forza fra i partiti in tutti i comuni di influenza della banda Giuliano. Prendiamo ad esempio i dati elettorali di Montelepre. Il 20 aprile 1947 (elezioni regionali), il Mis democratico repubblicano, la lista di Varvaro, prese 1951 voti, la Dc 719 voti, il Partito monarchico 114, il Blocco del popolo 70. Nel 1948 la Dc passa da 719 a 1593, i monarchici da 114 a 1034, il Fronte democratico popolare, in cui è candidato Varvaro, prende soltanto 27 voti. Occorre vedere, poi le preferenze personali di Mattarella e degli altri che non erano della zona di Partinico ed esaminare come si impedì (ci sono i documenti in possesso dell'Antimafia) al Fronte democratico popolare di tenere una qualunque forma di propaganda elettorale in tutta la zona. A trarre benefici dall'"intervento" elettorale della banda Giuliano, furono il Pnm da un lato e la Dc dall'altro. Ciò spiega la difficoltà in cui poi si trovò il Governo nel dare conto al Parlamento e al Paese della morte di Giuliano. Si verificò, in questa circostanza, un fatto enorme. Il Governo si servì della mafia per eliminare il bandito. Giuliano doveva essere preso morto perché non potesse parlare. Si creò, così, la messinscena della sparatoria nel cortile De Maria a Castevetrano. Il ministro dell'Interno dell'epoca emanò un bollettino con cui si accreditava la falsa versione della morte di Giuliano e si promuovevano sul campo tutti i protagonisti dell'impresa. Il colonnello dei Carabinieri Ugo Luca venne promosso generale; Il prefetto Vicari fu promosso prefetto di prima classe e da lì spiccò il volo sino a diventare Capo della polizia. Ma bisognava anche impedire che la Magistratura aprisse una qualche inchiesta sui fatti e allora si pensò di "tacitare" il procuratore generale di Palermo, Pili, che era alla vigilia di andare in pensione. Il presidente della Regione (che era allora l'onorevole Franco Restivo!) si incaricò di offrire a Pili un importante incarico: al momento di entrare in quiescenza lo nominò consulente giuridico della Regione siciliana. E così il cerchio si chiuse. Tutti gli organi dello Stato furono in verità coinvolti in una operazione che doveva servire ad impedire che si accertasse la verità sulle collusioni fra alcuni uomini politici e la banda Giuliano. Ma per raggiungere questo risultato si fece ricorso alle cosche mafiose che ne uscirono rafforzate e accresciute nel loro peso politico. Tale peso politico la mafia lo utilizza nel contrastare le lotte contadine per la riforma agraria e il rinnovamento sociale della Sicilia.
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