Rapporto del capitano Giallombardo sul conflitto a fuoco di Alcamo del 27 giugno 1947

Rapporto del prefetto di Palermo Vicari del 25 aprile 1950

Appello a firma di Giuliano del giugno 1947

Fonte: Associazione "Non solo Portella". Note in corsivo di Giuseppe Casarrubea

 

Tre documenti sulla strage di Portella:

1) il rapporto del capitano Giallombardo sull'uccisione di Salvatore Ferreri, alias Fra' Diavolo, di Vito Ferreri, suo padre, di Antonino Coraci, suo zio, e dei fratelli Pianello: tutti elementi chiave delle collusioni tra banditi e forze dell'ordine ai massimi livelli. Il testo è prezioso per le sue innumerevoli contraddizioni;

2) lettera del prefetto Vicari al Ministro dell'interno sulla strage di Portella. La lettera è importante per due motivi: per il contenuto e la data: 25 aprile 1950. Pisciotta è ancora libero, ma la lettera del prefetto anticipa le sue dichiarazioni di almeno un anno. Fondamentale il riferimento dei Genovese alla riunione di 'Saraceno' e alla presenza di Ferreri;

3) la presunta rivendicazione di Giuliano degli assalti contro le camere del lavoro della privincia di Palermo del 22 giugno 1947 (il processo di Viterbo unificò queste nuove stragi con quella di Portella del mese precedente). Il testo è grammaticalmente perfetto, non poteva essere stato scritto da Giuliano.

 

Rapporto del capitano Giallombardo sul conflitto a fuoco di Alcamo del 27 giugno 1947

 

Il seguente documento si trova presso la Cancelleria della II Corte di Appello di Roma, Città Giudiziaria, processo n. 13/50, cartella 7, all. Z, n. 13.

COMPAGNIA DEI CC. DI ALCAMO

N. 398/18 ………………………………………….............................................. Alcamo, 1 luglio 1947

Oggetto: Rapporto giudiziario relativo al conflitto a fuoco tra i militari della Compagnia di Alcamo e la banda di Ferreri Salvatore inteso "Fra' Diavolo".

ALL'ILL.MO SIGN. PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE TRAPANI

Il capitano Giallombardo Roberto, Comandante la Compagnia Carabinieri di Alcamo, aveva assodato che i molteplici delitti, tutti audaci e di grave entità, come omicidi e ferimenti di militari dell'Arma dipendenti, sequestri di persone facoltosissime, estorsioni, rapine in grande stile, venivano commessi nella sua giurisdizione ed in quella della Compagnia Carabinieri di Trapani da certo Ferreri Salvatore di Vito e di Coraci Maria, nato Alcamo il 13/4/1923, residente a Palermo, inteso "Fra' Diavolo".

Temibilissimo ed audacissimo delinquente, sanguinario e pericoloso malfattore, a cui accoppiava anche una grande furberia, condannato in contumacia all'ergastolo per omicidio a scopo di rapina, e da numerosi mandati di cattura [sic], era inteso "Fra' Diavolo" o "Totò u Palermitanu" ed ultimamente anche il "Re della Montagna", notoriamente ritenuto vicecapo della banda Giuliano, alla quale apparteneva, e da quest'ultimo si vuole delegato a firmare le sue lettere estorsive con la sigla "G." .

Egli aveva costituito la sua banda con uomini della sua stessa risma, scorazzando fra le campagne di Alcamo e le montagne di Inici, Sparacio e Scorace, ed avendo come posto di arroccamento, la zona delle montagne attorno al feudo Sagana (Palermo), noto quartiere generale di Giuliano, per comparire nei punti designati di sorpresa onde commettere i suoi atti delittuosi, apportando il terrore ed il lutto nelle popolazioni della intera Provincia.

Ciò viene comprovato anche dal fatto che fra i morti di detta banda in seguito al conflitto a fuoco, di cui in argomento, si trovano due da Montelepre.

Le battute, i posti di blocco, e qualunque altro servizio operati dall'Arma e dagli altri organi di Polizia non erano valsi a nulla e tanto meno a scoraggiarlo, che, anzi, spavaldamente lo rendevano più audace e temibile. Il capitano Giallombardo, nella cui giurisdizione il Ferreri aveva fatto sentire il peso delle sue gesta delittuose, da un anno circa iniziò una paziente, accurata, scrupolosa azione di indagini, studiando meticolosamente ogni manifestazione delittuosa, le caratteristiche dei sistemi adottati, tenendo attorno a lui una rete sottolissima d'informazione, di spostamento, di indizi, così da costruire un piano, che potesse apportare o la cattura o l'uccisione del bandito.

Egli nella sua complessa attività intelligente e sagace era sorretto e consigliato dal Maggiore Marineo Vincenzo, Comandante il gruppo dei Carabinieri di Trapani, che era mantenuto al corrente della preparazione e dello svolgersi degli eventi anche nei minimi particolari e si teneva sempre a suo contatto in modo che fosse aiutato ed assistito nei momenti cruciali.

In un mese circa l'attività del Capitano Giallombardo si faceva sempre più intensa, la rete si stringeva, l'azione si rendeva febbrile.

Tante volte, notizie non concrete, lo hanno indotto a predisporre a vuoto dei servizi di appiattamento con esito negativo.

La sera del 26 giugno u.s. ebbe notizia certa che "Fra' Diavolo" e la sua banda doveva entrare nella stessa notte in Alcamo dalla via dei Mille, rione periferico dell'abitato, per commettere una delle sue imprese delittuose.

Con accortezza, sagacia, accorgimento, sangue freddo egli predispose i servizi.

Il capitano Giallombardo, verso le ore 23,45 del 26 detto, in bicicletta, in tenuta mimetizzata, col carabiniere Guagenti Francesco si portò sul posto designato e, fatto nascondere il dipendente a distanza, attese fino a quando non comparvero i delinquenti che dovevano raggiungere una località fuori abitato per concertare una nuova impresa delittuosa. Di corsa in bicicletta, mentre i malviventi erano fuori zona, egli si precipitò in caserma, e con 14 militari, fortemente armati di mitra, moschetti e bombe a mano ritornò sul posto -via dei Mille, Contrada Canapè; li divise in due nuclei, di cui uno di otto uomini comandato dallo stesso ufficiale, lo collocò celato dietro una traversa e l'altro, pure celato, di cinque uomini al comando del brigadiere Calantoni Francesco, armato anche di fucile da caccia, a circa trecento metri più avanti in un'altra traversa della stessa via. Il Capitano Giallombardo era armato anche di un fucile da caccia.

Il primo gruppo era composto, oltre che dal capitano Giallombardo dall'appuntato Piazza Calogero, dai carabinieri Impellizzeri Marco, Campanella Salvatore, Martorana Tommaso, Giannone Giovanni, Brucato Pietro, Virruso Calogero, Martielli Giacinto; il secondo gruppo era com,posto oltre che dal brigadiere Calantoni, dai carabinieri Guagenti Francesco, Alderuccio Salvatore, Coniglio Salvatore, Caronna Attilio e Pileri Nicolò.

Detto ufficiale ordinò a tutti i dipendenti del primo gruppo di aprire il fuoco solo al suo comando, ed al brigadiere Calantoni di portarsi con i suoi uomini all'angolo della via delle Rose per appostarvisi ed esattamente dietro un muricciolo in assoluta condizione di non potere essere visti, con il compito preciso di precludere l'eventuale ripiegamento ai malfattori.

Era, frattanto, notte inoltrata ed esattamente circa le ore due e cinquantacinque e la località era completamente deserta e buia.

A questo punto il Capitano Giallombardo intravide da lontano il profilarsi delle sagome di alcuni uomini di cui non potè stabilire il numero che rientravano in paese per la loro impresa. Li fece avvicinare e quando si trovarono a circa venti passi, intimò loro "l'alt, mani in alto". Ma i malfattori, adusati alle sorprese, resi audaci dalla spavalderie delle loro riuscite passate imprese, risposero subito con il lancio delle prime bombe a mano che, esplodendo fragorosamente, riuscirono a ferire sette militari e cioè il Capitano Giallombardo, l'appuntato Piazza, i Carabinieri Impellizzeri, Campanella, Giannone, Virruso e Martielli. Di costoro i più gravi furono i carabinieri Martielli e Virruso i quali, anche perchè storditi non furono in grado di fare uso delle armi.

La reazione, al preciso ordine del Capitano, da parte del primo gruppo di militari, fu fulminea, decisa e violenta, dandone inizio lo stesso ufficiale che, armato di mitra, inceppatosi al primo colpo, diede mano prima alle bombe a mano, di cui era pure in possesso e poscia, al fucile da caccia, sparando tutti in direzione dei malfattori. Alcuni di costoro caddero rotolando mentre gli altri, non cessando il fuoco cercarono di ripiegare. A questo punto l'ufficiale, affiancato dai Carabinieri Brucato Pietro, Campanella Salvatore ed Impellizzeri Marco, rimase sul posto per impedire che i malfattori superassero lo sbarramento, mentre con il rimanente della forza ancora in efficienza provvedeva a fare mettere al riparo i dipendenti feriti facendoli adentrare nella via traversa.

Detto Ufficiale con i militari anzi cennati continuò l'azione di fuoco anche con bombe a mano, sui malfattori superstiti, i quali, come si è anzi detto, continuavano a fare fuoco su di essi mentre si approssimavano all'altro gruppo di militari capeggiati dal brigadiere Calantoni Francesco. Questi, in ottemperanza alle tassative disposizioni ricevute, ed essendo fatto segno col lancio di bombe a mano e, forse anche a colpi di pistola, aprì a sua volta il fuoco, seguito anche dai propri dipendenti. A quest'ultima reazione l'azione dei malviventi cessò istantaneamente.

Ritornata la calma l'Ufficiale chiamò ad alta vioce il brigadiere Calantoni, chiedendo se vi fossero feriti tra i militari e se qualcuno dei malfattori fosse riuscito a fuggire. Alla risposta negativa, il Capitano Giallombardo assieme ai carabinieri Virruso e Brucato, raggiunse la caserma e ritornò subito dopo con l'auto di servizio, avendo a bordo il maresciallo maggiore Scaglione Antonino ed i carabinieri Virruso, Pacimeo Ignazio, La Barbera Giusto e il brigadiere De Marco Giuseppe, allo scopo precipuo di ispezionare alla luce dei fari la zona del conflitto. Nel frattempo il carabiniere Brucato aveva ricevuto l'ordine di andare a prelevare con l'autocarro la squadriglia che era rimasta consegnata nel proprio accantonamento per eventuale impiego.

Nel procedere alla ispezione della località il carabiniere La Barbera richiamò l'attenzione dell'ufficiale, il quale nel frattempo aveva constatato la presenza di quattro cadaveri, che un quinto malfattore si trovava acquattato, immobile, sulla soglia di un magazzino chiuso, al riparo di un gradino.

Sotto il fascio dei fari detto individuò si alzò improvvisamente e ponendosi con le mani in alto disse: "Non mi toccate, sono ferito, portatemi subito a Palermo, sono un agente segreto al servizio dell'Ispettorato di Pubblica Sicurezza. Debbo parlare subito al Comm. Messana, perchè debbo fare arrestare Giuliano".

Richiesto dall'Ufficiale chi fossero i morti, lo sconosciuto rispose che trattavansi di elementi della banda Giuliano.

Il capitano Giallombardo lo caricò sulla macchina e lo portò in caserma, affidandolo al maresciallo maggiore Lo Bello Domenico e al piantone della caserma, carabiniere Guercio Calogero, gli unici rimasti in caserma, perchè i rimanenti erano già impiegati. Egli ritornò subito sul posto, e si occupò dei militari feriti, in modo più grave, ed esattamente dell'appuntato Piazza Calogero, e dei carabinieri Martielli Giacinto autista e Virruso Calogero, i quali avevano frattanto perduto abbondante sangue dalle ferite riportate. Gli altri feriti leggeri rimasero sul posto per completare le operazioni e per fronteggiare la situazione.

Al lume della lampadina tascabile, erano le ore tre e quarantacinque circa, il capitano Giallombardo, aiutato dai dipendenti, curò di individuare i cadaveri, ma con sorpresa non ravvisò quello del Ferreri Salvatore, capobanda e capeggiatore di tutta l'impresa delittuosa. Un dubbio atroce lo fece ritornare precipitosamente in caserma, ove era stato condotto il quinto malfattore, che come sopra detto si era spacciato per agente segreto del comm. Messana, temendo che lo stesso potesse avere ragione sui militari rimasti in caserma ed evadere ed anche perchè aveva impellente necessità di chiedere la sorte capitata a "Fra' Diavolo".

Il capitano Giallombardo sopraggiunse in caserma nel momento in cui il marescillo maggiore Lo Bello Domenico, dopo avere perquisito il detenuto, si accingeva a chiuderlo in camera di sicurezza in attesa di ordini. Detto ufficiale si avvicinò al delinquente e lo interpellò chiedendogli il nome, al che l'altro rispose di non potere declinare le generalità, ripetendo di essere un agente segreto dell'Ispettore di P.S. e, chiedendo insistentemente di essere subito condotto a Palermo dal Comm. Messana o dal Tenente Colonnello dei Carabinieri Paolantonio.

L'Ufficiale nel guardarlo attentamente lo riconobbe, apostrofandolo "miserabile, tu sei Fra' Diavolo", al che egli rispose "fammi andar via che è meglio per te", e contemporaneamente, con mossa fulminea, gli diede un colpo di testa all'addome, facendolo ripiegare. Senonchè l'Ufficiale, già in guardia, nel perdere l'equilibrio trascinò a terra il delinquente agganciandolo al collo. Quest'ultimo, però, con mossa fulminea e con la consapevolezza della grave situazione in cui si era venuto a trovare, forte ancora della sua audacia, giocando l'ultima carta sfilò con la mano destra dal cinturone dell'ufficiale una pistola Beretta d'ordinanza, e tentando di usarla, pronunciò le seguenti testuali parole: "Vile, difenditi se hai coraggio".

I due avvinghiati rotolarono nel corridoio: l'ufficiale era riuscito a tenere in alto il braccio destro armato del delinquente, il maresciallo Lo Bello, anche lui sorpreso, di fisico eccessivamente corpulento, pletorico, e lento nei movimenti si buttò in ginocchio, per immobilizzare il delinquente, e dare aiuto al superiore, ed il carabiniere Guercio Calogero, pure presente, colpiva col calcio del moschetto, di cui era armato, senza avere possibilità di fare uso dell'arma per non ferire il superiore. Era un groviglio di braccia e di gambe; l'ufficiale e il delinquente rotolarono avvinghiati sul pavimento in una lotta estrema. "Fra' Diavolo" fece pressione sul grilletto della pistola di cui era armato, ma il colpo non partì perchè l'arma era in sicura.

La situazione divenne sempre più pericolosa per tutti: bastava un attimo, una mossa fortunata per il delinquente. Bisognava decidersi, e l'ufficiale non esitò a porre fine a così drammatica posizione, ed estraendo fulmineamente dalla fondina la piccola pistola "Beretta 6,35" di cui era armato, freddò con due colpi alla fronte il delinquente. Tutto si svolse in pochi istanti.

Informato subito dopo telefonicamente il maggiore Marinese Vincenzo, comandante del gruppo dei Carabinieri di Trapani, questi ne rendeva edotto il sign. Procuratore della Repubblica di quel Tribunale, il quale alle ore 9,30 del mattino giunse in Alcamo per le constatazioni di rito.

Esiste verbale di accesso sul luogo e di ricognizione stilato dalla prefata autorità in presenza del commissario di P.S. Drago dott. Carlo, dirigente il locale ufficio di P.S. e del brigadiere dei Carabinieri Zichichi Nicolò addetto alla squadra di P.G. del Gruppo di Trapani, a cui si fa riferimento per maggiore intelligenza di codesta autorità.

Tutto il materiale, valori, oggetti personali, documenti, rinvenuti addosso a Ferreri Salvatore nell'atto in cui stava per essere messo in camera di sicurezza sono oggetto di processo verbale a parte allegato al presente rapporto. Lo stesso materiale unitamente a quello di cui alla ricognizione della prefata Autorità Giudiziaria opportunamente inventariato e repertato, sarà fatto depositare presso la Segreteria di Codesta Procura, facendo presente che il porto d'armi intestato a Ferreri Vito senza libretto contrassegnato con il numero di protocollo 13647, rilasciato dalla questura di Trapani il 18/4/1947, è stato ritirato dal Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Lo Bianco addetto all'Ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia, per incarico dello stesso Ispettorato. Le somme, rinvenute sui cadaveri saranno depositate in libretti infruttiferi postali presso la Segreteria di Codesta Procura. Le armi poichè trattasi di armi da guerra, in base alle vigenti disposizioni, vengono trattenute in questo Comando unitamente alle munizioni per l'armamento dei militari dipendenti.

Significasi, infine, che in seguito alla ricognizione eseguita sui cadaveri, i malfattori sono stati identificati e riconosciuti:

1°) Ferreri Salvatore di Vito e di Coraci Maria, nato ad Alcamo il 21 aprile 1923;

2°) Coraci Antonino di Vito e di Milito Francesca, nato ad Alcamo il 3 gennaio 1903, barbiere, qui domiciliato, zio di Ferreri Salvatore;

3°) Ferreri Vito fu Salvatore e fu Pizzitola Maria, nato ad Alcamo il 26.11.1887, padre di Ferreri Salvatore;

4°) Pianello Fedele di Salvatore e di Maestosa Assunta, nato a Montelepre il 15.11.1922, bracciante;

5°) Pianello Giuseppe fu Salvatore e di Maestosa Assunta, nato a Montelepre il 6.12.1919, fratello del precedente, entrambi residenti a Montelepre.

Successivamente con i rinforzi affluiti da Trapani e da Palermo in collaborazione con altri Organi di Polizia del luogo sono state eseguite battute a largo raggio allo scopo di catturare altri eventuali affiliati alla detta banda; tali servizi hanno dato però esito negativo.

Continuano le indagini atte ad identificare eventuali altri affiliati alla predetta banda; in caso positivo sarà fatto seguito al presente rapporto.

Il capitano comandante

Giallombardo dott. Roberto

 

allegato al rapporto Giallombardo

LEGIONE TERRITORIALE DEI CARABINIERI DI PALERMO

STAZIONE DI ALCAMO PORTATRAPANI

Verbale relativo al sequestro di oggetti personali, valori e documenti vari rinvenuti addosso a Ferreri Salvatore di Vito e di Coraci Maria, nato ad Alcamo il 21.4.1923-

L'anno millenovecentoquarantasette il giorno 27 del mese di giugno in Alcamo presso l'ufficio della stazione suddetta-

I sottoscritti ufficiale e agente di P.G. in servizio presso la suddetta stazione riferiamo a chi di ragione quanto segue:

Verso le ore 4 di oggi, 27 corrente, dal sign. capitano Giallombardo Roberto, ci veniva consegnato un individuo fermato dopo il conflitto a fuoco sostenuto dai militari dell'Arma di Alcamo, con incarico di perquisirlo e rinchiuderlo in camera di sicurezza.

Dalla perquisizione passata al suddetto fermato, identificato poi per Ferreri Salvatore, generalizzato in oggetto, addosso allo stesso abbiamo rinvenuto i seguenti oggetti:

-somma di lire 134.200 composta come segue: £.20.000 in biglietti da £.10.000; £.70.000 in biglietti da £.5.000; £.42.000 in biglietti da £.1.000; biglietto da £.500; £. 1.300 in biglietti da £.100; £.350 in biglietti da £.50 e in biglietti da £.10 e £.10 in biglietti da £.5-

Abbiamo rinvenuto inoltre un portafogli di pelle color marrone contenente nove fotografie varie; un libretto portante sulla copertina l'immagine di S.Francesco di Paola; una immagine metallica di San Francesco di Paola contenuta in un libretto di cartone; un portatessera contenente tre immagini sacre; calendarietto anno 1947 con attaccata una fotografia di giovane donna ; un portafotografie contenente due foto del Ferreri; dieci biglietti della lotteria della festa del SS. Crocifisso in Montelepre, per il sorteggio di una vitella; due lamette per rasoio di sicurezza marca 'Star'; dieci francobolli espresso e sei francobolli da lire 3; un foglietto di carta con la scritta: Rossi [doc. mutilo] ..timo n. 224.226- App.' ed uno schizzo di parte di castello; una bolletta di pagamento imposta sui cani dell'anno 1947, del comune di Firenze intestata a Coraci Maria di Vito, dimorante in Borgo Tegolaio p.II, n. 5 di quella città; calendario "reclame" della ditta Calosci di Firenze; un biglietto con appunti indecifrabili; un biblietto col seguente indirizzo: Al sign. Dinotto, via Giuseppe Catalani; una carta di identità con i seguenti contrassegni: frontespizio: Regno d'Italia- Comune di Palermo- Carta di identità n. 10.407.468 del sign. Rossi Salvo; I.a facciata interna: Cognome Rossi, nome Salvo, padre Rolando, madre Cosentini Maria, nato il 13.4.1923 a Palermo, stato civile celibe, nazionalità italiana, professione parrucchiere, residenza Palermo, via Corso Pisani 120; Connotati e contrassegni salienti: statura metri 1,62, capelli ed occhi castani, corporatura regolare, segni particolari nn.; seconda facciata interna: fotografia riproducente l'effige di Ferreri Salvatore con al margine sinistro bollo del Municipio di Palermo- Segreteria Generale- Atti notori, ed al destro il timbro a secco del predetto ufficio- firma del titolare Rossi Salvo- Palermo lì, 28giugno 1945, per il Sindaco firmato illeggibile; nella parte inferiore sinistra si nota un altro timbro a secco del Municipio di Palermo; quarta pagina: tre marche per l'importo complessivo di £.51,25, annullate col timbro del Municipio di Palermo-

Venivano rinvenuti altresì un fodero per occhiali di cuoio color marrone, un pettine lungo ed un pettine corto e largo; un rasoio con manico nero; un congegno tagliascatole in metallo color nero; una macchinetta accendisigari rivestita di pelle marrone; una macchinetta accendisigari in metallo bianco; una matita con filettatura in metallo giallo; una matita con salva-punta e gomma; cassette cartucce per pistola militare "Beretta" cal. 9; tre cartucce per fucile militare mitra; un orologio da polso in metallo bianco, marca 'Capitan Rubis' con cinghia in cuoio marrone; una medaglietta color verde con la data 1947- Comune di Firenze- Imposta cani I categoria-28; una catenina d'oro rotta a piccolissime maglie; un pacchetto contenente otto sigarette americane 'Lucky Strike'; due fazzoletti a colori: una cinghia di cuoio nero; una cartucciera contenente n. 52 cartucce, in doppia fila, per fucile militare mitra, con attaccate ai lati due fondine per pistola, ed un congegno per armare caricatori;

poichè consti abbiamo redatto il presente processo verbale, significando che la somma di £.134.200 sarà depositata in libretto postale infruttifero intestato a Ferreri Salvatore, che sarà trasmesso alla segreteria della Procura di Trapani unitamente agli oggetti sopra elencati, in apposito reperto, ad eccezione della cartuccera e delle cartucce sopra menzionate che saranno versate al Comando della Compagnia dei Carabinieri di Alcamo siccome materiale bellico.

Copia del presente verbale viene trasmessa a chi di ragione per le incombenze di competenza ed altra copia viene trattenuta agli atti di quest'Ufficio.

Letto, confermato e sottoscritto

Guercio Calogero ap.

Lo Bello Domenico m.m.

Il capitano comandante Roberto Giallombardo

 

LEGIONE TERRITORIALE DEI CARABINIERI DI PALERMO - COMPAGNIA DI ALCAMO

ELENCO delle armi da guerra e relative munizioni rinvenute nella ricognizione dei quattro cadaveri lungo il corso dei Mille.

  • fucile mitra corto, calibro 9, matricola Z 3296;
  • pistola automatica tedesca 'Parabellum';
  • pistola automatica 'Beretta' calibro 9, matricola 517607;
  • pistola automatica 'Beretta' calibro 9, matricola 909213;
  • quattro caricatori per mitra da 40 colpi carichi;
  • ventinove cartucce per pistola militare 'Beretta' calibro 9;
  • due bombe a mano tipo Breda;

Le suddette armi e munizioni vengono trattenute da questo comando che le distribuirà, secondo le vigenti disposizioni, ai militari dipendenti per integrare il loro armamento.

Alcamo, 27 giugno 1947

Il Capitano Comandante

Roberto Giallombardo

 

 

Rapporto del prefetto di Palermo Vicari del 25 aprile 1950

Il documento che segue mi è stato fornito dall'on. Nino Mannino, già componente della Commissione Nazionale Antimafia. Riveste una particolare importanza in quanto nel tempo in cui il prefetto Vicari lo scriveva Gaspare Pisciotta era ancora libero. Solo successivamente, al processo di Viterbo egli, senza conoscere il contenuto della lettera del prefetto, farà riferimento ai mandanti, e cioè agli stessi nominativi - tranne quello del Battaglia- che parecchio tempo prima risultavano da altre fonti. Non è mai superfluo segnalare la ribadita presenza del Ferreri e dei fratelli Pianello a Saraceno. Si noti ancora nell'esposizione del contenuto della lettera del Palazzolo indirizzata al Venuti la reticenza dell'espressione 'e altri'. La dichiarazione di Giovanni Genovese si trova anche in nota di Ciro Verdiani al Capo della Polizia, 27 marzo 1949, prot. 3020, in CPIM, doc. XXIII, n. 4, vol. IV, tomo I, pp. 515-516.

Prefettura di Palermo-

Div. P.S., prot. 09098 ……….................................................................. Palermo, 25 aprile 1950

Oggetto: Eccidio di Portella delle Ginestre

-On.le Ministero dell'Interno - Gabinetto - Sicurezza

ROMA

Il Gruppo Interno Carabinieri comunica, con rapporto riservato, quanto segue:

""Nella mattinata del 21 andante i pregiudicati Lo Duca Giuseppe e Scavo Gaetano, entrambi da Carini, recentemente dimessi dal locale carcere giudiziario perchè assolti in istruttoria per insufficienza di prove dai reati di sequestro di persona e tentata estorsione, si sono recati a Cinisi per recapitare all'esponente comunista di quel comune Venuti Stefano, al quale era diretta, una lettera avuta in carcere con l'incarico di portarla a destinazione, siglata con le iniziali 'P.G.'.

Si ha fondato motivo di ritenere che la lettera sia stata scritta e consegnata ai predetti dal noto malfattore Palazzolo Gaetano, tuttora ristretto nel carcere stesso, autore delle lettere sequestrate e trasmesse con informativa speciale di questo Gruppo n.2/11 R.P. del 20 marzo 1948, all'oggetto: 'Propaganda elettorale tra carcerati e delinquenti latitanti', che originarono la vertenza Ministro Scelba-senatore Li Causi.

Persona attendibile che, per pochi minuti, ha avuto in mano la lettera e ne ha preso visione, ha riferito all'Arma che in essa il P.G. si esprimeva presso a poco in questi termini:

" I fratelli Genovese hanno dichiarato la verità in merito all'eccidio di Portella della Ginestra, ma non hanno detto tutto e cioè che i mandanti dell'eccidio stesso sono stati l'on. Leone Marchesano, l'avv. Battaglia, l'on. Cusumano ed altri.

Non hanno detto nemmeno che, subito dopo la strage, l'on. Scelba ha avuto un colloquio con Giuliano, ingiungendo a questi di espatriare entro il termine di sei mesi".

Della deposizione dei fratelli Genovese tratta l'informativa speciale, pure di questo Ufficio, n. 2/15 R.P. del 25 marzo 1949, pari oggetto della presente, che qui di seguito integralmente si riporta:

"Circa la imputazione che pende sul mio capo per lo eccidio di Portella della Ginestra, posso dire quanto segue: il 27 o 28 aprile 1947, di mattina, in contrada Saraceno, sono venuti a trovarmi il Giuliano con i fratelli Pianello ed il Ferreri Salvatore.

Essi desinarono nella mia mandria, trattenendosi ivi in mia compagnia.

D.R.- Non so il contenuto della lettera nè so da chi fosse stata scritta. Doveva essere un documento molto importante, perchè lo Sciortino ed il Giuliano dopo averla letta, la bruciarono con un cerino. Quindi lo Sciortino è andato via.

Il Giuliano allora si è avvicinato a me chiedendomi dove fosse mio fratello. Ho risposto che si trovava in paese con un foruncolo. Egli allora mi ha detto: 'E' venuta la nostra liberazione'. Io ho chiesto: -E qual è?- Ed egli di rimando mi disse: 'Bisogna fare un'azione contro i comunisti: bisogna andare a sparare contro di loro, il 1° maggio a Portella della Ginestra. Io ho risposto dicendo che era un'azione indegna, trattandosi di una festa popolare alla quale avrebbero preso parte donne e bambini ed aggiunsi: 'Non devi prendertela contro le donne ed i bambini, devi prendertela contro Li Causi e gli altri capoccia'.

Lo invitai pertanto a lasciarmi tranquillo e a non farmi simili proposte. Presenti alla nostra discussione erano i fratelli Pianello ed il Ferreri.

D.R.- Il Giuliano era molto riservato. Io non gli chiesi, nè egli mi avrebbe detto chi aveva spronato lui e suo cognato ad organizzare la strage. E' mio convincimento che però non è suffragato da alcuna prova, ma solo da un mio sospetto, che il Giuliano sia stato spinto da un qualche partito politico. Non sono in grado di specificare quale partito; solo posso dire che in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 io gli chiesi consigli circa il partito per il quale dovessi votare. Egli mi rispose: 'Per la monarchia'.

Infatti poi seppi che le donne di casa Giuliano facevano propaganda per la monarchia; le donne di casa mia votarono per la democrazia cristiana.

D.R.- Io sono pastore e non mi intendo di politica e prima del 18 aprile mai ho avuto col Giuliano discussioni politiche e pertanto non so il suo orientamento politico nel periodo di tempo che va dal 1° maggio 1947 al 18 aprile 1948.

Ritornando ai fatti della Ginestra debbo dire che nulla so della riunione ai Cippi di cui la S.V. mi parla, perchè dato il mio diniego mi sono disinteressato di quanto il Giuliano aveva in animo di compiere.

Il 1° maggio, verso le ore 15, mi trovavo in contrada Saraceno nella mandria, dove mi ero recato sin dalle prime ore del mattino, al fine di crearmi un alibi, poichè sapevo la strage che in quel giorno doveva commettersi; quando è venuto tale Frank Caruso da Torretta, proveniente da Palermo. Egli mi comunicò che dall'Ospedale della Filiciuzza in Palermo, avevano portato molti feriti.

Allora rivoltomi al Caruso ed ai pastori Cucchiara Giuseppe di Giuseppe, Cucchiara Paolo di Emanuele, Maniaci Salvatore di Giacomo, Cucchiara Antonio inteso Crivello, Di Maria Giovanni di Giovan Battista, tutti da Montelepre, ho detto: ' Siatemi testimoni che io sin da stamattina sono qua insieme a mio fratello, nel caso che ci vogliono caricare questa situazione'.

D.R. Ho appreso in seguito che assieme al Giuliano andarono il Ferreri, i fratelli Pianello, i fratelli Passatempo.

Ho inteso dire che il Terranova ed il Mannino Frank non vollero andarci, ma di certo su tale riguardo non posso dire niente"".

L'affermazione contenuta nell'ultima parte della lettera del 'P.G.' circa il colloquio del sign. Ministro dell'Interno con Giuliano, è così mostruosa, grottesca e inconcepibile da far ritenere che questa volta non sarà neanche tentata quella speculazione politica che i locali esponenti dei partiti estremi prediligono.

L'accenno ai mandanti della strage di Portella della Ginestra è argomento sul quale hanno sfogato da tempo al Parlamento, al Senato ed all'Assemblea Regionale, senza far nomi dei responsabili. I due deputati nella lettera indicati sono i monarchici di Palermo avv. Marchesano Leone- nazionale- e avv. Cusumano Geloso Giacomo -regionale-; l'avv. Romano Battaglia Giuseppe -ex deputato regionale liberale, dimessosi per essersi portato candidato nelle elezioni generali del 1948- è il difensore attuale della famiglia Giuliano.

Il Lo Duca e Lo Scavo avrebbero ieri stesso recapitato la lettera del 'P.G.' al comunista Venuti, che -dopo averla ricevuta- è partito da Cinisi, evidentemente, per consegnarla ai dirigenti comunisti di Palermo"". Sul conto del Venuti Stefano di Domenico e di Avellone Giuseppa, nato a Cinisi il 26.11.1909, ivi domiciliato via Venuti n°10, già residente fino al 1940 a Montelepre, risultano i seguenti precedenti penali:

-18.2.1933- Pretore La Spezia- Ammenda £.100 per avere viaggiato in treno sfornito di biglietto;

-29.4.1935- Il Giudice istruttore di Palermo lo proscioglie per insufficienza di prove, dall'imputazione di associazione per delinquere, tentata estorsione e tentato omicidio;

-12.2.1936-Corte Assise Palermo- Anni tre e mesi quattro di reclusione (di cui due condonati), £.5.000 di multa ed anno uno di libertà vigilata per concorso in contraffazione e spendita di moneta estera contraffatta;

-8.6.1936- Assegnato al confino di polizia per due anni;

-13.7.1942- Tribunale Guerra Tripoli-Reclusione anni tre e mesi quattro per furto in danno dell'Amministrazione Militare.

Nella giovane età emigrò in Argentina, da dove venne rimpatriato dopo pochi mesi, dopo essere stato chiuso in casa di correzione perchè sorpreso dalla polizia mentre tentava di asportare ad un individuo, dopo averlo [parte mutila nella copia].

Il contenuto fantasioso della presunta lettera e il cervellotico accenno ad un colloquio fra il Ministro on.le Scelba ed il bandito Giuliano, fanno fortemente dubitare della veridicità dell'episodio.

Ciò non pertanto non si mancherà di approfondire le indagini e nel caso di elementi positivi si farà seguito alla presente.

Il prefetto Vicari

 

Appello a firma di Giuliano del giugno 1947

Doc. in AGCA, cit, allegato a Legione territoriale dei Carabinieri di Carini, Rapporto circa l'attentato alla sede del Partito Comunista di Carini avvenuto la sera del 22 giugno ad opera di elementi ritenuti appartenenti alla banda Giuliano, rimasti sconosciuti, n. 181, 25 giugno 1947. Uguale appello fu rinvenuto dopo la strage di Partinico. Si notino due espressioni di Giuliano, che fece proprio il testo, anche se da lui non scritto: 1) "ho assunto questo impegno"; 2) "d'ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere".

Siciliani

L'ora decisiva è già scoccata!

Chi non vuole essere facile preda di quella canea di rossi che, dopo di averci infangato tradito e turlupinato facendoci perdere ogni prestigio negli ambienti internazionali, cercano ora di distruggere quanto di meglio ancora abbiamo e che ad ogni costo difenderemo, cioè l'onore delle nostre famiglie e quel nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra, che essi ipocritamente camuffati da internazionalisti respingono e detestano, è necessario che oggi si decida.

Quegli uomini che vogliono ad ogni costo buttarci in grembo a quella terribile Russia dove la libertà è una chimera e la democrazia una leggenda, e per i quali, noi che amiamo la nostra Sicilia, dobbiamo sentire sdegno e ribrezzo, debbono essere senz'altro lottati.

Ed io ho assunto questo impegno.

Ma perchè ciò riesca è indispensabile che tutti i cari fratelli Siciliani mi seguano per aprire un nuovo ciclo di storia veramente fulgida e gloriosa che dovrà redimerci, rendendoci degni di questa nobile Sicula terra che in ogni tempo ha dato prova di grande maturità democratica e di refrattarietà ad ogni forma di dittatura.

E tra tutte le dittature quella Russa è la più opprimente e schiacciante e perchè questa non attecchisca nella nostra isola d'ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere contro i comunisti perchè possa scomparire dalla vita politica Siciliana questa canea che infanga il nostro nobile suolo dalle tradizioni tanto gloriose, e perchè non intendo, e di questo ne piglio formalmente impegno, che la nostra amata terra diventi un misero ordigno della mastodontica [il corsivo nell'originale è riportato in grassetto] macchina sovietica.

Di quella terribile macchina che ha annientato i nostri sessantamila fratelli progionieri frantumandoli in quegli ingranaggi che si chiamano squallide ghiacciaie della Siberia, lebbra, e tifo, negando così a sessantamila famiglie l'immensa gioia di riabbracciare i propri cari che in terra straniera, come da vivi, non avranno mai pace nè una lacrima che inumidirà le loro tombe.

Ai superficiali annotatori della cronaca potrà sembrare strano che sia io a dare il via a questa grande Crociata contro coloro che negano Dio e la famiglia annientando così lo stesso uomo rendendolo senza vita e senza sensibilità.

Volutamente hanno voluto falsare la mia posizione descrivendomi in tutti i modi e tralasciando quello che effettivamente dimostra la ragione per cui io lotto. Da circa quattro anni mi batto senza tregua per la realizzazione di questo grande nobile e generoso sogno; e per rendere la Sicilia ricca fiorente e prospera e farla tornare come prima il migliore Giardino d'Europa.

Per questo ho lottato e lotterò e non mi fermerò se non quando questo sogno non sarà realtà! Chi si sente veramente Siciliano, degno di questo nome e vuole cooperarsi in questa grande battaglia antibolscevica, sappi che c'è un feudo chiamato "SAGANA" dove ho posto il quartier generale.

Ad un secondo mio avviso che farò pervenire alla stessa maniera del presente sono certo che accorrerete numerosi nel suddetto feudo.

Vi prego di venire forniti di documenti di riconoscimento e di stato di famiglia perchè possano essere sussidiate le vostre famiglie.

S.GIULIANO

 

 

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