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Lettura della sentenza della seconda Corte di Appello di Roma sulla strage di Portella della Ginestra, del 10 agosto 1956 di Giuseppe Casarrubea
Fonte: associazione "Non solo Portella" |
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1. Un processo mai celebrato Nel leggere la Sentenza che la seconda Corte di Appello di Roma pronunciò il 10 agosto 1956 e che qui riportiamo nella sua stesura integrale, il lettore criticamente attento, non troverà risposta ai suoi legittimi interrogativi. Il verdetto, infatti, come anche quello pronunciato dai primi giudici di Viterbo nel '52, lascia un vuoto enorme nella mente e la convinzione che ben due processi si siano celebrati a onore e gloria di un copione scritto da tempo, anzi datato. La data esatta è il 2 maggio 1947, quando il ministro dell'Interno Mario Scelba, rispondendo ai rappresentanti del popolo riuniti nell'Assemblea Costituente che preoccupati di quello che stava accadendo in Sicilia lo interrogavano, ebbe a dire che quella strage era un fatto circoscritto, locale, senza connotati politici e quasi fuori dal mondo. Oggi una simile risposta, sulla quale si appiattirono per un decennio inquirenti e magistrati, appare abbastanza inadeguata a spiegare le profonde ragioni di un affaire che fondò la nascita dello Stato repubblicano segnandone le caratteristiche per quasi cinquant'anni. Intendiamoci. Non si tratta affatto di negare le precise responsabilità della banda Giuliano in tutta quell'operazione che la vide certamente in prima fila a concretizzare le scenografie che si stavano allestendo, e ad eseguire le azioni stesse della scena, ma di capire che a distanza di cinquantatre anni manca ancora un processo sui mandanti di quell'efferato delitto, di quella strage che ha in sé il marchio dello stragismo degli anni futuri. Il lettore avrà modo di constatare i vuoti che si registrano, le gravi carenze nella costruzione dell'atto di accusa, le omissioni e alcune di quelle principali circostanze che anche al di là dal riferirsi ai mandanti, avrebbero dovuto costituire in partenza piste fondamentali nella ricerca della verità. Un processo sui mandanti fu celebrato a Palermo in seguito alla denunzia del deputato regionale Giuseppe Montalbano presentata il 25 ottobre 1951 contro Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso quali mandanti della strage di Portella della Ginestra, e contro l'ispettore generale di Ps Ettore Messana, quale correo nell'organizzazione della strage stessa. Ma "il PG rilevando che le risultanze dell'istruttoria […] non si palesavano tali da consentire l'esperimento dell'azione penale nei confronti di alcuni dei denunziati, concluse per l'archiviazione degli atti ai sensi dell'art.74 del cpp e la sezione istruttoria, con decreto motivato in data 9 dicembre 1953, decise in conformità".(1) Ora un atto di accusa non poteva basarsi con qualche speranza di riuscita sulle dichiarazioni di Pisciotta, di Antonino Terranova o di Giovanni Genovese per quanto a loro risultava direttamente come testimoni, pur se di eccezionale livello. Non eravamo al tempo di Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, né poteva essere concepito ancora il fenomeno del pentitismo, per quanto il luogotenente di Giuliano lo avesse in qualche modo anticipato. Per di più la mafia non era neanche contemplata dal codice penale, e i giudici ritenevano che fosse solo un'astratta realtà sociologica, come essi stessi dichiaravano. Sarebbe stato sufficiente, al contrario, che gli organi inquirenti avessero messo in risalto tutte le coordinate utili a spiegare ragionevolmente come quei banditi, che già erano stati processati e avevano fatto ricorso in appello, erano soltanto il livello più appariscente della cosiddetta lotta antibolscevica che si era scatenata con la strage del 1° maggio 1947 e che doveva proseguire poi con altre stragi fino alla conclusione del 22 giugno di quell'anno. Prima e dopo queste due date quella lotta si era dispiegata con una sorta di delega alla mafia del compito di decapitazione sistematica delle insorgenze che potessero territorialmente arrecare qualche squilibrio all'assetto socio-politico costituito. Il controllo era stato semplice e abbastanza 'coperto' istituzionalmente: dall'assassinio di Nicolò Azoti, segretario della Camera del Lavoro di Baucina, a quello di Accursio Miraglia, grande dirigente delle lotte contadine di Sciacca. Per il momento basti al lettore sapere che un processo per questi delitti non fu mai regolarmente celebrato, come anche nel mistero rimase la strage di Alia nella quale avevano perso la vita i dirigenti della Federterra (1946) di quel comune Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia. Si trattava di gestione corrente del controllo politico-sociale che - come ha scritto Giuseppe Di Lello - vedeva muoversi in sintonia inquirenti e giudici, mafiosi coperti dall'impunità ed esecutori di delitti che si prestavano all'assassinio col compenso di un tumulo di terra. La situazione tornerà a normalizzarsi anche dopo le stragi del '47 fino alla eliminazione di Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi e Placido Rizzotto. E anche oltre. Ma in quel terribile bimestre maggio-giugno 1947 accadde qualcosa di eccezionale, come se qualcuno che pure fingeva di giocare secondo le 'regole', avesse buttato le carte in aria e avesse detto: - adesso ci penso io. - L'ordine di cattura contro Giuliano, fu emesso, su conforme richiesta del PM il 16 luglio 1947. A quella data l'ispettore di polizia Ettore Messana, nonostante destituito a seguito delle continue accuse di Girolamo Li Causi, era nel pieno delle sue attività. Con tutta probabilità influì in modo determinante nella stesura del Rapporto giudiziario, anche se questo porta la data del 4 settembre e la triplice firma di Lo Bianco, Santucci e Calandra e cioè tre subalterni che di fronte a una strage di quelle proporzioni non potevano certamente avere agito di testa propria. E Messana non era uno qualunque, ma la persona che Li Causi aveva accusato di essere "il capo del banditismo politico in Sicilia". Dopo Messana, nessun ispettore generale, si occupò più delle stragi. Su queste premesse l'istruttoria formale fu conclusa con sentenza del 17 ottobre 1948 della Corte di Appello di Palermo che ordinò il rinvio a giudizio di 39 imputati tutti associati alla banda Giuliano. 2.Imputati e testimoni scomodi La Sentenza che prendiamo in esame riguarda la causa di secondo grado contro Francesco Gaglio inteso 'Reversino' e altri 32 individui già condannati per le stragi di Portella della Ginestra e di Partinico (assalti contro le Camere del Lavoro della provincia di Palermo: 1° maggio-22 giugno 1947). Spiccavano tra gli altri Antonino Terranova, inteso 'Cacaova', i fratelli Giovanni e Giuseppe Genovese, Frank Mannino, ('Ciccio Lampo'), Francesco Pisciotta ('Mpompò)', Pasquale 'Pino' Sciortino, Nunzio Badalamenti. A quella data i principali imputati, poco più che ventenni, erano tutti morti: uccisi in circostanze misteriose, nel sonno, avvelenati, massacrati in conflitti con i carabinieri dei quali poco o nulla si è saputo. Ferreri fu il primo a sparire assieme ad altri testimoni chiave che ci rimisero le penne con lui la notte tra il 26 e il 27 giugno 1947, nello stesso frangente in cui altri membri della banda saltavano in aria su un ordigno (Angelo Taormina, Federico Mazzola, Francesco Passatempo). Giuseppe Passatempo campò poco più di un anno dalla morte di suo fratello Francesco fino a quando non cadde in "conflitto" il 24 novembre 1948; Rosario Candela fu eliminato il 12 marzo 1950 anche lui in un "conflitto" con i carabinieri; Salvatore Passatempo ci rimise le penne in contrada 'Sparacia' di Camporeale il 7 agosto 1952; Giuliano ebbe appena il tempo di fare pervenire ai giudici di Viterbo un memoriale da tutti ritenuto scritto sotto dettatura, una settimana prima della sua uccisione, avvenuta come è noto la notte dal 4 al 5 luglio 1950. Seguì poi la messinscena del capitano Antonio Perenze, col morto sistemato nel cortile della casa dell' 'avvocaticchio' Gregorio Di Maria, e col beneplacito di tutti, a cominciare da tre generali di Corpo d'Armata. - Pisciotta dopo e Salvatore Ferreri prima, entrambi usati dalle massime autorità delle forze dell'ordine in Sicilia, possono essere paragonati - per riferirci a tempi più recenti - a ciò che rappresentò Prospero Gallinari nella vicenda Moro. Come si sa Gallinari era stato fatto evadere dai carabinieri dal carcere di Treviso, un anno prima della strage di via Fani, il 2 gennaio 1977. Essi "speravano, seguendolo, di arrivare a Moretti (il capo delle Brigate Rosse e killer di Moro)". I risultati di questa operazione ormai si conoscono. Gallinari non fece catturare proprio nessuno perché i carabinieri - scrive Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi - persero il controllo della situazione. (2) Nel caso di Ferreri, alias Fra' Diavolo, e di Pisciotta essi non portarono alla cattura di Giuliano e fecero una fine quanto mai tragica. Il primo, già confidente dell'ispettore generale Ettore Messana, non arrivò neanche al momento della consegna del Rapporto giudiziario col quale, il 4 settembre 1947, furono denunciati per strage i componenti della banda Giuliano; il secondo, credendo fino alla fine di essere superprotetto dal generale dei carabinieri Ugo Luca, morì di stricnina nel carcere dell'Ucciardone di Palermo (9 febbraio 1954). Non lo seguì solo Angelo Russo ("Ancilinazzu", uno dei principali testimoni della vita interna di quella strana banda monteleprina), ucciso nello stesso carcere tre settimane dopo, ma qualche altro come Nitto Minasola, uno dei tramiti tra la mafia di Monreale e i banditi, l'ispettore Ciro Verdiani che aveva avuto amichevoli rapporti con Giuliano, Giacomo Cusumano Geloso che era stato, secondo Pisciotta, il mediatore tra i banditi e Roma. Per non contare le innumerevoli altre morti misteriose di personaggi che con quei banditi, e con certi mediatori istituzionali avevano avuto a che fare. - 3.Un processo in regime di guerra fredda La Corte di Roma si trovò davanti un drappello di banditi dimezzato, e in questo senso ebbe compiti più facili perché fu ripercorso un campo già arato e venne a mancare sia il clima dell'istruttoria palermitana, sia anche l'attenzione che invece c'era stata sul piano nazionale attorno al processo di Viterbo. Gli esiti furono in qualche modo prevedibili: influì forse l'acuirsi del clima della guerra fredda che aveva prodotto nel '56 l'occupazione sovietica dell'Ungheria, e forse influirono anche le scelte di campo ideologico e politico manifestate da taluno dei ricorrenti. Giovanni Genovese, condannato all'ergastolo nel '52, fu clamorosamente assolto; altri, come Pasquale Sciortino e Nunzio Badalamenti passarono dall'ergastolo a pene meno severe. Non se ne spiega la ragione perché il primo era stato il 'beniamino' di Giuliano e gli altri due erano stati tra i suoi più fedeli collaboratori. Di fatto il Genovese si era professato dichiaratamente democristiano, Sciortino - avevano dimostrato i primi giudici - era stato il capo organizzatore degli assalti contro le Camere del lavoro, il Badalamenti aveva forse assolto a qualche compito di particolare rilievo a tal punto da essere trattato nei confronti degli altri, con un occhio di riguardo. Tutti avevano partecipato alle riunioni organizzative della strage del 1° maggio e tutti, chi più chi meno, erano stati visti nella marcia di avvicinamento a Portella. Queste motivazioni (partecipazione alla riunione di 'Cippi', e alla marcia notturna) erano state sufficienti per la Corte romana per confermare l'accusa e mandare all'ergastolo molti imputati, ma non tutti quelli che erano stati condannati a Viterbo. Giovanni Genovese faceva parte, con Vito Mazzola e Tommaso Di Maggio, del 'consiglio degli anziani' della banda e la sua assoluzione avrebbe dovuto portarsi dietro valutazioni analoghe concernenti altri imputati. In realtà le cose andarono diversamente. Inchiodati dai 'picciotti', elementi racimolaticci che Giuliano aveva assoldato all'ultimo minuto, subiranno un giudizio diversificato. In sostanza i giudici furono per un verso severi, per un altro palesemente influenzati da una clemenza incomprensibile, tanto più quando questa non veniva indirizzata verso taluni che, come Giuseppe Di Lorenzo, avevano avuto il merito di disvelare le modalità degli assalti del 22 giugno contro le sedi della sinistra, consentendo di colpirne gli esecutori. La Sentenza presenta dunque aspetti di novità pur rimanendo nella sostanza perfettamente aderente all'impostazione politico-giudiziaria precedente. 4. L'insorgenza terroristica: il Fronte antibolscevico e le coperture politiche del covo Anche se assente, per morte sopravvenuta, Giuliano restò il soggetto principale della scena. Le molteplici connessioni che egli aveva avuto nel suo reticolo sociale e politico, causa principale della sua condotta, restarono su uno sfondo molto sfumato: la mafia e il Fronte antibolscevico, costituitosi a Palermo in via dell'Orologio e col quale Giuliano aveva avuto un sicuro rapporto, non furono neanche presi in considerazione. I giudici respinsero ogni interferenza esterna, e si mantennero ligi alla linea dettata da Scelba, già all'indomani della strage del primo maggio. Lo scelbismo fu il denominatore che legò assieme in un comune atteggiamento, forze dell'ordine e inquirenti, tribunali e governo. Parlando all'Assemblea Costituente il 2 maggio di quell'anno il ministro aveva dettato gli indirizzi fondamentali per polizia giudiziaria e giudici. Aveva detto che quei fatti dovevano essere attribuiti a situazioni e responsabilità locali; che essi non avevano nessuna connotazione politica e dovevano essere circoscritti all'area territoriale nella quale si erano manifestati. Non è una manifestazione politica questo delitto: nessun partito politico oserebbe organizzare manifestazioni del genere, non fosse altro perché è facile immaginare che i risultati sarebbero nettamente opposti a quelli sperati. Si spara sulla folla dei lavoratori non perché tali, ma perché rei di reclamare un nuovo diritto. Si vendica l'offesa così come si sparerebbe su un singolo per un qualsivoglia torto ricevuto individuale o familiare. La zona in cui si è maturato il delitto tende ogni giorno più a restringersi e non [è] lontano il giorno in cui potrà scomparire del tutto quando le strade e le comunicazioni in genere, le scuole e le trasformazioni fondiarie avranno fatto scomparire le condizioni sociali arretrate che perpetuano l'esistenza di mentalità anch'esse arretrate" (Z/40, 483). Le indagini giudiziarie non tennero così in nessun conto il fatto che quelle stragi potessero essere state effettuate su commissione, e che pertanto andavano rintracciate tutte le piste possibili. Quella strage doveva rimanere come una sorta di vendetta personale, la risposta di un bandito a un torto ricevuto. Da quella data a oggi nessun tribunale ha mai posto le questioni in modo diverso. Questa è la vera tragedia storica conseguente alla strage. Una tragedia alla cui copertura valsero di più le trame delle complicità e dei silenzi intessute ad alto livello (ministero dell'Interno, apparati investigativi, tribunali, ecc.) che gli appelli alla Giustizia e alla chiarezza che uno Stato moderno e democratico avrebbe dovuto ascoltare. In realtà si sparava sulla folla per incutere terrore, ricacciare indietro il movimento democratico, evitare che si superasse la soglia di tolleranza, già oltrepassata in Sicilia con la vittoria del Blocco del popolo nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947, e perché il superamento già in atto del limite consentito, non servisse da esempio per un Paese in bilico sulle decisioni di Yalta. Molte circostanze che prenderemo in considerazione depongono in questo senso. Nelle due sentenze ci sono dunque dei vuoti incolmabili. In realtà se si mettono assieme i tasselli che traspaiono qua e là anche nella sentenza che riportiamo, una pista che conduceva attraverso le forze dell'ordine negli USA non solo doveva essere formulata per dovere d'ufficio, ma era anche quella che doveva apparire come la più conseguente e logica, soprattutto rispetto alla natura dei fatti che si erano verificati e al clima generale nel quale gli stessi si erano manifestati. Giuliano fu il grande schermo protettivo dell'affaire che gli apparati di forza non vollero smantellare. La conduzione dell'operazione non fu difficile. Il bandito infatti fu sempre facile preda di eventi molto più grandi di lui. Fu illuso prima dai separatisti e poi dal blocco eversivo. Commise l'errore di non tenere conto che la fallimentare esperienza separatista che lo aveva visto investito della carica di colonnello di un esercito inesistente e improponibile, non era servita a tirarlo fuori dal vicolo cieco nel quale quella stessa esperienza lo aveva collocato. Ritenne opportuno al contrario accettare la nuova investitura di capo di un esercito questa volta anticomunista perfettamente compatibile col clima generale della guerra fredda e col consenso ampio diffuso tra i ceti reazionari e conservatori verso una politica di contenimento dell'avanzata delle sinistre in Italia. In questa scelta l'avevano convinto quelle stesse persone che nella mandria dei Genovese a Saraceno (Montelepre) avevano dato il via libera alla strage promettendogli l'impunità per sé e i suoi affiliati. Erano - come vedremo - gli anelli occulti di una catena più lunga di quella che poteva dedursi dalla semplice dichiarazione di Giovanni Genovese. La sentenza che riportiamo ha perciò un duplice valore storico: 1) conferma la perfetta identità tra la posizione governativa scelbiana, la fase delle investigazioni e quella successiva dei processi; 2) rispecchia le implicite scelte dei giudici rispetto alla temperie storica del momento: ignoramento del clima nel quale le stragi si erano verificate nonché delle funzioni assolte dalla mafia, dalle forze eversive e dal blocco agrario interessati a giocare una partita determinante per le sorti della democrazia nel nostro Paese. Il banco di prova della Sicilia fu la provocazione generale, il segnale che queste forze non erano più disposte a tollerare che si superassero i limiti di guardia fissati. La sentenza riveste perciò un significato storicamente dato: la rimozione istituzionale delle piste obbligatorie che ogni indagine serena e obiettiva avrebbe dovuto assumere già in partenza per accertare i responsabili del collaudo di una matrice stragista che si sarebbe poi riprodotta nei decenni successivi col risultato di una serie di processi senza colpevoli, senza verità e senza giustizia per i familiari delle vittime. Indubbiamente è anche una sentenza peggiorativa rispetto a quella dei primi giudici (Viterbo) e ha come unico oggetto d'attenzione il ricorso in appello di imputati, rei semmai di essere esecutori, in qualche caso anelli di congiunzione tra mondo criminale e mondo politico-mafioso, non già mandanti. Nuoce alla sua imparzialità il carattere asettico, l'assenza di autonomia critica rispetto all'atto di accusa o di approfondimento delle cause di un episodio cruciale che ebbe notevoli ripercussioni nell'opinione pubblica e nella stessa Assemblea Costituente. Quest'ultima sospese i suoi lavori dopo avere approvato all'unanimità un ordine del giorno nel quale si faceva appello alle autorità preposte di individuare i mandanti di quel barbaro eccidio. Ma l'auspicio non è mai stato raccolto. Il nuovo Stato repubblicano si è così portato dentro di sé, già dal suo primo nascere, un grido di giustizia mai ascoltato, le voci delle vittime innocenti, umili e indifese che hanno reclamato verità, il marchio di un'infamia che è durata per troppo lungo tempo, il disinteresse colpevole delle istituzioni, la torsione della verità, la beffa aggiunta al danno. Per quanto la sentenza segni un procedimento a senso unico tuttavia traspaiono qua e là elementi di riflessione che i giudici ebbero pure a manifestare su fenomeni esterni alla banda. La mafia è uno di questi elementi. Gli altri sono costituiti dai comportamenti anomali di certi rappresentanti dello Stato. Lasciati ai margini del processo di appello essi risultano significativamente irrilevanti, aspetti di una coreografica sociale utile solo a dare un tocco di colore all'assunto giudiziario. Un tocco quale avrebbe potuto essere quello di chi li contemplava affidandoli più alla sociologia che alla valutazione della magistratura. Così, assecondando questa lettura, la mafia appare come una "necessità" di "ricorrere ad una privata tutela dell'incolumità personale e patrimoniale"(p. 13); per quanto essa riprenda "vigore e potenza" dopo la caduta del fascismo appare agli occhi dei giudici un fenomeno inspiegabilmente incapace di controllare il banditismo e di tenerlo sotto la sua diretta influenza. La contraddittorietà dei giudici si evince dal ruolo che essi attribuiscono in particolare a Calogero Vizzini rispetto alla vicenda separatista e dalla funzione assegnata a Giuliano quale "paladino" di interessi politici che questi avrebbe accolto "egoisticamente" per la sua impunità (p. 26). Non altrettanto esplicita appare questa attribuzione a un blocco politico eversivo del tutto assente nell'analisi dei giudici e di cui la mafia era uno degli elementi di forza. Eppure essi ripercorrono l'esame dei primi giudici a proposito della temperie elettorale del 20 aprile 1947: A S. Cipirello la propaganda non fu meno intensa che altrove e non mancarono le intimidazioni; a dire di quel sindaco, il capo mafia locale, tal Celeste Salvatore, parlando in un pubblico comizio, avvertì che in caso di vittoria del Blocco del Popolo molto sangue sarebbe stato sparso e tante fosse si sarebbero scavate per i comunisti: i figli non avrebbero ritrovato il padre e la madre; e, secondo il teste Schirò Giacomo, sulle porte delle case dei comunisti si trovarono scritte le parole "morte ai comunisti", seguite da segni di croce.(3) Questi e analoghi fatti non furono oggetto di nessuna indagine, come inesistenti furono le attenzioni sui motivi per cui, dopo la strage del 1°maggio, mancò un "coordinato piano" volto ad identificare tutte le postazioni di tiro da cui si era sparato sulla folla: L'ispezione del costone della "Pizzuta", da cui si presumeva fossero partiti i colpi, venne compiuta dalla polizia giudiziaria fin dal pomeriggio del 1° maggio; può dirsi anzi che le ispezioni siano state molteplici, in quanto accedettero sul luogo in momenti diversi il ten. col. Paolantonio, il m.llo Lo Bianco ed altri elementi dell'Ispettorato generale di PS, appartenenti ai Nuclei dei Carabinieri di S. Giuseppe Jato e di S. Cipirrello, il Mag. Angrisani, i Commissari di PS Guarino e Frascolla, il s. ten. Ragusa, il m.llo Parrino ed il carabiniere Salerno, e furono ripetute anche nei giorni successivi; ma ognuno vi andò per farsi una propria idea e mancò un coordinato piano di azione per la conservazione delle tracce del reato o quanto meno per l'esatto accertamento di esse ai fini dell'identificazione topografica di tutte le postazioni da cui i malfattori avevano sparato; taluni degli investigatori, non ritenendolo compito proprio, non riferirono nulla all'Autorità giudiziaria, altri, distratti da più pressanti incombenze, omisero di esporre in modo completo ed organico i risultati delle loro osservazioni, di tal che il Questore, a sei giorni dal delitto, ritenne opportuno rimandare sul luogo il Commissario Frascolla per compiere un'indagine supplementare e riferirne con relazione scritta (V/3°, 421); tuttavia le lacune dei vari rapporti non furono per il momento colmate ed occorrerà attendere il dibattimento per acquisire maggiori elementi di indagine e di valutazione. Invero con relazione 7 maggio 1947 il S. Ten Ragusa, premesso che nel punto da cui si sparò - quota 940 circa - il Pelavet presenta un crinale costituito da roccioni a picco, informò i suoi superiori di aver identificato, mediante il rinvenimento di: n. 4 caricatori per fucile mitragliatore Breda mod. 30; n. 13 caricatori da sei completi di bossoli esplosi mod. 91; n. 51 bossoli esplosi mod. 91; n. 27 bossoli esplosi per moschetto automatico americano; n.1 cartuccia a pallottola mod. 91; n.1 cartuccia per moschetto automatico americano; n. 2 ginocchiere di pelle di pecora; le seguenti postazioni: 1. una di fucile o moschetto mod. 91 sul primo roccione, in cima, e in posizione dominante; 2. un'altra di fucile o moschetto mod. 91 ai piedi della postazione predetta, in un piccolo avvallamento; 3. una di fucile mitragliatore Breda mod. 30 ed altra di moschetto automatico americano, subito dopo, verso l'alto, a ridosso di un grosso roccione, in una piccola insenatura; 4. una di fucile o moschetto mod. 91 ancora più in alto e sempre più a destra; 5. due di moschetto o fucile mod. 91 dietro le prime rocce basse (D, 66) A sua volta, con relazione 8 maggio 1947, il Commissario di PS Frascolla riferendo sulla ispezione compiuta la mattina del giorno precedente, espose gli stessi dati indicati dal s. ten. Ragusa, dal quale, come poi risulterà in dibattimento (V/3°, 408 r), si fece accompagnare sul luogo. Egli non si arrampicò fin su i roccioni, ma chiarì, tuttavia, nel suo rapporto, che le postazioni sopra indicate sotto i numeri 1 e 3 erano site rispettivamente sul primo roccione "partendo da sinistra" e nella piccola insenatura "verso la destra" di chi guarda la "Pizzuta"; confermò che l'ubicazione della postazione so-pra indicata al numero 4 era "sempre a destra" dell'osservatore ed aggiunse che in tale insenatura furono trovati due mozziconi spenti di sigarette americane e della paglia messa là probabilmente per maggiore comodità del tiratore (A, 78). Dal verbale di rinvenimento e di sequestro delle cose suddette, sottoscritto dal magg. Angrisani e recante la data del 14 maggio 1947 (A, 33), risultano repertati e consegnati all'Autorità giudiziaria bossoli in numero maggiore di quello desumibile dalle predette relazioni, precisamente: n. 78 bossoli esplosi cal. 6,05 in 13 caricatori mod. 91; n. 128 bossoli esplosi cal. 6,05; n. 1 cartuccia a pallottola inesplosa cal. 6,05; n. 52 bossoli esplosi per moschetto automatico americano; n. 1 cartuccia inesplosa a pallottola per la stessa arma; n. 81 bossoli esplosi per mitra Beretta; n. 1 bossolo per fucile inglese (come poi mise in evidenza la perizia - G, 383 - non tedesco, come fu erroneamente indicato nel verbale); cioè una differenza in più di n. 24 bossoli esplosi per moschetto automatico americano e tutti i bossoli per mitra Beretta che nelle citate relazioni Ragusa e Frascolla non sono menzionati. Ma è da notare che neanche questi reperti rispecchiano la realtà dei rinvenimenti, che furono di gran lunga maggiori. Fin dalla sua deposizione istruttoria del 12 maggio 1947 il s. ten. Ragusa chiarì che il numero dei colpi sparati doveva essere ben più alto di quanto non risultasse dalla sua relazione avendo altri prima di lui raccolto dei bossoli nella parte bassa del Pelavet (D, 64); ed in seguito, cioè nel dibattimento, preciserà: che i dati esposti da lui si riferivano ai rilievi del 2 maggio (V/3, 358 r); che nella relazione scritta aveva omesso di menzionare altre sei postazioni rinvenute più in basso (V/3429); che le postazioni, intendendo per postazioni l'esistenza di un certo numero di bossoli raccolti in un breve spazio, erano undici e si succedevano ad una distanza di circa cinque metri l'una dall'altra, onde lo spiegamento dei mal-fattori si era esteso per una lunghezza di circa cinquan-tacinque metri (V/3, 409); che, a suo avviso, il numero dei bossoli rinvenuti era di ottocento e più (V/3, 357 r). Invero di circa ottocento bossoli, raccolti con il suo concorso durante il pomeriggio del 1° maggio sul costone della "Pizzuta", o, comunque, di un numero rilevante di essi, dirà poi anche il carabiniere Salerno (V/6, 775); e secondo il m.llo Parrino tutti i bossoli rinvenuti dovrebbero ascendere a circa un migliaio senza per altro esaurire tutti quelli esplosi, ché alcuni, essendo caduti nei crepacci della montagna, probabilmente non furono trovati (V/3, 382). Adunque è manifesto che, purtroppo, da parte di coloro cui incombeva l'onere della conservazione di tali reper-ti non si ebbe la percezione della importanza di essi, come appare anche dalla data di formazione del verbale di sequestro, e non si pose la dovuta cautela nella loro custodia; molti, moltissimi bossoli rimasero presso i vari Nuclei e Stazioni dell'Arma e andarono indubbiamente dispersi; onde quelli in giudiziale sequestro, lungi dallo indicare il numero dei colpi esplosi, valgono insieme con i caricatori a stabilire soltanto che nella consumazione del reato furono impiegate armi ad essi corrispondenti. Al reperto dei bossoli esplosi e delle cartucce ine-splose deve aggiungersi, per completezza di indagine, quello di quattro proiettili, uno cal. 6,05, gli altri cal. 9, dei quali tre furono estratti dai feriti ed uno fu rinvenuto intriso di sangue per terra sul luogo dell'eccidio (A, 77; G, 383). (4) A quanto osservato dai giudici occorre aggiungere per completezza di analisi che nulla si è mai saputo sulle postazioni di tiro dislocate in altri punti circostanti il pianoro di Portella, dai quali non pochi testimoni ebbero a dichiarare di avere sentito provenire gli spari (5). In questo caso furono completamente omesse le ricognizioni. Fatto assolutamente inspiegabile a fronte della constatazione che solo con gli interrogatori dei quattro cacciatori del 27-29 maggio di quell'anno, gli organi inquirenti ebbero la certezza della partecipazione della banda Giuliano alla strage. Tanto più che questa si era svolta in un territorio che non era mai stato di abituale dimora dei banditi e che le loro tecniche di assalto in epoca separatista avrebbero potuto essere modulate da soggetti che ben conoscevano alcune tecniche operative degli attentati terroristici. Va altresì sottolineato che non risultano effettuate le autopsie sui corpi dei caduti a Portella - come attestato oggi anche dai familiari delle vittime- e che le sole perizie necroscopiche disposte, non erano di per sé sufficienti a dare esaurienti risposte né sull'inclinazione dei tiri né sui punti dai quali fu aperto il fuoco, né tanto meno sull'intera dinamica della strage. Se c'è dunque da chiedersi il motivo di certe omissioni da parte del fronte istituzionale è anche facile argomentare che all'interno di questo operavano forze complementari ai gruppi eversivi e che l'intera vicenda trovava agevole soluzione formale grazie all'insostituibile presenza della banda Giuliano. Se questa non ci fosse stata se ne sarebbe dovuta inventare un'altra disponibile, per vie più o meno indotte, ad essere presente quella mattina di festa e di tragedia, sui roccioni del Pelavet. - Sul carattere eversivo della strage non ci sono dubbi. L'azione fu infatti immediatamente rivendicata con una lettera anonima dattiloscritta attribuibile al Fronte antibolscevico, ma sottoscritta con la frase "Chi ripudia la dittatura e lotta per la libertà". Lo stile non è affatto quello di Giuliano, e del resto non c'è traccia alcuna di tale riferimento. All'Alto Commissario per la Sicilia Ai Comandanti: La Legione dei CC.RR. e la Questura e perché lo pubblichino nei loro quotidiani: "Giornale di Sicilia, Sicilia del Popolo, La Voce della Sicilia, La Regione, L'Ora"- Palermo In tutti i quotidiani dell'Isola variamente commentato è stato il "cosidetto eccidio" di Portella della Ginestra. Hanno voluto in ogni modo naturalmente per fare cosa gradita ai "compagni" drammatizzare su ciò che credevano avesse dovuto essere scritto nei "Brevi di nera" di ogni giornale esclusivamente come un episodio semplice. Invece è stata data grande importanza a questo avvenimento. Ed è quello che noi speravamo. Intendiamo mettere in evidenza un fatto di capitale interesse. E cioè che: in ogni periodo elettorale la Sicilia ha mostrato una grande maturità politica tale da permettere che tutto si svolgesse con la calma più assoluta e l'ordine più perfetto. A fede di ciò parla chiaro l'ultimo periodo pre-elettorale. Non si poteva però restare indifferenti davanti all'avanzare diabolico della canea rossa la quale allettando con insostenibili e stolte promesse i falsi lavoratori, poiché non sono lavoratori i venditori di fumo, i vagabondi, canea rossa che ha sfruttato e si è servita del suffragio dato da questo tipo di lavoratori per fare della Sicilia un piccolo congegno da servire al funzionamento della grande macchina sovietica. La nostra protesta dunque suoni monito a coloro che oggi tanto si stanno interessando della questione dei "compagni caduti" poiché se la nostra prima azione si è limitata a così poco, continuando questi rastrellamenti e queste misure restrittive si potrebbe degenerare in cose peggiori a danno evidentemente di coloro, che prese alcune posizioni, non vogliono ravvedersi. Ci hanno segnalato già i nomi coi rispettivi domicili, di tutte le autorità che stanno attivamente conducendo questa inchiesta sicuri come siamo che non approderanno a nessun risultato positivo e che povera gente gemerà stoltamente, come sempre, in carcere. Trattandosi di una questione a sfondo prettamente politico consigliamo alla polizia di restare apatica e assente da questa lotta, poiché diversamente, con nostro grande dolore, saremo costretti ad usare le armi anche contro di essa polizia. Se hanno da vendicarsi vengano i compagni comunisti, con il loro sangue si tingerà di rosso l'azzurro del mare, non mai le candide coscienze del popolo siciliano. CHI RIPUDIA LA DITTATURA E LOTTA PER LA LIBERTA'!!!!! (6) La lettera non fu tenuta in alcun conto dai giudici romani, pur essendosi riferiti ad essa per una sorta di doverosa citazione di cronaca (pp. 38-39). Tuttavia si tratta di un documento nodale. Per tre ragioni. La prima: rappresenta l'enunciazione teorica esatta del ricorso alla strage come espediente di lotta politica; la seconda: traspare chiaramente la dottrina del Fronte antibolscevico. Si trattava nei fatti di bloccare la rottura degli argini imposti dal trattato di Yalta (1945) e di evitare che nell'Europa consegnata all'egemonia statunitense insorgessero tendenze di segno opposto. La vittoria del Blocco del popolo del 20 aprile '47 in Sicilia si muoveva in questo senso, ed era abbastanza evidente che se una regione tutto sommato abbastanza conservatrice andava a sinistra a maggior ragione in questa direzione si sarebbe spostato l'intero Paese. E questo era un dato che nella prospettiva delle elezioni politiche del '48 doveva essere tenuto presente. Il risultato di quelle elezioni segnò il punto invalicabile, il limite massimo di sopportazione, lungo il processo riformistico che aveva visto imponenti manifestazioni contadine all'attacco del feudo. I gruppi eversivi si resero interpreti delle ansie provocate dalla paura di un imminente pericolo di sovietizzazione dell'economia e della politica, e mostrarono i muscoli. La terza ragione sta nel fatto che i materiali estensori del documento, presi forse dall'euforia del notevole successo riscosso dalla loro azione (ne parlarono i giornali di tutto il mondo), sottovalutarono l'errore di non attribuire direttamente a Giuliano la strage, lasciando trasparire chiaramente la presenza di una componente eversiva che non poteva essere lasciata allo scoperto. Gli apparati di forza e di sistema, al contrario, erano interessati a rintracciare immediatamente una 'copertura' ragionevole, quanto meno nella direzione indicata già all'indomani della strage, dallo stesso ministro dell'Interno. E' legittima, pertanto, l'ipotesi che le stragi del successivo 22 giugno, siano servite oltre che a proseguire la manovra eversiva a rimediare all'inconveniente. A Carini e Partinico, infatti, subito dopo gli attentati furono rinvenuti a terra dei volantini con i quali Giuliano si attribuiva la responsabilità dei fatti. Ma anche questa volta non pochi dubbi dovevano essere nutriti sull'autenticità del documento. Il volantino, riportato nella prima pagina del 'Giornale di Sicilia' del 24 giugno fu composto in qualche tipografia, ma la firma di S. Giuliano è dattilografata, come pure il luogo dove egli dava convegno ai volontari che volevano intraprendere la lotta armata contro i comunisti. Ora non si capiscono le ragioni di segretezza che impedivano di svelare, prima ancora che gli assalti del 22 giugno fossero messi in opera, il luogo dell'adunata e il nome del firmatario dell'appello che chiaramente furono aggiunti dopo che il volantino di rivendicazione fu ultimato in tipografia. Perché non si fa riferimento agli attentati di quel giorno ma a una chiamata alle armi, a una sorta di reclutamento di massa, per dare a quella lotta sviluppo e organizzazione. Ma era possibile che si indicasse pubblicamente il luogo dove quelle intenzioni si dovevano realizzare? E' immaginabile che l'intera opinione pubblica non si chiedesse cosa ci stessero a fare le forze dell'ordine? E' ancora d'obbligo chiedersi: - se il nome di Giuliano e il luogo del reclutamento vennero aggiunti a stampatello prima dell'eccidio, e forse nella stessa giornata del 22 giugno, quale motivo aveva impedito che questo fosse fatto prima? Si temevano forse le delazioni del tipografo? Ma queste non avrebbero comunque potuto verificarsi quando il documento sarebbe diventato di dominio pubblico? Si temeva che la nuova strage fosse sventata in tempo o si dovette fare non poca fatica a far accettare a Giuliano che solo come nuovo capo militare poteva farsela franca? Il volantino certamente non fu scritto da Giuliano. Esso in realtà concilia la mai tramontata velleità di Giuliano di essere un capo militare, con l'interesse che aveva il F.A. a diffondere il terrorismo anticomunista al quale il banditismo ben si prestava. A tal punto che non era stato difficile persuadere Giuliano a recarsi il 1° maggio a Portella, con la nuova investitura di capo di un esercito. E' quello che il bandito intima ai cacciatori presi sotto sequestro: - andate e dite che a sparare eravamo in cinquecento -. Non stranizza affatto dunque che il volantino di cui abbiamo parlato, e che qui sotto riportiamo, sia stato scritto dalle stesse persone che erano intervenute per rivendicare la strage del 1° maggio ("se la nostra prima azione si è limitata a così poco…"). Ma da questa data al 22 giugno esse avevano trovato il modo di persuadere Giuliano a farsi carico non solo degli aspetti militari dell'affaire (trattati e definiti certamente già dal mese di aprile), ma anche della visibilità sociale e ufficiale che essi dovevano avere. Era abbastanza evidente che Giuliano non agiva motu proprio. Il ritrovamento, all'interno dei locali del Fronte antibolscevico di Palermo perquisiti all'indomani del 22 giugno, del volantino di rivendicazione degli assalti è pertanto un'ulteriore prova a sostegno della pista eversiva: Siciliani L'ora decisiva è già scoccata! Chi non vuole essere facile preda di quella canea di rossi che, dopo di averci infangato tradito e turlupinato facendoci perdere ogni prestigio negli ambienti internazionali, cercano ora di distruggere quanto di meglio ancora abbiamo e che ad ogni costo difenderemo, cioè l'onore delle nostre famiglie e quel nobile sentimento che ci lega alla nostra cara terra, che essi ipocritamente camuffati da internazionalisti respingono e detestano, è necessario che oggi si decida Quegli uomini che vogliono ad ogni costo buttarci in grembo a quella terribile Russia dove la libertà è una chimera e la democrazia una leggenda, e per i quali, noi che amiamo la nostra Sicilia, dobbiamo sentire sdegno e ribrezzo, debbono essere senz'altro lottati. Ed io ho assunto questo impegno. Ma perché ciò riesca è indispensabile che tutti i cari fratelli Siciliani mi seguano per aprire un nuovo ciclo di storia veramente fulgida e gloriosa che dovrà redimerci, rendendoci degni di questa nobile Sicula terra che in ogni tempo ha dato prova di grande maturità democratica e di refrattarietà ad ogni forma di dittatura. E tra tutte le dittature quella Russa è la più opprimente e schiacciante e perché questa non attecchisca nella nostra isola d'ora innanzi inizierò una lotta senza quartiere contro i comunisti perché possa scomparire dalla vita politica Siciliana questa canea che infanga il nostro nobile suolo dalle tradizioni tanto gloriose, e perché non intendo, e di questo ne piglio formalmente impegno, che la nostra amata terra diventi un misero ordigno della mastodontica [il corsivo nell'originale è riportato in grassetto] macchina sovietica. Di quella terribile macchina che ha annientato i nostri sessantamila fratelli prigionieri frantumandoli in quegli ingranaggi che si chiamano squallide ghiacciaie della Siberia, lebbra, e tifo, negando così a sessantamila famiglie l'immensa gioia di riabbracciare i propri cari che in terra straniera, come da vivi, non avranno mai pace né una lacrima che inumidirà le loro tombe. Ai superficiali annotatori della cronaca potrà sembrare strano che sia io a dare il via a questa grande Crociata contro coloro che negano Dio e la famiglia annientando così lo stesso uomo rendendolo senza vita e senza sensibilità. Volutamente hanno voluto falsare la mia posizione descrivendomi in tutti i modi e tralasciando quello che effettivamente dimostra la ragione per cui io lotto. Da circa quattro anni mi batto senza tregua per la realizzazione di questo grande nobile e generoso sogno; e per rendere la Sicilia ricca fiorente e prospera e farla tornare come prima il migliore Giardino d'Europa. Per questo ho lottato e lotterò e non mi fermerò se non quando questo sogno non sarà realtà! Chi si sente veramente Siciliano, degno di questo nome e vuole cooperarsi in questa grande battaglia antibolscevica, sappi che c'è un feudo chiamato "SAGANA" dove ho posto il quartier generale. Ad un secondo mio avviso che farò pervenire alla stessa maniera del presente sono certo che accorrerete numerosi nel suddetto feudo. Vi prego di venire forniti di documenti di riconoscimento e di stato di famiglia perché possano essere sussidiate le vostre famiglie. S.GIULIANO (7) Per la verità non risulta che nei quattro anni precedenti Giuliano avesse mai attaccato un esponente della sinistra, o che egli avesse paventato il fantasma sovietico. Il suo occidentalismo, per quanto rudimentale nella sua concezione, nasce nel '48. Prima egli era stato un separatista, attratto dalle simpatie dimostrategli da qualche ufficiale delle truppe di occupazione, da esponenti di destra (monarchici) e dell'aristocrazia decaduta. Gli avevano fatto credere che si poteva fare della Sicilia la 49^ stella americana. Aveva così creduto ai separatisti che con Canepa avevano dimostrato che questo movimento aveva una sua trasversalità. E Giuliano, pur professandosi monarchico, non l'aveva tradita. Del resto tra i separatisti c'erano persone di sinistra, ad esempio, Antonino Varvaro, l'avvocato partinicese che aveva fondato il Movimento separatista democratico repubblicano, che certamente non era filoamericano. Varvaro lo aveva difeso nella causa per l'assassinio del carabiniere Mancino, e i Giuliano avevano ricambiato l'attenzione sostenendolo nelle elezioni del 20 aprile '47. La lettura dei risultati di queste consultazioni a Partinico non lascia spazio a dubbi e conferma il carattere eversivo non solo della strage del 22 giugno, ma anche del 1° maggio precedente. Se il bandito avesse agito per una qualche forma di ritorsione contro un patto non mantenuto da parte della sinistra (e cioè, secondo quanto sostenuto da Pasquale Sciortino, perché la sinistra non fece confluire i voti sui separatisti) non si spiegherebbe il motivo per cui in quel paese, dove il blocco del popolo aveva ottenuto qualche centinaio di voti, mentre i liberali e gli indipendentisti di Varvaro avevano fatto il pieno, si sarebbe dovuto sparare contro il PCI che praticamente rappresentava una presenza assai contenuta. 5. La testa di morto delle squadre d'azione Il carattere eversivo e squadristico delle stragi fu ampiamente sottolineato dalla stampa nazionale, e non solo da quella di sinistra. Dopo le stragi, i giornali parlarono di aggressioni fasciste. E in questo senso si tennero in tutta Italia imponenti manifestazioni di massa contro il neofascismo. Del connubio eversione/banditismo era una prova evidente il rinvenimento di quel volantino nei locali del covo di via dell'Orologio. Per quanto la notizia fosse stata data da diversi organi di stampa, né la polizia giudiziaria prima, né la magistratura dopo si presero la briga di accertare i nessi che legavano il nome del bandito all'attività del famigerato Jack Cipolla, capo del Fronte antibolscevico, nonché i finanziamenti ai quali questi attingeva. La notizia del rinvenimento fu presentata nella prima pagina dell'Avanti! (27 giugno 1947) come un colpo di scena e fu commentata in questi termini: "Il nome del bandito serve a nascondere l'organizzazione terroristica con la quale gli agrari sperano di ostacolare l'ascesa democratica del socialismo tra le masse popolari". Il 26 giugno l'Unità, con un articolo di prima pagina di Maurizio Ferrara, riportava la notizia dello scioglimento del Fronte antibolscevico e dell'arresto del Cipolla, commentando che la polizia aveva trovato nella sede di quel covo uno scarso numero di armi in quanto "i frontisti erano stati messi sull'avviso" da qualcuno che aveva interesse a farlo. Del resto i gruppi eversivi del Fronte non avevano perso tempo e avevano già assunto la denominazione di Fronte d'Azione Italiana. C'era da chiedersi: - chi teneva le fila di tutta l'operazione? Chi pilotava le indagini? E quanto giovò nelle scelte giudiziarie successive l'orientamento ad attribuire le stragi di maggio-giugno ad una iniziativa legata tutto sommato solo alla "reazione siciliana" e al blocco agrario che la fomentava? Lucida e premonitrice fu invece la lettura che dei fatti ebbe a fare Pietro Ingrao: Nella notte degli attentati - ebbe a scrivere - le vie di Palermo sono state tappezzate di manifestini che portavano la firma di Giuliano e che dichiaravano la guerra al comunismo […] La manovra di mascheratura è così maldestra da fissare senza equivoci il carattere della strage e le responsabilità dei complici e favoreggiatori. Chi ha lanciato 20 ore prima la cortina fumogena intitolata a Giuliano evidentemente doveva sapere qualcosa dei fatti che ci sarebbero stati quella notte. Chi ha organizzato la puerile messa in scena dei manifestini a firma Giuliano ha fornito un'altra prova che i fatti siciliani di domenica avevano dietro una organizzazione ampia e ramificata. E concludeva: Attraverso la breccia siciliana si tenta di portare il colpo alla democrazia nel suo complesso: dietro le salme dei lavoratori siciliani assassinati c'è una minaccia per tutti gli italiani amanti della libertà, comunisti e repubblicani, socialisti e democratici cristiani. L'interesse della nazione e della democrazia vuole che l'offensiva fascista in Sicilia sia stroncata in modo esemplare e decisivo (8). Li Causi ebbe più direttamente a riferirsi alle responsabilità dell'ispettore generale di polizia Ettore Messana e alla volontà delle istituzioni di non andare a fondo nella vicenda: Si dovrebbe concludere - scriveva - che l'esistenza del bandito Giuliano è preziosa per il commendator Messana e per le forze politiche a cui egli obbedisce, forze che hanno esponenti altissimi in certi ambienti politici e basi nelle correnti più decisamente retrive del blocco agrario. [...] Intanto - continuava - è per lo meno strano notare come, dopo lo scioglimento del 'Fronte antibolscevico", nessuna concreta azione sia stata intrapresa per identificare l'organizzazione neofascista, per stabilire i vincoli - di cui siamo assolutamente certi - che legano neofascismo e banditismo sotto la direzione di una unica guida, quella appunto del blocco agrario.(9) Probabilmente la 'guida' era diversa e quel blocco agrario era una delle componenti essenziali di un fronte più vasto, nel clima favorevole che aveva consentito che le stragi fossero attuate e restassero impunite. C'è un ulteriore dato che riguarda Portella. - Alberto Borruso, contadino, 19 anni, il primo maggio ha l'incarico di trasportare sul suo carro 200 razioni di pane, vino e carciofi per i suoi compagni poveri che avrebbero partecipato alla festa. Giunto sul pianoro, spinge il suo carro un po' più al di sopra del podio, stacca il mulo e, attaccando alle aste del mezzo 'spaiato' una bandiera rossa da un lato e la bandiera italiana dall'altro, per segnalare a tutti il punto di spaccio delle cibarie, in attesa del comizio se ne va a mietere un po' d'erba, verso il costone della Pizzuta. Sente i primi colpi, avverte il pericolo, vede un individuo che spara sulla folla e "come questi si sposta da un masso all'altro, lo riconosce per Benedetto Grigoli, inteso Troia perché parente della famiglia Troia, da San Giuseppe Jato".(10) Abita - dice Alberto - "nella via Anime Sante, nei pressi della caserma dei carabinieri. Egli è un giovane di circa trentacinque anni, alto di statura quasi quanto me, che sono piuttosto lungo, snello, di colorito bruno, capelli scuri. Fa il mestiere di 'firaru', come diciamo noi in siciliano, cioè il mestiere di colui che compra e rivende animali nelle fiere. Indossava un vestito comune e distava circa cento metri da me". (11) "Il Borruso - sottolinea il vicequestore - precisa di averlo riconosciuto nettamente, in modo inequivocabile, armato di un fucile mitra col quale sparava continue raffiche". Una lo prende di striscio. Fa appena in tempo a raggiungere lo zio, Pietro Tresca: "Zio Pietro - gli dice - morto sono, mi hanno sparato". E così mostra la punta di una scarpa scalfita da un proiettile (12). E' un testimone chiave. Nota che gli assassini hanno una bandiera nera che tengono sollevata su una pietra, "come un segnale di morte per la popolazione", nonchè un uomo a cavallo di una giumenta che guarda la popolazione; forse di vedetta. Nei giorni successivi alla strage, lo portano a Palermo in automobile "dietro invito di un'autorità". E di lui non si hanno più notizie. E' la madre, Giuseppa Bono, che denuncia il fatto, il 3 giugno di quello stesso anno davanti al giudice istruttore. E in assenza del figlio è lei a parlare. Si era recata a Portella con la sua numerosa famiglia; un suo figlio aveva preferito andare nel vicino lago a giocare in compagnia di vicini di casa; lei, col marito e Alberto, era andata sui campi, a monte del podio. Seguiva con lo sguardo il figlio che era andato ancora più in alto. Alle prime raffiche lo vede gettarsi per terra e nascondersi dietro un sasso, poi, cessati gli spari, lo cerca disperatamente, lo incontra e sente pronunciare il nome di un assassino. Di fronte al giudice non ha reticenze. Anzi lo avverte "che tutti i testi che si presentano spontaneamente per deporre a favore degli imputati sono tutti falsi" (13). Aveva torto. Per i giudici furono dichiarate false tutte le testimonianze che deponevano contro i mafiosi locali. 6.Le delusioni di Giuliano, l'occidentalismo e il Patto atlantico A legittimare l'ipotesi che anche in Sicilia, terra di confine strategicamente significativa, potessero esistere diramazioni di organizzazioni occulte analoghe a quella che si definiva 'Osoppo', depongono alcune necessità logiche. Se i gruppi che costituivano questa brigata erano formati da partigiani democristiani rimasti organizzati per combattere il comunismo dopo la caduta del fascismo con l'intento dichiarato della guerra non ortodossa (14), non minore era la paura del 'vento del nord' che si avvertiva in Sicilia e per una serie di ragioni. Nell'immediato dopoguerra, si erano sviluppate in Italia diverse 'organizzazioni parallele', come l'Associazione partigiani cristiani diretta da Pietro Cattaneo, altrimenti definita Movimento avanguardia cattolica italiana (Maci) attivo fino alla fine degli anni '40. E' del 27 febbraio 1948 una lettera rinvenuta tra gli incartamenti del Cattaneo, nella quale "si fa riferimento a contatti molto stretti che i gruppi cattolici mantenevano con i servizi segreti e l'Arma dei Carabinieri". Qui importa rilevare non solo la presenza di alcuni ex partigiani nella banda Giuliano (Sciortino e Pisciotta), o nell'area che in qualche modo la controllava (anche Cusumano Geloso aveva fatto la resistenza) ma che sull'intera realtà eversiva della Sicilia, di cui il separatismo era stato il grande denominatore comune, poterono agire strutture parallele "a vario titolo connesse con l'esperienza della guerra partigiana". Del resto poco chiarita risulta ancora oggi la funzione assolta da alcuni giovani settentrionali (Celestini, Forniz, Trucco) che prima di raggiungere le montagne monteleprine, trovano uno snodo, sembra occasionale, nella sezione dell'ANPI di Partinico. Si scoprirà poi che erano degli infiltrati che riferiranno tutto ai carabinieri. Scrive De Lutiis a proposito dell'Armata italiana della libertà (Ail), diretta dal colonnello Musco: "Sull'attività del Musco non esistono notizie certe; si sa solo che nell'ottobre del 1947 egli deposita presso l'ambasciata statunitense a Roma un promemoria riservato contenente l'elenco dei "membri principali del comitato centrale" dell'Ail: sono 35 nomi, fra i quali figurano dieci generali e quattro ammiragli. Alcuni mesi prima, il reverendo Frank Gigliotti, alto dignitario della massoneria californiana e fiduciario dei servizi di controspionaggio statunitensi, aveva detto a Walter Dowling, membro della divisione affari europei del dipartimento di Stato: 'Ci sono in Italia 50 generali che si stanno organizzando per un colpo di Stato. Sono tutti anticomunisti e sono pronti a tutto' [...] Siamo - continua De Lutiis- nel periodo tra il 1947 e il 1948. Vedremo successivamente che in quegli stessi mesi, al ministero dell'Interno, Mario Scelba e il generale Pièche avevano predisposto una rete di prefetti 'ombra' regionali che, in caso di necessità, avrebbero destituito i prefetti legali assumendo tutti i poteri nelle rispettive regioni di competenza". (15) Frank Gigliotti era stato agente della sezione italiana dell'Oss (Office of Strategic Service) dal 1941 al 1945 e poi agente della Cia. Egli fu nel 1947 "l'artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani, la casa-madre della loggia P2, da parte della prestigiosa circoscrizione del Nord della massoneria degli Stati Uniti". In quell'anno, durante un incontro avuto con Giuseppe Saragat, in visita a Washington, gli disse di avere incontrato il bandito Giuliano e di "condividere l'uso dell'illegalità e della violenza impiegate da Giuliano contro i comunisti".(16) Giuseppe Pièche, generale dei carabinieri, ex capo del controspionaggio del Sim, e già collaboratore dell'Ovra, ebbe assegnata la carica di direttore generale della Protezione civile e dei servizi antincendio del ministero dell'Interno, col primo governo De Gasperi, nel 1946. Egli ebbe una parte non secondaria "nella costruzione di uffici di intelligence al ministero dell'Interno dopo lo scioglimento della polizia segreta fascista e il trapasso di regime".(17) E' d'obbligo chiedersi: quale fu sotto l'egemonia dei governi democristiani la principale preoccupazione del ministero dell'Interno? Quali furono gli effetti dell'anticomunismo, assunto dal terzo al quarto governo De Gasperi, come elemento di fondo dell'azione dello Stato? Quali furono i presupposti della futura 'Gladio'? Quanto e come agirono le forze dell'ordine come elementi di un blocco antidemocratico? Dalla strage di Palermo del 19 ottobre '44 a quella di Portella del primo maggio sembra snodarsi un unico filo conduttore; l'uso cioè della forza militare, più o meno direttamente impiegata, o del piombo della mafia per mantenere l'ordine costituito, o per impedire che fossero varcate certe soglie di sicurezza al di là delle quali non era consentito andare. Non lo consentiva il NSC già nel '47. A tale proposito scrive il Perrone: "Quando si parla di mezzi per combattere il Pci, la direttiva del National Security Council (NSC) del 1947, riprodotta nella raccolta a stampa dei documenti diplomatici americani, reca una censura segnalata da alcuni puntini. Tuttavia una ricerca in un archivio periferico, mi ha consentito di reperire l'originale, integro, del documento fondamentale che tratta questo problema. Nella raccolta a stampa si legge che, per combattere la propaganda comunista, non solo occorre attuare un programma d'informazione, ma bisogna servirsi anche di 'tutti gli altri mezzi praticabili'. 'Mezzi praticabili', nello spirito del documento, deve significare concretamente realizzabili, e non necessariamente legali. Non sembri questa - chiarisce lo studioso- una mia conclusione arbitraria. Essa deriva invece, dal leggere che, fra i 'mezzi praticabili' s'include persino - è questa la parte omessa nella raccolta a stampa dei documenti diplomatici americani, e da me reperita negli archivi di Independence, Missouri - l'uso di 'fondi non registrati' ('unvouchered funds'), quelli che nel linguaggio corrente vengono indicati come fondi neri o sottobanco". (18) Qui occorre precisare che se il NSC viene istituito il 26 luglio 1947 come organo di coordinamento della politica militare americana e dei servizi di intelligence (si tratta di un organismo direttamente presieduto dal presidente degli Usa) non per questo in epoca precedente gli interessi di questo paese a frapporre una 'barriera all'invadenza sovietica' o a controllare lo sviluppo delle politiche degli Stati potevano essere non sufficientemente presenti. Al contrario. Orientamenti e scelte erano assunti, per conto dei rispettivi governi, dalle armate di occupazione o dai responsabili dell'Office of European Affairs di cui era direttore H. Freeman Matthews. A coglierne la funzione basti pensare che lo stesso De Gasperi - stando a una conversazione tenuta il 16 maggio 1947 tra l'ambasciatore Tarchiani e Marshall - temeva il ritiro delle truppe alleate prima delle elezioni del '48, in quanto a suo giudizio ciò non avrebbe giovato allo sviluppo dell'Italia: "un'aporia, in un ragionamento che asseriva di impernearsi sulla democrazia, mentre negava agli italiani la capacità di determinare i propri affari in assenza della tutela di eserciti stranieri. Nello stesso tempo, un avvilente implorare e confidarsi con la potenza straniera, persino nelle più delicate questioni concernenti la formazione del governo e l'orientamento politico di carabinieri e polizia [...] Nell'eventualità di un'insurrezione comunista [...] soltanto i carabinieri venivano ritenuti una forza 'affidabile' sebbene dislocati per lo più in piccole località". (19) Guarda caso era la stessa posizione del NSC secondo il quale il Pci "non avrebbe tentato di assumere il controllo dell'Italia" "finché le truppe americane e inglesi non fossero state ritirate alla data stabilita dal trattato di pace (15 dicembre 1947)".(20) Ma a parte gli interessi Usa in Italia a trasformare alcuni gruppi dell'antifascismo in attiva organizzazione anticomunista dopo il 25 aprile del '45, resta il dato di una azione autogena in questo senso. I soggetti che la promossero utilizzarono inizialmente il separatismo come semplice espediente riuscendo a penetrare all'interno della stessa Arma dei carabinieri. A tale proposito Giuseppe Calandra, nei suoi memoriali, riporta una lettera pervenutagli quando operava come maresciallo presso la stazione di Montelepre: "Caro collega, poggiati su gruppi di azione clandestina potentemente armati, sorretti ed alimentati dall'azione del SS. ufficiali del capoluogo e dello stesso Colonnello Comandante che ha preso contatti con i capi dell'organizzazione clandestina è sorta a Palermo la nostra associazione che ha lo scopo di difendersi e difendere la nazione dal pericolo rosso, il comunismo, le cui squadre di azione cominciano a farsi sentire attraverso i recenti assalti alle nostre caserme. E' necessario perché l'azione risulti legale e non sporadica che tutti si sia coalizzati e che nei grandi come nei piccoli centri si lavori intensamente per sventare il pericolo ricorrendo in casi estremi anche ad azioni violente contro cose e persone. Da parte tua puoi stare pure tranquillo poiché seppure non ufficialmente per ovvie ragioni il nostro comandante è con noi ed è pronto a darci tutto il suo appoggio se dovesse essere necessario. Di questo appoggio tu non abuserai pensando che [se] dovessero privarci del nostro colonnello tutta l'organizzazione andrebbe a monte con le reazioni che ti è facile immaginare da parte di chi gli succederà. Pertanto fai propaganda fra i tuoi dipendenti e fra giorni verrà costà il nostro incaricato che ti porrà a contatto con il capo dell'organizzazione clandestina che opera nella tua giurisdizione d'accordo col quale dovrai lavorare secondo le direttive che ti verranno date. Fidiamo nella tua riservatezza e nell'azione che saprai svolgere che non mancheremo di segnalare a chi di competenza". (21) Il documento non datato ma che si può far risalire ai tempi dell'Evis porta la sigla di una strana Formazione Organica Reali Carabinieri Anticomunista (Forca) che il Calandra interpretò come un tentativo degli 'amici di Giuliano' di farlo cadere in disgrazia presso i suoi superiori. Ma gli autori e le intenzioni della lettera erano ben diversi. Lo dimostrano parecchie circostanze: lo stile linguistico, ancora una volta, non è quello di Giuliano; viene indicato un garante nella persona del colonnello comandante dell'Arma; ci si riferisce a un contatto imminente che si sarebbe potuto facilmente riscontrare; si lasciano intravedere collegamenti nazionali ("difendere la nazione dal pericolo rosso"); nel '45 si era costituito il Fronte antibolscevico a Palermo; in quell'epoca Giuliano non ebbe mai ad esprimere alcun proposito di lotta contro il comunismo, ma da una dichiarazione di Antonino Terranova nel dibattimento di Viterbo, si evince che Giuliano poteva essere in contatto col Fronte antibolscevico di Palermo già dal febbraio del '47. Lo specialista dei sequestri di persona dichiarava: "So che Giuliano qualche volta si recava a Palermo ma non ricordo se nel febbraio 1947 andò nella sede del partito anticomunista". E più avanti aggiungeva, a proposito dei manifestini antibolscevichi lanciati a Carini e Partinico, durante le stragi del 22 giugno: "Giuliano stesso mi disse che i manifestini gli erano stati portati pronti per essere lanciati" (22). 'Cacaova', come meglio era conosciuto il bandito, in sostanza ammetteva di non ricordare se in quel mese il suo capo fosse andato nella sede di quel partito. Con ciò ammetteva che vi si era recato prima o dopo, testimoniando un legame che certamente si era definito nel frangente delle stragi. Ma che relazione c'era tra il Fronte antibolscevico e quelli che lo stesso Terranova, seguendo l'accusa fatta da Pisciotta, indicava come mandanti delle stragi di maggio-giugno? Sul loro conto (il principe Gianfranco Alliata di Montereale, l'on.Tommaso Leone Marchesano, il deputato monarchico Giacomo Cusumano Geloso e il democristiano Bernardo Mattarella) (23) non si avviò mai a un percorso giudiziario che portasse a qualche conclusione. Eppure l'Alliata - che aveva avuto nel 1945 un'esperienza di prigionia in Egitto e che troveremo poi iscritto in uno degli elenchi della P2 (24) - era stato pienamente smentito circa la presunta infondatezza del memoriale datato 9 dicembre 1951 col quale Antonio Ramirez riferiva quanto confidatogli dal deputato monarchico Gioacchino Barbera. Nello studio dell'on. Ramirez si era tenuta una riunione tra Li Causi, Barbera, Ramirez e Montalbano nella quale il deputato monarchico si dichiarava minacciato di morte da parte di Luigi Marchesano. Questi gli avrebbe detto che "se fosse uscito qualcosa, per quel che concerneva i rapporti fra esponenti monarchici e la banda Giuliano, non avrebbe potuto che essere [lui] a propagarla e quindi che stesse in guardia". E il Barbera, che l'Alliata dà come aderente alla Massoneria, aveva motivo di temere anche in ragione della recente rottura operatasi, proprio nel '51, in seno al partito monarchico. C'era poi da chiedersi, rispetto a certe eredità della lotta partigiana in senso anticomunista, quanto avesse pesato l'esperienza dello Sciortino, o quella poco conosciuta dello stesso Cusumano Geloso. Questi, stando sempre alle affermazioni dell'Alliata, "aveva combattuto nella guerra di liberazione a Monte Marrone" ed era stato "un valoroso ufficiale dei bersaglieri". (25) Si sarebbe potuto partire anche da un nome fornito dallo stesso 'Cacaova' quando aveva affermato: "Giovanni Provenzano conosce i nomi dei mandanti".(26) Neanche il processo contro Provenzano, Licari e Italiano approdò a nulla. Il procuratore generale presso la corte di appello di Palermo il 22 gennaio 1954 avviò un'istruttoria. Ma a distanza di sette anni i cacciatori che si riteneva fossero stati posti sotto custodia del Licari durante la strage di Portella esposero "la grave difficoltà e la scarsa probabilità di potere identificare il bandito". Fu ordinato lo stralcio degli atti circa il reato di partecipazione a banda armata del Licari, e gli altri furono assolti per insufficienza di prove.(27) Giuseppe Montalbano sperimentò per primo l'esistenza di un muro di gomma. Nel luglio del 1947, dopo la tragica fine di Ferreri e dei suoi uomini, aveva presentato una denunzia contro l'ispettore Messana "per concorso con Ferreri Salvatore in tutti i delitti da costui commessi a far data dal 1946, dall'anno cioè in cui - come presumeva - l'aveva fatto suo confidente; e chiarì che la denunzia contemplava anche la correità nella strage di Portella della Ginestra dato che il Ferreri aveva partecipato all'organizzazione, preparazione ed esecuzione materiale di essa". La denunzia non fu trovata e si adombrò il sospetto della soppressione del documento. Fu pertanto chiesta l'audizione del Montalbano e, cosa singolare, la corte di Viterbo alla quale era stata richiesta l'"unione agli atti" della denunzia, ne respinse l'istanza il 5 settembre 1951. Non migliore fortuna ebbe la successiva denunzia del 25 ottobre di quello stesso anno contro il Messana e i monarchici Alliata, Marchesano e Cusumano Geloso. L'effetto fu solo una querela per calunnia degli interessati. - All'inizio degli anni '70, dopo le insistenti accuse dello stesso Montalbano assunte agli atti della Commissione antimafia si riuscì a smuovere qualcosa. Quanto meno ad avere la consapevolezza che risultava impossibile andare al di sotto della superficie delle cose. Evidentemente, sotto il piano ufficiale ve ne era un altro molto sommerso difficile da raggiungere proprio per il carattere sublegale che lo connotava. Il pericolo rosso aveva cementato assieme gli interessi e le paure di molti: dai neofascisti ai monarchici difensori del latifondo, dai democristiani collusi con la mafia agli apparati istituzionali sostanzialmente ancora orientati al vecchio regime e pertanto fibrillanti sotto l'incubo di una possibile era socialista. Ecco perché è importante la testimonianza del Calandra. L'autenticità del documento che egli ci fornisce e che potrebbe essere letto come atto interno 'parallelo' dell'Arma viene confermata da quanto succede in seguito. Ne parla lo stesso maresciallo. Questi - racconta - consegnò la lettera al tenente colonnello Lentini, un filoseparatista, che a sua volta informò la brigata. Trascorso qualche tempo il maresciallo ricevette un'altra lettera con la stessa intestazione. Era la prova evidente che il documento non poteva essere stato scritto da Giuliano. Il testo recitava in questo modo: "Caro collega, uno di noi tradendo la riservatezza ha inviato al nostro colonnello comandante la nostra precedente circolare. Il colonnello ha dovuto fare buon viso a cattivo giuoco e rispondere con una circolare che presto riceverai sconfessando il nostro movimento. Non impressionarti perché è una pura formalità e ve lo dimostra il fatto che prima della smentita ufficiale vi perviene la presente. Ripetiamo è una formalità a cui il nostro colonnello non poteva sottrarsi. Uniamoci compatti e partiamo alla riscossa contro il comunismo oppressore. Viva i carabinieri. (Forca)".(28) Questa volta il maresciallo distrusse la lettera e a distanza di tempo interrogandosi su "quella misteriosa organizzazione" annotò: "Ancora oggi non ho potuto chiarire a me stesso il significato di quella lettera anonima". - Che sullo sfondo delle spinte centriste si fosse venuta a determinare una convergenza di interessi tra neofascismo e famiglie mafiose che in ogni caso sinergicamente pressavano da destra, è un fatto storicamente documentabile. Sappiamo anche che le scelte della mafia furono poi definitivamente orientate per la Dc. Ma la geografia politica del centro-destra non avrebbe trovato un motore collettivo comune, una propria road holding senza il denominatore dell'occidentalismo. Su questo si incontravano o entravano in conflitto diversi soggetti politici, interessati in vario modo a sottrarre spazio alla sinistra e a bloccarne il processo di sviluppo. La partita fu impostata sul piano visibile del gioco democratico e su quello invisibile dei poteri occulti, per altro compatibili al loro interno per le logiche criminali che li accomunavano. Criminali: giacché non potrà mai darsi per giustificato un delitto, né tanto meno una strage, se si danno delle attenuanti alle motivazioni politiche che li determinano. Che Giuliano fosse attraversato da quel denominatore è dimostrato dal suo atlantismo abbastanza scoperto in una lettera autografa, scritta al suo amico giornalista del Corriere lombardo, Jacopo Rizza. Siamo a oltre due anni dalle stragi del '47 e il bandito, imprendibile solo per le forze dell'ordine, è convinto di essere un capo di governo. Così lo troviamo alle prese con Stalin e con Truman nonché con i Paesi che - gli aveva detto qualcuno - erano i più esposti in Europa al pericolo dell'infezione comunista: la Francia e l'Italia [nda: si noti che il periodare e lo stile sono ben diversi dai documenti sopra riportati]. (29) Non immaginava però che i destinatari delle sue valutazioni non sapevano neanche che esistesse come persona. Ma si sentiva ugualmente al centro del mondo, tradito da Scelba che non aveva voluto capirlo e dagli Usa che sbagliavano a suo avviso politica internazionale. Forse il bandito sperava ancora che l'anticomunismo lo salvasse. Almeno così gli avevano promesso. In precedenza si era sentito un capo militare, ma adesso, dopo il fallimento del separatismo e della lotta armata contro il comunismo egli si sente investito di un potere politico di altissimo livello. Viveva fuori dal mondo. I giudici romani lo definirono "un delinquente a orientamento paranoico" e certamente bastava una personalità forte, qualcuno che avesse potere, per dargli le illusioni di cui aveva bisogno [la lettera è riportata con tutti gli errori del testo originale]: Caro Rizza, Hai avuto un buon viaggio? Stai bene? Lo augurio. Il poco tempo trascorso a sieme, non mi diede possibilità di concentrarmi bene sul giudizio di alcune cose che desideravo esprimerti e pertanto riconoscendo che il mio dire ti fa piacere, ti ho scritto per pregarti di parlare a lungo di quanto segue. Desidererei che tu scrivessi il giudizio che io ho dato sulla politica generale e particolarmente su quella dell'Italia, in questa maniera. Cioè che una nuova guerra sarà inevitabile, sulla parte della russia perché c'è la megalomania di partito e di comando, sulla parte dell'america, per la megalomania distocratica a causa che è una nazione ricca, e preferisce la libertà democratica e quindi ne sarà la difentrice. Critico Stalin che crede pienamente che il mondo ha bisogno della sua ideologia mentre ignora o fa finta di ignorare che non tutti la possono pensare come lui, e che in effetto non tutti i paesi hanno bisogno della sua ideologia, e non in tutti i popoli si potrebbe adottare. Lo odio che per raggiungere la sua meta addopera metodi ingannatrici verso il popolo facendorgli credere il paradiso, mentre in effetto rimarranno sempre schiavi come sempre lo sono stati, asserviti al suo idealismo. Dalla parte della america critico fortemente il presidente Truman perché con la sua politica ha reso ridicolo lui e il suo popolo mentre quest'ultimo non lo merita, in quanto Truman ha fatto la parte del leone solo quando sapeva che il suo rivale non era in grado di poterlo affrontare. Cioè quando sapeva che la russia non possedeva la bomba atomica faceva la voce grossa, e non volle acconsentire nel modo assoluto alla richiesta che gli fece Molotof del controllo atomico, quando seppe che anche la russia possedeva l'atomica. Io naturalmente non so i segreti degli ambienti politici; ma quanto appare, e chiaro che Truman con queste dichiarazione, ha voluto inviare il suo popolo nella via della rassegnazione scaricandosi così una certa responsabilità di fronte al suo popolo, in caso di una guerra, e con il lanciare subito la nota del controllo atomico a voluto fare credere che lui cerca la pace. A suo parere la sua politica non è male, ma è certo pero che molti hanno finito per criticarlo, in quanto per chi lo comprende, il controllo atomico è una cosa molto ridicolo, perché per quanto si atua non è altro che un controllo di carta, a causa che sia la russia che l'america non sono una casa o un palazzo che facilmente si può controllare, ma sono dei vastissimi territori che se si vuole si possono nascondere altro che bombe atomiche. Chi lo afferma che sia di una parte che dell'altra, non si riservano un certo numero di bombe per qualsiasi eventualità? e ben chiaro che basterebero 10 o 20 bombe per distrugere parte dell'america che della russia. Per me Truman ha perduto la corsa perché sono certo che buon parte del popolo americano lo ha già definito ridicolo come l'ho definito io. Il patto atlantico e la politica italiana. Sulla parte dell'america il patto atlantico è stata, secondo il mio giudizio, una ottima idea, però gli americani non hanno saputo qualificare la situazione dei loro allieati e questa è la causa di qualche colpo di pugnale che loro stessi si preparano nell'eventualità di una guerra. Secondo il mio modo di vedere sia l'Italia che la Francia, non li avrei abandonati, ma neanche li avrei acluso in patto così importante, a causa che la posizione Italiana che Francese è molto critica a causa che metà del popolo è comunista e questo è una cosa molto grave per gli americani, perché se guerra succederà di sicuro questi due ne diverranno un campo di tradimento o un campo di lotta fratricida. Gli uomini del governo Italiano d'altra parte sono ubriachi o megalomatici di grandezza di intelligenza, credono pienamente che con la loro alleanza possano portare l'Italia alla salvezza, non per quanto sono i miei nemici, lo augurio di ragiungere la meta, ma sono certo però che con questa sua qualità di clericalismo presto o tardi porteranno l'Italia alla rovina e lor finiranno assieme con quel chiamato santo del Vaticano, tutti impiccati o fucilati alla schiena, e pensino bene questi signori se la caveranno a fin quanto le cose trascinano così, ma se guerra succede il mio sogno diventa di sicuro realtà. L'Italia non può sperare nell'avvenire, perché non è un manganello di un Scelba che può spegnere tutte le fiamelli che oggi stanno sempre pronti e si preparano sempre più per accendere il fuoco, solo con la concordia e la comprensione di tutti si potrebbe ragiungere alla meta, meta che di sicuro non si giungerà mai a fino a quando gli Italiani non abandonano queste sporche ideologie più degli altri di questi falsi profeti sporchi pretacchi, che avidi di comando assoluto si hanno venduto Dio facendone della fede, una vera dittatura materialistica, quale ragione vi era formare un partito chiamato democrazia cristiana se tutto il mondo europeo e latino abbiamo tutti una fede? Poveri preti speravate di più ma fra non molto non avranno neanche quello che possedono ora che hanno svelato il segreto della turlupinazione di tutte le credenze divine, potranno cercare di rassegnarsi perché il tramonto del suo partito di politica divina gia è imminente, io credo ad una divinità che non so chi sia, ma oggi pur quelli che pienamente credevano in Dio non credono neanche questi, è il nemico suo non stato ed è il comunismo come loro decantano ma sono stati loro stessi che si sono corrotti nella più spietata concubinazione materiale e morale. Non lo augurio, ma oggi non credo che una Italia si possa risolvere dallo schiavismo, e da un sfacelo completo, lo crederei solamente se dalla faccia dell'Italia scomparirebbe il comunismo e il clericalismo e si costituisse un governo misto di liberali e social democratici ma che sia un governo o uomini autonomi da ogni ideologia e che addopererebbero una legge nel vero senso sociale. Solo così mi potrei convincere di una pace e prosperità duratura. Caro Rizza come vede non ho usato tanta polizia nello scrivere perché tu di quanto ho scritto non hai che trarni la sostanza del pensiero, pertanto di prego di cercare di interpretarlo proprio con quel senso con cui è scritto, credo che non mancherà a te. Caramente assieme ai tuoi amici ti saluto. Giuliano Come il lettore può constatare traspaiono chiaramente due atteggiamenti, essendo scontato quello contro l'Urss: l'anticlericalismo e la critica contro Truman. I motivi del rancore contro Scelba si possono intuire: molti si erano rivolti al bandito promettendogli di intervenire presso il ministro per la soluzione dei suoi problemi. Tranne le promesse non aveva cavato un ragno dal buco. Ma perché il bandito ce l'aveva anche contro certi ambienti curiali, gli "sporchi pretacchi", e contro gli Stati Uniti? Che gli avevano fatto credere? E quale ruolo aveva svolto quel frate Giuseppe Cornelio Biondi di cui doveva poi parlare Pisciotta prima di essere ammazzato? Chi è costui? La curiosità spinse l'arcivescovo di Monreale Ernesto Filippi, che certamente non nutriva antipatie per il regime fascista, a chiedere informazioni riservate al patriarca di Venezia Carlo Agostini. Questi si limitò a fornire un succinto curriculum: Durante la guerra (cioè per alcuni mesi nel periodo dell'invasione tedesca) a Padova, dove io ero Vescovo, rese servigi preziosi. Portato dall'entusiasmo di fare del bene, passò le linee, ma quando stava per rientrare, fu posto dagli Inglesi in campo di concentramento. Dopo guerra fu implicato in una grossa questione di mercato nero e fu per parecchi mesi in carcere. I suoi superiori lo sospesero, credo perché invitato a rientrare in monastero, non lo fece. Per quanto riguarda il celibato non credo si possa rimproverargli nulla. L'animo è buono, generoso. Si tratta di uno spostato. (30) Più dettagliate erano invece le informazioni che il Filippi raccoglieva dall'abate del monastero di S. Giustino di Padova, Timoteo Campi: In riscontro alla preg.ma di V.E. posso dire - in via assolutamente riservata - che il P. Cornelio Biondi, da circa due anni ha lasciato questo monastero e [è stato] rimandato al suo di Parma. Quando circa sei anni or sono, fui eletto abate di S. Giustino, lo trovai qui come economo della casa. Durante il periodo di cospirazione lavorò molto specialmente a Padova, liberando dalla fucilazione e dalla fame migliaia di famiglie. E devo dire che, tranne quel brutto spirito di strafare, lavorò bene ed ebbe molti attestati di riconoscenza. Son circa due anni: i Superiori gli hanno intimato di tralasciare qualsiasi attività e di rientrare nel proprio monastero di Parma. Di fatto non è mai rientrato perché -così ha detto ai Superiori - ha dei grossi impegni e debiti da pagare. Dopo ripetuti inviti e minacce da circa un anno e mezzo è sotto le Censure. Avendo continuato a trafficare - dicono i Superiori - o a far del bene - come egli dice - nei primi di questo mese [ottobre 1949], la spada di Damocle a lungo pendente gli è caduta sul capo troncandogli la vita. E' stato espulso dall'ordine benedettino con l'obbligo di deporre l'abito, col permesso benevolo di potersi cercare un Vescovo che potrà scioglierlo dalle Censure quando egli avrà abbandonato il traffico. So che ha accettato e firmato il Decreto di espulsione. Da quanto sopra, V.E. vede chiaro se egli appartiene ora alla nostra Badia. Da due anni in qua l'avrò visto un paio di volte e solo per dirgli di non mettere più piede a S. Giustino e di troncare ogni relazione diretta o indiretta con i miei monaci. Se V.E. crederà bene di aiutarlo, mettendolo a prova con attenta vigilanza, mentre farà un'opera squisita di carità, avrà a propria disposizione un uomo generoso, di sacrificio fino all'eroismo, abilissimo nel trattare con le Autorità e nel disbrigare le pratiche. La prego vivamente del massimo segreto di quanto ho detto, di voler leggere nel fondo della verità i miei sensi di gratitudine verso un monaco al quale voglio sempre bene per quello che ha fatto per noi con gravi sacrifici. (31) Di fronte a quel personaggio oscuro e multiforme, Filippi dovette avere qualche intuizione particolare. Volle acquisire informazioni a tutti i livelli e si rivolse anche alle alte sfere politiche e persino al segretario particolare di Alcide De Gasperi. Da questi non si poteva certo aspettare una rivelazione sui misteriosi uffici che aveva intrapreso o ai quali poteva essere stato destinato quel monaco "spostato". Il segretario della Presidenza del Consiglio dei ministri, Francesco Bartolotta, gli rispose con un telegramma del 31 ottobre di quell'anno: Presidente on. De Gasperi ignora completamente persona di cui a Sua lettera 27 corrente et non habet affidato ad alcuno mandato personale alt Devoti ossequi. (32) Può darsi che il capo del governo ignorasse persino l'esistenza del Biondi, ma non si possono escludere facilmente due dati di fatto: il primo che Gaspare Pisciotta conosceva perfettamente il monaco benedettino, e il secondo che Giuliano, negli ultimi mesi del '49, era fortemente ostile all'arcivescovo di Monreale, tanto, che - come ebbe a scrivere - "l'avrebbe voluto appendere a un albero". Il rancore del capobanda derivava dalle promesse non mantenute e che all'unisono potevano essere state avanzate sia da esponenti democristiani sia anche da personaggi del mondo della Chiesa, o gravitanti attorno ad essa, come il Biondi. Ma sui rapporti Biondi-Pisciotta la questione non poteva certo porsi solo nei termini di una qualche speculazione illegale alla quale entrambi i personaggi avrebbero aderito per naturale tendenza. Stando all'indice di un libro-intervista scritto da Gian Vittorio Mastari, un compagno di cella di Pisciotta, di cui non si ha però traccia, ma che è riportato negli atti desecretati sulla strage di Portella dalla Commissione Antimafia (33), l'interesse di Pisciotta era esplicitamente di carattere politico. Cosa poteva accomunarli? Quale storia e quali fini potevano unirli? La risposta a queste domande potrebbe derivare da alcuni semplici indizi, che costituiscono, però, dati di fatto obiettivi. Padova, ambiente frequentato dal monaco benedettino, era un centro di eversione anticomunista. Qui, il 21 marzo del 1945, in attuazione del piano Graziani, si era costituito il coordinamento della rete clandestina destinata ad operare dopo la sconfitta, ed è tutt'altro che da escludere l'ipotesi che il Biondi, personaggio attivo durante la "cospirazione", abbia rappresentato una diramazione in Sicilia di quel gruppo eversivo. Secondo l'ideologia di tali gruppi, abbattuto il fascismo restava un secondo nemico da combattere: il comunismo. Nell'isola Pisciotta rappresentava un elemento di spicco in quanto, come egli stesso scriveva alla sua cara Maria, era stato tre anni nei campi di concentramento in Germania e aveva dedicato all'idea di "Patria" la sua stessa vita "dal giorno in cui aveva vestito per la prima volta il grigioverde".(34) Quale patria e quale Stato avesse in mente sta scritto nella storia del separatismo, un fenomeno che subì gli effetti delle componenti eversive a livello nazionale e siciliano. Sul filo di tale ipotesi, dunque, occorre legittimamente supporre che come i sequestri di persona erano finalizzati in gran parte all'acquisto di armi e munizioni alla vigilia degli attacchi terroristici, allo stesso modo l'attività affaristica e truffaldina del Biondi poteva essere finalizzata ad azioni analoghe e parallele. Quanto il governo ne fosse escluso non è facilmente dimostrabile. Tuttavia è certo che Scelba fu direttamente coinvolto nella vicenda Biondi. I particolari noti solo oggi vedrebbero il ministro responsabile dell'assegnazione dei cinquanta milioni destinati alla cattura del Giuliano al monaco benedettino, il quale li avrebbe utilizzati per una colossale truffa a danno di un commerciante siciliano. Il fatto sarebbe stato presto bloccato sul nascere dallo stesso Scelba (35). Evidentemente il ministro capì che non poteva rischiare troppo. Per il resto resta solo da segnalare che quando venne ucciso Accursio Miraglia, grande dirigente sindacale di Sciacca, uno dei delinquenti incriminati per quell'assassinio, si era recato proprio in quei giorni a Padova, e che nel memoriale Ramirez questo delitto era collegato alla strage di Portella. - Nella lettera di Giuliano a Rizza è, inoltre, molto sorprendente la consapevolezza e la grande preveggenza che Italia e Francia rappresentassero due seri pericoli per l'avanzata comunista in Europa, tanto più che questa era una delle principali preoccupazioni degli Usa. A tal punto che esse dovevano costituire, al tempo di De Lorenzo, uno dei principali scopi del piano cosiddetto 'Demagnetize' destinato a bloccare l'avanzata comunista in Francia e in Italia da parte della Cia. Leggiamo nella breve storia dei servizi segreti redatta dalla Commissione stragi: I servizi segreti dell'Italia democratica nascono ufficialmente il 1 settembre 1949, sulle ceneri - ma mantenendo in pieno uomini e strutture - del vecchio SIM, il servizio d'informazione militare, nato durante il regime fascista: il suo nome è SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate). Già nella costituzione del SIFAR c'è qualcosa di anomalo: nessun dibattito parlamentare, ma solo una circolare interna, firmata dall'allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, repubblicano. Dalla nascita della Repubblica, l'Italia ha atteso più di tre anni, quindi, per dar vita all'organismo che dovrebbe tutelarne la sicurezza, il tempo necessario a "scaricare" le sinistre dal governo e ad aderire al Patto Atlantico. Il primo direttore del SIFAR è il generale di brigata Giovanni Carlo Del Re che opera sotto l'esplicita supervisione dall'emissario della CIA in Italia, Carmel Offie. In carica per tre anni, Del Re viene sostituito nel 1951 dal gen. Umberto Broccoli - l'uomo che - almeno sulla carta - darà l'avvio a Gladio, sostituito, neppure un anno e mezzo dopo, dal gen. Ettore Musco. Anche Musco, che nel 1947 aveva formato l'AIL (Armata Italiana per la Libertà) - una formazione diretta da militari, sostenuta economicamente e militarmente dai servizi segreti americani, incaricata di vigilare su un'eventuale insurrezione comunista - fu uomo di stretta osservanza CIA e proprio sotto il controllo americano portò a termine l'acquisto dei terreni di Capo Marrargiu, in Sardegna, dove sarebbe sorta la base di Gladio. Ma è con l'avvento ai vertici del Sifar del gen. Giovanni De Lorenzo che i servizi segreti italiani si trasformano e cominciano a giocare un ruolo preponderante sulla scena politica italiana. La nomina di De Lorenzo non è casuale: a caldeggiarla, con insistenza, è l'ambasciatrice degli USA Claire Booth Luce, ma il generale è uomo molto gradito anche alle sinistre che per anni equivocheranno sui suoi meriti resistenziali. De Lorenzo assume
le redini del SIFAR nel gennaio del 1956. Resterà in carica fino all'ottobre
del 1962: quasi sette anni filati, fatto mai accaduto, neppure in seguito,
nella storia dei servizi segreti italiani. E' sotto la gestione De Lorenzo
che l'Italia sottoscriverà il piano, redatto dalla CIA, denominato "Demagnetize"
il cui assunto è: "la limitazione del potere dei comunisti in italia e in Francia è un obiettivo primario: esso deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo". (36) Qui occorre rilevare: 1) che Pacciardi era un amico di Carmel Offie; 2) che al momento della nascita del Sifar, personaggi che si muovevano ad alto livello attorno a Giuliano, come l'ispettore Ciro Verdiani, vengono destituiti con la motivazione che frattanto era nata una nuova organizzazione che avrebbe risolto il problema rappresentato da Giuliano; 3) che quest'ultimo, come abbiamo visto, scriveva: Secondo il mio modo di vedere sia l'Italia che la Francia, non li avrei abandonati, ma neanche li avrei acluso in patto così importante, a causa che la posizione Italiana che Francese è molto critica a causa che metà del popolo è comunista e questo è una cosa molto grave per gli americani, perché se guerra succederà di sicuro questi due ne diverranno un campo di tradimento o un campo di lotta fratricida. Se si tiene conto del fatto che la lettera al Rizza è degli ultimi mesi del '49 ci si può rendere conto dei legami diretti che il bandito teneva con ambienti bene informati e tanto rassicuranti da non indurlo nel sospetto che egli era in realtà un manovrato, almeno dall'anno delle stragi. Se ne era reso ben conto Girolamo Li Causi il quale nella seduta antimeridiana del Senato del 23 giugno 1949 espresse le seguenti preoccupazioni: Immediatamente dopo Portella della Ginestra, onorevole Scelba, noi troviamo presso Giuliano il capitano americano Stern, precisamente l'8 maggio, almeno dalle notizie che egli stesso ci dà, data del proclama che Giuliano affida a Stern perché il capitano americano lo trasmetta a Truman. Come io ho denunziato in comizi e in diverse occasioni, ora qui in modo formale chiedo a lei, onorevole Ministro dell'Interno: è vero o non è vero che, arrestato un bandito, nella sua tasca è stata trovata una lettera autentica di Giuliano diretta al capitano Stern a Roma, via della Mercede 53 (è la sede della stampa estera) nella quale lettera Giuliano chiede due cose: primo, armi pesanti; secondo dà dei consigli circa il modo di mantenere il legame con l'ufficiale americano? Io le rivolgo questa domanda in modo formale perché desidero che lei ci dica se è a conoscenza di questa lettera oppure no. Quale interesse ha il saperlo? Certamente non per prendersela con Stern! Stern faceva il suo giuoco. Ma perché all'indomani di Portella era da Giuliano il capitano Stern? E come mai Giuliano si permette chiedere a un capitano americano armi pesanti? Quali discorsi sono stati fatti fra loro? E' logico pensare che il capitano abbia illuso il bandito e questi gli scrive poi una lettera riservata, lettera autentica che è in possesso del Ministro dell'Interno. Allora abbiamo il dovere di chiedere al Ministro Scelba quali passi ha fatto presso l'ambasciatore americano per avere spiegazioni sull'attività di questo filibustiere che collude col bandito al quale promette armi e la continuazione dei rapporti.(37) La pista indicata da Li Causi si muoveva lungo una direttrice internazionale. Stern è un filibustiere, ma da chi è manovrato a sua volta? E cosa vuole appurare da Giuliano una settimana dopo la strage? Neanche ai giudici romani sfuggì il carattere enigmatico di questa: La questura notava nel suo rapporto che i connotati del malfattore dall'impermeabile corrispondevano a quelli del capo bandito Giuliano, onde era da ritenere che autori dell'eccidio fossero stati Giuliano e taluni componenti della sua banda; e ad avvalorare l'ipotesi osservava, sulla base di quanto si è innanzi esposto circa l'attività del Giuliano, che questi è un bandito politicante, il quale, come già prima aveva affiancato e sostenuto il movimento separatista nelle sue violente manifestazioni, così aveva intrapreso ora, con l'intento medesimo "di farsi luce e di redimersi dei tristi suoi trascorsi", la lotta antibolscevica. Poteva avere agito tanto di sua iniziativa, come per mandato allo stato, non era che un'ipotesi, poiché l'omertà che lo circondava non aveva consentito l'acquisizione di elementi concreti (A,132). (38) Il ricorso ad una inesistente omertà rappresentò un alibi sufficiente per non approfondire. Non erano stati omertosi i contadini di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe e San Cipirello quando avevano detto ai giudici quello che sapevano. Rischiarono anzi di essere incriminati per falsa testimonianza, anche se poi una certa ragionevolezza dei magistrati consigliò di affermare che essi avevano parlato sotto la spinta di una suggestione collettiva; non erano stati omertosi i giornalisti che sulla stampa avevano denunciato pubblicamente le responsabilità dei neofascisti e del Fronte antibolscevico. E' più facile desumere che ci fu un processo di torsione istituzionale che ebbe a monte un'impostazione dell'accusa che escludeva alcuni elementi chiave dell'operazione stragista (persone e circostanze che dovevano essere sottaciute) ed ebbe come effetto l'ingessatura di una verità parziale e insoddisfacente, fuori dalla logica e dalla storia. 7. Da Viterbo a Roma E' il caso, ad esempio, della totale rimozione, dal Rapporto giudiziario del 4 settembre 1947, di ogni riferimento alla funzione assolta da Salvatore Ferreri, confidente della massima autorità delle forze dell'ordine in Sicilia, nonostante pluricondannato all'ergastolo. La mettono in evidenza i giudici di Viterbo: Certamente il rapporto con cui il nucleo dei carabinieri presso l'ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Sicilia denunciò gli autori del delitto di Portella della Ginestra e degli assalti alle sedi del partito comunista in più paesi della provincia di Palermo, non può davvero dirsi sia completo. Attraverso la deposizione del tenente colonnello Paolantonio, resa in dibattimento soltanto, è risultato in maniera più che certa, che egli apprese dal confidente Ferreri Salvatore che a lui potevano essere fornite notizie intorno ai fatti verificatisi a Portella della Ginestra, dai fratelli Pianello. Costoro non furono, invero, larghi di notizie, indicarono però le persone che avrebbero potuto parlare: Gaglio Francesco, 'Bambineddu', Badalamenti Francesco. Dai fratelli Pianello ebbe il Paolantonio la confidenza della loro partecipazione al delitto consumato a Portella della Ginestra, confidenza che egli comunicò agli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati delle indagini. Ora, se i fratelli Pianello furono dal teste Paolantonio indicati come coloro che avevano partecipato all'azione delittuosa (fol.724 verbale dibtt.) dovevano essere essi stessi denunciati all'autorità giudiziaria o, quanto meno, indicati come partecipanti al delitto stesso. Tanto più che di essi fratelli Pianello si parlò dal Di Lorenzo quali partecipi alla riunione in cui si parlò degli assalti alle sedi del partito comunista. Ed alla manchevolezza del verbale a tale proposito fa riscontro una deficienza nelle dichiarazioni rese dai picciotti e da Gaglio 'Reversino' ai carabinieri del nucleo centrale presso l'ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia. Così, ad esempio, con esattezza fu rilevato che gli ufficiali di polizia giudiziaria, che si occupavano delle indagini intorno al delitto consumato a Portella della Ginestra, pur essendo venuti a conoscenza che a fornire gli elementi di prova che permisero ad essi di pervenire alla identificazione di coloro che operarono stando fra i roccioni della Pizzuta, erano stati i fratelli Pianello, che avevano preso parte al delitto, omisero di comprendere costoro fra coloro che erano gli autori del fatto delittuoso. Risponde a verità che in tutto il lungo rapporto che si occupa del delitto di Portella della Ginestra e degli assalti contro le sedi del partito comunista non si trova una sola parola relativa ai fratelli Pianello. E la omissione dei fratelli Pianello fra gli autori del delitto di Portella della Ginestra fu elevata da alcuno dei difensori ad argomento talmente rilevante da far dubitare della veridicità del rapporto. Ora, vera la omissione rilevata e lamentata, non è accoglibile neppure la spiegazione che della omissione fu data: la morte dei fratelli Pianello al momento in cui il rapporto fu redatto e trasmesso alla autorità giudiziaria; l'ufficiale di polizia giudiziaria ha un compito soltanto, quello di riferire all'autorità giudiziaria il risultato delle indagini compiute relativamente ad un fatto delittuoso, di riferire le generalità, quando siano accertate, di tutti coloro che alla consumazione del delitto abbiano preso parte, senza ometterne alcuno, anche se questo qualcuno possa essere deceduto. Ma da una siffatta omissione alla affermazione che ciò costituisce argomento per far dubitare della veridicità del rapporto, è una grande distanza. Altro rilievo fattosi fu questo: risulta che Gaglio 'Reversino' e Di Lorenzo Giuseppe furono fermati nel giorno 9 del mese di luglio; che Pretti fu fermato il 3 agosto, Tinervia Giuseppe il 10 agosto, Terranova Antonino di Salvatore e Sapienza Vincenzo pure il 10 agosto e che furono, invece, presentati al giudice, perché fossero interrogati, rispettivamente il 13 agosto i primi due, il 15 agosto il terzo, il quarto il 21 agosto ed il quinto il 21 ed il sesto, pure il 15 agosto. Ora manca fra i numerosi atti del processo qualunque partecipazione alla autorità giudiziaria di avere proceduto al fermo avanti indicato, come manca, per tutti gli altri, anche qualunque richiesta all'autorità giudiziaria per ottenere l'autorizzazione a che fossero mantenute le stesse in stato di fermo. Ed a quel tempo era in vigore la disposizione contenuta nell'art. 2, legge 20 gennaio 1944, per cui lo stato di fermo non poteva protrarsi al di là di giorni sette. Vi fu, quindi, inosservanza da parte degli ufficiali di polizia giudiziaria di una disposizione di legge posta a garanzia della libertà individuale dei cittadini, la quale, se può subire delle limitazioni rese necessarie dallo svolgimento delle indagini di polizia giudiziaria, non può subirne al di là del tempo stabilito da una norma giuridica che deve essere osservata anche dagli ufficiali di polizia giudiziaria, ma ciò non è sufficiente per fare affermare che il rapporto non risponde a verità. Manchevolezza fu riscontrata nella mancata indicazione da parte di tutti i picciotti e di Gaglio 'Reversino' della presenza alla riunione di contrada 'Cippi' dei fratelli Filippo e Fedele Pianello della cui partecipazione al delitto consumato a Portella della Ginestra non è possibile dubitare dopo quanto espose, in dibattimento, il tenente colonnello Paolantonio. Questi riferì di avere avuto la confidenza da parte dei fratelli Pianello della loro partecipazione al delitto consumato dai roccioni della Pizzuta contro la folla che era riunita nella vallata formata dalle montagne Pelavet e Kumeta, ed è rispondente al vero che nè nelle dichiarazioni dei picciotti, né in quella di Gaglio 'Reversino' si trova fatta la loro menzione, mentre tutti, o quasi, i picciotti dichiararono, in dibattimento, che erano da essi conosciuti. Può bene spiegarsi la mancanza della loro indicazione. Può bene darsi che i fratelli Pianello non si siano trovati presenti alla riunione di Cippi e quindi i picciotti e Gaglio 'reversino' non potevano accorgersi della loro presenza; ma dalla mancata indicazione dei fratelli Pianello non può farsi derivare che non rispondano al vero le altre affermazioni fatte dai picciotti e da Gaglio 'Reversino'. Non può essere trascurata un'osservazione fatta da un teste della cui attendibilità non è lecito dubitare e che, per di più, fu il primo a visitare i luoghi da cui si sparò: il capitano Ragusa, in quel tempo sottotenente, comandante del plotone di ordine pubblico di Piana degli Albanesi. Egli disse di aver rilevato, avendo fatto l'ascensione della montagna Pelavet fino al punto da cui fu fatto funzionare il fucile mitragliatore, che ivi si trovava della paglia e delle tracce di sigarette, segno evidente che alcuno aveva giaciuto in quel luogo; possono ivi avere trascorso la notte i fratelli Pianello, da soli o in compagnia di altri, che poteva essere anche il Ferreri, accanto a cui Giuliano aveva posto i fratelli Pianello per sorvegliarne l'attività, quando egli incominciò a sospettare di lui. Ma è ancora da dire altro: i picciotti possono bene non aver notato la presenza a Cippi dei fratelli Pianello. Va detto, a questo proposito, che la riunione di tutti in contrada Cippi, si ebbe verso l'imbrunire, poco prima che avessero luogo la distribuzione delle armi, il discorso di Giuliano ai convenuti in quella contrada e la formazione dei gruppi per iniziare la marcia che doveva portare tutti a Portella della Ginestra. In quella contrada vi fu, in quel giorno, un continuo andare e venire di persone quindi, può darsi, che i fratelli Pianello si siano trovati presenti in un momento in cui nessuno dei picciotti si trovò presente nella contrada stessa. E la stessa osservazione va fatta per quanto si riferisce a Ferreri Salvatore, conosciuto con il soprannome di 'Fra' Diavolo' o di 'Totò il palermitano'. Della presenza di costui fra i roccioni della Pizzuta al momento della consumazione del delitto, non può davvero dubitarsi. Ne parlò prima Terranova Antonino fu Giuseppe, quando riferendo, nell'interrogatorio reso al magistrato intorno agli autori del delitto consumato a Portella della Ginestra, disse che, per debito di coscienza, doveva riferire che al delitto aveva partecipato anche Salvatore Ferreri, oltre a quelli altri che pure indicò. E dello stesso Ferreri, quale autore del delitto di Portella della Ginestra, parlarono, in dibattimento, Gaspare Pisciotta e Mannino Frank. Eppure neppure di costui si trova menzione né nelle dichiarazioni dei picciotti, né in quella di Gaglio 'Reversino'. Ed anche della mancata indicazione del Ferreri può essere data piena spiegazione: i picciotti dissero tutti, o quasi tutti, di avere notato presenti alla riunione di Cippi, oltre coloro di cui fecero la individuazione, anche "delle facce estranee", perché non di Montelepre, ed il Ferreri era nativo di Palermo ed ivi residente, come affermò la madre.(39) I giudici romani non si pongono tutti questi problemi e anzi, riassumendo in poco più di mezza cartella la cronistoria dell'eliminazione del gruppo dei confidenti Ferreri/Pianello, che avevano partecipato alla strage di Portella, attribuiscono a Fra' Diavolo un'arma che questi non aveva. Il mitra corto cal. 9, matricola Z3296, fu infatti trovato addosso a Vito Ferreri e non a suo figlio, al momento della ricognizione dei quattro uomini uccisi in 'conflitto' dal Giallombardo (Vito Ferreri, padre di Salvatore, Antonio Coraci, suo cognato e i fratelli Giuseppe e Fedele Pianello, confidenti questi ultimi del colonnello Paolantonio). Il dato, con tutta la storia che ci sta dietro è interessante, ma non può essere affrontato in questa sede. Per il momento ci basti prendere atto del fatto che quando i giudici romani, riferendosi all'istruttoria penale sulla strage del primo maggio, dicono ch |