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Giuliano e lo Stato Relazione di Marzio Berardinetti Commissione parlamentare antimafia, 1972 |
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Nota Dopo l'eccidio di Portella della Ginestra, si apre nel parlamento italiano un varco di denunzia in cui si ritrovano Francesco Labriola, Rodolfo Morandi, Emilio Lussu, Simone e Vincenzo Gatto, Sandro Pertini, Lelio Basso, Ferruccio Parri, Riccardo Lombardi, Giuseppe Marazzita, Giuseppe Berti, Mauro Scoccimarro, Ruggiero Grieco, Pio La Torre, Pietro Ingrao, Nicolò Cipolla, Umberto Fiore, Ottavio Pastore, e altri esponenti della sinistra. Si cerca la verità, e ci si batte in particolare per l'istituzione d'un organo d'inchiesta sui nessi tra mafia e pubblici poteri, urtando di volta in volta contro le gommosità centriste. Appare irremovibile in particolare il diniego di Scelba, variamente motivato nello scorrere degli anni. Al deputato comunista Berti, che per primo nel '48 ne rivendica l'urgenza, replica che un tale organo darebbe adito "a nuove speculazioni politiche e ad agitazioni contro le forze dello Stato". L'anno successivo oppone, invece, ragioni di pura convenienza: "una inchiesta in una regione che ha 90 tra deputati e senatori e quindi un governo regionale, è veramente difficile giustificarla e legittimarla". Debbono passare in realtà tre lustri prima che una commissione ufficiale, depositaria virtuale delle istanze di giustizia che salgono dal paese, possa insediarsi. E neppure da questa giunge chiarezza su Portella e il seguito. S'impongono infatti linee di lettura che tendono a liquidare ogni pista politica. A darne evidenza, sotto la presidenza Cattanei, è il primo documento su quei fatti, che qui si presenta, la Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia, firmata nel 1972 dal senatore dc Marzio Berardinetti, il quale, malgrado l'elencazione certosina degl'indizi, così annota: "Attribuire la responsabilità diretta o morale a questo o a quel partito, a questa o a quella personalità politica non è assolutamente possibibile allo stato degli atti e dopo un'indagine lunga e approfondita come quella condotta dalla Commissione. Le personalità monarchiche e democristiane chiamate in causa direttamente dai banditi risultano estranee ai fatti". La relazione contiene in sostanza un riepilogo ben congegnato dei fatti. Quanto alle conclusioni, non aggiunge tuttavia nulla alla ricostruzione dei magistrati, chiudendo con la semplice rampogna agli uffici dello stato che non hanno adempiuto i loro compiti. Similmente ai giudici di Viterbo, che chiamati a giudicare sull'eccidio finirono per essere assorbiti essi stessi dall'intrigo di Portella, l'Antimafia rivela così, come già in precedenza, di condiscendere appieno alle necessità cautelative dei poteri: malgrado la presenza, in qualità di vice-presidente, di Li Causi. Restano peraltro sintomatiche del clima, non propriamente ameno, le dimissioni di Emanuele Tuccari, il quale scrive a Cattanei di dinieghi che "creano insormonatabili difficoltà all'ulteriore prosecuzione e alla conclusione dei lavori della sottocommissione incaricata sull'argomanto". E aggiunge: "Vengono infatti a mancare alcuni riscontri documentali di fondamentale importanza a circostanze emerse tanto nel corso dei processi quanto nel corso dell'audizione, compiuta dalla sottocommissione, di alcuni funzionari responsabili delle operazioni di polizia". La commissione si muove in un clima torbido. Sciortino attacca Li Causi, con fini evidenti di depistaggio. Il questore Salvatore Guarino, capo della squadra mobile nel periodo di Portella dichiara che non ha idea del perché si sia sparato ai contadini in quel primo maggio, e che non gli risultano attentati, dopo Portella, alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. E per questo viene accusato da Emanuele Tuccari di reticenza. Carmelo Marzano, il questore di Palermo che fece arrestare Pisciotta in dissenso con i carabinieri, dichiara di non sapere niente sulla morte di Giuliano, perché ucciso in un'altra provincia: "correttezza vuole che non si metta becco altrove". Nelle sue linee maggioritarie, la Commissione del resto si adegua. Riesce a mettere, per esempio, le mani sulle carte false del capitano Perenze, ma non ne trae alcuna conclusione. Carlo Ruta Dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia, firmata nel 1972 dal senatore Marzio Berardinetti.
GIULIANO E LA SUA BANDA Fin quasi alla fine del 1943 Salvatore Giuliano, nato a Montelepre il 22 novembre 1922 da famiglia di contadini, si era mantenuto fedele alle tradizioni della casa dove era nato e del luogo dove aveva operato, e non aveva dato alcuna possibilità di far parlare di sé. L'occasione propizia, per un radicale cambiamento di rotta, gli si presentò il 2 settembre del 1943. Quel giorno, a Quarto Mulino di San Giuseppe Jato, mentre trasportava, con un cavallo, un carico di grano non a posto con le norme annonarie, si imbatté in una pattuglia di carabinieri e di guardie campestri. Alle contestazioni mossegli dai tutori dell'ordine, Giuliano passò subito per le vie più spicce: esplose vari colpi di rivoltella uccidendo il carabiniere Mancino. Il secondo delitto Giuliano lo ebbe a consumare qualche mese più tardi, e cioè il 23 dicembre 1943, in occasione di un rastrellamento nella zona di Montelepre: la sua seconda vittima, freddata a colpi di mitra, fu un altro carabiniere: Aristide Gualtiero. Pochi giorni dopo e cioè il 30-31 gennaio 1944, il Giuliano pensava già alla costituzione di una banda armata; l'occasione gli fu data dalla decisione di provvedere alle evasioni, dalle carceri mandamentali di Monreale, dell ozio Francesco Giuliano, del cugino Salvatore Lombardo, nonché di Salvatore Cucchiara, Antonio Cucinella e di alri detenuti in quelle carceri. Giova comunque riconfermare che, all'inizio, l'attività banditesca di Giuliano è quella del comune delinquente, che, dovendo fare i conti con la legge, non solo cerca di evadere le sue responsabilità, ma, per coprirle, non si perita di commettere altri delitti; e così, da una bravata all'altra, da un sequestro di persona alle minacce per ottenere la protezione, continua la sua attività di bandito, vivendo sicuro nella zona di Montelepre. Giunge poi opportuno, ai suoi fini, l'insorgere del Movimento separatista, che spera, attraverso una insurrezione, di ottenere l'autonomia dell'isola. Nel Movimento separatista ritroviamo lo stesso Giuliano al servizio di un'idea e pare che il Giuliano abbia dimostrato con i suoi atti e con il suo atteggiamento un profondo convincimento di separatista. Secondo lo Sciortino, sembra che al Giuliano furono consegnati i galloni di tenente colonnello comandante dell'Esercito volontario indipendentista siciliano. Sembra altresì - secondo le risultanze processuali di Viterbo - che il Giuliano abbia innalzato, dopo le prime vittorie negli scontri separatisti, la bandiera giallo-rossa del separatismo siciliano a Lumachi di Montelepre. Durante il periodo nel quale agì l'Esercito volontario indipendetista siciliano, e cioè dal settembre 1945 al marzo 1946, il Giuliano, nonostante le attività esplicate a favore delle idee separatiste, non trascurò, certo, di proseguire il suo iter criminoso compiendo numerosi altri atti delinquenziali per reati comuni. L'occasione per la partecipazione alle attività separatiste dette, poi, al Giuliano la possibilità di esplicare, naturalmente a modo suo, una qualche attività di ingerenza politica. È risaputo infatti che, sciolto l'Esercito volontario indipendentista siciliano e rientrati i gregari di questo a far parte del Movimento indipendentista siciliano, il Giuliano si impegna ad appoggiare, alle elezioni politiche del 1946, il Movimento. Lo stesso atteggiamento egli assume in occasione delle elezioni regionali del 20 aprile 1947. In questa occasione il Giuliano, e soprattutto la sua famiglia, profusero energie e risorse a favore del Movimento indipendentista siciliano democratico repubblicano (Misdr), il cui capo era l'onorevole Varvaro. A quella data, mentre l'onorevole Varvaro aveva già nettamente scisso la propria posizione da quella dei separatisti agrari e portava avanti una propria iniziativa politica intesa ad esprimere la voce di esasperata protesta di strati di media e piccola borghesia e della gioventù, Giuliano non aveva ancora ceduto al ricatto delle forze agrarie, né prestava orecchio ancora agli interessati consigli di chi li rappresentava: non aveva ancora accettato, in parole semplici, l'invito a sparare sui contadini. In quelle elezioni, infatti, Montelepre votò compatta a favore del Misdr e non si può dubitare che Montelepre, comunque si voglia interpretare questa espressione, viveva sotto l'influenza di Giuliano, il quale, apertamente coadiuvato dalla famiglia e dalla sua banda, condusse una fervida campagna in favore del separatismo, non trascurando i più vistosi strumenti di propaganda e facendo largo uso di manifestini più o meno intimidatori e di appelli all'amore per una Sicilia libera ed indipendente. Anche Partinico e Giardinello risposero all'appello di Giuliano, votando a favore del candidato del Misdr. Gli abitanti di San Giuseppe Jato, di San Cipirello e di Piana degli Albanesi invece, dove era viva una antica tradizione socialista, votarono compatti a favore del Blocco del popolo. Altri e ben più efficienti contatti hanno avuto, però, Giuliano e la sua banda con la mafia; contatti predisposti per salvaguardare la copertura dei propri crimini, l'incolumità, e purtroppo, per moltiplicare sempre più le possibilità della sua azione criminosa. Basti ricordare, in proposito, il contatto, piuttosto pronunciato e continuo, che ebbe il capobanda Ignazio Miceli di Monreale con l'ispettore generale di pubblica sicurezza Ciro Verdiani, contatto che certo non aveva altro scopo che quello di favorire gli interessi della banda di Giuliano. E, con il capomafia Ignazio Miceli, suo nipote Nino Miceli, nonché il capomafia di Borgetto, Domenico Albano, i quali furono proprio quelli che consegnarono allo stesso ispettore generale Verdiani il famoso primo memoriale di Giuliano. Gli stessi mafiosi Ignazio Miceli e Nino Miceli, nipote del primo, furono quelli che accompagnarono, secondo le risultanze del processo di Viterbo, l'ispettore Verdiani all'incontro con il Giuliano in territorio di Castelvetrano, incontro al quale era presente anche Gaspare Pisciotta. Secondo le prime deposizioni rese davanti alla corte di assise di Viterbo da Gaspare Pisciotta, risulta ben chiaro che egli, per giustificare la sua assenza da Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, inventa tante circostanze - tutta una infiorata di ambiente mafioso - e tutte impostate sulla protezione della mafia, circostanze che, se pur non ritenute vere dai giudici, tuttavia stanno a conclamare con evidenza lapalissiana, l'aggancio concreto della mafia con la banda Giuliano. E se altri circostanziati fatti di rapporti diretti tra la mafia e la banda Giuliano non è dato trovare nelle carte processuali della corte di assise di Viterbo, della corte di assise e di appello di Roma e della corte di appello di Palermo, non possiamo escludere che non ci siano stati altri più efficienti legamenti tra la mafia e la banda Giuliano. Anzi dobbiamo dire, con assoluta tranquillità, che se la banda Giuliano ha potuto resistere, da sola, così a lungo nella zona di Montelepre, tenendo in scacco tutte le forze di polizia, si deve senz'altro attribuire ciò alla compiacente copertura della mafia. Da questa sua multiforme posizione ed aiutato altresì dalla situazione locale e storica del tempo, Giuliano riuscì a fare, nella sua carriera criminosa, ben 430 vittime, sempre, purtroppo, protetto nella inaccessibilità del suo rifugio dalla non malcelata protezione della mafia. Se si dovesse dare una precisa definizione della sua personalità di delinquente, certo è che ci si troverebbe di fronte ad un evidente imbarazzo. Egli era dunque un delinquente comune, un appassionato separatista, un uomo con sfumature di interesse politico, come abbiamo visto sopra, ed aveva altresì un certo qual fondo di fierezza nella sua incallita delinquenza, sino al punto di dichiarare, nel secondo memoriale del 28 giugno 1950 inviato ai giudici di Viterbo, che egli non era "né vile, né traditore, né un infame" e perciò, così come vivamente protestava non esservi in questo processo mandanti e responsabili all'infuori di lui, ribadiva di aver commesso il delitto di Portella della Ginestra per difendersi "dalla tragedia di quegli uomini che, per raggiungere quella metacomando, hanno suscitato a fare di un popolo la sferza dei suoi fratelli disonorando così l'italia e tutti". Il fatto criminoso di maggiore risonanza che compì Giuliano fu l'eccidio di Portella della Ginestra, dove il 1° maggio del 1947 si erano radunati, secondo una vecchia tradizione, i lavoratori della zona per celebrare la festa del lavoro. In quella occasione, perano pervenuti nella località molti gruppi di lavoratori con le proprie famiglie ed era iniziato da poco il discorso del segretario socialista della zona quando, improvvisamente, dalle alture circostanti partirono i primi colpi di mitra. Ci fu un improvviso clamore, quasi di gioia, perché i più ritenevano che si trattasse di spari festosi. Poi le prime urla e quindi un confuso fuggire tra lamenti e pianti. Vi furono morti e feriti. Appena la notizia della strage giunse a Roma, l'assemblea Costituente, nella seduta del 2 maggio 1947, discutendo le interrogazioni di alcuni parlamentari, ebbe ad esprimere l'esecrazione nazionale nei confronti dei responsabili del vile e proditorio atto di aggressione. Nella stessa seduta l'Assemblea Costituente, inusitatamente e senza l'ausilio delle norme regolamentari, votò all'unanimità, a chiusura dello svolgimento delle interrogazioni, una decisa e vibrata risoluzione. Gli organi di polizia si misero immediatamente in azione e non si tardò a trovare i responsabili dell'eccidio di Portella della Ginestra in Giuliano e negli uomini della sua banda. Le ragione per le quali Giuliano ordinò la strage di Portella della Ginestra rimarranno a lungo, forse per sempre, avvolte nel mistero. Attribuire la responsabilità diretta o morale a questo o a quel partito, a questa o a quella personalità politica non è assolutamente possibile allo stato degli atti e dopo un'indagine lunga ed approfondita come quella condotta dalla Commissione. Le peronalità monarchiche e democristiane chiamate in causa direttamente dai banditi risultano estranee ai fatti. La posizione, infatti, degli accusatori è strana, imprecisa, confusa e frutto forse di un deliberato proposito di coinvolgere, nella responsabilità per i fatti criminosi di Portella della Ginestra, uomini politici di un certo prestigio , allo scopo di scagionare o quanto meno ridurre le proprie responsabilità sui fatti stessi. Basti, a questo proposito ricordare la posizione del bandito Pisciotta il quale ha dato, nel giro di pochi giorni, e, talvolta, nella stessa udienza, varie e contrastanti versioni dei fatti; la deposizione di Lombardo Maria, madre di Giuliano, che ha parlato della pressione esercitata su di lei, a Montelepre, dal difensore di Pisciotta, avvocato Anselmo Crisafulli ed ha rilevato come alla base dell'atteggiamento del Pisciotta vi fosse stata una manovra per coinvolgere vari uomini politici per evidenti suoi vantaggi processuali; la deposizione dell'onorevole Giuseppe Montalbano, presidente del gruppo consiliare comunista all'Assemblea regionale siciliana, che ha indicato nei deputati monarchici Alliata, Leone Marchesano e Cusumano Geloso i mandanti per i fatti di Portella della Ginestra smentendo, almeno in parte, le deposizioni di Pisciotta, e degli altri accusatori. Il memoriale di Giuliano - quello autentico, che si dice esista da qualche parte -, la famosa lettera che gli fu portata a Cippi e che avrebbe scatenato in lui la determinazione della strage di Portella della Ginestra, i suoi rapporti con militari e giornalisti di altri paesi, e con uomini politici nostrani, restano pagine oscure di un periodo assai tormentato e confuso della storia del nostro paese. Non vi è stata traccia, seppure piccola, che non sia stata seguita con scrupolo dalla Commissione; nulla, tuttavia, si è potuto sapere di più di quello che, in certa misura, ormai era noto; si sono riscontrati fatti (come la morte di Gaspare Pisciotta) tanto sconcertanti quanto disperatamente misteriosi. Ma, allora, perché sparò Giuliano, il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra su una popolazione inerme? Egli sparò nel momento della sua maggior potenza e quando credeva che la causa dell'anticomunismo poggiasse interamente sulle sue spalle. Cercò, forse, di attirare su di sé l'attenzione degli americani con un'azione clamorosa? Potrebbe anche darsi, se si considera che la lettera al presidente degli Stati Uniti d'America, Truman, fu dello stesso anno della strage e che conteneva frasi come questa: "non possiamo tollerare più oltre il dilagare della canea rossa…". Non è escluso, comunque, che consiglieri megalomani e fanatici, con una seppur lieve infarinatura politica, come il cognato Pasquale Sciortino, il quale fuggì nello stesso periodo negli Stati Uniti, chissà con quale missione speciale, gli abbiano ficcato in testa che, dopo le delusioni subite dai vari Finocchiaro Aprile, Varvaro, Gallo, Tasca e tutti gli altri, era venuto il momento di prendere in mano la situazione, puntando le carte su un intervento americano, giustificabile dalla avanzata elettorale del Blocco del popolo nelle elezioni regionali del 1947. Sono congetture, queste, basate su dichiarazioni vaghe e su coincidenze che possono essere fortuite. Giuliano volle darne spiegazione nel memoriale inviato alla corte di assise di Viterbo: I caporioni comunisti ad un certo punto diedero ordine ai contadini di far la spia dei banditi, evidentemente perché i banditi consistevano e consistono per loro la forza inisibile dei mafiosi, così ricchi e certo pure del governo. Dopo quattro giorni di deliranti pensieri… ordinai ai miei uomini di raccogliere notizie più precise… passarono quindici giorni e infine ebbi notizia precisa che quanto ci era stato riferito risultava a verità… Mi è difficile rappresentare quanto fu amaro il mio furore nel vedere lo spettacolo della infamante vigliaccheria che esiste su questa terra… incominciai a maturare il mio piano di punizione… quella festa la credetti opportuna perché credetti che in quella maniera potevano capitarci i principali responsabili cui miravo… Giuliano accredita dunque la grave preoccupazione di perdere l'appoggio dei contadini della zona che, con il loro silenzio, con i piccoli servigi, col mettere fuori strada i loro segugi, gli avevano garantito l'imprendibilità. Ma l'appoggio dei contadini egli non lo ha più, perché essi credono che solamente appoggiando il movimento di sinistra per la terra potranno ottenere le terre cui, da sempre, ambiscono. Nelle settimane che precedono la giornata elettorale del 20 aprile 1947, che consacrerà il Blocco del popolo come il raggruppamento di gran lunga più forte di ogni altro, Giuliano si accorge sia dell'entusiasmo sia dell'impegno dei contadini nel condurre la campagna elettorale a favore dell'estrema sinistra, sia della loro indifferenza per le sue indicazioni politiche a favore dell'ala, seppur di sinistra, del movimento separatista. Bisogna dire che a questo punto sono già maturi due orientamenti: da una parte i contadini conquistano, attraverso le prime battaglie sindacali e politiche, una coscienza di lotta. Essi, che si erano magari in parte illusi che solo attraverso l'azione violenta e rivoluzionaria di cui anche Giuliano si diceva campione, ma di cui poteva essere comunque efficace strumento, si poteva rovesciare l'odiato equilibrio economico, si sono lasciati persuadere dall'esperienza a seguire la via elettorale e democratica per ottenere la terra. Essi concentrano le loro energie in questo supremo sforzo, puntando tutto sul successo del Blocco del popolo, considerano ormai Giuliano perlomeno un disturbatore, un elemento di ritardo e di confusione, certamente una via sbagliata e senza svolte. Dall'altra parte, agrari e gabellotti fanno giungere a Giuliano l'invito a "riflettere": potrà trovarsi, dall'oggi all'indomani, in una situazione assolutamente rovesciata, in cui i contadini diventeranno i suoi nemici e egli, quindi, resterà alla mercé delle forze di polizia che lo braccano. Una lezione data ai contadini, che hanno votato il Blocco del popolo e che ora attendono la terra è assolutamente necessaria per ottenere, con la forza, una nuova protezione e nuovi alleati. E poiché, per lui, tutto il mondo è costituito dal territorio che conosce, si aspetta un importante effetto politico da questa infame sparatoria. È, questa, un'ipotesi logica. È abbondantemente provato, d'altra parte, che gli organi dirigenti delle forze dell'ordine avevano i loro informatori puntuali e fedeli tra le file della banda Giuliano. Sembra quasi ovvio pensare che l'eccidio di Portella della Ginestra, gli assalti e le distruzioni delle sedi del Partito comunista e delle caserme dei Carabinieri, gli attacchi armati portati contro le pattuglie potevano essere evitati se le informazioni fossero arrivate in tempo. Ma perché, dunque, non arrivarono quelle informazioni? Perché non fu chiesto ai banditi-informatori conto e ragione di queste omissioni tanto inammissibili quanto tragiche per gli effetti? La morte del bandito Ferreri, uno degli informatori ed uno dei protagonisti della strage di Portella della Ginestra, già catturato ed al sicuro in una caserma, per mano di un ufficiale dei Carabinieri; la stessa morte di Giuliano, colto nel sonno e quindi inerme ed innocuo, per mano di un altro bandito: sono fatti questi che sconcertano profondamente e danno adito alle considerazioni più severe e financo al sospetto di collusione fra le forze di polizia ed i banditi.
ANALISI DELLA DOCUMENTAZIONE RELATIVA AL PROCESSO PER I FATTI DI PORTELLA DELLA GINESTRA La sezione istruttoria presso la corte di appello di Palermo, con sentenza del 17 ottobre 1948, rinvia a giudizio Giuliano ed i suoi adepti per i fatti di Portella della Ginestra. La Suprema Corte di cassazione per legittima suspicione, decide la competenza della corte di assise di Viterbo per questo processo. La corte di Assise di Viterbo inizia il dibattimento in data 12 giugno 1950, dibattimento che si chiude con sentenza del 3 maggio 1952. Avverso la sentenza di corte di assise di Viterbo; ed in questo secondo grado spetta alla corte di assise di appello di Roma emettere il proprio verdetto. La sentenza di appello viene emessa in data 10 agosto 1956 e depositata il 31 ottobre 1957. Con la sentenza della corte di assise di appello di Roma, essendo stato dichiarato inammissibile il ricorso del pubblico ministero della Suprema Corte di cassazione e rigettato dalla stessa il ricorso di tutti gli imputati, meno quello presentato da Genovese Giuseppe, con sentenza del 14 maggio 1960, le risultanze del processo diventano definitive. Tanto la sentenza dei primi giudici quanto quella dei giudici di appello hanno escluso nei fatti che il movente del delitto doveva ricercarsi "nella difesa di se stesso (del Giuliano) e degli altri che con lui vivevano in montagna braccati dalla polizia", indicando i seguenti altri motivi: 1) Il desiderio di ristabilire la propria autorità compromessa dai risultati delle elezioni regionali; ove pure il piano di punizione si fosse delineato nella sua mente, com'è probabile, già prima della competizione elettorale e in previsione dell'esito della stessa, non è dubitabile che la realtà dell'insuccesso abbia influito sulla risoluzione di attuarlo; aveva minacciato rappresaglie, aveva ammonito da Montelepre i falsi propagandisti che avrebbero dovuto fare i conti con lui ed era venuto il momento. 2) L'avversione per i comunisti risalente alla lotta per il separatismo e l'ambizione di richiamare intorno a sé l'attenzione del mondo politico con un'azione clamorosoa e terrificante che lo ponesse al centro della lotta in Sicilia; l'imprevista reazione dell'opinione pubblica ai fatti di Portella della Ginestra frustrò in parte questo disegno; di fronte alla generale esecrazione suscitata non osò confessarsene autore e respinse l'accusa di un delitto ritenuto da tutti nefando e inumano […], ripiegando più tardi sulla tesi dell'errore; ma, a mezzo di manifestini a stampa rinvenuti a Partinico ed a Carini, si attribuì la paternità delle azioni terroristiche contro le sedi comuniste. Tale intento è coerente alla personalità del Giuliano e trova un fondo di prova nella paradossale situazione che era nella Sicilia occidentale: riteneva di essere un grande capo, si occupava di politica, rivolgeva proclami e appelli al popolo in occasione di competizioni elettorali, scriveva ai giornali che ne pubblicavano gli scritti con titoli a caratteri tipografici vistosi; tutti in un modo o nell'altro parlavano di lui […]; "bandito politicante" lo definisce la questura di Palermo nel suo rapporto giudiziario 9 giugno 1947; d'una pretesa idealità politica lo qualifica il nucleo mobile dei carabinieri di Palermo nel suo rapporto giudiziario del 4 settembre 1947. 3) La speranza di conseguire per sé e per i suoi gregari, attraverso un'amnistia, la sanatoria del delittuoso passato. Questa speranza si era radicata in lui tenacemente, sorretta forse dalla constatazione che la amnistia del 22 giugno 1946 aveva restituito alla libertà quelli che con lui avevano partecipato ai fatti dell'Evis; la manifestò a Genovese Giovanni assumendo - per come questi dichiarò solo ai Carabinieri - di averne avuto promessa da "pezzi grossi" con cui aveva parlato di politica; la palesò pure al Mannino dicendogli nel periodo di quella violenta lotta (aprile-giugno 1947): "speriamo che le cose vadano bene e saremo tutti liberi"; ne alluse velatamente anche a Cippi; ne fece in seguito menzione al giornalista Rizza dicendogli evasivamente di aver sparato a Portella per "la libertà", e doveva essere nota anche agli organi di polizia, se nel citato rapporto del 9 giugno 1947, la questura di Palermo fu in grado di scrivere che il Giuliano, come già prima aveva affiancato e sostenuto il Movimento separatista, così aveva intrapreso ora la lotta antibolscevica nell'intento medesimo di "farsi luce e di redimersi dei tristi suoi trascorsi". Tutti e ciascuno di tali motivi, secondo l'opinione della corte, determinarono il Giuliano alla strage di Portella della Ginestra ed agli attentati successivi contro le sedi comuniste (cfr. sentenza corte di assise di appello - fogli 281-282-283). Nello stesso processo di primo grado si evidenziarono, con tinte talora assai pronunciate ed inusitate, altri aspetti della complessa vicenda: quello, il più importante, relativo alla chiamata di corresponsabilità per i fatti di Portella della Ginestra, come mandanti, di altolocate personalità politiche e quello del comportamento degli organi di polizia nei confronti della banda Giuliano. Chiamata di corresponsabilità Com'è risaputo, durante il dibattito del processo di Viterbo apparve, con tinte assai spiccate, e talora quasi drammatiche, l'impostazione difensiva degli imputati intesa a ribaltare le gravi responsabilità dei fatti di Portella della Ginestra su altre persone: mandanti, appartenenti allo schieramento politico più in vista nella vita politica isolana del tempo. Il primo a fare cenno della esistenza dei mandanti fu Terranova Antonio detto "Cacaova", il quale, diversamente da quanto aveva dichiarato in un primo momento, nell'udienza del 10-11 maggio 1951, disse che Giuliano, nel parlargli tra il 18 e il 20 aprile 1947 dell'azione divisata contro i comunisti, aveva fatto anche inomi dei mandanti, nomi che egli non era più in grado di ricordare, ma che avrebbe comunque cercato di ricordare se altri non fossero in grado di indicarli; ed aggiunse di aver saputo, in seguito, dallo stesso Giuliano che a disporre gli assalti alle sedi comuniste erano stati i medesimi mandanti che avevano voluto la strage di Portella della Ginestra; inolte - aggiunge - Giuliano gli aveva anche detto che, se nelle elezioni politiche del 1948 la Democrazia cristiana avesse riportato la vittoria, sarebbero stati tutti liberi, quale che fosse il numero dei reati sino allora consumati, e che, nel caso contrario, con l'aiuto degli stessi mandanti, si sarebbero rifugiati in Brasile. A questa timida chiamata di corresponsabilità fa subito seguito la strana posizione di Gaspare Pisciotta, il quale, già arrestato in data 5 dicembre 1950, richiese di essere ascoltato da giudici e fu interrogato in data 15 gennaio 1951 dal giudice istruttore. In quella occasione, il luogotenente di Giuliano dichiara che il capo gli aveva detto di aver ricevuto una lettera da Scelba a mezzo di un deputato, di cui non fa assolutamente il nome, per invitarlo a favorire la Democrazia cristiana nelle elezioni, con promessa di impunità per sé e per i suoi compagni di banda. Dunque, in questo suo primo interrogatorio, il Pisciotta non parla di mandanti. Di essi invece comincia a parlare nell'interrogatorio del 14-17 maggio 1951, precisando che i mandanti sono: l'onorevole Tommaso Leone Marchesano, l'onorevole Mattarella ed il principe Alliata, fungendo, per l'occasione, da ambasciatore l'onorevole Cusumano Geloso. In quella stessa circostanza il Pisciotta aggiunse: "Io ho assistito ai colloqui che avvennero tra costoro e Giuliano, e fu precisamente da questi che Giuliano fu mandato a sparare a Portella della Ginestra". Subito dopo, però, disse che non aveva mai avuto occasione di vedere Marchesano, Alliata e Mattarella; parlò di riunioni tra Giuliano e costoro avvenute a Boccadifalco, in contrada Parrini ed a Passo di Rigano in epoca anteriore al 1° maggio 1947; finì col dire che non aveva mai partecipato ai colloqui, ma che si era limitato a "guardare le spalle" quando quelle riunioni avevano avuto luogo. Sempre al dibattimento, Pisciotta affermò di aver fatto al giudice istruttore i nomi dei mandanti, indicando soltanto i deputati Scelba e Mattarella. Risulta invece dal verbale di interrogatorio del 15 gennaio 1950 che in quella sede egli ebbe addirittura ad escludere di aver avuto da Giuliano l'indicazione dei mandanti, e se parlò del ministro Scelba lo fece - e soltanto - in relazione alla lettera recapitata dallo Sciortino a Giuliano. A proposito della quale lettera, il Pisciotta ebbe ad affermare al giudice istruttore che essa proveniva dal ministro Scelba e che egli ne aveva avuto notizia per confidenze fattegli dal Giuliano solo circa un anno prima del suo interrogatorio, e cioè verso la prima quindicina del gennaio 1949, mentre poi, al dibattimento, affermò di avere avuto modo qualche mese dopo la strage di Portella della Ginestra di incontrarsi col Giuliano, il quale gli aveva fatto vedere la lettera di Scelba che portava sempre addosso, ed il cui tenore era il seguente: "Caro Giuliano, noi siamo sull'orlo della sconfitta del comunismo, con il vostro e con il nostro aiuto noi possiamo distruggere il comunismo. Qualora la vittoria sarà nostra, voi avrete l'immunità su tutto". Precisò, il Pisciotta, che la carta su cui era scritta la lettera era bianca e senza alcuna intestazione e portava la firma Scelba, di cui egli non poteva certo garantire la autenticità. In altro momento dell'interrogatorio, sempre al dibattimento, il Pisciotta disse che aveva fatto i nomi di cinque persone, delle quali quattro mandanti, e cioè alliata, Marchesano, Mattarella e Cusumano; mentre per la quinta "intendeva fare il nome di Scelba" ma non riteneva di insistervi perché, come ebbe testualmente ad esprimersi, "ciò non mi consta". A domanda, poi, precisò che "Cusumano aveva fatto opera di ambasciatore", onde non poteva considerarsi un mandante, in quanto non aveva, in effetti, avuto alcun rapporto col mandato affidato a Giuliano di agire contro i comunisti. I cinque mandanti, esclusi così scelba e Cusumano, si riducevano dunque a tre: Alliata, Mattarella, Marchesano e, cioè, le personalità politiche con le quali si sarebbero svolti i colloqui preliminari in epoca anteriore al 1° maggio 1947. In altro punto delle sue dichiarazioni, il Pisciotta ebbe poi ad affermare che nessuno degli imputati di Viterbo era a conoscenza del mandato, mentre vi era chi ne era a conoscenza e non voleva parlarne. Di qui le successive, e peraltro molto tardive, propalazioni del Mannino, del Pisciotta Francesco e la riconferma della sua deposizione resa alle udienze del maggio 1951 dal Terranova Antonino detto il "Cacaova". Un altro elemento di particolare importanza, se fosse stato possibile acquisirlo in originale, apparve subito già durante il dibattito del processo in primo grado, la famosa lettera recapitata a Giuliano, qualche giorno prima dei fatti di Portella della Ginestra, da parte di suo cognato Sciortino, lettera di cui parla per primo l'imputato Genovese Giovanni. Genovese Giovanni, già dal primo interrogatorio reso ai carabinieri del nucleo mobile di Palermo in data 20 gennaio 1948, dichiarò che Giuliano per convincerlo a prendere parte all'azione di Portella della Ginestra gli aveva confidato di aver parlato con pezzi grossi della politica (senza fare i nomi peraltro), i quali gli avevano promesso l'amnistia totale di tutti i delitti consumati dalla banda. Nello stesso interrogatorio Genovese precisò che la mattina del 27 o 28 aprile 1947 Giuliano Salvatore, Pianelli Giuseppe, Pianelli Fedele e Ferreri Salvatore erano andati a visitarlo in contrada "Saraceno", si erano trattenuti in sua compagnia ed avevano mangiato con lui nella mandria; verso le 15,00 era sopraggiunto Sciortino Pasquale, latore di una lettera, il quale aveva chiamato in disparte il cognato e, postisi a sedere a ridosso di una pietra, avevano letto la lettera confabulando fra loro; egli non sapeva né la provenienza, né il contenuto dello scritto, ma pensava che fosse un documento molto importante perché, dopo averlo letto, Giuliano e Sciortino lo avevano bruciato con un cerino. Aggiunse ancora, Genovese, che Giuliano, dopo aver bruciato la lettera con il cerino, gli aveva chiesto dove fosse il fratello e, appreso che si trovava in paese affetto da un foruncolo, aveva aggiunto: "è venuta la nostra ora della liberazione, bisogna fare un'azione contro i comunisti, bisogna andare a sparare contro di loro il 1° maggio a Portella della Ginestra". Egli, il Genovese, pur nella meraviglia di fronte a tale dichiarazione, si sarebbe limitato soltanto a dichiarare il suo sconcerto di fronte alla malvagità della proposta, opinione peraltro non affatto accettata da Giuliano. Su questa lettera tanto i giudici di primo grado quanto quelli di appello hanno cercato, con ogni mezzo, di ricavare qualche fonte di verità sulla presunta chiamata di corresponsabilità. È inutile dire che Genovese Giovanni ha mantenuto sempre ferme le sue deposizioni sulle circostanze. E su tali circostanze è chiaro che si adagiasse anche Pisciotta, come abbiamo visto sopra. Ma sulla stessa lettera, che sarebbe stata recapitata a Giuliano a mezzo di suo cognato Sciortino, anche lo stesso Giuliano è intervenuto con il secondo memoriale. Infatti nel detto memoriale, esibito da parte della procura generale presso la corte di appello di Palermo, giuliano precisa che la famosa lettera di cui parla Genovese Giovanni e che gli avrebbe portato suo cognato Sciortino, era una lettera venuta dall'America e riguardava l'espatrio in quel continente di suo cognato. Sulla stessa posizione si mise poi Sciortino Pasquale il quale, condannato in contumacia dalla corte di assise di Viterbo e successivamente arrestato negli Stati Uniti d'America, nel suo atto di appello ebbe a dichiarare che la famosa lettera di cui aveva parlato genovese Giovanni non aveva assolutamente attinenza ai fatti di Portella della Ginestra, ma riguardava l'espatrio non suo ma proprio dello stesso Giuliano. Questi sono tutti gli elementi di fatto inerenti alla famosa lettera. I giudici della corte di assise di Viterbo ed anche quelli della corte di assise di appello hanno cercato, con ogni mezzo, di trarre da questa importantissima circostanza elementi rassicuranti e probatori per la ricerca della verità nella direzione di eventuali mandanti per il tremendo fatto di Portella della Ginestra, ma non è stato possibile rinvenire nemmeno elementi indizianti. A questa conclusione è arrivata anche la sezione istruttoria della corte di appello di Palermo, allorché esaminò, in un unico contesto, le denunce ed i fatti, nonché le dichiarazioni rese davanti ai giudici di Viterbo, inerenti all'argomento. E della decisione della sezione istruttoria della corte d'appello di Palermo parleremo appresso. Ma, prima di trattare l'argomento relativo ai successivi accertamenti giudiziari, giova ancora parlare degli altri elementi riguardantisempre la chiamata di corresponsabilità di altre persone, come mandanti, riferendoci ancora ai memoriali di Giuliano e ad altre lettere. E ciò per avere un quadro completo di tutta la complessa vicenda. Nel primo memoriale del 24 aprile 1950 prodotto in giudizio davanti ai giudici di Viterbo dall'avvocato Romano Battaglia nella udienza del 13 giugno 1950, Giuliano afferma, candidamente, che l'azione di Portella della Ginestra fu meticolosamente da lui predisposta allo scopo di dare una lezione ai comunisti, rei a suo dire, di cambiare le cose, di volere un capovolgimento di rapporti sociali in contrasto, naturalmente, con lo stato di fatto attuale; aggiungeva di avere dato l'ordine ai dodici banditi convocati nella zona, e non ai trenta rinviati a giudizio, di sparare venti metri sopra la folla a scopo intimidatorio: ma che, comunque, solo per puro errore vi furono i morti ed i feriti, che costituirono il tremendo risultato del proditorio e vile atto di aggressione. Nel secondo memoriale del 28 giugno 1950, Giuliano scagiona come mandante l§onorevole Scelba, così affermando: "Se ce ne fossero stati (mandanti) nessun interesse avrebbe potuto spingerlo a salvare un acerbo nemico…", tanto più che se nel delitto "fossero coinvolte persone di Stato la piega del processo risulterebbe diversa". Aggiungeva, poi, che la facilità con cui questa accusa sarebbe stata accreditata "avrebbe potuto indurlo ad approfittare dell'occasione per vendicarsi in un certo qual modo del signor Scelba", ma egli non era "né vile, né traditore, né infame" e perciò, così come vivamente protestava non esservi in questo processo mandanti e responsabili all'infuori di lui, ribadiva di essere responsabile di "un errore", causato per difendersi "dalla tragedia di quegli uomini che per raggiungere quella meta-comando hanno a fare di un popolo, la sferza dei suoi fratelli disonorando così l'Italia a tutti". Altre lettere, infine, giunsero ai giudici di Viterbo, riguardanti sempre l'argomento della chiamata di corresponsabilità. Una di queste fu esibita dall'onorevole Li Causi nel corso della sua deposizione istruttoria del 10 maggio 1950, lettera dattiloscritta ed inviata da Giuliano (la data è del timbro postale di partenza) il 2 ottobre 1948 al direttore dell'"Unità" per la pubblicazione. In detta lettera si legge fra l'altro: Se non fosse per la grande sincerità che la natura mi ha dato, oggi potrei mostrare una lettera che un amico intimo del signor Scelba, proprio alla vigilia delle elezioni, mi mandò e conteneva la promessa che sopra ho detto, lettera che io, dopo averla letta, per eventualmente non comprometterlo, ho stracciato. Un'altra lettera, ritenuta autografa, Giuliano avrebbe mandato all'onorevole Li Causi, in risposta ad un suo discorso pronunciato a Portella della Ginestra il 1° maggio 1949, in occasione dello scoprimento della lapide a ricordo della strage; in tale lettera, poiché l'onorevole Li Causi aveva pubblicamente richiesto che Giuliano facesse i nomi dei mandanti democratici cristiani, monarchici e liberali, Giuliano dichiarava che: "I nomi possono farli coloro che tengono la faccia di bronzo, ma non un uomo che, prima della vita, mira a tenere alta la reputazione sociale e che tende a far giustizia con le proprie mani". In un'altra lettera, ancora ritenuta autografa ed attribuita a Giuliano e pubblicata nell'"Unità" del 30 aprile 1950, il bandito minaccia addirittura Scelba in merito, naturalmente, al tradimento del suo luogotenente (Pisciotta), tradimento che già subodorava. E così si spiega: "Scelba vuol farmi uccidere perché io lo tengo nell'incubo per fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere tutta la sua carriera politica e financo la vita". Tutte queste lettere, unitamente alla deposizione resa da Gaspare Pisciotta nel suo interrogatorio in data 15 gennaio 1951, in merito a quanto gli aveva detto Giuliano circa l'avvenuto ricevimento di una lettera da parte di Scelba, a mezzo di un deputato, non trovano conferma obiettiva. Va invero ed innanzi tutto osservato che la lettera di cui parla Pisciotta e la lettera dattiloscritta, inviata al direttore dell'"Unità" con la data del timbro postale 2 ottobre 1948, parlano di un favore richiesto da parte dell'onorevole Scelba: di un appoggio alle elezioni a favore della Democrazia cristiana. Si deve poi aggiungere che, mentre Pisciotta asserisce che la presunta lettera di Scelba sarebbe giunta a Giuliano a mezzo di un deputato, la seconda (quella diretta al direttore dell'"Unità") parla di una lettera che un amico intimo di Scelba avrebbe inviato a Giuliano. Lo stesso Pisciotta asserisce, con chiarezza inequivocabile, che la lettera conteneva un invito a favorire la vittoria della Democrazia cristiana "alla vigilia delle elezioni" con promessa di un'amnistia generale. Se si parla di vigilia di elezioni è certo che non si può identificare la lettera di cui parla Pisciotta con quella di cui parla Genovese, perché essa era giunta il 27 o 28 aprile 1947 a Giuliano a quel tempo si erano già avute, il 20 aprile 1947, le elezioni regionali; e quelle politiche del 18 aprile 1948 erano di là da venire . E sappiamo come andarono le elezioni del 20 aprile 1947 nella zona sotto il controllo del re di Montelepre. Dunque, ed a conclusione, le numerose lettere di cui si è parlato non contengono, né potevano contenere alcun altro elemento di chiarificazione ai fini della ricerca della verità circa l'esistenza di mandanti per il delitto di Portella della Ginestra, così come si erano ripromessi i diversi Pisciotta, Mannino ed altri. Di fronte a questa numerosa congerie di elementi indizianti, scaturiti dal pubblico dibattimento orale davanti ai giudici di primo grado, questi stessi giudici si trovarono a risolvere il non facile problema della ricerca della verità nella direzione indicata, e non potettero non fare a meno di prendere atto che il rappresentante della pubblica accusa, in sede di dibattimento, non aveva formalmente richiesto ai giudici interessati al dibattimento di aprire il relativo e conseguente accertamento penale. Del resto, come era pacifico in dottrina e in giurisprudenza e come, peraltro, hanno riconosciuto i giudici della sezione istruttoria presso la corte di appello di Palermo e lo stesso onorevole Montalbano Giuseppe, nel caso specifico non si sarebbe giammai potuto parlare di chiamata di correo, giacché per concretizzare esattamente questo istituto, occorreva che coloro che indicavano altri eventuali responsabili dei fatti delittuosi si fossero pregiudizialmente ritenuti essi responsabili e cioè che avessero confessato di aver commesso i fatti incriminati. Cosa che non era assolutamente avvenuta da parte di nessuno dei pervenuti davanti alla corte di assise di Viterbo. I giudici della corte di assise di Viterbo non nascosero il loro imbarazzo e non si peritarono di osservare che, nella complessa vicenda e nel travagliato dibattimento, il rappresentante della pubblica accusa non avesse compiuto appieno il suo dovere. Il problema dei mandanti fu, comunque, riproposto prima ancora del giudizio di appello, il 25 ottobre 1951, quando l'onorevole professore Giuseppe Montalbano, capogruppo comunista all'Assemblea regionale siciliana, sporgeva denuncia contro Alliata Gianfranco, Leone Marchesano e Cusumano Geloso per rispondere dei reati, di cui ai fatti di Portella della Ginestra in qualità di mandanti, e contro l'ispettore generale di pubblica sicurezza Messana Ettore, quale correo dei primi tre. In data 26 ottobre 1951, esattamente un giorno dopo la denuncia di Montalbano, Alliata Gianfranco e Cusumano Geloso sporgono querela per diffamazione e denuncia per calunnia nei confronti di Montalbano Giuseppe. In data 30 ottobre 1951 anche l'onorevole Leone Marchesano presenta denuncia per calunnia nei confronti di Montalbano e il 9 novembre 1951 lo stesso onorevole Leone Marchesano sporge querela nei confronti di Montalbano Giuseppe per il reato di diffamazione. Intanto un'altra denuncia veniva presentata dal giornalista Vincenzo Caputo, in data 1° novembre 1951, contro il deputato regionale Varvaro Antonino per i fatti relativi alle azioni delittuose della banda Giuliano, contro il senatore Li Causi Girolamo per i suoi rapporti con la banda Giuliano, ed infine contro l'onorevole Scelba, ministro dell'Interno, per aver protetto la banda Giuliano. Infine un'altra denuncia presentata - sempre sugli stessi fatti - da Imbrociano Giuseppe, in data 6 novembre 1951, contro tale Ajello Epifanio perché aveva espresso il desiderio del bandito Giuliano di avere un incontro con il Partito comunista italiano onde addivenire ad un'intesa, e per avere l'Ajello dichiarato di aver partecipato alle aggressioni delle sedi del partito socialista avvenute nella notte tra il 22 e il 23 giugno 1947 nella zona di Montelepre; ed infine per il fatto che lo stesso Ajello avrebbe dichiarato che la famosa lettera recapitata a Giuliano, alla vigilia della strage di Portella della Ginestra, era firmata dal colonnello americano Poletti delle truppe alleate e che la stessa lettera avrebbe contenuto incoraggiamenti a compiere la strage di Portella della Ginestra con promesse di aiuti. Lo stesso onorevole Varvaro Antonino aveva reagito, presentando a sua volta una querela per diffamazione, a mezzo stampa, nei confronti del suo denunciante Vincenzo Caputo. Tutte queste denunce, querele, unitamente a tutte le dichiarazioni rese nel processo di Viterbo da parte dei vari imputati e riguardanti le chiamate di corresponsabilità sui fatti di Portella della Ginestra furono esaminate dalla procura generale di Palermo ed i relativi atti furono interamente contenuti nel fascicolo n. 55 del 1953 del registro generale della sezione istruttoria di quella corte d'appello. Con l'acquisizione alle diverse denunce, di cui abbiamo parlato sopra, degli atti relativi al dibattimento processuale davanti alla corte di appello di Roma, il numero dei presunti mandanti per i fatti di Portella della Ginestra sliva ancora di due e cioè dell'onorevole Scelba e dell'onorevole Mattarella. Nella fase di istruttoria sommaria davanti a quella procura generale si fecero naturalmente ulteriori accertamenti. Per quanto riguarda la famosa lettera giunta al Giuliano alla vigilia dei fatti di Portella della Ginestra, e di cui parla per la prima volta Genovese Giovanni, dobbiamo subito dire che alle diverse risultanze emerse nel dibattimento orale di Viterbo circa la provenienza della stessa lettera, si deve ora aggiungere la novità di una diversa provenienza. Non più, dunque, la lettera conteneva soltanto il nome di Scelba; non proveniva da un amico di Scelba, come indicava la lettera dattiloscritta del Giuliano e inviata al direttore dell'"Unità" sotto la data del timbro postale del 2 ottobre 1948, ma veniva addirittura, questa volta, da un colonnello che aveva fatto parte del Corpo americano di occupazione della Sicilia. Si allargava perciò la macchia volendo trascinare - per lo meno nelle intenzioni dell'inventore della trovata - nella responsabilità sui fatti di Portella della Ginestra anche una potenza straniera. Sempre nella stessa fase di istruttoria sommaria venivano allargate le indagini e sentiti molti testi, e cioè gli stessi denuncianti: i vari Pisciotta, Mannino e Terranova Antonino, nonché i familiari di Giuliano ed altri. Nessuno poté portare un elemento nuovo. Lo stesso Pisciotta, interrogato il 7 agosto 1952, nel riportarsi genericamente a quanto da lui dichiarato nel corso del processo di Viterbo, a carico di Scelba e dei deputati Leone Marchesano, Alliata e Mattarella e dell'ex deputato regionale Cusumano Geloso, si rifiutò di fornire ulteriori precisazioni e prove a sostegno del suo assunto, riservandosi di farlo solo dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta che avrebbe dovuto essere istituita per fare luce completa "su tutti i fatti interessanti la banda Giuliano". Più tardi, in un interrogatorio del 16 ottobre 1952 da lui stesso sollecitato, Pisciotta affermò che l'onorevole Mattarella e certo "Carlo Scelba, capomafia di Caltagirone e padre o zio o lontano parente del ministro Scelba" (costui è rimasto sconosciuto malgrado le più diligenti indagini fatte eseguire al riguardo) erano intervenuti ad un convegno di alti dignitari della mafia, durante il quale si era proceduto al battesimo del capobanda Giuliano, secondo i riti propri della mafia. Precisò, a proposito della lettera recapitata dallo Sciortino a Giuliano e della quale parlò Genovese Giovanni, che della lettera stessa gli era stato preannunciato da Giuliano l'arrivo e che anzi la lettera avrebbe dovuto essere recapitata a lui per l'inoltro a Giuliano ed era stata invece consegnata da Cusumano a Sciortino solo perché lui, nel periodo dal 14 aprile al 24 maggio 1947, era stato costretto a trasferirsi da Montelepre a Monreale per motivi di salute. Tornò a ripetere quanto aveva già affermato a Viterbo circa la data del recapito, ed il contenuto della lettera; ma, messo alle strette, dovette dichiarare che il solo che poteva dire se la lettera provenisse o meno dal ministro Scelba, era il Giuliano stesso. Cercando poi di sanare il contrasto tra le varie affermazioni da lui fatte a Viterbo circa il momento in cui era venuto a conoscenza della lettera, dichiarò che solo molto più tardi, e precisamente nel 1949, gli era stato confidato da Giuliano che la lettera era stata portata via dallo Sciortino in America, insieme con qualche altro documento importante. Lo sostenne anche in opportuni confronti con Albano Domenico, Costanzo Rosario e Provenzano Giovanni - i quali però si mantennero tutti recisamente sulla negativa - che avevano accompagnato Cusumano nell'incontro da questi avuto con Giuliano in contrada Parrini, ma analoga affermazione non fece nei confronti dell'onorevole Mattarella, che, secondo il suo precedente assunto, sarebbe pure intervenuto nel detto incontro. Comunque, sulla questione della lettera a firma di scelba secondo le deposizioni del Pisciotta, potremmo oggi formulare, se non un'ipotesi della sua esistenza, quanto meno un motivo della contorta e sempre mutevole posizione di Pisciotta stesso. Il Pisciotta, come ha deposto il colonnello Paolantonio, nel suo interrogatorio reso al comitato il 25 marzo 1969, dietro sue insistenze, avrebbe ricevuto dal colonnello Luca una dichiarazione di benemerenza a firma del ministro dell'Interno Scelba; cosa che il colonnello Luca gli avrebbe concesso per ottenere dal bandito aiuto nell'azione di repressione, su un foglio di carta intestata del Ministero dell'interno, fatta stampare a Palermo e con firma apocrifa del ministro Scelba. L'attestato, naturalmente, oltre ad imbalzantire il Pisciotta, avrebbe posto costui nelle naturali condizioni difensive di avvalersi di questo documento, magari daldogli un contenuto diverso e macchinando su di esso le diverse, innumerevoli e contrastanti versioni, allo scopo di intorbidare le acque per il suo personale interesse e quello dei coimputati. Quindi, in conclusione, se Pisciotta faceva riferimento ad una lettera di Scelba, indubbiamente voleva riferirsi al falso attestato di benemerenza a lui rilasciato dal colonnello Luca a firma apocrifa di Scelba. Sempre in questa fase di istruttoria sommaria anche il Terranova ed il Mannino, pur non smentendo la loro solidarietà con il luogotenente Pisciotta, hanno deliberatamente ostentato un contegno di prudenziale attesa, affermando di riservarsi di ritornare sull'argomento solo nel corso del giudizio di appello avverso la sentenza di Viterbo. Cosa che poi non fecero affatto. Lo stesso atteggiamento assunse il Genovese Giovanni in questa fase. Ma tutti questi imputati, nella loro sconcertante posizione, fanno dire al procuratore generale, nella sua requisitoria in data 31 agosto 1953: Non poche e non lievi sono le incertezze, le contraddizioni che è dato cogliere nei vari assunti del Pisciotta, nelle posizioni del Terranova e del Mannino… tali da dare sicuro affidamento e da indurre a ritenere che, seanche rapporti poterono intercorrere tra il capobanda Giuliano e determinati partiti ed uomini politici, tali rapporti non si siano in effetti concretizzati in una qualsiasi forma di mandato. Ad eguale conclusione giunge il procuratore generale sulla inconcludenza specifica in quanto all'esistenza di mandanti per la famosa lettera ricevuta da Giuliano alla vigilia dei fatti di Portella della Ginestra. Lo stesso procuratore generale discute, con fondatezza, la inconsistenza delle altre denunce e conclude la sua requisitoria per la archiviazione degli atti. La sezione istruttoria presso la corte di appello di Palermo, composta dai signori Cassata dottor Luigi, presidente; Urso dottor Andrea, cobsigliere; Mauro dottor Antonio, consigliere, relatore ed estensore, con decreto del 9 dicembre 1953, su conforme richiesta del procuratore generale, dichiara non doversi procedere per i i fatti di cui è causa, ed ordina l'archiviazione degli atti. Detto decreto di archiviazione non fu impugnato e, pertanto, deve ritenersi passato in cosa giudicata. Alla stessa conclusione devesi peraltro giungere alla stregua degli ulteriori accertamenti compiuti dal Comitato per l'indagine sui rapporti fra mafia e banditismo in questa direzione. Il comitato ha avuto modo di ascoltare molti funzionari di polizia in servizio a Palermo e nella zona di influenza del banditismo all'epoca dei fatti: l'allora capitano dei Carabinieri Perenze e, più volte, il colonnello Paolantonio, i primi ufficiali di polizia inquirenti: marescialli Lo Bianco, Santucci, Calandra ed inoltre i detenuti Sciortino (cognato di Giuliano), Terranova e Mannino, lo stesso Gaglio detto "Reversino", nonché Sapienza Giuseppe, prosciolto per i fatti di Portella della Ginestra. Mentre i primi hanno escluso decisamente la partecipazione alla strage di Portella della Ginestra, come mandanti, di uomini politici, gli altri, soprattutto i condannati per gli stessi fatti, hanno candidamente affermato che le loro dichiarazioni attinenti alla chiamata di corresponsabilità di personalità politiche, come mandanti della strage, furono il frutto della reiterata sollecitazione dell'avvocato Anselmo Crisafulli, il quale, certamente, riteneva che una impostazione difensiva di questo genere poteva essere vantaggiosa per i suoi clienti. La quale cosa, per altro, collima con quanto ebbe a dichiarare Lombardo Maria, madre di Giuliano, allorché fu intesa in sede istruttoria a Palermo per il procedimento instaurato nei confronti dei presunti mandanti per i fatti di Portella della Ginestra. Lombardo Maria, infatti, in quella circostanza, dà notizia della pressione su di lei esercitata a Montelepre dallo stesso avvocato Anselmo Crisafulli per indurla a fare i nomi dei mandanti nelle persone già indicate, durante il processo di Viterbo, da alcuni imputati. Né, inoltre, qualche elemento nuovo è stato possibile acquisire dalla recente e reviviscente iniziativa dell'onorevole Montalbano. Come risulta agli atti della Commissione, e anche dall'interrogatorio fatto dalla Commissione in seduta plenaria dell'onorevole Montalbano il 18 marzo 1970, all'indomani della morte dell'onorevole Ramirez, il figlio di questi si recò dall'onorevole Montalbano per presentargli una busta chiusa a lui diretta e da consegnarsi dopo la morte dell'onorevole Ramirez. Lo scritto, contenuto nel plico, consiste nella confessione resa da Barbera, ex deputato regionale monarchico e riguardante i mandanti di Portella della Ginestra indicati nelle persone degli onorevoli Leone Marchesano, Alliata, Cusumano Geloso e Mattarella. Di tale documento, steso di pugno dal Ramirez, fu subito interessata l'autorità giudiziaria. L'onorevole Montalbano, nella deposizione resa alla Commissione in seduta plenaria, mentre ha confermato l'incontro con il Barbera nei termini sopra descritti, quando si è parlato dei nomi dei mandanti ha dichiarato di escludere, a suo giudizio, il nome di Mattarella. Lo scagionamento dell'onorevole Mattarella, inoltre, emerge altrettanto chiaramente dalla dichiarazione resa al Comitato, a Palermo, l'8 gennaio 1971, dall'onorevole Varvaro, ex separatista repubblicano e poi autorevole rappresentante del Partito comunista italiano nell'Assemblea regionale siciliana . Rimarrebbero, perciò, secondo Mantalbano, solo i tre appartenenti al Partito monarchico, all'epoca dei fatti; ed in ciò l'ipotesi potrebbe essere ricollegata ad una debole affermazione - per niente suffragata da prove attendibili - fatta dal detenuto Sciortino, il 28 luglio 1970, nel penitenziario di Sulmona. Ma anche la riduzione della rosa dei supposti mandanti ai soli monarchici, a seguito della pubblicazione della lettera di Ramirez, non può validamente essere presa per ineccepibile. È ben vero che la morte di Cusumano Geloso, avvenuta, per altro, in circostanze strane ed inspiegabili, può dare l'impressione che qualcosa di poco chiaro si nasconda dietro la stessa sorte; ma elementi chiari, univoci e precisi non emergono affatto in tutte le circostanze della vicenda e attraverso le carte processuali e attraverso l'indagine che il Comitato ha condotto con scrupolo, diligenza e meticolosità. Per altro, anche l'onorevole Marchesano è morto. Rimane, ora, sulla scena, solo l'onorevole Alliata di Montereale, il quale, oltre alla reazione giudiziaria posta in atto nel 1951 contro la prima denuncia Montalbano, indicata al Comitato nell'interrogatorio reso il 16 aprile 1970, non ha altri elementi per dimostrare la sua estraneità alla cosa. A questo punto, si può ben dire che l'indagine non possa spingersi oltre; e ciò alla stregua delle risultanze già acquisite. Infatti, sulla chiamata di corresponsabilità, come mandanti, degli uomini indicati dai vari pregiudicati durante il dibattito di Viterbo (tra i quali figurano anche i nomi di Marchesano, Alliata e Cusumano), già l'autorità giudiziaria ha detto la sua parola. In più, interrogati successivamente quelli ancora in vita che fecero la chiamata di corresponsabilità, hanno chiaramente affermato che le loro dichiarazioni furono frutto delle pressioni dell'avvocato Crisafulli e che, pertante, tali dichiarazioni non rispondono al vero. Tuttavia il Comitato spinto sempre dal suo convinto senso di responsabilità a sviscerare in ogni senso e sotto ogni aspetto la grave questione che gli si poneva davanti, non ha tralasciato di attingere ulteriori elementi di giudizio in altra direzione. Su segnalazione del senatore Li Causi, è stata fatta richiesta, in data 18 aprile 1969, da parte del Presidente della Commissione antimafia al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al ministro dell'interno e a quello della difesa dei seguenti documenti:
Alla sopraddetta richiesta, il ministro dell'Interno, in data 23 luglio 1969, ha dato la seguente risposta: In relazione alla richiesta rivoltami le comunico che presso gli uffici competenti della Direzione generale della pubblica sicurezza non è stato rinvenuto alcun carteggio riguardante i fatti e le persone da lei indicati, ad eccezione del fascicolo relativo al rimpatrio di Lucky Luciano, come si rileva anche dalle accluse dichiarazioni rilasciate dalle competenti divisioni. Il fascicolo relativo al rimapatrio di Lucky Luciano risulta inviato, fin dal 6 ottobre 1963, a codesta Commissione d'inchiesta. Presso l'archivio di Gabinetto è stato invece rintracciato il carteggio, di cui alla acclusa dichiarazione, riguardante la tentata rapina in danno del dottor Capuano nonché l'attività di ex gangster siculo-americani. Più fortunata, anche se di scarso interesse, è stata la richiesta fatta al ministro degli Esteri in data 15 gennaio 1971 e riguardante l'eventuale documentazione relativa al giornalista Michele Stern il cui nome fu fatto, insistentemente, quando fu trovata in tasca di un bandito, ucciso a lupara, una lettera, contenente due documenti, indirizzata al giornalista in via della Mercede, 54 (sala stampa estera), lettera che però non è mai giunta nelle mani del signor stern, pur essendo a lui indirizzata. Del resto, non si può neppure sapere se Giuliano l'avesse affidata, per il recapito, proprio all'ucciso o ad altra persona. A Montelepre e dintorni si diceva che la figlia dell'assassinato era in buone relazioni con il bandito Giuliano. Il fascicolo su Michele Stern inviato dal ministro degli Esteri si compone di sessanta allegati (lettere) che riguardano il periodo di tempo che va dal 3 gennaio 1947 (allegato n. 1) al 27 giugno 1967 (allegato n. 60). Da questa documentazione (si tratta, per la maggior parte, di lettere-richiesta fatte dal giornalista Stern, per il soggiorno in italia, per i visti di reingresso, per gli scontrini a concessione speciale per viaggi sulle ferrovie dello Stato, per la concessione di targa EE), si rileva che Michael Stern è nato a New York city il 3 agosto 1910 e che durante la seconda guerra mondiale ha ricoperto il grado di maggiore nell'esercito americano. Arrivato in Italia, come corrispondente di guerra, con forze di sbarco americane ad Anzio, pare che abbia svolto compiti delicati. Giornalista della casa editrice Fawcett Publications di New York, Michael Stern si occupò di Giuliano con il quale ha detto e ha scritto di avere avuto rapporti personali a Montelepre e ne ha dato una spiegazione comprensibile esibendo i suoi articoli sul banditismo siciliano. Solo due allegati acquistano un certo rilievo: nel primo (allegato 38 del 21 gennaio 1952) il delegato del Ministero dell'Interno ha dichiarato di aver avuto confidenzialmente dall'ambasciata americana pressioni negative al rilascio della tessera giornalistica al signor Stern, il quale quale non sarebbe persona gradita a quella rappresentanza che lo ha definito tendenzialmente nocivo. Lo Stern è anche non gradito al Ministero dell'Interno per i rapporti da lui avuti con la banda Giuliano in Sicilia e la sua opera giornalistica in tale occasione. A tale proposito, sullo stesso appunto riservato, scritto con matita bleu, Perrone Capano (allora capo dell'ufficio stampa del Ministero degli Affari esteri) fa sapere che: "Il Ministero è contrario ad un eventuale allontanamento dello Stern. Non vi sono né i motivi né sarebbe per noi producente. D'altra parte l'ambasciata americana ce lo ha accreditato: quindi, se non vi sono motivi veramente gravi, lo devono rinnovare". La tessera, infatti, fu rinnovata allo Stern nella seduta del "Comitato per il rilascio delle tessere" del 3 marzo 1952. Il secondo (allegato n. 43) del 28 febbraio 1958, è un appunto predisposto dalla "Direzione generale affari esteri, ufficio 3°, in relazione alla richiesta, formulata dal servizio stampa (dottor Guidotti) in via breve e concernente informazioni sull'esportazione di armi, fatta per telefono dal signor Stern". Queste le domande del giornalista americano:
La Commissione non può, a questo punto, non esprimere il proprio stupore che un periodo contrassegnato da tanti gravi e complessi problemi sul terreno dell'ordine pubblico non trovi riscontro, per la sua ricostruzione storico-politica, in quella che deve ritenersi la naturale ed ordinaria informazione che gli organi periferici del potere devono fornire agli organi centrali. Il lavoro, cui il comitato di indagine sui rapporti fra mafia e banditismo si è sobbarcato in così difficili condizioni, avrebbe approdato a ben altri risultati di certezza e di giudizio se tutte le autorità, che assolsero allora a quelli che ritennero essere i propri compiti, avessero fornito documentate informazioni e giustificazioni del proprio comportamento nonché un responsabile contributo all'approfondimento delle cause che resero così lungo e travagliato il fenomeno del banditismo. La lamentata carenza di coordinamento e di giudizio, se non ha certo aiutato a far luce sui singoli e gravi episodi rilevati dal processo, non impedisce però che si tragga un giudizio politico di insieme: e cioè che Giuliano, ad un certo momento, entrò nel complesso gioco di interessi retrivi e parassitari strenuamente difesi dalla mafia, si rese esecutore di taluni suoi progetti di violenza, cercò di intrecciare le proprie imprese - in un disperato tentativo di acquisire impunità e salvezza - alle fortune dei ceti agrari e delle forze politiche cui questi, a volta a volta, affidavano la sopravvivenza di una disperata egemonia. La fine di Giuliano resta segnata dal momento in cui quegli interessi, della mafia e del feudo, cercano copertura in un sistema che ha prescelto altre vie per trasformarsi ed ammodernarsi.
COMPORTAMENTO DEGLI ORGANI DI POLIZIA I giudici della corte d'assise di Viterbo rilevano, nell'ampia motivazione della loro sentenza, alcuni aspetti, inerenti al comportamento degli organi di polizia, aspetti che non esitarono a definire "eccezionali ed abnormi". Le doglianze espresse in tal senso dai primi giudici sono le seguenti:
Di fronte a queste emergenze, veramente eccezionali, la corte di appello di Viterbo non poté non esprimere la sua meraviglia, e non poté non richiamare gli organi dello Stato ad una più severa e controllata condotta nel compimento del proprio dovere. A parte il fatto che sulle deposizioni dei prevenuti, e soprattutto di prevenuti come quelli del processo di Viterbo, debbono avanzarsi dei doverosi e legittimi sospetti, non può non rilevarsi, per quanto riguarda il procuratore generale dottore Emanuele Pili, che egli, a quella data, non aveva ancora assunto la carica di procuratore generale anche se rivestiva la carica di procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo. Restano, comunque, nel comportamento degli organi di polizia, alcuni gravi fatti per i quali non si possono trovare giustificazioni plausibili: fatti che si sono verificati e durante l'attività funzionale degli ispettori di pubblica sicurezza Messana e Verdiani e, successivamente, durante il comando del colonnello Luca. L'ispettore Messana si valse delle confidenze di Ferreri Salvatore, cui rilasciò un tesserino di libera circolazione a nome di Giuseppe Feraci; il colonnello Luca accettò i servizi del Pisciotta, gli rilasciò sotto lo stesso nome un tesserino di libera circolazione ed un altro gliene fece rilasciare dalla questura ; gli consegnò il noto attestato di benemerenza a firma di Scelba, come ha avuto modo di precisare nell'interrogatorio reso davanti al comitato il colonnello Paolantonio, ed ebbe per lui, unitamente al capitano Perenze, un comportamento che possiamo definire amichevole. Ma quello che appare di una gravità estrema è il fatto che l'ispettore Messana, così come il colonnello Luca, si astennero dal dare esecuzione ai numerosi mandati di cattura emessi nei confronti del Pisciotta e del Ferreri. Sconcertante, infine, appare la condotta dell'ispettore Verdiani: egli, infatti, continuò nei contatti e nei rapporti stabiliti durante l'esercizio delle sue funzioni in Sicilia ed a causa di esse anche dopo la soppressione dell'organo che dirigeva, svolgendo la nota attività ed in essa persistendo, pur dopo che la direzione generale di pubblica sicurezza, informata nella seconda decade del 1950 dei rapporti da lui avuti col Giuliano, gli aveva dato l'ordine di desistere da ogni interessamento. Se questi episodi tanto evidenti e, proprio per questo, meno comprensibili, suscitano in noi disapprovazione e meraviglia, la cosa potrebbe trovare alcuni elementi di spiegazione nella particolare situazione storico-politica del momento. Bisogna, infatti, tener presente le difficoltà nelle quali la polizia agiva, in un ambiente focoso, per natura arroventato dall'idea separatista e reso peraltro difficile dall'azione penetrante della mafia: ambiente nel quale è forte e anche tradizionale la cosiddetta omertà, il silenzio indifferente cioè anche di fronte alle più gravi responsabilità dell'ordine giuridico. Attorno a fatti criminosi, abbiano questi grandi o piccole rilevanze, si formava in quella zona una specie di congiura del silenzio: non vi è chi abbia visto o abbia udito alcunché; spesso tacciono gli stessi offesi dal reato che si intende perseguire e che per altra via sia venuto a conoscenza dell'autorità giudiziaria; essi si astengono dal parlare per paura del peggio; congiura del silenzio che nessuno riesce a spezzare, che diviene comportamento quasi generale, specialmente quando la violazione della norma penalmente sanzionata sia opera di un mafioso o la mafia spieghi opera di interessamento per il delitto stesso. Silenzio che, per gli appartenenti alla mafia, ha la stessa rilevanza che per tutti gli altri cittadini hanno le norme giuridiche e che costituisce una barriera insormontabile. Certo la lotta contro il banditismo in Sicilia era una situazione eccezionale. Tanto è vero che per combattere la famosa banda di San Mauro di Caltagirone o dei Niscemesi fu disposto anche l'impiego delle forze militari. Il che significa, quasi, affrontare una guerra. E, per essere più orecisi, non di una guerra vera e propria si trattò, ma di una guerriglia; una guerriglia fatta con agguati feroci, con imboscate, sotto la copertura non solo dell'omertà ma, talora, di aiuti ed acquiescenza di parte della popolazione. E a questo tipo di guerriglia si ha, ormai, la quasi certezza, che i vari Verdiani ed i vari Luca e tutti quelli che con essi hanno collaborato, abbiano risposto allo stesso modo. In tal senso, peraltro, concordano le deposizioni del questore Marzano, inteso dal Comitato d'indagine su mafia e banditismo nella seduta del 22 maggio 1969 e del dottor Drago, ex commissario di pubblica sicurezza ad Alcamo all'epoca dei fatti di Giuliano, inteso nella stessa seduta. "Il Giuliano - dice il dottor Drago - "faceva la guerriglia e bisognava rispondergli con una controguerriglia". Dello stesso parere è il colonnello Paolantonio, ufficiale dei Carabinieri, in servizio per tutto l'arco di tempo del banditismo a Palermo, presso l'ispettorato di polizia e poi alle dipendenze del colonnello Luca, uomo preparato ed efficiente, il quale, nell'interrogatorio reso al comitato per l'indagine su mafia e banditismo a Palermo, nella seduta del 25 marzo 1969, ebbe testualmente ad affermare: "Tutto quello che facevamo era diretto a buon fine e se talvolta era spregiudicato, era fatto per combattere elementi estremamente spregiudicati". E qui possiamo ricordare il pensiero della corte di assise di appello di Roma. Così infatti si esprime il giudice di appello a pagina 330 della sua sentenza: Al riguardo è necessario distinguere i metodi ed i sistemi adottati dagli organi di polizia, preposti alla repressione del banditismo in Sicilia, per il conseguimento di questo fine nei confronti del complesso fenomeno della banda Giuliano, dall'attività concretamente svolta dai medesimi organi per accertare gli autori della strage di Portella della Ginestra e gli altri delitti in oggetto del processo. Non le stesse osservazioni possono comunque farsi per quanto riguarda i fatti e le modalità relative alla morte del bandito Giuliano. Come è risaputo, infatti, sulle modalità della morte del bandito Giuliano vi è stato anche un accertamento giudiziale, nel quale il capitano Perenze Antonio, il brigadiere Catalano Giuseppe ed i carabinieri Renzi Roberto e Giuffrida Pietro erano stati rinviati alla sezione istruttoria della corte di appello di Palermo per rispondere di vari reati, come favoreggiamento personale continuato ed aggravato nei confronti di Pisciotta Gaspare, falsità ideologiche in atto pubblico, frode processuale aggravata e falsa testimonianza, per aver suppostamente dichiarato, nei rapporti giudiziari, l'avvenuta sparatoria nelle strade e nel centro di Castelvetrano, in uno scontro tra le forze dell'ordine e quelle della banda Giuliano, mentre in effetti nulla di tutto questo si era verificato, essendo avvenuta la morte di Giuliano nella casa sita in via Mannone, n. 54, di Castelvetrano, per opera dello stesso Pisciotta che, nella sua qualità di luogotenente poteva consentirsi di raggiungere il nascondiglio del capo. La stessa incontrovertibile realtà risulta confermata nell'indagine svolta, nei confronti del colonnello Luca, dai tre generali incaricati da ministro della Difesa dell'epoca […]. Con il processo poc'anzi menzionato fu indiziato, oltre il Pisciotta Gaspare, per rispondere di omicidio volontario premeditato in persona di Salvatore Giuliano, anche l'ispettore generale di pubblica sicurezza Verdiani Ciro per favoreggiamento personale, continuato ed aggravato, e per aver aiutato il latitante Salvatore Giuliano ed altri affiliati alla banda a sottrarsi alle ricerche dell'autorità. La sezione istruttoria della corte di appello di Palermo, con sua sentenza del 20 settembre 1954, dichiarò non doversi procedere nei confronti di Pisciotta Gaspare e di Verdiani Ciro, essendo i reati loro ascritti estinti per avvenuto decesso, mentre nei confronti del capitano Perenze Antonio dichiarava egualmente di non doversi procedere per il reato di rifiuto di obbediezna continuata, ai sensi degli articoli 329 e 81, primo e secondo capoverso del codice penale, così cambiata la rubrica di favoreggiamento personale, essendo il reato estinto per amnistia; dichiarava altresì non doversi procedere nei confronti dello stesso capitano Perenze Antonio, Catalano Giuseppe e Giuffrida Pietro per il reato di frode processuale, perché il fatto non costituiva reato, e contro Renzi Roberto per lo stesso reato, per non aver commesso il fatto; dichiarava ancora non doversi procedere contro il Perenze per il reatà di falsità ideologica in atto pubblico, trattandosi di persona non punibile per aver agito in stato di necessità; contro lo stesso Perenze per il reato di falsa testimonianza, e contro il Catalano, il Renzi e il Giuffrida, trattandosi di persone non punibili per l'avvenuta ritrattazione. Invero, quest'ultimo episodio, non fa certamente onore alle forze di polizia. Il loro comportamento sta quasi a significare una dichiarazione di propria impotenza di fronte alla mafia, che si era generosamente prestata alla eliminazione della banda Giuliano nell'ultimo periodo, e nel contempo una certa rassegnazione di fronte all'imprevisto (uccisione di Giuliano da parte di Pisciotta), con la creazione del finto scontro tra le forze dell'ordine e quelle della banda Giuliano. Si è cercato comunque di penetrare, a questo proposito, più a fondo la verità vera con le indagini esperite, nel senso anche di conoscere se la fine immediata di Giuliano rientrasse nei disegni personali del colonnello Luca; ma non è stato possibile accertare alcunché in questa direzione. Sta di fatto che la versione ufficiale contenuta nel marconigramma del colonnello Luca n. 1/186 del 5 luglio 1950 circa la morte del bandito Giuliano non ha poi potuto più reggere all'insorgere della veirtà. E su di essa versione ufficiale il Governo, a mezzo del ministro dell'Interno, onorevole Scelba, aveva dato le sue dichiarazioni ufficiali in Parlamento. Il colonnello Luca, ciononostante, non ritenne opportuno spiegare - al momento debito - i motivi del suo comportamento, cosa che risulta invece, con conclusioni di scagionamento morale di sue responsabilità, dalla relazione di una commissione disciplinare nominata dal ministro della Difesa con determinazionr n. 9/722 del 4 dicembre 1954, e composta dai generali di corpo di armata Biglino, Carmineo e Pizzorno, già menzionata. Certo si è che anche la non chiara fine di Ferreri e lo stesso mistero che avvolge la morte di Pisciotta non contribuiscono a chiarire quest'ultimo periodo di vita della banda Giuliano. A questo punto conclusivo, però, giova riallacciarci a quelli che furono gli inquietanti interrogativi dei giudici di Viterbo per fare le seguenti considerazioni finali: - il fenomeno del banditismo in Sicilia, e specialmente quello che si riferisce alla banda Giuliano, continuò ad imperversare nella zona occidentale dell'isola fino al 1950 soprattutto per l'aiuto e con la copertura della mafia, la quale si avvalse del banditismo non solo per garantirsi i frutti della sua vita parassitaria, ma impiegò le stesse forze per strappare al potere pubblico le migliori condizioni per la sopravvivenza dei suoi interessi nella nuova sfera di azione in direzione della città; - in obbedienza a questo chiaro disegno, la mafia abbandona il banditismo allorché si accorge che lo stesso può sicuramente nuocerle, se non altro per eccessiva scopertura; così si mette a disposizione della polizia per braccare, nei loro nascondigli, i singoli banditi; peraltro questa sua disponibilità per l'eliminazione del banditismo le avrebbe certamente procurato dei vantaggi; - in questo gioco e nelle pur difficili situazioni di tempo e di ambiente, l'apparato dello Stato, ancora in via di ricostruzione dopo la guerra, ha finito per non assolvere, obiettivamente, ad una funzione autonoma e decisa nella elaborazione di un piano generale diretto a stroncare definitivamente il banditismo; - contemporaneamente le forze di polizia, eccessivamente prese dallo scopo finale da raggiungere, hanno mancato talora ai propri precipui doveri come quelli di mettere in atto, al momento opportuno, i diversi mandati di cattura nei confronti dei banditi; né si sono rifiutate, purtroppo, di prestarsi nella parte di artefici a creare ed accreditare, subito dopo il fatto, versioni inesistenti sulla morte di Giuliano. La conclusione dunque che va scritta al termine di questa indagine, resta peraltro più ardua dai lunghi anni trascorsi e forse dall'impegno non coerente degli uomini e degli uffici che potevano contribuire a coglierne tutta intera la verità, è che, al di là della pericolosità dei singoli episodi e di corresponsabilità difficili a provarsi, in quella dolorosa esperienza il potere dello Stato finì per non assolvere appieno ai precipui compiti nell'interesse della collettività. La valutazione critica di questi eventi rimane ancora aperta, sia nella direzione di accertamenti di nuove verità, con l'ausilio di nuovi elementi che potrebbero venir fuori in prosieguo di tempo, sia nella ricerca di mezzi attraverso i quali sia possibile giungere alla eliminazione di quei condizionamenti che non hanno consentito allo Stato di dispiegarsi secondo un modello democratico, previsto dalla legge e nel rispetto della legge. Berardinetti, Coordinatore
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