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L'inchiesta di Nicola Adelfi sulla morte di Giuliano Epoca 23 luglio 1950 |
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La ricostruzione della morte di Giuliano fatta da Tommaso Besozzi è sostanzialmente perfetta, e merita per intero il consenso che raccoglie in Italia e all'estero. Rimane però indistinto il finale, su chi possa avere sparato al capobanda. E da questo punto l'inchiesta viene ripresa da Nicola Adelfi, nel numero successivo de "L'Europeo", con esiti non meno clamorosi. L'inviato fa espressamente il nome di Gaspare Pisciotta, premettendo che tale rivelazione non potrà essere smentita: sebbene non possa contare sulle evidenze materiali che hanno reso possibile la ricostruzione di Besozzi. La fonte è evidentemente interna alle istituzioni che hanno organizzato la fine di Giuliano, e il fatto che la sfida del cronista non venga raccolta, sembra testimoniare che pure lui ha fatto centro. Come vuole la regola del buon giornalismo, l'identità della fonte non verrà mai svelata da Adelfi, ma appare verosimile che a smagliare la tela dei macchinatori sia stata quella volta l'ispettore di ps Ciro Verdiani, definitivamente estromesso dall'affare e consapevole di un processo ineluttabile, in cui gli sarebbe stato impossibile difendersi. Carlo Ruta ________________________ Giuliano tradito ed ucciso nel sonno da Gaspare Pisciotta
Diamo oggi finalmente la chiave del mistero che più ha appassionato gli italiani nelle ultime tre settimane; spieghiamo cioè per quali motivi, da chi e in quali circostanze è stato ucciso il bandito Giuliano. Si tratta naturalmente di informazioni di primissima mano e che non potranno mai essere smentite, con prove fondate. Tre mesi e mezzo fa caddero in mano ai carabinieri due fra i più importanti uomini della banda Giuliano, il furbissimo Frank Mannino e l'audace e feroce Nunzio Badalamenti; per quanto colti di sorpresa, i due banditi evvero tuttavia il tempo di sparare qualche colpo di pistola e un carabiniere, ricoverato poi all'ospedale militare, fu ferito piuttosto gravemente a una spalla, Giuliano lo seppe subito e riuscì anche in breve tempo a ricostruire la causa principale della cattura dei suoi fidati compagni. Costoro erano stati traditi da un tale R. P. di Monreale, un uomo espertissimo nel doppio gioco e che, se fino a qualche tempo prima aveva servito fedelmente Giuliano e in maniera incerta la polizia, ora, da quando cioè era convinto che la partita per Giuliano stava per essere perduta, aveva invertito i precedenti rapporti di fedeltà. Giuliano, non appena ebbe la certezza che era stato il monrealese a consegnare ai carabinieri Mannino e Badalamenti, agì immediatamente. Lo fece cadere in un tranello, lo dette in custodia al cugino Gaspare Pisciotta e scrisse al colonnello Luca: se rivuoi vivo il tuo confidente di Monreale, rimetti in libertà i miei amici Frank e Nunzio. Luca non rispose né si né no; prese tempo. Gli sarebbe certamente dispiaciuta la morte del suo confidente di Monreale, ma d'altra parte come poteva aprire le porte del carcere ai due più fidati e pericolosi luogotenenti di Giuliano? Rispose perciò in maniera evasiva, confidando nel tempo, in circostanze non prevedibili in quel momento, nelle immense risorse di furberia del monrealese. È costui un uomo dagli occhi piagnucolosi, d'umore melanconico, e dà una costante impressione di paura, smarrimento; ha insomma tutte le caratteristiche esteriori di quegli uomini piccoli e timidi che i siciliani definiscono "animelle". Anche il suo custode Pisciotta prese a considerarlo subito come tale e a disprezzarlo. Commise un errore enorme. Il monrealese era uomo furbo, tenace, espertissimo conoscitore dell'animo umano. Cominciò dunque a lamentarsi con Pisciotta: "Non c'è niente da fare. Tutti moriremo, tutti. La mala sorte sta sopra di noi". E descriveva con lamenti e lacrime questa mala morte ogni giorno dall'alba al tramonto, si disperava accoratamente per tutte le cose buone, piacevoli, che avrebbe dovuto lasciare in questo mondo. Pisciotta dapprima s'infastidì a questi lamenti e picchiò l'animella. Questo non fece che aggravare i propri sospiri i propri sospiri, i pianti, le invocazioni del prigioniero. Anche di notte prese a lamentarsi contro la mala morte. Fra un singhiozzo e un gemito ripeteva sempre le stesse cose: non uno di quelli che erano appartenuti alla banda di Giuliano sarebbe scampato. E poi fingeva colloqui con i morti, con ciascuno dei venti banditi uccisi da carabinieri: li chiamava per nome, li vezzeggiava con diminutivi, si faceva predire il futuro, si faceva descrivere con i più terribili particolari la loro aginia e morte. Pisciotta, interrotto nel suo sonno, prese a picchiarlo con più forza, poi cominciò ad ascoltare i colloqui del suo prigioniero col regno dei morti. Pisciotta è un tubercolotico fradicio, e come tutti coloro che si trovano nelle sue condizioni, ha disfunzioni psichiche, è facilmente impressionabile e suggestionabile. Al pensiero della prossima sicura, orribile morte, sempre ravvivato nel suo cuore dal lugubre monrealese, Pisciotta divenne anche lui melanconico. Si vide chiuso in una trappola di fuoco, cadde presto nella disperazione. Il prigioniero riprese allora i suoi colloqui con i defunti, e pur continuando nei gemiti e nei pianti, il tono dei discorsi con le ombre ebbe un andamento diverso: "Tu che dici, Saruzzo mio, tu che dici Antonino bello, ci sta un filo di speranza?". Il furbo, il tubercolotico e i colloqui con i morti Sì, c'era un filo di speranza, ma i morti erano restii a spiegare quale fosse. Dapprima ne accennarono solo vagamente, come di una possibilità remota, quasi inattuabile. Pisciotta volle sapere se anche per lui c'era qualche possibilità di salvarsi. Sì, c'era, ma lontana. Nonostante la tubercolosi? Sì, nonostante la malattia. Pisciotta divenne impaziente. Impose al prigioniero di farsi dire tutto dai defunti. Fu un gioco lungo, pieno di pazienza e di prudenza da parte dell'uomo di Monreale. Prima di arrivare allo scopo dovette versare fiumi di lacrime, fingere scoramenti improvvisi, imlorare da Pisciotta che lo uccidesse, così difficile era la via di salvezza indicata dai morti. Era effettivamente una via difficilissima quella ideata dal prigioniero commediante: se lui, Pisciotta, avesse ucciso Turiddu Giuliano, il governo gli avrebbe dato l'impunità e i trenta milioni di taglia. Pisciotta avrebbe potuto curarsi e godersi la vita per moltissimi anni come un grande signore. Il tubercolotico, messo al bivio fra una brutta morte e una lunga e felice vita, alla fine si decise. Ai primi di luglio Pisciotta si presentò con aria afflitta a Giuliano, nel rifugio di costui in casa dell'avvocato De Maria a Castelvetrano. Gli raccontò che l'ostaggio monrealese era riuscito a scappare. Certamente a quell'ora egli aveva già informato la polizia circa il luogo dove era stato tenuto il prigioniero; per questo, egli, Pisciotta, era stato costretto ad allontanarsi dal suo nascondiglio. Non poteva lui, Giuliano, dargli ospitalità per qualche giorno? Giuliano acconsentì. Si fidava di suo cugino. Mentre Pisciotta si recava da Giuliano, il monrealese stava già abboccandosi con un ufficiale superiore del Cfrb. Gli spiegò come erano andate le cose, gli disse che Pisciotta chiedeva impunità e taglia. Il colonnello Luca fece un rapido conto: trenta milioni a Pisciotta, altri milioni all'astuto piagnone di Monreale, altri milioni per gli uomini che avrebbero tenuto i collegamenti con Pisciotta a Castelvetrano, altri milioni infine per chi nel cortile De Maria avrebbe dato una mano a Pisciotta. Luca chiese e ottenne da Scelba che il premio fosse portato da trenta a cinquanta milioni. Dormiva all'aperto, coprendosi le braccia Giuliano è morto nel sonno, forse senza nemmeno accorgersene. Come tutti coloro che sono abituati a dormire all'aperto, egli dormiva di solito bocconi, coprendosi la testa con le braccia. Pisciotta stava coricato nella stanza accanto, senza dormire, sebbene fingesse di russare. Quando ebbe la certezza che Giuliano dormiva, gli si avvicinò in camicia e a piedi scalzi, tenendo la pistola dietro la schiena. Pisciotta tremava. Il primo colpo, diretto alla nuca, colpì Giuliano alla schiena, il secondo, immediatamente dopo, sotto l'ascella. Sono i due colpi che all'esame necroscopico risultano esplosi a bruciapelo. Lo choc psichico dei due spari fu terribile per Pisciotta. Fuggì nella notte, a piedi nudi, reggendo in una mano i pantaloni. Scappò verso una millecento dei carabinieri, salì a bordo, e nessuno ha più saputo niente di lui. Il cadavere di Giuliano fu portato nel cortile, lo sventagliarono con una raffica di mitra, accorse gente, la polizia dette una versione capace confidenti. Pisciotta e forse anche qualcuno della casa di De Maria. La polizia di tutti i paesi e in tutti i tempi ha coperto chi l di coprire i'informa e l'aiuta. I meriti del colonnello Luca e del Cfrb restano sempre notevolissimi. Se tanta gente a un certo momento si è decisa ad abbandonare Giuliano, questo è avvenuto perché ormai la stella del bandito stava declinando rapidamente. Nella partita durata undici mesi, il colonnello aveva via via sottratto a Giuliano la maggior parte dei pezzi. Una volta rimasto solo, lo scacco matto divenne una questione di tempo. Anche senza Pisciotta, il re di Montelepre sarebbe crollato lo stesso.
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