Palermo in epoca normanna nella cronaca di viaggio di Ibn Giubayr


Quando Ibn Giubayr sbarcò a Messina, nel dicembre 1184, la Sicilia era normanna da oltre
un secolo. Ma il visitatore musulmano, che aveva appena osservato l'obbligo del pellegrinaggio
alla Mecca, punto fermo dell'insegnamento del Profeta, poté scoprire quanto notevoli fossero le rimanenze arabe nel vivo delle comunità dell'isola. E di tale gioco mosso di islam e cristianità, di passato e presente, lasciò una vivida ma tormentata testimonianza. Giubayr era originario dell'Andalusia, l'area culturalmente più aperta dell'islam occidentale, da cui, significativamente, si irradiava proprio allora la lettura aristotelica di Averroe. Nel descrivere i suoi giorni di sosta in Sicilia, dopo essere stato tratto in salvo dal naufragio della nave che avrebbe dovuto portarlo in Spagna, il viaggiatore spagnolo non celò tuttavia il proprio malanimo, a dispetto degli spazi di interlocuzione che gli Altavilla, dal Gran Conte al secondo Guglielmo, avevano aperto con l'etnia e le culture arabe. L'esito fu quello di un "reportage" binario, profondamente scavato al proprio interno, diviso fra impeti di fede, che non gli concedevano deroghe, e prese d'atto d'una realtà che, mentre rivendicava un ruolo forte nella cristianità, finiva con l'opporre una propria misura alle radicalità del tempo, alla jihad come agli eserciti crociati.

Carlo Ruta

 

Nota bio-bibliografica


Nato a Valencia, in Andalusia, nel 1145, Ibn Giubayr svolse alti incarichi amministrativi a Ceuta e a Granada. Fra il 1183 e il 1205 intraprese tre lunghi viaggi in Oriente, che lo condussero pellegrino alla Mecca. Si trasferì poi a Gerusalemme e infine ad Alessandria, dove morì nel 1217. Diede una ponderosa testimonianza del suo primo viaggio, che durò oltre due anni, dal 4 febbraio 1183 al 25 aprile 1185, nel corso dei quali poté visitare e conoscere la Siria, la Palestina, la Mesopotamia, l'Arabia, l'Egitto e in ultimo la Sicilia, dove, a causa di un naufragio sbarcò nel dicembre 1184 per rimanervi fino al febbraio 1185. La parte siciliana della Rahlat 'al Kinânî di Giubayr conobbe la prima traduzione in italiano nel 1846-47 a opera di Michele Amari, che l'accolse nel primo volume della Biblioteca arabo-sicula. Ma fu Celestino Schiaparelli, nel 1906, a congedare alle stampe la traduzione integrale dell'opera, con il titolo Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto, da cui è tratto il brano che qui si presenta.

 

[Descrizione di Palermo]
(Traduzione di Celestino Schiaparelli)


Fatta la preghiera del mattino ci dirigemmo alla volta di Palermo. [Arrivati] facemmo per entrarvi, ma ne fummo trattenuti e ci condussero alla porta contigua ai palazzi del Re franco - Dio liberi i Musulmani della sua soggezione. - Ci menarono davanti al suo mustahlaf (commissario), affinché ci interrogasse sullo scopo della nostra venuta, come usano di fare con tutti i forestieri che là arrivano. Si passava per piazze, porte, cortili regi e vedevamo palazzi eccelsi, circhi ben disposti, giardini e sale destinate ai pubblici ufficiali, cose da abbagliare la vista e da sbalordire le menti. Ci ricordammo delle parole di Dio grande e possente (Cor. XLIII, 32): "Se non fosse che [temevamo che] gli uomini diventassero un solo popolo [d'infedeli], avremmo dato a chi non crede nel Misericordioso, dei tetti d'argento per le loro case e delle scale [d'argento] per salirvi". - Fra le altre cose notammo un'aula in un ampio cortile circondato da un giardino, e fiancheggiato da portici. L'aula occupa tutta la lunghezza di codesto cortile, talché restammo maravigliati al mirare la sua estensione e l'altezza dei suoi belvederi. Sapemmo che questo è il luogo dove suol mangiare il Re col suo seguito. Di faccia (attorno attorno) stanno detti portici e gli uffici dove siedono i magistrati, i pubblici ufficiali e gli agenti della finanza.

Detto commissario si mosse ad incontrarci, dondolandosi fra due servi che lo fiancheggiavano e gli reggeano lo strascico. Osservammo un vecchio dai lunghi mustacchi bianchi, maestoso, il quale, parlando speditamente l'arabo, ci domandò dove eravamo diretti e di che paese fossimo. Saputo che l'ebbe si mostrò cortese con noi e ci accomiatò, dopo di essersi profuso in saluti ed auguri, sicché restammo maravigliati del suo modo di fare. La prima cosa che ci aveva domandato era se portavamo notizie di Costantinopoli la grande, ma noi non ne avevamo punto da dargliene. Diremo di tali notizie in seguito.

Altra fra le cose più singolari da noi osservate, che potrebbero indurre in traviamento, fu che uno dei cristiani che stavano a sedere presso la porta del palazzo, mentre noi ne uscivamo, ci disse: "Badate a ciò che portate, o pellegrini, che i gabellieri non vi sorprendano". Egli ritenea che noi portassimo mercanzia soggetta a gabella. Gli rispose un altro cristiano dicendo: "Quanto se' strano! Costoro entrano nella reggia, che mai dovrebbero temere? Magari portassero le migliaia di rubà'ì! Voi altri andate in pace che non avete nulla da temere". Restammo maravigliati di quanto avevamo visto e sentito, e ci avviammo verso un fondaco dove scendemmo ad albergare. Era il sabato 16 di questo mese benedetto, 22 dicembre. Nell'uscire da detto palazzo passammo per un portico continuo, coperto, dove camminammo lungo tratto, sin che arrivammo ad una chiesa immensa. Ci fu detto che da questo portico passa il Re quando si reca a detta chiesa. Si conta di Palermo capitale della Sicilia. - Iddio la restituisca [ai Musulmani]. Città metropoli di queste isole riunisce in sé i due pregi, [cioè] prosperità e splendore. Ha quanto puoi desiderare di bellezza reale ed apparente e di soddisfazioni della vita [nell'età] matura e fresca. Antica e bella, splendida e graziosa, sta alla posta con sembiante seduttore, insuperbisce tra pìazze e pianure che sono tutte in giardino, larghe ha le vie e le strade, ti abbaglia la vista colla rara beltà del suo aspetto. Città maravigliosa, costrutta come Cordova, gli edifizi suoi sono tutti di pietra da taglio detta kaddan. Un fiume d'acqua perenne l'attraversa; ai fianchi di lei scaturiscono quattro sorgenti. Il suo Re qui allietò la vita di piaceri fugaci, onde la fece capitale del suo regno franco - Dio lo annienti!
- I palazzi del Re ne circondano il collo, come i monili cingono i colli delle ragazze dal seno ricolmo, ed egli tra giardini e circhi si rigira di continuo fra delizie e divertimenti. Quante sale egli ha in essa e quanti edifizi! - Possano questi non essere più abitati da lui! - Quante loggie e quanti belvederi! Quanti conventi possiede egli ne' dintorni, conventi di ricca architettura, i cui monaci egli dotò largamente di fondi estesi! Quante chiese dalle croci gettate in oro ed argento! - Può essere che fra breve Dio, colla sua potenza, mandi a quest'isola giorni migliori, la ritorni dimora della fede e la riconduca dal timore alla sicurezza, perocché Egli è onnipotente.

In questa città i Musulmani conservano tracce di lor credenza; essi tengono in buono stato la maggior parte delle loro moschee e vi fanno la preghiera alla chiamata del muezzin. Vi hanno dei sobborghi dove dimorano appartati dai Cristiani; i mercati sono tenuti da loro e son essi che vi fanno il traffico. Non tengono adunanze congregazionali il venerdì, essendo la hutbah proibita; la recitano però nelle feste solenni, facendo l'invocazione a nome del [Califfo] 'abbàsida. Vi hanno un qadi al quale si appellano nelle loro divergenze, ed una moschea congregazionale dove si radunano per le funzioni, e in questo mese santo vi fanno grande sfoggio di luminaria. Le moschee [ordinarie] poi sono tante da non contarsi; la più parte servono di scuola ai maestri del Corano. In generale questi Musulmani non praticano coi loro confratelli alla dipendenza degli infedeli e non [godenti sicurtà] nelle sostanze, nelle donne e nei figliuoli - Dio, per bontà sua, provveda a costoro nell'opera sua benefica. Nel complesso delle somiglianze che passano fra questa città e Cordova, poiché per un qualche verso cosa rassomiglia a cosa, v'ha che essa pure ha la parte antica della città, detta al-Qasr al-quadìm (il Castello antico, il Castello vecchio), la quale si trova nel centro della città moderna, e Cordova - Dio la protegga - è disposta alla stessa maniera. In questo Cassaro vecchio si trovano dei palazzi che sembrano castella eccelse, con belevederi dal largo orizzonte, sì che gli occhi restano abbagliati a tanto splendore.

Una delle cose degli infedeli più degne di nota da noi qui osservate, è la chiesa detta dell'Antiocheno. Noi la visitammo il giorno di Natale, che è giorno di festa solenne per i Cristiani, e la trovammo piena di grande concorso di uomini e donne. Vedemmo tale costruzione a cui ogni descrizione vien meno, ed è indiscutibile che essa è il monumento più bello del mondo. Le sue pareti interne sono tutte dorate, hanno lastre di marmo a colori, di cui mai si son vedute l'eguali, tutte lavorate a mosaico in oro, contornate di fogliame in mosaico verde. Dall'alto si aprono finestre in bell'ordine, con vetri dorati che acciecano la vista col bagliore de' loro raggi e destano negli animi una suggestione da cui Dio ci tenga lontani. Ci venne riferito che il fondatore di questa Chiesa, dal quale essa prende il nome, vi abbia speso dei quintali d'oro. Egli era il visir del nonno dell'attuale Re politeista. Questa chiesa ha un campanile sorretto da colonne di marmo di vario colore; esso è fatto a cupole (piani) sovrapposte l'una all'altra, tutte a colonne, onde è chiamato il Campanile dalle colonne. È questa una delle costruzioni le più maravigliose che veder si possa. - Dio col suo favore e coll'opera sua generosa lo nobiliti presto colla chiamata del muezzin.

Le donne cristiane di questa città all'aspetto sembrano musulmane, parlano [arabo], correttamente, si ammantano e si velano [come quelle]. In detta solennità uscirono fuori vestite di abiti serici, ricamati in oro, avvolte in drappi splendidi, velate con veli a colori, calzando scarpe dorate. Procedeano verso le loro chiese, o [meglio] covili, adorne di ogni ornamento muliebre musulmano, di gioie, di tinture e di profumi. E, a guisa di scherzo letterario, ci rammentammo
del verso del poeta: "Colui che un dì entra in chiesa, v'incontra antilopi e gazzelle". Dio ci guardi da una descrizione che tiene del futile e ci porta alla vanità dello scherzo, ci preservi dal mettere in carta cosa che frutti biasimo, perocché Egli, gloria a Lui! vuol essere temuto, Egli è il Condonatore. Restammo in questa città 7 giorni, alloggiati in uno dei suoi fondachi dove sogliono pigliare stanza i Musulmani, e ne partimmo la mattina del venerdì 22 di questo mese santo, 28 dicembre, diretti a Trapani perocché là si trovavano due navi, dalle quali l'una stava per far vela verso la Spagna, e l'altra, quella stessa che ci aveva portati ad Alessandria, verso Ceuta.

 

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